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Li chiamò Apostoli

  Li chiamò Apostoli

“Predicate la buona notizia” (Mc 16,15)

 

Simone Pietro (dell'ubbidienza)

Andrea (della povertà)

Giacomo (della povertà nello spirito)

Quello... (della castità)

Filippo (della contemplazione)

Bartolomeo (dell'entusiasmo)

Matteo (dell'amore ai peccatori)

Tommaso (della direzione spirituale)

Giacomo d'Alfeo (della parentela)

Simone lo zelota (dell'amore a Gesù)

Giuda di Giacomo (dell'identità di Dio e dell'uomo)

Mattia (della testimonianza)

Paolo (del vedere Gesù)

Maria (della Chiesa)

 

Noi, i Dodici,

alla penna che ha voluto riportare i nostri pensieri: perdoniamo la sua temerarietà e la sua incompetenza, che ha reso solo impropriamente e parzialmente il desiderio del nostro cuore.

Le siamo però riconoscenti per il fatto che ha usato i nostri nomi per dar gloria a Gesù e metterlo al centro dell'attenzione. Per Lui abbiamo sacrificato la vita, per Lui diamo volentieri ancora quest’ulteriore... diminuzione della nostra santità!

 

(La penna che ha steso queste pagine è una sola, ma l'esperienza raccontata è di molti)

 

 

SIMONE PIETRO

«un altro ti cingerà la veste e ti porterà dove tu non vuoi»

(Gv 21,28)

 

(dell’ubbidienza)

 

Ero ormai convinto della mia dignità e del mio compito. Il Maestro mi aveva dato le chiavi del Regno e un po' alla volta tutti si erano adattati alla situazione: io, il primo, il capo. Potrei usare un termine... ambito e temuto: autorità.

Io l'autorità.

Ma Gesù quel giorno ha detto una frase che doveva farmi riflettere e darmi il senso della vita e la direzione della mia attenzione: «Un altro ti porterà dove tu non vuoi».

Ho capito allora che io devo abituarmi all'obbedienza.

E così ho cercato di fare. Io per essere vero capo ho il compito di dare esempio agli altri di ciò che essi sono chiamati ad essere.

I discepoli del mio maestro sono chiamati ad essere ubbidienti.

Se non hanno un cuore ubbidiente non somigliano a Gesù. Se non abbiamo un cuore ubbidiente non siamo figli, come Gesù è figlio e di Dio e dell'uomo. Il cuore ubbidiente è somiglianza a Gesù, Signore e Maestro. Egli è sempre stato attento ai desideri del Padre e non ha mai fatto nulla con spirito d'indipendenza e di autonomia. Egli ha sempre fatto tutto nell'unità col Padre. Prima d'intraprendere qualsiasi cosa ha atteso i Suoi segni. Io sono sì «capo» dei discepoli di Gesù, ma sono pure discepolo. Nel mio cuore deve dimorare l'ubbidienza.

Solo Dio è degno di essere ubbidito: questo lo so di certo e te lo voglio dire. Ma Dio mi può parlare attraverso gli uomini! Egli mi può ispirare direttamente, se vuole, ma ho capito che generalmente preferisce manifestarmi la sua Volontà attraverso cose concrete, fatti che capitano, fratelli che parlano. Io devo perciò essere attento ai fratelli. Se non fossi stato attento a loro e non avessi obbedito al loro discernimento mi sarei ingannato più volte. Ho imparato a badare al discernimento di quei fratelli che amano Gesù con cuore puro e libero dai condizionamenti dell'opinione pubblica. Giovanni mi ha fatto correre al sepolcro, il mattino di Pasqua. Ed è stato per me il giorno più decisivo. Ancora Giovanni mi ha aperto gli occhi per riconoscere il Signore, là sulla spiaggia. Giovanni amava Gesù come un bambino.

Io ero attento al suo discernimento. Ero obbediente.

Ciò che conta non è che io sia autorità. L'autorità la vedono semmai gli altri in me, quelli che ricevono con fede da me i segni della Volontà del Padre per loro.

Ma se io non sono obbediente non sono autorità, non sono autorevole. Se non sono ubbidiente non sono più discepolo di Gesù, non sono più figlio del Padre. Ed allora sarebbe meglio che nessuno mi ubbidisse.

L'ubbidienza - l'ho scoperto adagio e a mie spese - è un atteggiamento del cuore, più che un fare ciò che viene ordinato. Quando per ubbidire attendo ciò che viene ordinato, significa che sono succube, non ubbidiente.

Non voglio ubbidire a uomini, mai, ma a Dio.

Sto attento e guardo gli uomini perché attraverso di loro Dio mi può dare i cenni della Sua Volontà.

Ho visto qualcuno dei miei fratelli lamentarsi con me perché avevo dato ordini... poco sapienti e previdenti. Può essere: non ho l'intelligenza di Salomone; il Signore lo sapeva quando mi ha dato il compito. Ma quei fratelli non ubbidivano a Dio: ubbidivano a me... ecco la ragione della loro inquietudine. Hanno perso l'orientamento, la bussola: guardando a me hanno visto solo me.

Non guardavano a me perché volevano essere obbedienti a Dio.

A me spiace di vedere discepoli del Signore che vogliono piacere a me, uomo. Godo di più, immensamente di più, nel vedere chi - come Paolo - mi dice in faccia le mie distrazioni, le mie disobbedienze ai segni di Dio, le mie ipocrisie. In questo modo Paolo mi ha... difeso! Sì, mi ha difeso dalla forza della tentazione, mi ha difeso dal diventare pietra d'inciampo per i fratelli. Egli si è accorto che io non ubbidivo più al Signore, e me l'ha detto. Nel suo cuore c'era spirito d'ubbidienza a Dio, e cercava in me i segni della volontà di Dio. Per questo mi ha avvertito quando ha visto in me attenzione agli uomini invece che abbandono a Dio.

Avere un cuore ubbidiente è salvezza! Il cuore ubbidiente è gradito a Dio ed Egli fa miracoli, veri e propri miracoli, per colui che gli ubbidisce. Potete guardare nella mia stessa storia: l'ubbidienza a Dio mi ha procurato sofferenze e prigione. Ma avete visto ancora un miracolo così grande quale mi è stato donato? Uscire dal carcere senza che le guardie s'accorgessero minimamente dei miei passi?

Per la persona ubbidiente il cuore del Padre s'intenerisce! Io non vi racconto altri fatti, ma voi stessi li sperimenterete.

Mi sono accorto che se sono ubbidiente al Signore sono molto più attento agli uomini: mi fido infatti di più di quanto il Padre mi dice attraverso di loro che di quanto vedo coi miei occhi. Oh, certamente starò attento a non lasciarmi attirare nel peccato dai fratelli, ma la vera ubbidienza non rimane al buio: se un fratello cercasse di mettermi inciampo, lo Spirito Santo non permetterà che l'obbediente si lasci intrappolare.

Il cuore ubbidiente non cerca ragioni per ubbidire. La ragione sua sta tutta nell'amore.

Mi sono accorto che ogni segreto di vita vera sta nell'amore, e nell'amore di Gesù. Quando lo amo con tutto il cuore divento anche ubbidiente. E l'ubbidienza allora non mi pesa, anzi, mi diviene uno dei modi attraverso cui posso amare.

 

L'amore di Gesù! Non per nulla Egli stesso ha insistito con me su questo punto! «Mi ami tu?»

 

Gesù era certo che se lo amo gli sono pure ubbidiente, e se lo amo davvero cerco in ogni modo di essere sottomesso, perché anch'Egli lo era. L'amore vero infatti cerca la somiglianza e rende somiglianti.

 

Se amo Gesù cerco d'essere ubbidiente, se amo Gesù arrivo a stimare gli altri superiori a me; superiori a me nell'amore, superiori a me nella sapienza, superiori a me nell'intimità con Dio. Ho tutto da guadagnare ad amare Gesù, perché ho tutto da guadagnare se sono ubbidiente: posso godere infatti e sapienza e discernimento e luce di molti.

 

Quando sarò vecchio qualcuno mi condurrà dove non vorrò. Gesù me l'ha già predetto. Voglio abituarmi fin d'ora ad accettare come dal Padre quella "conduzione". Voglio che il mio io, con le sue esigenze e gusti e aspettative, muoia, per esser disponibile ad ogni cenno delle aspettative di Dio. «È preziosa agli occhi del Signore la morte dei suoi fedeli»: questa parola, che abbiamo cantato spesso, mi faceva pensare agli altri, a quei fedeli che sono morti..., ma ora sento che questa parola vale per me. È un momento prezioso per il Regno di Dio il momento in cui i miei gusti e i miei voleri non vengono né presi in considerazione, né ascoltati. Questi momenti ci sono, ci saranno. Allora, anche allora vorrò essere obbediente... obbediente al Padre. Come Gesù è stato obbediente al Padre quando muoveva i suoi passi verso Pilato, verso Erode, verso il Sinedrio, verso il Calvario. Doveva, era costretto ad andare in quelle direzioni. Chi lo vedeva, credeva fosse succube di costrizione. Ma chi lo guardava bene poteva capire che allora era libero, e nella sua libertà ubbidiva al Padre che gli comunicava la sua Volontà attraverso quelle voci stonate e senza amore. Il cuore ubbidiente di Gesù sapeva vedere amore del Padre là dove non c'era amore dell'uomo. Il cuore ubbidiente vede luce nella notte: perché ama. L'amore più grande di Gesù lo abbiamo visto in quel giorno, in quella ubbidienza che per lui era morte costante.

In conclusione, io, Pietro, vi confesso che mi accorgo di essere somigliante a Gesù, al Figlio di Dio, e di averlo nel cuore, quando sono ubbidiente.

E a te, raccomando di renderti simile a Lui, di accogliere il Suo Spirito filiale e ubbidiente: allora vivrai pienezza di vita, della vita divina!

Anche se avrai compiti di responsabilità, soprattutto in questo caso, cerca quell'amore che ti fa essere ubbidiente.

Sarai salvo, salverai molti. Colui che ha ricevuto ogni potere si è fatto ubbidiente in tutto!

Colui che si fa ubbidiente è degno di fiducia e gli si può dare ogni potere.

Così agisce il nostro Dio: in questo, io, Pietro, cerco di darti l'esempio, di aprirti la via già tracciata dal Signore Gesù!

 

 

ANDREA

«Ma che cos'è questo per tanta gente?» (Gv 6,9)

(della povertà)

 

Io sono abituato a calcolare. Sapevo calcolare quanti cesti di pesci era necessario vendere per campare una settimana. Era facile calcolare che per una folla di centinaia e migliaia di persone non bastassero cinque pani d'orzo e due pesci. Non ho avuto paura a comunicare le mie conclusioni al Maestro. Egli però non vi ha fatto caso. Mi ha lasciato ai miei calcoli e ha continuato imperterrito su un'altra via, senza calcoli. Allora ho imparato!

