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Il SETTE DONI

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I SETTE DONI

I sette Doni

“Un germoglio spunterà dal tronco di Jesse, un virgulto germoglierà dalle sue radici. Su di lui si poserà lo spirito del Signore, spirito di sapienza e di intelligenza, spirito di consiglio e di fortezza, spirito di conoscenza e del timore del Signore”.

(Is 11,1-2)

Lo Spirito del Signore, che si posa sul germoglio del tronco di Jesse, manifesta la sua presenza in molti modi: nella nostra tradizione li chiamiamo ‘Doni’. Il testo biblico, invece, usa per essi il termine ‘spirito’.

La parola ‘Dono’ ci fa pensare a qualcosa di cui possiamo avere il possesso, mentre la parola ‘spirito’ allude ad una relazione, ad un rapporto: mi pare sia questo il termine più bello e più adatto. Le realtà di cui parliamo, infatti, esistono solamente fino a quando siamo in rapporto con il Signore; quando questo rapporto si interrompe, esse non esistono più: è importante che questo rapporto rimanga vivo, perché solo così può manifestarsi in noi la sua presenza.

Tutti questi Doni sono manifestazioni dello stesso Spirito, unico e indivisibile, Spirito di amore; sono una ricchezza molteplice, che noi possiamo vedere solo parzialmente. Pensiamo ad una montagna: noi possiamo vederne solo un versante per volta! Se volessimo vedere anche l’altro versante, dovremmo fare un po’ di fatica e salire più in alto, e se volessimo vedere tutta la montagna in un colpo solo, non ci riusciremmo; la stessa cosa accade con le manifestazioni dello Spirito del Signore; le guarderemo, perciò, una alla volta. Ogni volta vedremo un aspetto del suo amore.

Isaia parla di sei doni dello Spirito; come mai noi ne elenchiamo sette? La traduzione greca della Bibbia, eseguita dai Settanta ancora prima di Cristo, e la traduzione latina, hanno sdoppiato l’ultimo dono, “Timore del Signore”, traducendolo con: “pietà e timore del Signore”.

Don Vigilio Covi

   

Foto di copertina: l’arcobaleno sul mondo degli uomini. I sette colori sono la rifrazione dell’unica luce: questa si presenta a noi con una ricchezza molteplice, stupenda, meravigliosa. Così lo Spirito Santo è l’unico amore che riceviamo e contempliamo nei sette spiriti o sette Doni.

Spirito di Sapienza

La parola ‘sapienza’ ricorre moltissime volte nelle Sacre Scritture; in esse vi è anche un libro dal titolo: “Libro della Sapienza”. L’autore vi descrive la sapienza e ne fa l’elogio: “In essa (nella sapienza) c’è uno spirito intelligente, santo, unico, molteplice, sottile, mobile, penetrante, senza macchia, terso, inoffensivo, amante del bene, acuto, libero, benefico, amico dell’uomo, stabile, sicuro, senza affanni, onnipotente, onniveggente, e che pervade tutti gli spiriti intelligenti, puri, sottilissimi. La sapienza è il più agile di tutti i moti; per la sua purezza si diffonde e penetra in ogni cosa. È una emanazione della potenza di Dio, un effluvio genuino della gloria dell’Onnipotente, per questo nulla di contaminato in essa s’infiltra. È un riflesso della luce perenne, uno specchio senza macchia dell’attività di Dio e un’immagine della sua bontà. Sebbene unica, essa può tutto; pur rimanendo in se stessa, tutto rinnova e attraverso le età entrando nelle anime sante, forma amici di Dio e profeti” (Sap 7,22-27).

Quale elogio alla Sapienza! Ci chiediamo anche noi perciò: che cos’è la sapienza?

Essa, secondo la descrizione che abbiamo letto, è ‘parte’ dello Spirito del Signore, qualcosa che è in Dio, e che Dio dona; si manifesta anche in noi, quando siamo in rapporto con lui.

Lungo i secoli, grazie ai cambiamenti culturali e linguistici, il termine ‘sapienza’ ha assunto vari significati.

In ebraico e in greco indicava, in modo assai complesso, una conoscenza della realtà del mondo e di Dio e una conoscenza dell’uomo, del suo modo di vivere, di comportarsi, di entrare in relazione con Dio e con gli altri. In latino, invece, il termine deriva dal verbo ‘sàpere’, che potremmo tradurre: “aver sapore”.

Noi non guarderemo alla sapienza secondo il significato datole dal pensiero umano, significato mutevole, che ci potrebbe allontanare dalla verità.

Siccome, secondo la profezia di Isaia, lo Spirito del Signore, e quindi lo Spirito di Sapienza, si è posato sul germoglio di Jesse, per contemplarlo guarderemo la persona di Gesù: è lui il Germoglio! In ciò ci aiuterà la Parola di Dio.

Gesù stesso, leggendo il rotolo del profeta Isaia, nella sinagoga di Nàzaret, ha proclamato: “Lo Spirito del Signore è sopra di me” (Lc 4, 18), mentre attorno a lui “la gente rimaneva stupita e diceva: «Da dove mai viene a costui questa sapienza ? » (Mt 13,54).

San Paolo definirà esplicitamente la persona di Gesù, ‘Sapienza’: “il quale (Gesù) per opera di Dio è diventato per noi sapienza, giustizia, santificazione e redenzione” (1Cor 1,30).

Nei vangeli viene più volte ripetuto: “Gesù cresceva in sapienza, età e grazia” (Lc 2,52); il bambino Gesù, cioè, accoglieva sempre di più in se stesso la sapienza di Dio. Poi Gesù comincerà a parlare e ad agire, e diranno di lui: “Donde gli vengono queste cose? E che sapienza è mai questa che gli è stata data?” (Mc 6,2). La sapienza si manifestava in lui attraverso i suoi miracoli, tutti segni potenti di amore, non come i segni fatti da Mosé, ad esempio per aprire il mare che poi inghiottì l’esercito del faraone. Anche gli Ebrei riconoscevano che la sapienza è un dono di Dio, un dono che si manifesta attraverso i suoi miracoli di amore.

La sapienza è un dono!

Nel libro del Siracide un capitolo intero è occupato da una preghiera per ottenere la sapienza: “Ricercai assiduamente la sapienza nella preghiera. Davanti al santuario pregando la domandavo, e sino alla fine la ricercherò” (Sir 51,13). Nel Libro della Sapienza Salomone prega: “Dammi la Sapienza, che siede in trono accanto a te ... Inviala dai cieli santi, mandala dal tuo trono glorioso, perché mi assista e mi affianchi nella mia fatica e io sappia ciò che ti è gradito” (Sap 9,4-10).

La Sapienza, descritta quasi come una persona che assiste, affianca, sostiene ed illumina, è un dono, non una conquista della nostra intelligenza, dei nostri esercizi mentali, di pratiche dietetiche, di esercizi di ginnastica.

