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OMELIE / Omelie IT

13 set 2026
13/09/2026 - 24ª Domenica del T.O. - anno A

13/09/2026 - 24ª Domenica del T.O. - anno A

1ª lettura Sir 27,30 - 28,7 dal Salmo 102 2ª lettura Rm 14,7-9 Vangelo Mt 18,21-35

Continuano le istruzioni del Signore Gesù. Che vita si vive nel regno dei cieli? Nel regno dove lui è il re? Che regole vengono seguite? Come ci si comporta gli uni con gli altri? È possibile che nel regno dei cieli, che abbiamo iniziato quando ci siamo riuniti attorno al re, Gesù, ci siano ancora peccatori che si offendono l’un l’altro? È Pietro che si fa questa domanda. Anche tra i dodici e tra gli altri discepoli sorgevano difficoltà e possibili offese. Che si fa in questo caso? Pietro lo chiede a Gesù stesso, con una domanda con la quale vuole apparire generoso. Per la mentalità corrente questa domanda è addirittura sconvolgente. Con essa il primo degli apostoli prevede la possibilità di perdonare fino a sette volte! Che esagerato! Nel regno dei cieli ci sono queste esagerazioni?

Queste esagerazioni non sono esagerazioni. Chi perdona, torna ad essere fratello di suo fratello. Se questi pecca di nuovo e di nuovo chiede perdono, lo perdonerò ancora, e sarà ancora la prima volta. Chi perdona davvero non tiene il conto di quante volte ha perdonato. Altrimenti, l’ottava volta, che fai? È questo che vuol dire Gesù nella sua risposta: il numero esagerato, sette volte, diventa granello di polvere quando lo moltiplichi per settanta.

Il Siracide ci aiuta con qualche suggestione per renderci accettabile la risposta di Gesù: «Un uomo che resta in collera verso un altro uomo, come può chiedere la guarigione al Signore?». Il non perdonare mi impedisce di essere esaudito da Dio. E continua: «Lui che non ha misericordia per l’uomo suo simile, come può supplicare per i propri peccati? Se lui, che è soltanto carne, conserva rancore, come può ottenere il perdono di Dio?». Queste parole sono quelle che Gesù vuole riprendere e illuminare con la parabola che racconta, e la racconta ancora, come la maggior parte delle sue parabole, per farci conoscere il modo di vivere nel regno dei cieli, cioè tra coloro che seguono lui come re.

La parabola è conosciuta. Un re ha dei servi, e chiede loro conto dell’operato. Uno ha contratto un debito con lui, un debito che non riuscirà mai a risolvere. Venderà lui e la sua famiglia? Ma questo servo segue l’istinto, e, pregando in ginocchio, chiede al re di avere pazienza. Il re la pazienza ce l’ha davvero, anzi, di più. Nemmeno il servo ha avuto coraggio di chiedere quanto gli viene concesso: il debito è annullato. Quale grazia, che dono immenso! Un re capace di condonare tutto, è più di un re!

Il bello viene adesso. Viene ciò che farà pensare Pietro, ma anche noi. Quel servo aveva un credito da un altro servo, un credito che, a confronto col suo debito, era nulla. Ebbene, dimentico della grazia ricevuta, pretende con violenza dall’amico tutto il suo piccolo credito. Chi viene a sapere della cosa si meraviglia: come mai questo servo non è stato capace di imitare il suo re? Non ha imparato nulla?

Il re stesso si meraviglia: «Io ti ho condonato tutto quel debito perché tu mi hai pregato. Non dovevi anche tu aver pietà del tuo compagno, così come io ho avuto pietà di te?». «Così come io ho avuto pietà di te», questo è il problema. Nel regno dei cieli tutti imparano dal re, e lo imitano. È un re che ha pietà dei suoi servi, perché anch’essi imparino ad aver pietà dei loro amici.

Fuori della parabola; io devo al Padre la mia vita e tutte le ricchezze di fede e sapienza con cui egli l’ha arricchita. Egli non mi chiede il conto, mi dona tutto gratuitamente. Io l’ho anche offeso con qualche mia piccola o grande disobbedienza, l’ho lasciato parlarmi senza ascoltarlo, sono vissuto senza badare ai suoi consigli o comandi. Quando lo prego, mi condona e mi perdona proprio tutto.

La mia gioia più grande sarà imitarlo, ripetere il suo amore che condona e perdona, in modo che chi avesse qualcosa contro di me, riceva la stessa gioia che ho ricevuto io.

Sarà possibile? Certo che sì. L’apostolo ci istruisce con questa Parola: «Se noi viviamo, viviamo per il Signore, se noi moriamo, moriamo per il Signore». Non baderò a me stesso, a ciò che io posso guadagnare o possedere. La mia vita e la mia morte non sono mie, hanno un altro padrone: è lui, il mio Signore Gesù Cristo, re del regno dei cieli. Consapevoli di questo, non pensiamo a ciò che farebbe piacere a noi, per diventare o rimanere egoisti, avari, vanagloriosi, ma a ciò che fa piacere a lui, al Signore. Nel regno dei cieli viviamo per lui, per dar gloria a lui, per far risplendere, con i nostri comportamenti, la bellezza del suo amore!

E dice ancora San Paolo: «Per questo infatti Cristo è morto ed è ritornato alla vita: per essere il Signore dei morti e dei vivi». Gesù è il Signore quando viviamo e quando moriamo: è lui che risplende nel nostro vivere e nel nostro morire, cioè sempre. Sapere di essere sua gloria, è per noi gioia immensa, impagabile, eterna.

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