La lezione del Maestro mi ha aiutato a tener conto, a calcolare la presenza e l'amore del Padre! Quando mi ricordo d'aver un Padre, quale me lo ha fatto conoscere e incontrare il mio Signore, allora sono tranquillo. Quando mi ricordo che il mio Padre è il Creatore dell'universo, non ho più paura né della fame né della sete, né del futuro né dell'economia più nera. E quando mi ricordo che il Padre mio è Padre nostro, allora non ho più paura degli uomini. E quando mi ricordo che il Padre vede e sente, allora desidererei essere povero, ancora più povero, per permettergli di mostrarsi papà, di esercitare la sua paternità concretamente nella mia vita.

Vivendo insieme con Gesù - ed eravamo molti, e nessuno di noi aveva un lavoro retribuito dagli uomini -, vivendo con Lui ho imparato a far diversamente i conti. Ho imparato che... uno più uno non fa più due, ma cento! Sì, perché con Gesù all'uno più uno bisogna aggiungere il Padre. Ecco il segreto! Un segreto che si completa così: uno più uno per dare, non uno più uno da prendere! Da quel giorno in cui ho visto i cinque pani davanti a cinquemila bocche non mi lamento più! Allora mi sono lamentato con Gesù della povertà. Ora non posso più lamentarmi. Anzi, desidero la povertà, per poter vedere ancora i miracoli di Dio.

Mi sono accorto che nella povertà noi uomini siamo maggiormente aiutati a confidare in Dio, a vedere il volto del Padre, ad essere attenti alle sue delicatezze! Nella povertà cresce la nostra fede e con essa anche la capacità di comunione e di essere gli uni per gli altri fratelli. L'ho visto più volte e provato nel mio cuore.

Sì, è grande ricchezza la povertà. È stimolo continuo alla speranza, all'amore, alla dipendenza fiduciosa: e questi atteggiamenti creano serenità, disponibilità e comprensione degli altri.

Ho compassione dei ricchi, che non possono sperimentare la grazia e la bellezza di questa vita!

Per me, abituato a guadagnarmi il pane sudando sulle reti da pesca, abituato a poter dire: io ho lavorato, io ho guadagnato, non dipendo da nessuno, per me, cresciuto in questo modo, è stato duro cambiare mentalità. Col Maestro non c'era più tempo di lavorare, di lavorare in modo da guadagnarsi uno stipendio. Col Maestro prevedevo miseria.

Ma sono passati tanti anni, ed eccomi ancora vivo. Anzi, se dovessi pensarci... non mi è mai mancato nulla!

Anche il Maestro ha lasciato il suo lavoro da falegname ed ha sperimentato che il Padre, che nutre gli uccelli del cielo e veste i fiori, ha una riserva di pane e di stoffe per quei figli che lavorano nel Suo Regno.

Il Padre non manda nessuno a lavorare senza promettergli quanto è necessario. Ma i suoi «operai» dovranno occuparsi solo del Regno, solo del Suo Regno. Quanto è necessario per la loro vita e per il loro lavoro lo troveranno già pronto! Dovranno faticare solo per il Suo Regno. Oh, quanta fatica! Fatica a rimanere nella pace in ogni evenienza, fatica a distogliere lo sguardo da sé per orientarlo a Lui e godere di Lui, fatica per rimanere figlio, fatica a dare agli altri le parole e i sorrisi di Dio. Ma tutta questa fatica viene dimenticata quando vedi il Padre chinato sulla tua povertà per non lasciarti mancare nulla del necessario e talvolta nemmeno del superfluo!

Beati i poveri, mi ricordo di aver udito dal Maestro! Sì, beati i poveri perché possono vedere la mano del Padre che si apre a loro. Beati coloro che, scegliendo Gesù, non si curano di sé, non si occupano più di questo mondo che crede di esistere quando è ricco: è il momento in cui il mondo s'allontana da Dio, si perde nel suo mare fatto di nulla. Beato chi, per poter amare Gesù, per poter avere nel cuore solo Lui, distribuisce quanto possiede, si stacca da tutto, si fa povero.

 

Io, Andrea, io che mi sono lamentato della povertà, posso dirtelo: lascia pure tutte le tue perle, non rischiare che qualcuna di esse occupi spazio nel cuore. Tutto il cuore sia per Gesù, ne vale la spesa! Non c'è ricchezza maggiore, perché allora potrai vedere accanto a te il Padre!

 

 

GIACOMO

 

“Dicci, quando accadrà questo?...” (Mc 13,3)

(della povertà nello spirito)

 

Voi mi conoscete con un soprannome rumoroso: «Boanergès» figlio del tuono! e... non dimenticatelo, perché me lo sono certamente meritato col mio desiderio innato di voler sovrastare gli altri. Un desiderio ereditario sì, ma accresciuto dalla mia prepotenza. Credevo che nel mondo degli uomini bisognasse esercitare la legge dei pesci: quelli grossi mangiano quelli piccoli. Volevo essere un pesce grosso, volevo star a galla... e perciò usavo la voce alta!

Il Maestro mi sopportava, non diceva nulla, ma mi dava un esempio diverso. Ero tentato di credere che quel modo di fare silenzioso, quel tacere sempre, fosse segno di timidezza o di mancanza di personalità, e invece mi sono accorto che era solo amore. Egli non era timido, non mancava di personalità, anzi! ma appunto la sua fortezza la usava per amare, per far sì che noi con Lui ci trovassimo a nostro agio, per permettere che la nostra personalità potesse crescere, svilupparsi, manifestarsi!

 

Col passar degli anni e con l'accumularsi delle esperienze mie e altrui mi sono accorto poi che l'esser figlio del tuono era manifestazione di superficialità. Ero molto superficiale, badavo all'apparenza, e perciò non mi spiaceva il rumore! Quando ho iniziato ad intuire la presenza e l'azione dello Spirito Santo, allora ho pure iniziato a vivere ad una profondità diversa, nuova, insolita. Non so cosa arrivassero a pensare quelli che mi avevano conosciuto prima. Ero certamente cambiato, come fosse cambiata la mia personalità. Ma ne ringrazio il Signore: un cambiamento simile lo auguro e lo desidero per tutti. Una vita nuova s'è affacciata in me. Non so come chiamarla, forse vita interiore, o vita divina, o vita spirituale. Forse è questo l'entrare nel Regno di Dio, perché a livello di questa vita non sono più i gusti e desideri del mondo che sovrastano, ma l'amore del Padre per tutti! Sì, è proprio questa la soglia del Regno dei cieli!

Ero molto superficiale per davvero. Mi verrebbe da arrossire al pensarci! Anche la mia curiosità era solo manifestazione di superficialità. Sì, ero curioso. Anch'io, assieme a mio fratello e ai due figli di Giona, mi sono permesso di chiedere al Maestro cose che non occorreva chiedere. Ma ero superficiale, mi accontentavo e cercavo la scorza della realtà. Gli ho chiesto in quale occasione o in quale anno sarebbero dovuti accadere certi fatti importanti. Era una domanda di curiosità. Volevo sapere per sapere, conoscere i segreti di Dio per il gusto di conoscerli o, chissà cosa c’era in me, forse il desiderio di essere da più degli altri, di essere informato per primo in modo da poter dire: «Lo sapevo già»!

Era curiosità che mi portava fuori dal mio compito, dall'attenzione al mio Signore. La mia vita è in Lui, nell'esser nascosto in Lui: lo dovevo imparare. Non mi serve sapere quando accadrà un fatto importante, ma mi serve invece rimanere oggi immerso nell'amore del Padre, aggrappato a Gesù.

Nemmeno gli angeli sanno il futuro, nemmeno Gesù, il Maestro, se ne preoccupa. Anch'io, suo discepolo, non mi voglio crogiolare nelle fantasticherie e nella ricerca di pronostici e presentimenti. Su queste cose gioca il Maligno.

Per questo i curiosi rimangono sempre lontani dalla realtà, sempre fuori dal cuore di Dio. Egli infatti non apre il suo cuore a coloro che si avvicinano a Lui per sapere, ma a coloro che si accostano a Lui per offrirsi, per rendersi disponibili, per amarlo. Ad essi il Padre apre il cuore e manifesta i suoi segreti, senza che lo chiedano, senza che se ne accorgano. Dio non apre il cuore a coloro che lo vogliono studiare e farsi grandi di quanto hanno visto nella Sua luce. Il Padre diviene cuore trasparente a chi vi si immerge con l'amore: e questo capita ai piccoli e agli umili, a chi s'accontenta. Ce l'ha detto un giorno il nostro Maestro, ed io l'ho sperimentato. Quando cerco di capire Dio, m'allontano da Lui. Quando desidero amarlo e sparire in Lui, allora lo comprendo! È meraviglioso e strano il modo di fare di Dio! È sapiente. È beata la povertà nello spirito. Lo spirito umile e povero, che non va in cerca di grandezze, che non cerca di sapere tutto e subito, questo spirito è beato. È nelle condizioni ideali per ricevere la luce del Regno.

È beato chi avvicina il Signore e le sue creature con riconoscenza, non con curiosità! La curiosità rivolta alle cose di Dio o alle sue creature impedisce di vedere Dio. Ho imparato ad accontentarmi di quello che Gesù stesso mi dice: quello è utile e necessario perché la mia vita diventi Sua, manifestazione della Sua!

La curiosità porta con sé desideri di vanità, come è successo proprio a me. Volevo sapere in anticipo quale fosse il mio posto, per accaparrarmi il primo. E ho attirato in questa stranezza anche mio fratello più giovane: Gesù è stato buono, non mi ha sgridato, ma mi ha portato a vedere che il mio posto deve essere il Suo: offrirmi al Padre, bere al suo calice amaro, donare la vita.

Quando cerco qualcosa per me, sia un posto, sia qualcosa da sapere con curiosità, non vivo vita divina, perché sono egocentrico! Solo quando posso dire «eccomi», «si compia in me la tua Parola», allora la mia vita e quella del Figlio sono una sola!

 

Io, Giacomo di Zebedeo, figlio del tuono, sono contento di dirti che la povertà interiore, l'accontentarsi di tutto, lo star silenziosi è grande dono e aiuto ad amare Gesù!

Il non desiderar nulla per sé è grande guadagno: ti attira la pace di Dio e la somiglianza a Lui!

 

 

QUELLO ...