Anche Gesù possiede questo dono, e non ne è geloso, anzi, lo vuole comunicare anche ai suoi discepoli: “Io vi darò lingua e sapienza” (Lc 21,15).

Stefano, primo diacono, aveva ricevuto questo dono: “Non riuscivano a resistere alla sapienza ispirata con cui egli parlava” (At 6,10). L’aveva ricevuto vivendo in rapporto con Gesù, vivendo per lui, e l’aiutava a vivere e parlare come suo testimone. Lo Spirito di Dio aveva detto: “Manderò loro profeti ed apostoli ed essi li uccideranno, perseguiteranno” (Lc 11,49); li manda con la sapienza di cui ha parlato prima: “Vi darò lingua e sapienza”. Questa Sapienza, però, viene odiata dagli uomini: come la luce, essa è segno della presenza di Dio Padre, il quale non può gradire che gli uomini facciano quello che vogliono, che cioè vivano nell’egoismo.

Vi è anche un modo falso di usare la parola ‘sapienza’, quando la si riferisce ai ragionamenti dell’uomo, prudenti, scientifici, però finalizzati a voler salvare se stessi; ci si ingegna per progredire nel possesso del denaro e del potere e in questo si manifesta solo il proprio egoismo ed egocentrismo.

Quando Paolo si trova a Corinto, la parola ‘sapienza’ è di moda anche tra i filosofi greci: la gente, qui, conosce la sapienza come capacità di fare un tipo di ragionamento, più o meno saggio. San Paolo definisce anche questa una falsa sapienza, perché creata dall’uomo.

Ad essa fa riferimento anche Gesù, quando esclama: “Padre,… hai tenuto nascoste queste cose ai sapienti e agli intelligenti” (Mt 11,25): si riferiva non a quelli che possiedono spirito di sapienza, ma a quelli che gli uomini ritengono sapienti. Il Padre tiene nascoste le sue cose, il mistero di Dio, ai falsi sapienti; ed essi, poiché privi della Sapienza di Dio, risultano più ignoranti, e quindi meno capaci di gestire la vita, degli altri.

San Paolo, ai Corinzi, dirà: ”Il mondo, con tutta la sua sapienza, non ha conosciuto Dio” (1Cor 1,21); infatti non lo ha riconosciuto come Padre. Questa considerazione la possiamo fare anche oggi riguardo alle varie religioni: con tutta la loro sapienza, esse non sono state capaci di riconoscere Dio come Papà! Neppure noi lo potremmo, se non ci fosse stato rivelato. Davvero la sapienza del mondo è vana, povera, vuota!

Gesù dirà che la vera sapienza dell’uomo nasce dal conoscere il Figlio di Dio e dal conoscere il Padre tramite il Figlio (cfr Gv 17,3). In tale conoscenza c’è Sapienza, perché, quando l’uomo conosce il Padre tramite il Figlio, incomincia a conoscere anche se stesso, può orientare seriamente la propria vita ed evitare dolorose delusioni. “Cristo Gesù per opera di Dio è diventato per noi sapienza, giustizia, santificazione e redenzione” (1Cor 1,30) e “Cristo, potenza di Dio e sapienza di Dio” (1Cor 1,24): la sapienza di Dio si manifesta in Cristo Gesù, proprio come era stato predetto: Su di lui si poserà lo spirito del Signore, spirito di Sapienza.

San Paolo conosce il significato dato alla parola ‘sapienza’ dagli uomini, i quali, sempre alla ricerca della propria gloria, formulano filosofie e credenze al cui centro vi è l’uomo con la sua sete di denaro, di potenza, di piaceri e di vanagloria. Egli vede come la sapienza umana svuoti di significato la croce di Cristo e possa addirittura distruggere l’opera di Dio; per questo egli scrive: “Cristo ... mi ha mandato ... a predicare il vangelo; non però con un discorso sapiente, perché non venga resa vana la croce di Cristo” (1Cor 1,17).

La Croce di Gesù è il modo in cui Dio si è manifestato, in cui ci ha amato, in cui interviene nella storia degli uomini; è il modo con cui Dio Padre redime i peccati degli uomini.

Gesù è la sapienza più grande di Dio, perché, attraverso l’avvenimento della Croce, il mondo può risollevarsi e vivere in comunione col Padre, conoscere finalmente Dio.

La Croce abbatte il muro di separazione tra Dio e l’uomo, e tra l’uomo e gli altri uomini.

La sapienza umana, giudicando la croce stoltezza e rifiutandola, preclude all’uomo la possibilità di conoscere il vero Dio, quello che ama gli uomini: gli offre semmai un’immagine di Dio che è costruzione dell’uomo facendolo ripiombare nel buio, nell’incapacità di dare un senso alla propria vita.

San Paolo afferma: “Nessuno dei dominatori di questo mondo ha potuto conoscerla (la sapienza di Dio); se l’avessero conosciuta, non avrebbero crocifisso il Signore della gloria” (1Cor 2,8).

Dominatori di questo mondo non sono solo i potenti, i re, i generali dell’esercito, ma anche coloro che vogliono esercitare influenza sugli altri uomini: filosofi, ideologi, pensatori, saggi, ai quali il mondo costruisce monumenti; questi non conoscono la Sapienza di Dio, perché la rifiutano: sono proprio essi che crocifiggono Gesù.

La Sapienza divina, invece, non rimane sconosciuta a chi ama e accoglie Gesù crocifisso. Per mezzo dello Spirito, costui può conoscere i misteri di Dio, le cose nascoste da secoli; gli viene dato di comprendere il perché delle cose e di ciò che avviene. Conoscendo l’amore di Gesù realizzato sulla Croce, può conoscere il mistero della sofferenza e della vita umana, incomprensibile in altro modo.

San Paolo dice ancora: “Se qualcuno tra voi si crede un sapiente in questo mondo, si faccia stolto per diventare sapiente; perché la sapienza di questo mondo è stoltezza davanti a Dio” (1Cor 3,18).

La sapienza di Dio è giudicata stoltezza e pazzia dal mondo; solo chi entra nelle dimensioni dello Spirito Santo può vedere e conoscere le profondità dei misteri di Dio.

Riceviamo la Sapienza come dono, quando manteniamo vero il rapporto con Gesù morto in croce, quel Gesù che può chiederci di partecipare del suo amore crocifisso.

Opera della sapienza è anche farci conoscere la volontà di Dio; San Paolo scrive: “Non cessiamo di pregare per voi, e di chiedere che abbiate una conoscenza piena della sua volontà con ogni sapienza e intelligenza spirituale, perché possiate comportarvi in maniera degna del Signore, per piacergli in tutto, portando frutto in ogni opera buona e crescendo nella conoscenza di Dio; rafforzandovi con ogni energia secondo la potenza della sua gloria, per poter essere forti e pazienti in tutto; ringraziando con gioia il Padre che ci ha messi in grado di partecipare alla sorte dei santi nella luce“ (Col 1,9-12).