“... che Gesù amava” (Gv 13,23)

(della castità)

 

Desidero che il mio nome non compaia scritto sulla carta! Solo quello di Gesù ne è degno. E finché la mia persona può lasciare il posto alla sua ne godo e ne sono onorato. Mi pare sia questo anche il significato di ogni vera adorazione e di ogni vero amore. L'adorazione è il prostrarsi per non fare da ostacolo alla luce di Dio, perché la Sua presenza possa occupare tutto lo spazio. E il vero amore è quello che comunica la massima libertà e dà totale fiducia.

Di me perciò voglio dire solo ciò che può dar gloria a Lui, a Gesù!

In me infatti esiste di "vero" e di "buono" solo ciò che Gesù vi ha messo.

Egli mi ha amato. Egli per me è stato tutto: padre, madre, fratello e amico, Egli è diventato la mia vita. Io sono vivo e presente nel Regno di Dio per quel tanto - veramente molto! - che Gesù mi ha amato.

Sono sicuro che Gesù ha donato a tutti amore, ne ha donato molto a ciascuno. Non voglio però nascondere l'amore che Egli ha donato a me, non lo voglio nascondere nella massa, come se fosse scontato che, avendo Egli amato tutti, si sa che ha amato anche me. No! il Suo amore era personale. Egli ha amato me. Godo continuamente ancora al ricordo di ogni suo piccolo gesto d'amore per me.

Ogni parola che diceva era per me, ogni miracolo che ha fatto era un dono per me, ogni suo silenzio era colmo d'amore per me! Ogni sguardo, ogni passo, ogni sopportazione di fatica era amore per me. Ogni goccia di sangue che perdeva tra le sofferenze più incredibili, era un grande amore per me. Quanto mi ha amato Gesù! Ve lo voglio dire, ve lo vorrei dire affinché sappiate quanto amore c'era nel Suo Cuore!

Egli poi mi ha permesso d'essere uno dei tre testimoni dei momenti più segreti: sul Tabor ho potuto esserci anch'io, e così pure nella casa di Giairo e nel Getsemani. Una preferenza di Gesù per me? Un privilegio? Io l'ho vissuto come un privilegio, ma nel cuore del mio Signore non era preferenza, ma preparazione. Mi voleva preparare ai compiti che m'avrebbe affidato per gli altri suoi e miei amici. Era un atto d'amore per tutti! L'amore di Gesù non chiede nulla. È gratuito.

L'amore gratuito è il più bello, quello che attira di più. Per questo ho scelto anch'io di vivere il suo amore, un amore gratuito. Ho regalato la mia vita a Gesù. Gli ho voluto regalare il mio passato: non lo guardo più, non lo calcolo più mio. Ci sarà stato molto da purificare, ed Egli certo se ne prende cura.

Gli ho regalato o gli sto regalando il presente, questo momento in cui parlo con te: questo momento è suo, perciò sono più attento a Lui che a te! Gli voglio regalare il futuro; tutto il futuro della mia vita è e sarà Suo! Egli potrà disporre come vuole di me. Per questo non m'impegno con nessuno, per questo tengo il cuore libero da affetto di donna, perché sia tutto Suo il mio cuore. Tengo il cuore libero anche dagli affetti dei parenti e degli amici, perché il mio cuore non è più mio. Forse ti sarai accorto, altrimenti te lo dico senza paura di scandalizzarti, che io non amo te. No, non voglio legare il mio cuore al tuo, né permetto che il tuo si leghi al mio. E ciò avviene in un modo strano, perché tu ti senti ancor più amato, perché sei lasciato libero. Io amo Gesù. Quello che faccio è obbedienza a Lui, e perciò tu ti senti amato per davvero.

Solo Gesù è capace di lasciarsi amare da me, da un uomo, in modo gratuito. Gli uomini vogliono, o in un modo o in un altro, pagare ogni atto d'amore che ricevono. Chi lo paga col denaro, chi con un altro gesto d'amore: ma se il gesto d'amore è fatto per pagare... che amore è?

Io voglio amare solo come Gesù, gratuitamente. Perciò posso amare solo Lui. E ricevere amore solo da Lui, semmai volesse ancora darmene.

Quando tu mi ami, io ringrazio anzitutto Gesù: il tuo gesto d'amore lo prendo come da Lui! difatti se tu sai amare, questo può essere solo dono suo! Ringrazio anche te, come si ringrazia il servo che ha obbedito al suo padrone!

L'amore di Gesù, quello che Lui ha per me ed il mio per Lui, riempie la mia vita. La riempie talmente che se cercassi un altro amore mi sentirei svuotare!

L'amore di Gesù è così completo, così perfezionante che chi gode e dona amore da Lui e a Lui non ha bisogno di altre sorgenti d'amore! Egli ha detto infatti che i figli di Dio sono uguali agli angeli! (Lc 20,35).

Il corpo e l'anima non sono più decisivi, sono decisivi solo i cenni di Dio, così come per gli angeli, perché chi non si sposa si occupa solo di come piacere al Signore!

Ho scelto la via di coloro che si sono fatti eunuchi per il Regno dei cieli, di coloro che hanno riservato a Gesù tutta la capacità d'amore!

Gli uomini del mondo non apprezzano questa scelta, perché non conoscono Gesù, né quindi la ricchezza e la perfezione del suo amore! Ma sono io incaricato di farlo loro conoscere, proprio attraverso questa decisione continua; d'ogni giorno!

Sì, qualche persona del mondo, vedendo il mio amore donato tutto a Gesù, potrà accorgersi di quale forza sia carico il Regno di Dio! E qualcuno potrà forse capire che tutto l'amore appartiene a Dio, e si ricorderà che anch'egli è destinato ad immergersi in Lui! Io però non scelgo Gesù perché la mia vita sia una predica... ma solo perché Lui, Gesù, mi ha amato ed è degno di ricevere tutto l'amore!

 

Come colui che si sposa lascia il padre e la madre per vivere con il coniuge, così anch'io, avendo donato tutto me stesso a Gesù, ho lasciato i vecchi affetti, quelli che venivano dalla condizione della terra e mi trattenevano parte del cuore. Li ho lasciati.

Gesù è stato buono. Certo non meritavo tanto. Egli mi ha dato il compito di vivere con sua Madre! Gesù mi ha dato una famiglia e mi ha donato ad una famiglia, la migliore che egli potesse conoscere, l'unica di cui potesse disporre. Di sua Madre Egli poteva disporre, perché ella aveva dichiarato fedeltà a Dio, obbedienza per sempre: «Avvenga in me la tua Parola»!

Con sua Madre ho cominciato a vivere come figlio. Ho iniziato una vita «comune» per amore di Gesù con chi amava Gesù, in ubbidienza a Lui.

Donare tutto il cuore a Gesù è l'inizio di un' avventura grande, bella. Le sorprese che Egli prepara sono una ricompensa continua. Se lo amo gratuitamente, sono da Lui ricambiato in maniera "divina"!

 

Io, il discepolo che Gesù amava, ti incoraggio ad amare solo Gesù, a scegliere Lui solo, come sposo. Sposati con Lui: Egli ne è degno!

 

 

FILIPPO

“Signore mostraci il Padre e ci basta” (Gv 14,8)

(della contemplazione)

 

Io sono l'uomo delle sicurezza. Voglio arrivare subito alla conclusione, non mi piace star a pensare, valutare, considerare... Almeno così ero. Cose concrete. Anche quando Natanaele mi manifestava la sua perplessità su Gesù gli ho detto semplicemente: «Vieni e vedi». Mi è sempre piaciuto rendermi conto personalmente. Le cose riferite sono sempre filtrate, non sono genuine. Così credevo che anche Gesù mi riferisse cose filtrate quando parlava del Padre! Lo descriveva così bene come può fare solo uno che ha visto; ma lo stesso volevo vedere.

Voler vedere il Padre! Me l'ha insegnato bene quel salmo che dice: «Il tuo volto Signore io cerco, mostrami il tuo volto», ed io l'ho reso la mia preghiera preferita. Presentandosi l'occasione ne ho fatto la richiesta a Gesù: «Mostraci il Padre»! Per me sarebbe stato sufficiente, poi credevo che sarei stato soddisfatto, che sarei giunto allo scopo di tutto.

Gesù, con pazienza e... stupore, osservò: «Da tanto tempo sono con voi e tu non mi hai conosciuto, Filippo? Chi ha visto me ha visto il Padre». Io non ci capivo più nulla. Ma come? Gesù in carne ed ossa non poteva essere mica il Padre! Il Padre è spirito, è nei cieli, non ha bisogno di vestiti né di pane, il Padre non soffre il freddo né il caldo! La risposta di Gesù non mi dava soddisfazione. Eppure, se il Maestro diceva così, doveva essere così. Io avevo già visto il Padre, senza saperlo, senza essermi accorto di Lui. La risposta di Gesù mi ha lasciato pensoso: come avevo potuto essere cieco? Ed ho iniziato, senza scoraggiarmi, una nuova ricerca: guardando Gesù cercavo di vedere il Padre. Mi è rimasto poco tempo, poche ore, perché quella notte stessa Egli è stato consegnato. Ma ho avuto modo di tornare con la memoria agli anni precedenti, dal giorno in cui Egli mi ha detto quel «Seguimi” che ha cambiato la mia esistenza.

Ecco i risultati delle mie osservazioni: avevo visto Gesù accogliere con delicatezza e attenzione i bambini! Era una cosa nuova. Un uomo cerca l'attenzione delle persone mature, di coloro che lo possono onorare e rendere importante. Gesù, quando incontrava bambini, li guardava con tenerezza. Ecco, sì, ho visto allora in lui l'atteggiamento del Padre; di Lui ha detto il profeta: «Io li traevo con legami di bontà, con vincoli d'amore; ero per loro come chi solleva un bimbo alla sua guancia». Guardando Gesù ho visto il cuore tenero del Padre chinato su ogni sua creatura!

 

Avevo visto Gesù parlare alla folla con sapienza. Diceva parole che toccavano il fondo del cuore, parole di cui si sentiva la verità profonda. Non occorrevano ragionamenti per convincersi. Sentivo e sentivano che quanto diceva era vero, perché toccava la mia e la nostra esperienza. Sì, le parole di Gesù realizzavano quanto Dio per bocca di Geremia aveva già annunciato: «Porrò la mia legge nel loro animo, la scriverò sul loro cuore! Allora io sarò il loro Dio ed essi il mio popolo … Ascoltando Gesù, udivo la voce del Padre!

Avevo visto Gesù chinarsi su ammalati d'ogni sorta, averne compassione, ascoltare il loro grido di speranza o intuirlo prima che venisse formulato. E da Gesù usciva una forza che sanava tutti.

Avevo visto Gesù, ma avevo così osservato coi miei occhi la bontà del Padre che «ha ascoltato le parole della mia bocca» e che «penetra da lontano i miei pensieri», tanto da conoscere la mia parola quando non è ancora sulla lingua: così pregavo spesso con i salmi! Avevo osservato la potenza e la bontà del Padre che fascia le ferite e risana!