La Sapienza, dunque, ci fa vivere con fortezza, in maniera degna del Signore.

Nell’Apocalisse leggiamo che la Sapienza: “Appartiene a Colui che siede sul trono e appartiene all’Agnello, Gesù”: è nel rapporto del Padre con il Figlio che anche noi diventiamo sapienti.

Non cercheremo dunque la Sapienza altrove: né nei ragionamenti, né nelle ideologie, neppure nelle filosofie, ma nella Parola di Dio. Si realizzerà, così, quello che leggiamo nel Salmo: “Sono più saggio di tutti i miei maestri, perché medito i tuoi insegnamenti” (Sal 119,99), che significa: ascolto la Parola ed ubbidisco ad essa.

Lo Spirito di Sapienza ci fa conoscere le cose nascoste di Dio, sapienza ben più grande di quella che consiste nella conoscenza delle cose visibili!

Sapienza, ancora, è capire il significato ultimo della realtà, è riconoscere l’amore di Dio nascosto dentro ogni realtà e, soprattutto, contemplarlo in Gesù Crocifisso.

Sapienza diventa partecipazione: quando conosco l’amore di Dio in Gesù Crocifisso, anch’io divento amore che si offre; entrando anch’io nel mistero della Croce, divento manifestazione dell’amore di Dio. È ben più del conoscere con la sola intelligenza!

Lo Spirito di Sapienza non solo mi fa conoscere, sapere, ma, soprattutto, mi fa vivere le cose di Dio: secondo la conoscenza che abbiamo di Lui, la nostra vita acquisisce il sapore di Dio. La traduzione latina di ‘sapienza’, che abbiamo ricordato all’inizio, acquista qui il suo significato pieno: conosco quando vivo secondo la conoscenza vera di Dio, quando divento amore e manifesto la sua bontà.

Cosa faremo, allora? Niente di straordinario: sappiamo che lo Spirito di Sapienza è un dono, perciò rimaniamo in rapporto con Colui che la possiede, con Gesù; sperimenteremo, vivendola, la bellezza della Sapienza di Dio. Stando alle parole dei vangeli, Gesù l’ha ricevuta e l’ha personificata: egli è, infatti, Sapienza di Dio, ed egli la dà a tutti i suoi discepoli.

Alcuni bei tratti del Libro della Sapienza possono alimentare in noi la sua sete:

“Questa ho amato e ricercato fin dalla mia giovinezza, ho cercato di prendermela come sposa, mi sono innamorato della sua bellezza. Essa manifesta la sua nobiltà, in comunione di vita con Dio, perché il Signore dell’universo l’ha amata” (Sap 8,2-4).

“Ho dunque deciso di prenderla a compagna della mia vita, sapendo che mi sarà consigliera di bene e conforto nelle preoccupazioni e nel dolore. Per essa avrò gloria fra le folle e, anche se giovane, onore presso gli anziani. Sarò trovato acuto in giudizio, sarò ammirato di fronte ai potenti. Se tacerò, resteranno in attesa; se parlerò, mi presteranno attenzione; se prolungherò il discorso, mi porranno la mano sulla bocca. Per essa otterrò l’immortalità e lascerò un ricordo eterno ai miei successori. Governerò i popoli e le nazioni mi saranno soggette; sentendo il mio nome sovrani terribili mi temeranno, tra il popolo apparirò buono e in guerra coraggioso. Ritornato a casa, riposerò vicino a lei, perché la sua compagnia non dà amarezza, né dolore la sua convivenza, ma contentezza e gioia” (Sap 8,9-16).

“Sapendo che non l’avrei altrimenti ottenuta, se Dio non me l’avesse concessa, ... mi rivolsi al Signore e lo pregai dicendo con tutto il cuore: «Dio dei Padri e Signore di misericordia ... che con la tua Sapienza hai formato l’uomo, ... dammi la sapienza, che siede in trono accanto a te e non mi escludere dal numero dei tuoi figli » (Sap 8,21 - 9,1-4).

Potremo far nostro anche il desiderio e la preghiera di S. Paolo: “Possa conoscere lui, la potenza della sua resurrezione, la partecipazione alle sue sofferenze, diventandogli conforme nella morte, con la speranza di giungere alla resurrezione dai morti” (Fil 3,10-11).

Spirito di Intelligenza

Spirito di Sapienza ed Intelligenza: due parole con sfumature diverse, ma hanno vari aspetti in comune.

Se cerchiamo il significato della parola ‘intelligenza’ sui nostri dizionari, troviamo che, derivando «dal latino ‘intellìgere’, è la capacità di collegare insieme, di combinare vari aspetti di una o più situazioni, per trarre conseguenze vantaggiose ed utili per la vita o il lavoro; è la capacità di avere una visione profonda della realtà». Si tratta di una capacità normale dell’uomo, cui di solito noi non pensiamo neppure; ci accorgiamo di possederla, quando incontriamo persone che ne sono prive; comprendiamo, allora, che essa è un dono importante, che non possiamo darci da noi stessi.

L’intelligenza può essere di varia natura: in qualcuno si esprime come senso pratico nel lavoro, come capacità d’intuizione; in altri si manifesta come intelligenza teorica, con attitudine al ragionamento, all’apprendimento, al calcolo. C’è anche un’intelligenza vitale, che è la capacità di impostare la vita tenendo conto della sua caducità, di considerare l’eternità, di avere la consapevolezza che siamo di Dio, che da lui veniamo e verso di lui siamo diretti.

Di qualsiasi tipo essa sia, noi possiamo guardare questa capacità come dono di Dio, trovando aiuto nella Sacra Scrittura. Il profeta Daniele scrive: “Sia benedetto il nome di Dio ... Egli... concede la sapienza ai saggi, agli intelligenti il sapere” (Dn 2,20-21). Nel Primo Libro dei Re viene detto che Dio concesse a Salomone sapienza e intelligenza molto grandi ed una mente vasta (cfr 1Re 3,10-12).

Nel Libro della Sapienza leggiamo: “In suo potere siamo noi e le nostre parole, ogni intelligenza e ogni nostra abilità” (Sap 7,16). San Paolo poi scrive a Timoteo: “Il Signore... ti darà intelligenza per ogni cosa” (2Tm 2,7): solo con l’intelligenza, dono di Dio, Timoteo avrebbe recepito i misteri divini, la vita cristiana che Paolo gli proponeva e insegnava.

Dio, entrando nella nostra vita, vi porta tutto ciò di cui essa ha bisogno; egli può elargirci anche il dono dell’intelligenza, possedendolo in grado infinitamente superiore ad ogni altra creatura.

Solo Dio è davvero intelligente: egli sa tenere conto di tutto; ci ha creati per un fine, conosce profondamente tutti gli avvenimenti, anche il futuro è nelle sue mani. A noi, invece, sono nascoste molte cose, sia del passato che del presente che del futuro. Geremia dice: “Egli ha formato la terra con potenza, ha fissato il mondo con sapienza, con intelligenza ha disteso i cieli” (Ger 10,12).

Di fronte all’immensità della creazione di Dio, alla complessità dei fatti della storia, ogni uomo rimane ammirato, stupito, conscio di non sapere, di non comprendere.

Di fronte agli avvenimenti della salvezza e della storia della salvezza, poi, S. Paolo esclama: “Oh profondità! Oh sublimità della conoscenza di Dio!” (Rom 11,33); esprime, così, la meraviglia, lo stupore di chi si rende conto del fatto che la propria intelligenza è superata infinitamente da quella di Dio.

“Dio eterno è il Signore, creatore di tutta la terra. Egli non si affatica né si stanca, la sua intelligenza è inscrutabile. Egli dà forza allo stanco e moltiplica il vigore allo spossato. Anche i giovani faticano e si stancano, gli adulti inciampano e cadono; ma quanti sperano nel Signore riacquistano forza, mettono ali come aquile, corrono senza affannarsi, camminano senza stancarsi” (Is 40,28-31).

Normalmente l’uomo è tentato di fidarsi solo di ciò che vede e delle proprie capacità; vuol rendersi conto da dove gli viene questa capacità di riacquistare forze e di correre.

È però nell’ubbidire a Dio e nello sperare in lui, che egli esprime l’intelligenza più grande!

Il Libro dei Proverbi dice: “La scienza del santo è intelligenza” (Pr 9,10).

L’uomo che vuole essere intelligente dovrà, dunque, cercare là la propria intelligenza, nella scienza del Santo, nella Parola che il Signore ci dona, perché la viviamo.

Giobbe dice una cosa molto interessante, quando afferma: “E il luogo dell’intelligenza dov’è? L’uomo non ne conosce la via, essa non si trova sulla terra dei viventi. ... Dio solo ne conosce la via, lui solo sa dove si trovi” (Gb 28,12-23).

Ecco perché chiediamo a Dio l’intelligenza: lui solo la possiede e, perciò, lui solo può donarla; la dona a chi lo teme, a chi gli obbedisce; chi la riceve saprà vivere bene sulla terra: “Ti farò saggio, t’indicherò la via da seguire; con gli occhi su di te, ti darò consiglio. Non siate come il cavallo e come il mulo privi di intelligenza” (Sal 32,8-9); senza questo dono di Dio l’uomo potrebbe addirittura giungere a comportarsi come le bestie, che non hanno un rapporto cosciente con Dio, non obbediscono alla sua Parola! Chi non obbedisce a Dio, anche se il mondo lo stimasse intelligente, si dimostra stolto. “Temere Dio, questo è sapienza, e schivare il male, questo è intelligenza” (Gb 28,28).

Mosè, parlando degli Israeliti, afferma che essi sono un popolo insensato; in loro non c’è intelligenza, proprio perché non ascoltano Dio, perché seguono gli idoli, perdendo di vista ciò che è vero e vale (cfr Dt 32, 28).

È lo stesso pensiero che leggiamo nel profeta Osea: “Efraim è come una ingenua colomba, priva di intelligenza; ora chiamano l’Egitto, ora invece l’Assiria” (Os 7,11); il popolo di Israele pone fiducia in uomini di altri popoli - quindi di altre religioni -, nella potenza delle armi, mentre intelligenza è fidarsi di Dio.

Nel Libro dei Proverbi è illustrata una situazione molto simile alla nostra attuale: “Il ricco si crede saggio, ma il povero intelligente lo scruta bene” (Pr 28,11). Il ricco si crede saggio, perché esercita la sua intelligenza nell’amministrare i propri beni così da possedere sempre di più: la sua è una intelligenza chiusa.

Gesù chiama queste persone, ‘stolte’: come quell’uomo che, in previsione di un abbondante raccolto, programmava di allargare i magazzini e vivere di rendita. Egli non teneva conto della cosa più importante: quella stessa notte gli sarebbe stato chiesto conto della sua vita (cfr Lc 12,20).

Nel Libro del Siracide leggiamo: “Meglio uno di scarsa intelligenza, ma timorato, che uno molto intelligente, ma trasgressore della legge” (Sir 19,21). Una persona timorata di Dio, saprà vivere in modo intelligente, facendo scelte opportune.

Isaia mette in guardia: “Guai a coloro che si credono sapienti e si reputano intelligenti” (Is 5, 21). Chi si reputa tale, infatti, pensa di non aver più bisogno di Dio e non cerca più la sua Parola, mostrandosi così orgoglioso e superbo: questa è la stoltezza più grande! Dio, infatti, dà grazia agli umili e la rifiuta ai superbi.

“Quanto siete perversi! Forse che il vasaio è stimato pari alla creta? Un oggetto può dire del suo autore: «Non mi ha fatto lui »? E un vaso può dire del vasaio: «Non capisce »”? (Is 29,16). Dio è colui che ci ha creato, noi siamo nelle sue mani come la creta è nelle mani del vasaio.

Il Libro dei Proverbi dice: ”Non appoggiarti sulla tua intelligenza” (Pr 3,5). Infatti, se la nostra intelligenza, per quanto grande possa essere, non è fondata in Dio, poggia sul nostro egoismo e così, programmando il nostro futuro, causa sofferenze sia a noi che agli altri. La storia è piena di queste esperienze. Tutte le guerre - quelle del passato, quelle del presente e quelle del futuro - traggono origine dal fatto che l’uomo decide e opera appoggiandosi sulla propria intelligenza, che riflette l’egoismo del suo cuore.

Nel Deuteronomio Mosè dice al popolo, leggendo le Tavole del Decalogo: “Le osserverete, perché questa sarà la vostra saggezza e la vostra intelligenza agli occhi dei popoli” (Dt 4,6): la Parola di Dio, i suoi inviti ed i suoi comandi sono la nostra intelligenza.

Vi è, dunque, un’intelligenza sana e ve n’è una malata; l’intelligenza sana va ridestata continuamente, riproponendo la Parola di Dio, rimettendo il nostro sguardo sullo sguardo di Dio: è quello che Gesù ha fatto per noi ed in mezzo a noi.