 

Avevo visto Gesù essere mite e arrendevole con i poveri, ma duro e fermo con le persone superbe e intransigenti. Solo ora mi rendo conto d'aver visto in Lui l'atteggiamento del Padre che «guarda verso l'umile, ma al superbo volge lo sguardo da lontano» (Sal 138,6).

Avevo visto e udito Gesù donare l'annuncio del perdono al paralitico e all'adultera, e l'avevo visto riconciliare il pubblicano Zaccheo con gli uomini e con Dio. Certo, stavo vedendo il Padre che rimette la colpa, come è scritto: «Se anche i vostri peccati fossero come scarlatto, diventeranno bianchi come neve» (Is 1,18).

 

Guardando Gesù avevo visto il Padre! Ma ancora più l'ho visto nei giorni e nelle ore della passione e della morte. Quando l'ho udito rivolgere a Giuda, nell'orto, il saluto «amico», lasciandosi baciare da lui, allora ho visto il cuore del Padre che non tiene conto delle offese e che nutre speranza fino alla fine! E contemplando Gesù in croce, come me l'ha descritto Giovanni - io, in preda alla paura e alla delusione, non mi ero azzardato a seguirlo al Calvario -, posso continuamente contemplare l'amore del Padre, di quel Padre che dà tutto se stesso per la salvezza di coloro che non lo hanno amato, accolto, ubbidito.

Osservando Gesù, avevo veramente visto il Padre!

 

Il Padre dei cieli s'è lasciato osservare da tutti in Gesù! Il velo del tempio s'è strappato. Il volto del Padre può ora essere contemplato da tutti. Io, Filippo, non cesso ora di guardare Gesù per vedere il Padre! È uno sguardo che dà gioia, che dà pace. È uno sguardo che muove l'amore e dà chiarezza e forza per conoscere i miei compiti di figlio ed avere la forza gioiosa di portarli a compimento.

So che la tentazione dell'uomo - tentazione che mi prende spesso - è quella di fermarmi a contemplare gli uomini, i loro gesti, le loro azioni. Sono attraenti, perché impregnate di quell'egoismo e di quel male che dico di voler sconfiggere e vincere. Ma guardando ad esso non ricevo forza per superare le mie difficoltà, le mie debolezze, cattive tendenze e tentazioni. Guardando al male che c'è nel mondo ricevo solo tristezza e irritazione, che a lungo andare mi trascinano in atteggiamenti di curiosità e poi di giudizio e poi di condanna e d'accusa degli uomini: l’accusatore dei fratelli si troverebbe a suo agio in me, mentre dal Padre è già stato «precipitato»! Se vado in cerca del male mi ritrovo indebolito e povero.

Guardando Gesù - contemplando in Lui il Volto del Padre - il mio cuore riceve stimolo ad amare, a godere, a superare con la speranza le angosce della creazione. Allora il mio volto può donare al mondo raggi di luce, può essere specchio di ciò che vede nei cieli. La contemplazione di Dio mi dà quella forza e quella novità che sono le vere necessità degli uomini; di ogni uomo. Dalla mia contemplazione di Dio il mondo riceve speranza, riceve atti d'amore e di compassione, riceve motivi di pace e di gioia.

 

Io, il discepolo della curiosità e della concretezza, ti esorto ad adoperare molto tempo per contemplare il Padre in Gesù! Diventerai un dono prezioso per i tuoi fratelli di fede e per tutti gli uomini!

 

 

BARTOLOMEO

«Come mi conosci?» (Gv 1,48)

(dell'entusiasmo)

 

Io, figlio di Tolomeo, ho ricevuto un bel nome quando sono stato circonciso: Natanael, «Dio ha dato». La mia vita, la mia presenza qui e, ancor più, il mio essere tra quelli che seguono Gesù, è dono di Dio! Pur essendo un vero Israelita, uno di quelli della prima ora, che non si sono corrotti né con l'oro, né con le divinità straniere, voglio ammettere con riconoscenza che ciò è dovuto solo alla bontà di Dio. Non ho nulla di cui vantarmi! Tutto il bene, tutto ciò che è bello viene dal Padre!

 

Devo ammettere che nella mia semplicità e nella mia capacità di stupirmi ha posto le radici una caratteristica del mio temperamento: l'entusiasmo! Mi entusiasmo facilmente! Vedo le cose belle, doni di Dio, e mi entusiasmo. Incontro persone in cui ha agito la misericordia e la sapienza di Dio, e mi entusiasmo. Così molti mi hanno preso per un tipo simpatico, e mi vogliono bene. Chissà che Filippo, proprio per questo, non sia venuto così in fretta da me a raccontarmi dell'uomo di Nazareth, sapendo che questa notizia mi avrebbe subito entusiasmato? Io invece l'ho subito deluso. Conoscevo Nazareth: nulla di speciale, nemmeno i suoi abitanti. Perciò gli ho risposto freddamente con una frase che è divenuta famosa: «Da Nazareth può mai venire qualcosa di buono?». Deludere ed esser delusi è tipico dagli entusiasti. Così la natura che ci presenta le magnifiche catene di monti deve accompagnare le stesse con innumerevoli valli. Entusiasmo e depressione sono gemelli.

I miei entusiasmi mi rendono simpatico. Ma se mi mancano divento subito antipatico, pensoso, quasi vuoto. Molte esperienze mi sono state di insegnamento e di luce. Mi sono reso conto che l'entusiasmo non regge la fede. C'è voluto molto ad accorgermene, ma quel famoso giovedì notte, quando con gli altri anch'io sono fuggito, mi sono accorto che ciò che è necessario per sostenere la fede è l'amore, un amore che sa compromettersi, provato e silenzioso. L'amore frutto dell'entusiasmo non regge le difficoltà. La fede entusiastica si lascia soffocare facilmente dalle prime situazioni della vita in cui sarebbe invece richiesto che fosse adoperata concretamente.

Ho imparato a mie spese. Dopo quella notte e quel sabato tremendo, muto e terrorizzato, il mio carattere è sensibilmente cambiato. L'entusiasmo ha lasciato il posto alla riflessione, alla interiorizzazione dei fatti e delle parole. Ammiravo Maria, la Madre di Gesù, che apprezzava e desiderava il silenzio: come aveva potuto accostarsi alla croce? come aveva potuto mantenere la pace ed una saldezza di fede incrollabile pur in una situazione più terribile della mia? non era mai stata entusiasta di Gesù, né delle sue opere. Quando godeva di Lui, lo godeva nel silenzio; quando io mi entusiasmavo per qualche miracolo, Lei chiudeva gli occhi e si raccoglieva. E rimaneva nella pace. Nemmeno il Calvario gliene ha scossa la profondità. Un atteggiamento che in qualche misura ho riscontrato anche in Giovanni. Ed è stato l'unico, lui, il più giovane, ad avere coraggio.

Ho riflettuto a lungo su queste cose. Mi sono accorto che la gioia dell'entusiasmo, gioia che diviene subito esteriore, attira l'attenzione degli altri su me stesso. Chi mi vede esultare entusiasta per Gesù, non guarda più a Lui, ma è attratto dal mio modo di essere. In questo sta la menzogna. Ed è uguale a quella della depressione, della tristezza che viene dalle delusioni. Anche in tal caso i frutti sono della stessa radice: l'attenzione di chi mi sta attorno viene attratta dal mio «io», come fosse una calamita che polarizza tutto attorno a sé. Giochi dello spirito umano. Ed eccomi allora in preda alla menzogna. La menzogna consiste nel nascondere Dio. Quando io in qualsiasi modo metto in mostra me stesso attirando su di me l'attenzione degli uomini, invece che aiutarli ad orientarsi a Dio, sono nella menzogna. Così facevano gli spiriti immondi che Gesù faceva tacere. Li faceva tacere perché proclamavano la verità con spirito di menzogna: attiravano l'ammirazione su di sé invece che aiutare ad obbedire e adorare Gesù.

In qualche sia pur debole misura anche il mio entusiasmo, come le mie depressioni, tendono a divenire centro d'attenzione, a distogliere me e gli altri dalla contemplazione e dall'obbedienza a Dio.

Con fatica, ma con gioiosa decisione, mi sono avviato sulla via del silenzio. Ho cominciato così: quando vedevo qualcosa o qualcuno che tendeva ad entusiasmarmi, provavo a chiedermi cosa intendesse dirmi il Signore attraverso quell'incontro. E quando qualcosa mi portava alla depressione, ancora mi chiedevo quale fosse il messaggio di Dio per me.

Così succedeva, e ancora succede, che non mi chiudo in me stesso, rimango invece aperto al rapporto con Dio. Rimane su di me lo Spirito Santo, ed Egli mi mantiene nella serenità e fiducia e nello stupore silenzioso dei modi di fare del Padre.

 

La mia strada diviene man mano sempre più pianeggiante! Qualcuno mi dice che sto diventando indifferente. Non me la prendo; so invece di star maturando in quest' attenzione a Dio piuttosto che alle cose. Qualcun altro mi dice che mi trova più riflessivo, quasi imperturbabile. Altri mi dicono cose ancora diverse… Tutti dicono qualcosa, qualcosa che si fonda sul loro grado di esperienza nella vita spirituale. Chi vive in intimità con Gesù, mio unico Signore, mi sorride silenziosamente e con gli occhi mi dice la sua comprensione.

Giovanni il Battista aveva esortato ad abbattere le montagne ed a riempire le valli per preparare una via piana al Signore che viene. Che abbia inteso qualcosa di simile a questa mia esperienza? Abbassare i monti dell'entusiasmo e alzare le valli delle depressioni perché il Signore possa camminare senza ostacoli nei nostri cuori e agire in essi senza impedimenti?

Anche se il Battista non lo intendeva, te lo dico io ora, dopo aver provato personalmente, io, Bartolomeo di Cana di Galilea.

Ora, dopo queste esperienze, capisco un po' come mai Gesù mi ha conosciuto di colpo, la prima volta che mi ha visto, sotto il fico. Ora che ho conosciuto Lui, Egli m'è divenuto luce che mi fa "conoscere" chi incontro. Di essi vedo se sono di Dio o se ancora non gli appartengono. Sono un pover'uomo, ma per grazia di Dio illuminato da Lui.

 

 

MATTEO

«Gesù stava a mensa in casa di lui» (Mc 2,15)

(dell'amore ai peccatori)

 

La prima volta Gesù ha accettato di venire da me, in casa mia, a mangiare. Dopo quel giorno io sono sempre andato con Lui. È venuto a mangiare da me. Non me lo sarei aspettato, anzi! Chi conosce e osserva la legge non va in casa dell'esattore delle tasse; egli è persona immonda, la sua casa è luogo impuro. Perché mai Gesù è venuto da me?

Forse che Egli aveva un'altra legge nel cuore? Oppure io stesso, dal momento che avevo deciso di seguirlo, non ero più immondo, né la mia casa era più la casa di un pubblicano, ma la casa di un amico di Dio? Mi pare questa sia la risposta più vera. Gesù è il Santo, e chi s'avvicina a Lui e lo accoglie si ritrova purificato!

Anche al mio collega di Gerico, Zaccheo, è successa la stessa cosa. Ha guardato a Gesù con amore di tra le foglie del sicomoro; da quel momento egli non era più peccatore, non più nella tenebra, perché aveva ritrovato la strada e aperto le finestre del cuore alla luce. Da quell'istante era figlio di Dio: perché non entrare in casa sua? È Gesù la giustificazione e la santificazione.

Dove Egli arriva e viene accolto, là è compiuta la Legge, là scompare la tenebra del peccato. Egli può andare ovunque.

Solo chi è peccatore, ovunque vada contamina tutto. A meno che non vada da Lui, lo accolga, lo tenga nel cuore. Anch'io, da quando amo Gesù, m'accorgo di essere libero, libero di andare ovunque senza contaminarmi.

 

Sì, è strano. Se amo Gesù tutto mi diventa possibile. Se amo Gesù mi riesce perfino di amare il peccatore. Quando tutto il mio amore è per l'unigenito Figlio di Dio, sembra che il mio cuore respiri amore e ne abbia veramente per tutti, anche per quelli che mi hanno fatto soffrire. Essi sono stati vittima del peccato, è questo che mi ha fato soffrire! Hanno bisogno d'essere amati. Io, amando Gesù, divento uno con lui e mi ritrovo a comprendere e volere di essere donato anch'io con Lui perché essi incontrino le braccia del Padre.

 

Mi sono accorto che l'amore per i peccatori esiste in me unicamente quando amo solo Gesù.

Ti sembrerà un controsenso, ma non è così: è proprio vero. Se amo qualcun altro, divento difensore degli uomini contro altri uomini. Se amo qualcun altro invece che solo Gesù, comincio a dividere categorie e classi, uomini e donne, giovani e vecchi. Le differenze della vita divengono spade che dividono i cuori. Per avere amore per tutti devo proprio limitarmi ad amare solo il Figlio di Dio.

Quando amo solo Gesù sono libero da simpatie e da antipatie, libero da sensi di inferiorità e di superiorità. Quando amo solo Gesù mi ritrovo libero dai giudizi degli altri e dai miei giudizi sugli altri. Quando giudico gli altri avviene spesso che il loro peccato - vero o presunto - influisce sul mio cuore, sul mio amore, sulla mia libertà: mi ritrovo dipendente dalle azioni degli altri, al punto da non amarli o da arrabbiarmi, se le loro azioni mi sembrano sbagliate. Il giudizio mi viene così facile! Sembra innato in me. Mi pare di poter dire che sia questo il vero pomo d'Adamo! Il giudizio infatti mi viene spontaneo perché credo di poter decidere cos'è il bene e cos'è il male per gli altri, e per me! Partecipo dell'aver mangiato dell'albero della conoscenza del bene e del male: è un grosso impedimento all'amore, è entrare nella tenebra fitta, un non capirci più nulla.

Posso uscirne solo fidandomi di Gesù: solo a Lui, solo al Figlio, appartiene quell'Albero! Egli sa quale sia il bene e il male per me e per gli altri, e perciò in qualsiasi occasione obbedirò a lui.

Non mi chiederò più cos'è il bene e il male, lo chiederò a Lui! Alla sua Parola darò piena fiducia, senza giudicarla. Di me è stato scritto: «Alzatosi, lo seguì». In quella parola c'è tutto questo anelito del mio cuore, desiderio di lasciare ogni giudizio a Gesù, poiché Egli solo ha ricevuto il compito di giudicare. Io voglio essere attento a Lui e pensare quello che Lui pensa, fare quello che Lui fa!

 

Mi sono accorto a più riprese che solo quando guardo a Gesù riesco ad amare gli uomini. Vedo infatti che Gesù è venuto per donare amore ai peccatori, è venuto per dare loro la certezza della benevolenza del Padre. Gesù ha uno sguardo di preferenza per coloro che sono fuori strada, e si rallegra, come il pastore che ritrova la pecora perduta, quando può incontrare i loro occhi. Ho visto la gioia di Gesù quando ha potuto dire a Zaccheo: «Scendi, devo venire a casa tua!». Io non riesco ad amare i peccatori, soprattutto quelli che hanno peccato contro di me. Ma se ricordo il mio Maestro, allora posso unirmi a Lui per donare a tutti l'amore del Padre! L'amore di Gesù per i peccatori è veramente un mistero! Egli ama colui che fa il male perché costui è una persona da riportare al Padre. E del Padre sappiamo che non vuole la morte del peccatore, ma che si converta e viva! Attraverso Gesù arriva al peccatore l'amore del Padre. Quanto più è fitta la tenebra, tanto più è gradita ed apprezzata la luce! Così mi spiego la bellezza e la grandezza della fede di coloro che sono stati grandi peccatori. Anche il peccatore è chiamato ad essere santo! Anch'io, peccatore e pubblicano, sono stato chiamato ad essere santo! Alla scuola di Gesù ho imparato a vedere nell'uomo non ciò che egli ha fatto, ma la grandezza cui Dio lo chiama, l'intenzione del Padre su di lui. In tal modo il mio cuore rimane sempre nell'amore, rimane sempre in Dio!

 

Io, Matteo Levi, non sono degno di dirti queste realtà: ma Gesù è degno che le sue intenzioni vengano conosciute. Perciò, anche se sono lontano dal praticarle appieno, te le comunico, e tu, col tuo esempio, mi aiuterai a viverle ogni giorno, rinnovando l'amore per il Figlio di Dio che mi ha chiamato con sé.

 

TOMMASO

“Non era con loro” (Gv 20,24)

(della direzione spirituale)

 

Non ho mai fatto bella figura, ed il mio nome è stato legato addirittura a proverbi e detti che mi disonoreranno nei secoli. Ma non m'importa. Sono lieto d'essere nel numero di coloro che sono stati scelti da Gesù e con quanto dirò voglio indicarti una strada per renderti strumento di un modo di presenza di Lui.

Io che non ho creduto alla risurrezione del Signore se non dopo aver toccato, io che ero assente all'incontro del miei fratelli col Signore, voglio ora riparare a quel grave atto di sfiducia. Non avevo dato a Gesù la fiducia che Egli avesse potuto comunicarmi il suo messaggio attraverso i fratelli e non ho dato fiducia ai fratelli che la loro gioia fosse motivata per davvero dalla risurrezione di Gesù. Egli è stato buono con me, ed io ora gli voglio fare spazio! Non ti voglio convincere, ti voglio fare una proposta.

Gesù un giorno ci ha detto: “Dove sono due o tre riuniti nel mio Nome, Io sono in mezzo a loro”. Voglio proporti di essere con costanza e continuità uno di quei due che si riunisce nel Nome di Gesù! Potrà costarti molto, potrà essere un peso grande, ma pensa alla bellezza e all'opera che Gesù può compiere se Egli è presente! Che Egli abbia un luogo concreto di presenza, è più importante della mia libertà e della mia autonomia! Gesù, il Salvatore unico dell'uomo, presente nella concretezza di un rapporto tra discepoli!

Anche tu puoi essere uno dei due che vivono in continuità uniti nel nome di Gesù!

 

Questo succede certamente già in molti modi, quando ti riunisci ad esempio per la preghiera o per qualche celebrazione. Ma l'unità che puoi vivere in tali occasioni è molto limitata e non dura a lungo. Più durevole e maggiormente profonda è l'unità vissuta da coloro che sono chiamati a vivere in comunità! Ma c'è un modo di vivere l'unità nel Nome di Gesù, quello che voglio proporti chiunque tu sia, che riesce possibile ad ogni cristiano, anche se non ha una chiamata particolare di vita comune.

Puoi cercare unità con un discepolo di Gesù che sia per te come padre, padre spirituale. Con lui il tuo cuore può essere totalmente aperto, e l'unità nel Nome di Gesù può raggiungere tutte le dimensioni della vita, le più profonde. L'unità voluta e cercata per amore di Gesù con un padre spirituale rende vera e piena e concreta la parola che Gesù ha detto e così anche la Sua presenza può assumere dimensioni e concretezza inaspettate.

Me ne sono accorto dai frutti: frutti di pace e di gioia e di amore mi rendono certo che in quell'unità lo Spirito di Gesù è all'opera. L'unità che posso vivere, unità di figlio col padre, è nientemeno che specchio dell'unità che vive Dio Figlio e Padre!

Vivere in pienezza quest'unità ti costerà, come a Gesù, cui il suo vivere l'unità col Padre è costato morire. Essere unito al Padre che ama i peccatori è costato a Gesù rimanere nell'amore e nell'offerta di sé anche sul Calvario: un aspetto dell'unità che noi chiamiamo obbedienza e che ha il colore del rinnegare la propria volontà e le proprie idee.

Vivere l'unità per amore di Gesù con il padre spirituale è vivere obbedienza, è morire. Ma lo farai volentieri perché a questo prezzo Gesù può rendere concreta oggi la sua potenza d'amore. Vivere l'unità col padre spirituale non è anzitutto vivere con uno che mi comandi e mi guidi, ma è essere in unità con uno che ama Gesù e che cerca con me il suo Regno. Io lo chiamerò padre, perché attraverso di lui consegno la mia vita al Signore. Egli sarà da parte sua mio servo e fratello, o meglio, servo di Gesù e figlio di Dio per me. Io cercherò di non fare nulla senza essere unito a lui, e di fare tutto con la sua approvazione e benedizione; così è garantito un luogo a Gesù: la nostra relazione di unità.

Il Padre dei cieli ci vedrà come fratelli che camminano insieme facendosi l'uno guida all'altro; fratelli tra i quali soffia lo Spirito d'amore, e dov'è lo Spirito, là Gesù dà garanzia e impegna la propria opera.

Questo tipo di unità lo posso vivere e lo voglio offrire a Gesù non solo mentre sono pieno di difetti o ricco di peccati o inguaiato nei problemi. Voglio offrire a Gesù questa possibilità di presenza sempre! Non solo mentre sono in formazione! Del resto, come discepolo del Signore e figlio di Dio, sono sempre in formazione, sempre a scuola!