Se la nostra intelligenza è malata, diventa fonte di tentazione e può riuscire a fuorviarci. S. Paolo parla di questo quando scrive: “Le armi della nostra battaglia non sono carnali, ma hanno da Dio la potenza di abbattere le fortezze, distruggendo i ragionamenti e ogni baluardo che si leva contro la conoscenza di Dio, e rendendo ogni intelligenza soggetta all’obbedienza al Cristo” (2Cor 10,3-5). I nostri ragionamenti possono davvero essere di ostacolo, impedendoci di vedere che Dio è amore; si rende pertanto necessaria una battaglia per abbattere ogni baluardo alla conoscenza di Dio. Anche San Giuseppe, lo Sposo di Maria, ne ha fatto esperienza: sebbene il suo ragionamento avesse un fondamento buono, se si fosse ostinato a seguirlo, avrebbe contrastato il pensiero di Dio.

Spesso le nostre preoccupazioni non tengono conto del fatto che Dio è Padre; ci impediscono, così, la conoscenza di lui, quella conoscenza che dovrebbe, invece, esser sempre presente nella nostra vita, nelle nostre decisioni.

San Paolo assicura a Timoteo: “Il Signore certamente ti darà intelligenza per ogni cosa” (2Tim 2,7); ed è questa intelligenza che dobbiamo chiedere al Signore. E nella Lettera ai Filippesi: “E la pace di Dio, che sorpassa ogni intelligenza, custodirà i nostri cuori in Cristo Gesù” (Fil 4,79): cercheremo, dunque, di possedere la pace di Dio, perché essa supera ogni intelligenza; Dio stesso, continuerà S. Paolo, per custodirci in questa pace, prende su di sé i nostri affanni.

Contrario dell’intelligenza è la stoltezza: “Davvero stolti per natura tutti gli uomini che vivevano nell’ignoranza di Dio, e dai beni visibili non riconobbero colui che è” (Sap 13,1). L’uomo così intelligente, capace di scrutare l’universo, non riesce a scoprire Colui che è l’Autore del creato, e ad adorarlo; con questo comportamento mostra tutta la sua stoltezza!

Ancora, stolte sono le cinque vergini, che si presentano senza olio ad attendere lo sposo, non considerando il fatto che lo sposo possa tardare: “Le stolte presero le lampade, ma non presero con sé l’olio. Poiché lo sposo tardava…” (Mt 25,3-5).

Stolti e tardi di cuore sono i due di Emmaus, che non hanno pazienza di attendere perchè non danno importanza alle profezie: “Stolti e tardi di cuore nel credere alla parola dei profeti!” (Lc 24,25); credono solo ai propri occhi e non tengono conto della Parola di Dio.

Gesù ci confida che il Padre ha tenuto nascosti i suoi misteri a coloro che si reputano intelligenti, li ha invece rivelati ai piccoli (Mc 11,25): vera intelligenza è la rivelazione del volto di Dio e della sua presenza.

San Paolo prega, perché abbiamo una conoscenza piena della volontà del Signore, cosicché possiamo sempre comportarci in maniera degna di lui, vivere in rapporto con lui e piacergli in ogni cosa (Col 1,10). E pregherà anche così: “Vi dia (il Signore) uno spirito di sapienza e di rivelazione per una più profonda conoscenza di lui. Possa egli davvero illuminare gli occhi della vostra mente per farvi comprendere a quale speranza vi ha chiamati” (Ef 1,17-18).

L’intelligenza deve aprirsi alla rivelazione di Dio. Questo dono, dunque, ci tiene sempre molto umili, sempre rivolti al Signore.

San Giovanni conclude così la sua prima Lettera: “Il Figlio di Dio è venuto e ci ha dato l’intelligenza per conoscere il vero Dio” (1Gv 5, 20).

Ecco da dove viene ed ecco dove va applicata l’intelligenza! Il Padre ci ha dato il Figlio, Gesù; guarderemo a lui, con amore e obbedienza; egli ci farà dono dello Spirito Santo. Da lui riceveremo l’Intelligenza. Lo Spirito “scruta i misteri di Dio” (cfr 1Cor 2,11); “Lo Spirito del Signore è su di me, spirito di sapienza e di intelligenza”: un’intelligenza capace di tenere conto, nelle decisioni e nelle scelte, delle realtà più importanti; un’intelligenza che fa fondare la vita sulle cose che restano, mettendola al sicuro nelle mani di Dio: non c’è intelligenza più vera, preziosa e grande!

Spirito di Consiglio

Abbiamo visto come lo Spirito di Sapienza e lo Spirito di Intelligenza diventano luce e forza per orientarci nelle scelte di ogni giorno: dono che non è per noi soltanto, ma che ci rende capaci di aiutare anche gli altri.

Il terzo dono che ci offre la presenza dello Spirito Santo è il Consiglio.

A volte ci veniamo a trovare in situazioni in cui non sappiamo come comportarci; ci sentiamo bisognosi di luce; ed ecco che il Signore ci dona una chiarezza, ci manda una Parola capace di darci un nuovo orientamento: così possiamo descrivere il dono del Consiglio. Esso si manifesta nel rapporto che l’uomo vive con gli altri, rendendolo capace di offrire loro la sapienza e l’intelligenza che gli vengono dall’Alto.

Il Signore conosce, sa, vede ogni cosa, per questo egli è fonte di Consiglio, sa suggerire all’uomo quali scelte operare. Nessun altro, all’infuori di lui, può darci questo aiuto. L’uomo che cerca orientamenti sicuri per la propria vita va, perciò, dal Signore. Il Consiglio è un dono suo. Questa verità viene annunciata in numerosi passi della Scrittura: “Egli si mostra mirabile nel consiglio, grande nella sapienza” leggiamo in un salmo, e in un altro: “Benedico il Signore che mi ha dato consiglio” (Sal 16,7); Giobbe afferma: “In lui risiede la sapienza e la forza, a lui appartiene il consiglio e la prudenza!” (Gb 12,13), e ancora: “Io, invece, mi rivolgerei a Dio e a Dio esporrei la mia causa” (Gb 5,8). Isaia si chiede: “A chi ha chiesto consiglio, perché lo istruisse e gli insegnasse il sentiero della giustizia e lo ammaestrasse nella scienza e gli rivelasse la via della prudenza?” (Is 40,14.

È la promessa del Signore: “Con gli occhi su di te, ti darò consiglio” (Sal 32, 8).

Solo l’uomo che cerca di conoscerlo e di vivere in comunione con lui potrà godere dei suoi consigli e così condurre una vita sana e serena, ricca di buoni frutti.

Nel Libro del Siracide è chiaramente indicata la via per avvicinarci al Signore e godere del suo consiglio: “Dirigerà il suo consiglio e la sua scienza, mediterà sui misteri di Dio” (Sir 39,10).

Sia nell’Antico che nel Nuovo Testamento possiamo osservare come gli uomini di Dio, per avere luce, cerchino questa meditazione dei misteri del Signore: “Maria serbava tutte queste cose meditandole nel suo cuore” (Lc 2,19).