Ti propongo uno stile di vita nuovo, ne sono certo. Ma da quel giorno, l'ottavo della risurrezione, nel quale mi sono trovato Gesù vivo e concreto davanti a me, non posso che cercare persone che si offrano per donare a Lui la possibilità d'essere ancora concretamente all'opera. So che lo ami: coraggio! So che ti preme di più la Sua Persona che non la tua personalità: coraggio! È preziosa agli occhi del Signore la morte del suoi fedeli. È prezioso al Padre il tuo morire nell'apertura e nell'obbedienza perché così Egli può generare ancora il Figlio, darlo al mondo, rendere fruttuosa la Sua presenza di Risorto! Egli, il Risorto, si è reso presente in continuità solo nella comunità riunita: forma anche tu comunità unita nel Suo Nome almeno con un suo discepolo, offrendogli così una nuova possibilità di operare!

 

Io, Tommaso, porto un nome che s'addice all'invito che t'ho rivolto. Mi chiamo Gemello! Il gemello non ha vita da solo: cresce con un altro, nasce con un altro. Il mio fratello gemello voglio sia Gesù! Ed Egli mi ha indicato la via: l'unità con i suoi. Dal giorno in cui il mio esser solo ha generato in me l'incredulità, e Gesù me ne ha liberato, non voglio più esser solo, non voglio più vivere solo. La mia vita la voglio legata ad un altro amico di Gesù, per amore Suo! Non ti voglio imbrogliare: che nessun giorno e nessuna notte ti possa trovare solo! Rischieresti di non vedere Gesù, di non accorgerti di Lui, di non essere Suo. Lega la tua vita allo spirito di un amico di Dio, e sarai salvo!

 

 

GIACOMO D'ALFEO

“Miei fratelli sono coloro che ascoltano la parola di Dio” (Lc 8,21)

(della parentela)

 

Mi hanno invidiato perché sono «fratello del Signore». È vero, sono suo parente stretto, cresciuto si può dire insieme. Anch'io per tanto tempo ho ritenuto motivo di vanto l'essere della sua parentela. Quando ho ricevuto - con gli altri - lo Spirito di fuoco, allora mi sono accorto dell’inutilità, anzi, del peso della parentela.

Essere parente di Gesù aveva significato per me conservare con Lui un legame inoperoso e sterile. Era un legame che mi impediva di cogliere il significato del gesti di Gesù; li vedevo come motivo di vanto per me, se erano gesti apprezzati dal pubblico. Li vedevo come motivo di vergogna, se il pubblico non approvava. Il legame di parentela non mi lasciava libero di amare Gesù come Figlio di Dio. E rischiava inoltre di farmi prendere posizione con Lui per non lasciarlo del tutto libero di agire come il Padre lo ispirava.

Ho avuto molto da imparare da Sua Madre. Chi era più parente di lei? Eppure quale distacco! In lei cresceva un amore di ubbidienza e di ascolto verso il suo figlio. Benché tutte le donne la invidiassero, mai si vantava d'esser qualcuno per Lui! Tra loro due non c'era più il legame di parentela, c'era solo l'amore del Padre.

Quando anche su di me è sceso il Fuoco, s'è purificato anche il mio amore per Gesù: si è liberato dalle varie incrostazioni dei legami umani. Quel fuoco è stato per me una vera liberazione: solo allora ho percepito quale dimensione profonda avesse l'unità spirituale col Figlio di Dio, quale vita nuova e vera donasse, a differenza dell'unità della parentela carnale! È tutt'un'altra cosa!

Ed allora ho cominciato a desiderare questa nuova unità anche con gli altri miei parenti, genitori, fratelli, zii e cugini vari. Li amavo tutti, anzi, credevo d'amarli. Ed essi mi amavano, mi dicevano di amarmi e di cercare il mio bene. Cercando il mio bene sono arrivati al punto da volermi distogliere dal seguire Gesù. Quando sono venuti a cercarlo per portarselo via, perché ritenuto in fase di esaurimento psichico, quale pressione hanno esercitato anche su di me, a parole e senza parole!

Mi comunicavano, anche a distanza, una grande oppressione con i loro pensieri di critica e i loro giudizi e con le loro «giustificate» pretese. Tutte le strade erano loro lecite pur di privarmi della mia libertà. Chi mi diceva che Gesù era un esaltato, chi insisteva che dovevo tenere i piedi per terra e non fidarmi troppo di quel che diceva lui, chi mi voleva convincere che tutti gli altri undici erano stati plagiati e non dovevo pure io correre quel rischio. Altre volte ricorrevano a stratagemmi affettivi: quando i miei genitori fossero diventati vecchi, dovevo occuparmi di loro; e c'erano ancora fratelli più piccoli cui avrei dovuto provvedere col mio lavoro...

Altre volte i ragionamenti sembravano proprio convincermi: puoi far del bene anche qui, al nostro paese, in casa nostra. Era vero: potevo far del bene... ma fare del bene non è seguire Gesù! Seguire Gesù è diverso dal far del bene: anche il pagano può far del bene, come pure il fariseo. Se Gesù mi chiede di seguirlo, questo è «il bene» che Dio richiede da me.

Quante lotte interiori a causa dei miei parenti! Qualcuno di loro ha finito col credermi, con l'amarmi ancora più: erano quelli che avevano cominciato a veder di buon occhio Gesù. Altri hanno finito col rompere con me: l'esser parenti non è servito che ad eliminarmi della loro cerchia. E sono quelli che con Gesù hanno conservato solo un rapporto di interesse: «Forse un giorno potremmo aver bisogno di lui, o per la salute o per il lavoro»...

In ogni caso mi sono accorto che con i parenti devo avere un cuore vigilante. Essi portano la mia attenzione sempre a me stesso distogliendomi dal donare la mia vita a Dio. «Sta' attento alla salute, guarda di non ammalarti! Mangia di questo o di quest'altro: te lo porto io se non te lo danno! Non strapazzarti... non... non...». Mi pare sempre di dover rispondere loro quello che Gesù stesso ha detto a Simone Pietro quando non lo voleva veder soffrire:

«Va' via da me, Satana! Non pensi secondo Dio, ma porti i pensieri del mondo». È proprio così, nella stragrande maggioranza dei casi. I miei parenti vorrebbero riempire la mia sequela con i pensieri del mondo, vorrebbero farmi tornare indietro. I loro discorsi sono terreni, umani, carnali, mentre io ormai ho scelto un altro mondo e quindi ho altre prospettive, quelle della vita spirituale ed interiore. Io cerco il Regno di Dio anche a prezzo della mia salute, a costo della mia vita. Quanta vigilanza!

 

Credevo di amarli, i miei parenti. A Pentecoste mi sono accorto che l'amore che avevo per loro non era amore: era solo un sentimento naturale, come un pezzo della mia anima desiderosa di star bene.

L'amore vero per i parenti avrebbe dovuto manifestarsi col donare loro ciò che io avevo di più prezioso, di maggiormente arricchente. Il mio tesoro è Gesù!

L'amore vero verso i parenti mi fa comunicare loro Gesù: con le parole, senza parole, col cuore. Ecco il mio nuovo amore per loro! Non li amo perché parenti, li amo perché io sono di Gesù, perché Egli li ama e desidera farsi conoscere anche da loro.

 

L'amore «di parentela» che avevo verso Gesù ha dovuto scomparire, esser spezzato perché potessi amarlo con l'amore del Padre e lasciarmi amare da Lui. L'amore di parentela verso i miei parenti deve anch'esso esser spezzato perché io possa esser posseduto pienamente dallo Spirito Santo, dall'amore divino che è spirituale e viene solo incatenato e condizionato dai sentimenti umani chiamati amore. Questo modo di rompere i legami affettivi, pur sembrando crudeltà, è invece come lo spezzare la noce: non la puoi godere finché non la spezzi! Finché non si rompono i legami affettivi non si può ricevere e donare l'amore vero, quello di Dio, se non parzialmente. La mia esperienza, simile a quella degli altri undici, non lascia dubbi.

Io, Giacomo di Alfeo, fratello del Signore, ti voglio esortare a donare tutto il cuore a Gesù. Anche se i tuoi cari te lo vogliono impedire, non desistere. Li ami molto di più quando sei «tutto» del Signore! Ed essi stessi, quando vedranno che sei fermo e s'accorgeranno che la tua è vita e non infatuazione d'un momento, te ne saranno riconoscenti. Passerà qualche anno, il tempo della tua fedeltà e della pazienza di Dio.

 

 

SIMONE LO ZELOTA

Egli parlava del tempio del suo corpo. (Gv 2,21)

(dell'amore a Gesù)

 

Anche Gesù ha adoperato la parola da cui è nato il mio soprannome: «Lo zelo per la tua casa mi divora»! Anche Gesù era zelota: non come me. Io cercavo con passione una via politica alla libertà della mia nazione. Mi ero immerso in una serie di convinzioni che mi davano prestigio agli occhi degli uomini. Ero, o mi credevo, nella veste del liberatore.

Gesù ha chiamato anche me a seguirlo.

In un primo tempo pensavo e sognavo la rivoluzione che Egli avrebbe dovuto programmare e sostenere. Lentamente, ma ogni giorno di più e con stupore, mi rendevo conto che Gesù era diverso dai miei pensieri. Egli non parlava di governo né di politica. Parlava di convivenza nell'amore da praticare, non da far praticare. Parlava di giustizia da vivere, non da pretendere. Con estrema lentezza comprendevo, guardando Gesù, che gli uomini non hanno bisogno di capi migliori, hanno bisogno di servi. E i servi non comandano, ma amano. Gesù era per davvero servo che voleva rimanere a servire e fuggiva gli uomini che volevano alzarlo sul piedestallo del dominio. Quando venivano per prenderlo e farlo re, Egli s'è dileguato. Sapeva chi lo voleva a capo delle nazioni: il Maligno. Sì, Satana gli avrebbe dato il dominio purché l'avesse adorato. Comandare sugli altri, dominare le nazioni, è la conseguenza dell'adorazione di Satana. I fatti lo dimostrano! Il mio zelo per la politica ha preso una nuova direzione. Prima mi battevo perché il tempio, cioè l'istituzione giudaica, fosse libera dalle intromissioni romane. Volevo che il tempio, cioè la mia nazione organizzata attorno al tempio, fosse l'unica forma di autorità per i miei fratelli di Giudea e di Galilea. Ora vedo che l'unico tempio attorno al quale vale la pena stringersi è la persona del mio Maestro, Gesù!

L'istituzione del tempio, pur essendo ereditata dai padri, è ancora una forma di oppressione dell'uomo: Gesù lo aveva fatto notare il giorno in cui, com'era scritto del Messia, ha usato la sferza nel piazzale per far uscire pecore e buoi. L'istituzione del tempio era divenuta impedimento all'incontro dell'uomo col Padre. Favoriva un incontro dell'uomo con un Dio anonimo, un Dio trasformato in commerciante! Se gli davi una colomba ti dava il perdono, se gli davi una pecora ti dava amicizia. Un Dio uguale a quello dei pagani. Mi rendevo conto che anche se il tempio fosse diventato libero dai tributi, non avrebbe dato libertà ai cuori.