Il popolo di Israele sapeva – ne aveva fatto esperienza e quindi ne aveva profonda coscienza - che il Signore va consultato tramite un uomo che gli appartiene, un uomo di Dio, appunto: è a questi che Dio rivela il suo consiglio.

Amos afferma: “In verità, il Signore non fa cosa alcuna senza aver rivelato il suo consiglio ai suoi servitori, i profeti” (Am 3,7), e il libro delle Cronache: “Allora Giòsafat disse al re di Israele: «Consulta oggi stesso l’oracolo del Signore ». ... Il re di Israele, chiamato un consigliere, gli ordinò: «Convoca subito Michea figlio di Imla»” (2Cr 18,4-7). Tobi diceva al figlio Tobia: “Chiedi il parere ad ogni persona che sia saggia e non disprezzare nessun buon consiglio. In ogni circostanza benedici il Signore e domanda che ti sia guida nelle tue vie” (Tb 4,18-19) e nel Libro del Siracide risuona: “Ogni consigliere suggerisce consigli, ma c’è chi consiglia a proprio vantaggio. Guardati da un consigliere, informati quali siano le sue necessità - egli nel consigliare penserà al suo interesse - perché non getti la sorte su di te e dica: «La tua via è buona», poi si terrà in disparte per vedere quanto ti accadrà. Non consigliarti con chi ti guarda di sbieco, nascondi la tua intenzione a quanti ti invidiano. Non consigliarti con una donna sulla sua rivale, con un pauroso sulla guerra, con un mercante sul commercio, con un compratore sulla vendita, con un invidioso sulla riconoscenza, con uno spietato sulla bontà di cuore, con un pigro su un’iniziativa qualsiasi, con un mercenario annuale sul raccolto, con uno schiavo pigro su un gran lavoro; non dipendere da costoro per nessun consiglio. Invece frequenta spesso un uomo pio, che tu conosci come osservante dei comandamenti e la cui anima è come la tua anima; se tu inciampi, saprà compatirti. Segui il consiglio del tuo cuore, perché nessuno ti sarà più fedele di lui. La coscienza di un uomo talvolta suole avvertire meglio di sette sentinelle collocate in alto per spiare. Al di sopra di tutto questo prega l’Altissimo perché guidi la tua condotta secondo verità” (Sir 37,7-15).

Come sono belle e chiare queste pagine dell”Antico Testamento!

Riconosciamo facilmente che il dono del Consiglio non dimora sempre in noi; chi consiglia, infatti, deve possedere l’umiltà, la semplicità, la coscienza di dipendere da Dio.

A questo proposito il Libro dei Proverbi dice: “Lo stolto giudica diritta la sua condotta, il saggio, invece, ascolta consiglio” (Pr 12,15) e nel Siracide: “Se ti è caro ascoltare, imparerai; se porgerai l’orecchio, sarai saggio. Frequenta le riunioni degli anziani; qualcuno è saggio? Unisciti a lui. Ascolta volentieri ogni parola divina e le massime sagge non ti sfuggano. Se vedi una persona saggia, va’ presto da lei; il tuo piede logori i gradini della sua porta. Rifletti sui precetti del Signore, medita sempre sui suoi comandamenti; egli renderà saldo il tuo cuore e il tuo desiderio di sapienza sarà soddisfatto” (Sir 6,33-37).

È molto eloquente questa immagine: “Il tuo piede logori i gradini della sua porta”! Non dobbiamo stancarci di cercare consiglio da una persona saggia e comunione con lei! Troviamo ancora: “Oro e argento rendono sicuro il piede, ma ancora di più si apprezza un consiglio”.

La nostra superbia, il nostro orgoglio, la nostra autosufficienza ci suggeriscono di non chiedere consiglio, oppure ci lasciano insoddisfatti del consiglio ricevuto: forti della nostra esperienza o della nostra età matura, pensiamo di saperne di più, di possedere la soluzione migliore. Nel Libro dei Proverbi risuona anche per noi il rimprovero del Signore: “Avete trascurato ogni mio consiglio e la mia esortazione non avete accolto” (Pr 1,25) e la sua affermazione: “Ma chi ascolta me vivrà tranquillo e sicuro dal timore del male” (Pr 1,32).

A queste parole fanno eco quelle di Gesù: “Chiunque ascolta queste mie parole e le mette in pratica è simile a un uomo saggio che ha costruito la sua casa sulla roccia” (Mt 7,24).

Chi accetta il consiglio di Dio, si lascia orientare dalle sue Parole; chi si riconosce ignorante e, perciò, continuamente bisognoso di imparare, questi gode comunione col Signore.

La parola ‘consiglio’ può venir compresa nel suo significato anche grazie ad un’altra parola: ‘luce’. “La tua parola, o Dio, è luce ai miei passi”; la Parola è continua fonte di consiglio per noi. È quello che vuole dirci Gesù, quando afferma: ”Io sono la luce del mondo!”. Il mondo è nelle tenebre, solo lui, Gesù, può darci la giusta direzione, il consiglio, perché possiamo giungere al Padre.

La Parola è Gesù; egli è la Via, la Verità e la Vita; tutto il Vangelo è un dono di consiglio. E lo Spirito Santo infonde in noi così profondamente la presenza e la conoscenza di Gesù, la sua Parola, da poterne ricevere tutta la luce, tutte le indicazioni necessarie per giungere al Padre. Basterà rimanere in un continuo, costante a riferimento a Gesù… Chi rifiuta la sua luce e la sapienza, invece. è davvero uno stolto! I consigli che volessimo dare o ricevere ignorando Gesù, si riveleranno sbagliati, falsi, non porteranno mai alla vera pace.

Gesù, nella preghiera sacerdotale dell’ultima cena, riassume così tutta la sua opera: “Ho fatto conoscere il tuo nome agli uomini” (Gv 17,6). È il dono più grande che Gesù ha dato ai suoi discepoli: li ha aiutati a contemplare Dio, a riconoscere la sua presenza di Padre nella loro vita.

L’uomo è sempre tentato di guardare le cose solo dal punto di vista materiale, proprio come quel tale che chiedeva a Gesù: “Di’ a mio fratello che divida con me l’eredità”. Quell’uomo cercava Gesù perché desse un ordine al fratello, al fine di un proprio interesse materiale… Il suo sguardo era rivolto con superficialità alle cose di questo mondo, ma Gesù, che ha sempre come mira il destino ultimo dell’uomo, gli risponde con un consiglio finalizzato al suo raggiungere la terra promessa.

Il dono del Consiglio non è quello che ci offre l’avvocato; è un dono che ci illumina qualcosa di più bello, di più grande, di santo: la via interiore da seguire, per poter giungere là dove il Padre ci aspetta.

La parola ‘consiglio’, come viene usata nel linguaggio moderno, fa pensare a qualcosa di facoltativo, di non necessario. Ora, è vero che Dio vuole l’uomo libero, ma se questo nutre amore per il Padre, il suo consiglio diventerà per lui una legge, una legge bene accetta e non derivante dalla paura e dalla imposizione. Questa è la differenza fra il termine “consiglio” ed il termine “comando”.

Se accettiamo i consigli da Dio, come figli che ascoltano il padre, giungiamo ben presto a riconoscere come solo i suoi consigli possano condurci alla vita e alla gioia. Siamo, allora, ‘l’uomo nuovo’, pienamente convertito, e gridiamo nel nostro intimo: “Abbà Padre”! Se, invece, ci ponessimo davanti a lui come schiavi, mormorando dentro di noi: ‘Ci chiede troppo, ci toglie la vita’!, ci manifesteremmo privi di amore, saremmo ‘l’uomo vecchio’, non dimorerebbe in noi lo Spirito Santo.

Essere ‘l’uomo nuovo’ significa essere povero ed ubbidiente, significa percorrere la strada che ha percorso Gesù, metterne in pratica i consigli, per adempiere la vocazione che Dio ci dona. Così, vivere il consiglio della castità non sarà più un sacrificio, né per chi lo vive nel celibato, né per chi lo vive nel matrimonio. San Paolo ci dice che vivere casti è la vocazione di tutti, anche di chi è sposato. Non è concesso a nessun cristiano, infatti, di vivere per sé stesso, neppure nel matrimonio: questo va vissuto come amore, come sacramento, come segno dell’amore di Dio. Allo stesso modo il consiglio della povertà, vissuto come distacco dalle cose, dal denaro, dai possedimenti, non sarà più un peso, neanche per il ricco.

Ognuno di noi è chiamato a percorrere la strada che il Padre gli ha preparato e ad affrontare le difficoltà che vi incontra. Se invocheremo con umiltà lo Spirito Santo, perché ci faccia il dono del Consiglio, sapremo vivere come innalzati al di sopra delle cose della terra, sempre orientati al Padre; godremo un anticipo della visione delle realtà ultime e definitive e potremo diffondere nel mondo la speranza, il profumo e il sapore della vita risorta.

Spirito di Fortezza

Lo Spirito di Fortezza è il dono che lo Spirito Santo, presente in noi, ci offre per farci contemplare Dio come colui che ci ama e, poiché ci ama, vuole portarci fuori con decisione dalle situazioni di sofferenza o di paura nelle quali ci troviamo.

La Sacra Scrittura presenta spesso le condizioni che impediscono la sicurezza, la serenità, la gioia e l’armonia nella vita dell’uomo. In esse noi invochiamo Dio, perché ci aiuti, ci dimostri il suo amore, intervenendo con la sua forza: “Mio rifugio e mia fortezza, mio Dio, in cui confido” (Sal 91,2), “E’ potente il tuo braccio, forte la tua mano” (Sal 89,14), “Il Signore è mia forza e mio scudo, ho posto in lui la mia fiducia!” “Egli è per noi rifugio e forza!”. “A te, mia forza, mi rivolgo!”, “A te, mia forza, voglio cantare!”: di queste e simili preghiere sono costellati i Salmi. Questi ci presentano un Dio forte, proprio perché noi siamo deboli e non riusciamo, da soli, a superare le difficoltà quotidiane. Un salmo recita così: Beato colui che trova in te la propria forza e decide il santo viaggio; l’uomo, che è debole, trova forza nella forza di Dio.

“Tutti i popoli mi hanno circondato, ma nel nome del Signore li ho sconfitti” (Sal 118,10): “Ma nel nome del Signore li ho sconfitti”: questa frase verrà ripetuta diverse volte nel salmo, proprio per rimarcare che “io” non sono forte, ma con la forza di Dio “li ho sconfitti”.

Mosè, nel deserto, rincuorava così il popolo: “Non abbiate paura, siate forti e vedrete la salvezza del Signore”. Siate forti era da intendere: siate obbedienti, appoggiatevi a Lui. A Giosuè dirà “Sii forte e fatti animo, il Signore cammina davanti a te”.

La forza e il coraggio dell’uomo e del popolo sta nella fede in Dio, contro il quale nessuna potenza può prevalere.

Dio dimostra l’amore verso il suo popolo sconfiggendone i nemici, ma quando il popolo abbandona Dio, cioè non lo ascolta, non gli obbedisce più, segue la propria presunta saggezza e gli idoli, allora la forza di Dio si rivolta contro il popolo stesso. Dio agisce così, pur continuando ad amare il suo popolo, anzi, proprio perché lo ama e non vuole che si auto-distrugga. Togliendogli il falso benessere, lo mette nella condizione di rivolgersi nuovamente a lui, vero e unico Dio, con fede.

“Se non mi ascolterete, spezzerò la vostra forza superba”; “Il Dio vostro è il Dio grande, forte, terribile, che non usa parzialità”: Dio sa, dunque, punire e intervenire nella vita dei suoi figli.

Geremia esorta: “Non si vanti il forte della sua forza” (Ger 9,22); l’uomo può, infatti, essere tentato di credersi forte, per questo anche San Paolo raccomanda: “Chi sta in piedi stia attento a non cadere”. Se uno volesse proprio gloriarsi, si vanti di questo: “Di avere senno e conoscere me” e ancora: “Chi si vanta, si vanti nel Signore”; unico vanto concesso all’uomo è di conoscere Dio.

Il Libro dei Proverbi, a questo proposito, afferma: “La via del Signore è una fortezza per l’uomo retto, mentre è una rovina per i malfattori” (Pr 10,29). La forza di Dio si manifesta, dunque, in due modi: per l’uomo retto rappresenta la salvezza e la fortezza, per i malfattori è rovina. Chi si fida di Dio, sperimenta di essere forte, chi si fida di sé sperimenta la propria debolezza.

Non dobbiamo mai confidare in noi stessi, e neppure negli uomini, ma solo in Dio. La forza interiore che ci è necessaria per resistere e vincere i nostri nemici ci viene data nella fedeltà alla nostra missione ed al nostro Dio.

Questa forza non è, naturalmente, quella fisica, non sta neppure in qualche abilità né nell’intelligenza.

Il profeta Zaccaria ci ricorda: “Non con la potenza né con la forza, ma con il mio spirito, dice il Signore degli eserciti!” (Zc 4,6).

Isaia ha descritto quali pericoli correva il popolo, quando il re e i suoi generali confidavano più nelle alleanze con i re vicini che nelle sue parole di profeta: “Guai a quanti scendono in Egitto per cercar aiuto, e pongono la fiducia nei cavalli, confidano nei carri perché numerosi e sulla cavalleria perché potente, senza guardare al Santo di Israele” (Is 31,1). Tutte le forze terrene, che l’uomo riesce a mettere in campo, sono materiali, non hanno nessun potere divino; il Signore interviene, ed ecco, tutta la perizia umana diventa inutile, si ritorce addirittura a danno del popolo infedele. Chi dimentica Dio e non si ricorda della Roccia, del Salvatore, va in rovina.