 

C'è un nuovo tempio per cui impegnare il mio zelo! È il «corpo» di Gesù! È Gesù vero uomo l'unico luogo ove incontriamo il Padre. È Lui, la sua Persona, l'unico luogo di libertà. È con Lui che in ogni luogo, in ogni momento, ci troviamo in casa nostra perché Egli è la dimora del Padre.

Anch'io, come gli altri miei fratelli, l'ho compreso un po' solo dopo che Gesù ha soffiato su di me il Suo Spirito. Prima mi rimaneva un mistero.

A molti rimane mistero. Tra le persone che amano essere intelligenti, che cercano i sottili ragionamenti si diffonde un modo di pensare pericoloso. Credono che la missione di Gesù sia finita e siano rimaste alcune belle idee, convinzioni da avere, parole da praticare. Essi le chiamano addirittura teologie! Ma dimenticano che l'uomo si salva nell'incontro con la Persona di Gesù: persona concreta, uomo in carne ed ossa, non fantasma, come Egli ci ha fatto notare il giorno in cui ci ha spaventati presentandosi in mezzo a noi a porte chiuse. Il figlio di Zebedeo ha scritto una lettera per mettere in guardia i credenti dagli anticristi che riducono il Vangelo ad una serie di belle idee e distolgono così i cuori dall'amare la Persona di Gesù. Io non ho scritto, ma quale zelo mi divora per l'unico vero “tempio che è il suo corpo»! Gesù è presente, è con noi ogni giorno, perché lo possiamo amare. Amando Lui amiamo il Padre ed entriamo nella sua intimità.

Amando la Persona di Gesù troviamo salvezza da questo mondo che rovescia i valori, che distrugge l'uomo e le convivenze umane. Amando la Persona di Gesù ricostruiremo ancora l'armonia nel nostro cuore e nella nostra casa e nella nostra convivenza sociale. Amando la Persona di Gesù i regni di questo mondo non fanno più paura e non fanno più problema.

 

La missione di Gesù non è finita. La continuiamo noi, i dodici, membra del Suo Corpo. Solo quando rimango unito alla Sua Persona, con amore per Lui, m'accorgo di continuare il Suo compito, il Suo morire nell'amore. Quando invece voglio convincere gli altri delle belle idee che ho su Dio e sull'uomo, allora Dio è morto in me.

Voler convincere è già dominare!

La vita di Dio non si comunica - almeno mai l'ho sperimentato - con le convinzioni, ma con la testimonianza. E l'unica testimonianza che dona vita divina è l'amore per Gesù!

 

Io, Simone soprannominato Zelota, ti voglio donare la mia perla: amare Gesù! Egli è il tesoro nascosto nel campo! questa è la vita eterna, che rimane oltrepassando ogni esperienza e ogni avvenimento terreno, che ringiovanisce man mano che gli anni passano. Amare la persona di Gesù. Quando amo Gesù, Dio non è lontano, è nel mio cuore! e nulla e nessuno più è necessario.

 

 

GIUDA Di GIACOMO

«Costruite il vostro edificio spirituale sopra la vostra santissima fede» (Gd 20)

(dell'identità di Dio e dell'uomo)

 

Ho imparato a non vantarmi di nulla. Mi vantavo del mio nome: era il più ambito e bello perché il nome del padre della tribù fortunata e benedetta. Ma proprio questo mio nome è stato distrutto dal traditore dell'Uomo e dell'umanità. Ora mi vanto solo del Nome di Gesù. Di questo Nome vado orgoglioso. È il Nome che mi unisce a Dio, il Nome che mi tiene gli occhi rivolti al cielo, il Nome che riempie il mio cuore di speranza e d'amore. Il Nome di Gesù è il Nome legato per sempre al Padre dei Cieli. È il nome unico che sostituisce quello triplice del padri per identificare il Dio vero, quello che ama gli uomini ed entra nella loro vita.

Conoscevamo e distinguevamo il Dio vero ed eterno col nome del padre Abramo, di Isacco e di Giacobbe: il Dio che attraverso la loro fede obbediente era entrato nel nostro sangue, nella nostra storia. Il Dio unico lo conoscevamo attraverso la triplice ubbidienza d'amore di questi tre padri: ora lo conosciamo non più così, ma attraverso l'unico Figlio Gesù. L'identità di Dio, dell'unico vero e santo Dio, ci viene data da Gesù.

Se gli uomini fanno a meno o ignorano questo Nome, non arrivano a conoscere Dio! Per questo voglio mettere in guardia i cristiani: essi assumono facilmente - cedendo all'insidia del voler essere accolti nel mondo - il linguaggio degli uomini del mondo, che parlano di Dio senza identificarlo. Guardando a Dio senza una identità concreta, storica, incarnata nell'umanità, facilmente vedono un Dio fatto di idee, distante, con caratteristiche deformabili o trasformabili dalle varie culture e dai vari condizionamenti delle abitudini morali e sociali. Il Dio dei filosofi è un Dio senza volto e senza mani, e così il Dio di quei «teologi» che guardano più agli uomini che a Gesù! E questo Dio diventa o spauracchio o uno che giustifica tutto, non più capace di chiedere cambiamenti di vita, di programmi, non più capace di chiamare!

Guardiamo, fratelli, solamente al Dio Padre di Gesù! Conosciamo Dio solo amando e condividendo Gesù: allora lo scopriremo vivo, capace di parlarci e di chiederci scelte radicali, capace di chiederci povertà, sacrificio, servizi all'umanità.

Se conosciamo Dio attraverso il Nome di Gesù lo troveremo Padre: non un Dio nelle nostre mani, ma un Dio capace di tenere la nostra vita nelle Sue mani.

Il Nome di Gesù è l'unico Nome importante. Esso va tenuto nel cuore, negli occhi, sulle labbra.

È il Nome che salva dall'egocentrismo e dalla confusione, salva dall'idolatria e dalla superstizione. Salva dalla superbia e dall'orgoglio.

Mi sono accorto che il Nome di Gesù è il Nome che, oltre a manifestare la vera identità di Dio, manifesta pure la vera identità dell'uomo, la mia identità.

 

Senza il Nome di Gesù io sono semplicemente uomo, creatura sì di Dio, ma in balia di forze superiori, perdente, pauroso. Col Nome di Gesù io non sono più solo uomo, ma figlio: col Nome di Gesù si evidenzia la mia realtà eterna, quella che possiedo agli occhi di Dio: sono amato da Lui, ho un Padre, sono luogo dell'amore di Dio.

Se mi chiamo uomo, rimane in evidenza la morte, la fine. Se mi chiamo figlio, viene in luce l'amore, l’eternità. Se mi chiamo uomo c'è l'ombra del peccato mio e della società. Se mi chiamo figlio giunge lo splendore del perdono. Il Nome di Gesù è indispensabile: senza di esso conosco solo la materia, la fine, la paura, la morte, non conosco me. Col Nome di Gesù conosco il mio rapporto con Dio: so chi sono: sono un essere amato da Dio!

Col Nome di Gesù tra me e Dio, non m'importa più se sono piccolo, insignificante, addirittura peccatore, perché so a chi appartengo, in quali mani è posta la mia vita. E quelle mani danno il vero valore. Che valore può avere la penna d'oro in mano al bambino che gioca a paragone con la matita di legno in mano all'artista? Le mani che la possiedono la rendono preziosa!

Con il Nome di Gesù io so a chi appartengo, conosco la mia vera identità.

Ecco perché ti raccomando di non dimenticare nel «sottinteso» il Nome di Gesù: rischieresti di dimenticare e di vanificare la tua vita e la vita del tuo Dio entrando in una vera confusione ove tutto è appiattito e uguale: le religioni uguali, i comportamenti uguali, le scelte indifferenti… Non distingueresti più le tentazioni di Satana dalle ispirazioni dello Spirito Santo, le reazioni umane delle proposte divine.

 

Io, Giuda di Giacomo, rendo grazie a Dio per il Nome che mi è stato rivelato, nome nuovo che possiede la mia vita: il Nome di Gesù. Il nome di mio padre, Giacomo, non dice più nulla della mia vita. Se vuoi conoscermi chiamami Giuda di Gesù!

 

 

MATTIA

«Divenga, insieme a noi, testimone della Sua risurrezione» (At 1,22)

(della testimonianza)

 

Ero vissuto accanto e con i dodici fin dall'inizio, fin da quando Egli è stato battezzato da Giovanni, eppure Gesù non mi ha mai chiamato. Misteri di Dio, disegni della sua imperscrutabile Sapienza!

Ora anch’io sono chiamato tra i Dodici. Il modo con cui sono stato scelto è problema secondario: ciò che importa è che il Signore mi ha scelto. Si è servito di uomini, della loro semplicità e della loro fede. E siccome Gesù aveva dato loro potere di legare e di sciogliere, io sono stato... legato alla missione degli Undici attraverso la loro chiamata. Ed eccomi apostolo e testimone per voi della risurrezione di Gesù.

Mi sono chiesto spesso il significato del mio compito: essere testimone della Risurrezione del Signore! ed è il significato della mia vita. Non credo d'aver esaurito la scoperta, ma quanto ho intuito - anche se non completo - te lo comunico.

 

Fino a quando ero testimone della morte di Gesù ero triste, avevo paura, ero preoccupato del giudizio dei capi e temevo il loro volto. Ero deluso, convinto d'esser fallito, di essere stato plagiato. La morte me la vedevo imminente, terribile, senza significato. Il mondo con la sua realtà mi dominava: la mia vita era un segno che la forza del male aveva vinto. Dio non aveva più nulla da dire, non lo interrogavo, proprio come fosse morto.

Ora so che Gesù è risorto e voglio esserne testimone; ecco il mio compito: essere lieto, fiducioso. Egli è vivo di una vita più piena, perciò sono contento anche della Sua morte e contento di partecipare anch'io della sofferenza del suo morire, poiché so di dar nuovamente alla Sua gloria occasione di manifestarsi. È faticoso esser lieto nelle sofferenze: sì, quando il dolore o l'angoscia mi porta l'attenzione su di me stesso, e vedo l'ombra della morte, allora è grande fatica godere per la vita di Gesù. La testimonianza è veramente martirio! Sono l'ultimo arrivato e già me ne accorgo. Testimoniare Gesù risorto mi pare sia già un porsi fuori dalle vedute normali del mondo, fuori dal modo di vivere generale, fuori dagli interessi che coltivano gli uomini.

Da quando ho voluto iniziare questa testimonianza mi sono ritrovato fuori dal mondo. Me l'hanno detto: sei fuggito dal mondo. Non ti fanno più reagire le cose del mondo, non ti interessano più avvenimenti e fatti di cui s'interessano le folle, quelle della piazza e quelle del circo. Ti sei rifugiato in un comodo recinto, chiuso da convinzioni che formano barriera.

 

Sembra che i miei accusatori abbiano azzeccato. Ma qualche parola non rispecchia la mia esperienza. Non sono fuggito dal mondo, sono stato chiamato e liberato dai pesi che il mondo fa portare inutilmente e dalla menzogna dei suoi interessi vani e vuoti. Se questa libertà la sperimentassero i miei accusatori, s'affretterebbero a pagare qualunque prezzo pur di esserne costantemente arricchiti! Sono stato chiamato e posto ancora nel mondo come segno di un'altra possibilità di vivere, di una vita diversa che reagisce a fatti più grandi e duraturi di quelli della cronaca quotidiana. Io sono chiamato al compito di reagire al fatto di portata universale che è la Risurrezione di Gesù.

Reagire ad essa significa godere, significa adorare, significa tacere! Reagire ad essa significa amare gli uomini con un amore diverso: con un amore che non tocca solo le loro dimensioni terrene, ma quelle eterne; un amore che dona all'uomo la conoscenza del Padre perché sappia d'essere figlio per sempre e impari con pazienza a vivere da figlio ogni giorno. Sono nel mondo come testimone d'un altro mondo.

Questa è la mia croce, questa la mia gioia.

 

Quella che sembra fuga è invece scoperta. Quelli che sembrano recinti sono braccia pronte ad accogliere, dono per coloro che sono delusi del vecchio mondo. Il vecchio mondo, quello che testimonia la morte, è dominato dal denaro e quindi dalla paura (di perderlo e di non guadagnarne) o dalla sfrenata ricerca di trasformarlo in piacere e in sicurezza per quell'avvenire che non sappiamo se ci sarà. Il vecchio mondo, che mi vorrebbe di nuovo possedere, mi mostra tesori arrugginiti e vorrebbe che io li apprezzassi e non dicessi che ormai sono spazzatura.

 

Sono lieto e mi vanto di poter dire a tutto il mondo che l'unica persona viva per sempre è Gesù; e che l'unica parola che risuonerà intatta nei secoli è la sua, e che l'unico capace di dar gioia e pace e fraternità vera è ancora Gesù.

E infine ti do la notizia personale: quando tu reagirai solo a Gesù, e gli darai la pienezza dell'amore e dell'obbedienza, allora sarai felice e godrai piena pace e riuscirai a donare amore a tutti: sarai una delle mani di Dio che carezzano gli uomini di tutto il mondo.

 

Io, Mattia, apostolo di Gesù per la gloria di Dio, ti invito ad ascoltare il Signore quando ti chiama con la voce degli altri suoi discepoli. Farà uscire il tuo cuore dal mondo terrestre ed entrerai nel mondo di Dio. Allora vivrai come testimone dell'invisibile e la tua vita avrà il significato ed il sapore dell'eternità.

 

 

PAOLO

«Io ritenni di non saper altro in mezzo a voi se non Gesù Cristo” (1Cor 2,2)

(del vedere Gesù)

 

Non sono nel numero dei dodici, benché voi mi chiamiate apostolo. E lo sono in realtà: l'ultimo, il minimo, come dice il mio nome. E siccome mi riservate onore insieme con Pietro, che ha iniziato queste pagine, voglio collaborare ad esse terminandole. Io ho incontrato Gesù. Non l'ho incontrato come i dodici in Galilea durante il suo apostolato. L'ho incontrato fuori della Palestina, in altro modo. Ma ho incontrato Lui! Egli si è messo davanti a me, mi ha colpito con il suo sguardo e con la sua voce e mi ha chiamato. Quelli che mi conoscevano non mi riconobbero più.

Egli mi ha mandato a esser confermato nell'incontro con Lui ed a continuarlo da un discepolo pauroso, ma capace di preghiera. Questi mi ha aiutato a conoscere Colui che avevo incontrato sulla strada e ha accolto nel Suo Nome il dono della mia vita. Mi ha inoltre dato parole e orientamenti da parte di Gesù.

Ho incontrato Gesù.

E da allora non cesso di cercare persone per rivelare loro questo Nome che è l'unica salvezza.

Qualcuno mi dice che incontrando le persone incontro Gesù, che Gesù è nei fratelli, nei fratelli cristiani e nei fratelli pagani; nei fratelli oppressi e nei fratelli poveri. Ma se io mi metto in questa ottica, non riconosco più quel Gesù che mi ha incontrato sulla strada di Damasco. Se vedo in ogni uomo Gesù, perdo la lingua, non ho cioè più coraggio di annunciargli la sua salvezza.

Se vedo in ogni uomo Gesù, che Gesù vedo? Un Gesù che mi chiede solo un bicchier d'acqua o l'elemosina di un sorriso o di una giornata di fatica. Invece il Gesù che ho incontrato quel giorno mi ha chiesto tutta la vita, un cambiamento radicale, un salto nella fede. Gesù l'ho incontrato nella Sua Persona, non in quella degli altri!

 

Così oggi non venitemi a dire queste cose, che annacquano la vita cristiana: la rendono sterile, senza frutto; e rendono le comunità cristiane sonnolenti e senza slancio e senza vocazioni a vita totalmente offerta al Regno di Dio.

 

Gesù lo incontro prima di incontrare i fratelli.

Nei fratelli vedo persone amate da quel Gesù che mi ha conquistato, che mi ha accecato, che mi ha guarito.

Nei fratelli vedo persone che Gesù - quello che ho incontrato io solo mentre gli altri non si rendevano conto - vuole salvare. Nei fratelli vedo il desiderio e la sete di conoscere il Figlio di Dio, il desiderio inespresso e spesso inconscio di diventare figli per Dio, fratelli di Gesù!

 

Quando incontro Gesù nella Sua Persona, allora ho coraggio e gioia per donare ai fratelli la Sua Sapienza, il Suo Nome, la Sua luce.

 

C'è un prima che non può essere sottinteso. Prima Gesù solo, a tu per tu!

 

Che ne direbbe Pietro? Mi ha confidato un suo segreto: Gesù per tre volte gli ha chiesto: «Mi ami tu»?

E Pietro, di meraviglia in meraviglia, s'accorgeva non solo che Gesù non gli chiedeva se avesse capito, se avesse imparato, se avesse studiato le sue lezioni, ma anche che Gesù non gli chiedeva se amasse «le sue pecore» e i «suoi agnelli», ma se amava solo Lui.

Così Pietro stesso s'è convinto che per pascere gli agnelli di Gesù egli avrebbe dovuto amare unicamente Gesù!

Per nutrire e guidare e curare e custodire le pecore di Gesù egli deve amare la persona di Gesù.

Mi trovo pienamente in sintonia con le deduzioni di Pietro. Io stesso, infatti, dove credete che abbia preso la forza per sopportare insulti e catene, lapidazioni e naufragi, viaggi e fatiche? Non la ricevevo dagli uomini, ma solo da Gesù che incontravo e incontro a tu per tu; nei Suoi occhi vedo l'amore del Padre per tutti gli uomini e allora nessuno più mi ferma, perché lo amo. Nulla più mi blocca o mi fa paura perché Egli mi ama!

Non sono gli uomini che mi attirano, è Gesù che mi manda!

Gesù è veramente l'uomo in cui abita corporalmente la pienezza della divinità. Se ho Lui nel cuore, gli uomini che mi incontrano possono incontrare la Sua parola, il Suo amore, la Sua salvezza. Sono stato chiamato e mandato per portare il Nome di Gesù. Lo voglio portare a tutti, anche a te: ecco, prendilo, adoralo nel cuore, mormoralo con le labbra, piega le ginocchia e lasciati cambiare. Siate un tutt'uno, tu e Gesù!

 

Io, Paolo di Tarso, non ho altro da dirti: anch'io, non sono più io che vivo, vive in me Gesù.

 

 

MARIA

“Fate quello che vi dirà” (Gv 2,5)

(della Chiesa)

 

Ho sempre ritenuto mio compito e mio amore il tacere, il ruminare nel silenzio quanto vedevo e udivo. Così, col silenzio e l'amore, ho potuto scorgere la guida di Dio e la Sua presenza paterna in ogni situazione.

Anche voi fate quello che vi dirà il mio figlio Gesù!

L'ho fatto anch'io, e ognuno che l'abbia fatto è beato! È Lui, Gesù, la Parola sicura di Dio! Obbeditegli, e sarete salvi!

Io sono stata eletta ad essere la vostra Madre. Ne godo e ne soffro, soffro come per le doglie del parto finché non siate nati a Dio, godo di vedervi uniti alla vita del mio Figlio, membra del Suo Corpo, partecipi dalla Sua Missione.

Sono la vostra Madre: vi porto tutti nel cuore, ma vi vedo nati solo quando vi vedo uniti al mio Figlio Unico. Solo allora il mio compito per voi è realizzato. Vi seguo ancora, sempre, con amore, ma con distacco: come per Gesù, divento anche per voi «donna»; quando siete uniti a Lui voglio che tutto il vostro cuore sia solo Suo. Se mi contemplerete ancora e mi chiamerete beata mi vedrete con gli occhi rivolti al Figlio di Dio, e anche voi con me guarderete a Lui.

Se sarete capaci di tenere gli occhi fissi su di Lui, allora sarete uniti, sarete famiglia, vi chiamerete Chiesa! Chiesa santa e Chiesa madre! Voi stessi, se sarete uniti a Lui e in Lui tra voi, diventerete Madre! Potrete anche voi soffrire e godere. Soffrirete gli uni per gli altri fino a che nei vostri fratelli non sia cresciuto il Figlio al punto da occupare tutto il cuore, e godrete perché parteciperete al dono di donare vita di Dio, vita eterna, agli uomini! Voi sarete Chiesa, santa Madre! Madre di santità.

Vedrete in me il vostro modello di Madre Chiesa: anche voi direte agli uomini: «Fate quello che Egli vi dirà».

Avrete in me un aiuto, un sostegno, una consolazione. E perciò anche voi, Chiesa santa, ascolterete e mediterete con amore, nel silenzio continuato, tutto ciò che il Padre ha fatto, tutto ciò che Gesù ha vissuto. Senza amore e senza silenzio voi, Chiesa, non sarete Madre: dal molto parlare nasce vento, dal silenzio nasce il Figlio di Dio. Sono beata perché ho nascosto nel silenzio i misteri di Dio: essi mi hanno trasformata, ed ora tutto il mio essere grida "silenziosamente" con gioia il Nome che vi fa vivere: Gesù!

 

 

Nulla osta: Mons. Severino Visintainer, Vic. Gen., Trento, 10/6/85