“Ma quanti sperano nel Signore riacquistano forza, mettono ali come aquile, corrono senza affannarsi, camminano senza stancarsi” (Is 40,31): coloro che camminano nel Signore, non sentono stanchezza, ma hanno sempre una forza interiore, che sta nella loro fede in Dio, nel guardare e sperare nel Dio “Forte”; questi è Gesù.

Gesù, fin da bambino, cresceva e si fortificava, pieno di sapienza: “E Gesù cresceva in sapienza, età e grazia davanti a Dio e agli uomini” (Lc 2,50).

Giovanni Battista annunciava: “Colui che viene dopo di me è più potente di me” (Mt 3,11).

Gesù è ‘l’uomo forte’; lo dimostra scacciando i demoni: “Gli presentarono un muto indemoniato. Scacciato il demonio, quel muto cominciò a parlare ... Ma i farisei dicevano ... «Egli scaccia i demoni ... »” (Mt 9,32-33).

La volontà di Gesù, che è Dio, è più forte della volontà dei malvagi, che spaventano e opprimono l’uomo. Questa forza gli deriva dalla sua continua unità col Padre: Gesù confida nel Padre e rimane in costante preghiera.

Egli, ancora, non lascia mai potere al maligno sul proprio spirito. Durante l’ultima cena confida: “Viene il principe del mondo; egli non ha nessun potere su di me” (Gv 14,30). Questo lo dice poco prima di sperimentare quella che, secondo il pensiero dell’uomo senza fede, rappresenta la sua più grande debolezza: la morte in croce. Noi sappiamo, invece, che è proprio questa il culmine della sua forza: Gesù ama il Padre e neanche con la morte di croce il principe del mondo riuscirà a separarlo da lui.

Gesù vuole che anche i suoi discepoli siano forti, ma non certo di una forza fisica, violenta, che sarebbe satanica; li vuole forti nello spirito, ed è la ragione per cui dona loro lo Spirito Santo.

Quando lo promette, dice proprio: “Avrete forza dallo Spirito Santo che scenderà su di voi” (At 1,8).

Questa forza spirituale permarrà in loro anche nella persecuzione; a questo riguardo negli Atti leggiamo come gli apostoli Pietro e Giovanni, quando vengono imprigionati, non lasciano che il proprio cuore sia rattristato: essi sono lieti di essere stati oltraggiati nel nome di Gesù. Lo stesso accade anche a Paolo, di cui conosciamo le numerose persecuzioni sofferte; egli è forte nello spirito, perciò può scrivere ai Romani: “Ho infatti un vivo desiderio di vedervi per comunicarvi qualche dono spirituale perché ne siate fortificati, o meglio, per rinfrancarmi con voi e tra voi” (Rom 1,11-12).

La forza della parola di San Paolo – egli lo ripete più volte - non sta nella sapienza del ragionamento o nella qualità del linguaggio; egli si presenta in debolezza, ma pieno di una forza interiore, con la potenza dello Spirito, che si manifesta nell’annuncio della Croce di Gesù. Dirà: “Lo Spirito viene in aiuto alla nostra debolezza” (Rom 8, 26). San Paolo sa che il suo è un discorso umanamente debole, un discorso che, secondo il ragionamento umano, non sta in piedi, eppure egli è forte nella proclamazione di questo annuncio. Non ha bisogno neppure di salute: in un’occasione dirà che il Signore gli ha messo una spina nella carne, perché non si insuperbisse. Ha sperimentato molte volte la debolezza fisica, ma non è la forza fisica che egli cerca: spesso è proprio nella malattia che si rimane fedeli al Signore!

Al cristiano non servono neppure armature, perché la sua battaglia non è contro creature di sangue e carne, ma contro gli spiriti del male. Paolo esorta: “Attingete forza nel Signore e nel vigore della sua potenza. Rivestitevi dell’armatura di Dio, per poter resistere alle insidie del diavolo” (Ef 6,10-11).

Ecco dove sta la fortezza! Non sono armi di metallo quelle che ci occorrono, ma l’arma dello Spirito.

Nella Scrittura leggiamo: “Ciò che è debolezza di Dio, è più forte degli uomini”; la debolezza di Dio è la Croce di Gesù, ed è più forte degli uomini. È proprio l’annuncio della Croce di Gesù, più forte di ogni ragionamento umano, che conquista i cuori!

“Dio ha scelto ciò che nel mondo è debole per confondere i forti”, “Quando sono debole, è allora che sono forte!”: Meravigliose esperienze e preziose confidenze di Paolo! Davvero, quando non ho motivo di porre fiducia di me stesso, quando mi accorgo della mia debolezza, allora metto tutta la mia fiducia nel Signore: egli diventa la mia forza.

Non chiederemo, dunque, al Signore di essere forti, ma solo di rimanere uniti a lui.

Paolo esclama: “Tutto posso in colui che mi dà la forza” (Fil 4,13); non c’è più niente che possa far paura o fermare il discepolo del Signore!

“Mi affatico e lotto, con la forza che viene da lui e che agisce in me con potenza” (Col 1,29).

“Mi affatico e lotto”: significa che c’è battaglia. San Paolo, infatti, fa esperienza di essere continuamente preso di mira da qualcuno che gli vuole male, che addirittura vuole ucciderlo. “Mi affatico e lotto”: egli desidera che la sua esperienza possa essere di aiuto anche a noi; c’invita a vivere come lui, ad attingere sempre forza nella grazia, che è in Cristo Gesù, il quale: “Ci ha dato uno Spirito di forza, di amore e di saggezza” (2Tm 1,7). In un altro passo scriverà: ”Nessuno mi ha assistito; tutti mi hanno abbandonato ... Il Signore però mi è stato vicino e mi ha dato forza” (2Tm 4,16-17): i cristiani devono camminare sicuri solo nell’umiltà, consapevoli di poter attingere forza solo dalla potenza di Dio.

La Lettera agli Ebrei ci porta l’esempio dei patriarchi, dei giudici, dei re: “Se volessi narrare di Gedeone, di Barak, di Sansone, di Iefte, di Davide, di Samuele e dei profeti, i quali per fede conquistarono regni, esercitarono la giustizia, conseguirono le promesse, chiusero le fauci dei leoni, spensero la violenza del fuoco, scamparono al taglio della spada, trovarono forza dalla loro debolezza, divennero forti in guerra, respinsero invasioni di stranieri…” (Eb 11,32-34); continuerà spiegando come quegli uomini proprio dalla loro debolezza trassero forza. La nostra debolezza, infatti, diventa occasione di umiltà, e questa ci porta ad avere fiducia nel Signore; appoggiati a Lui, nulla potrà prevalere su di noi, nessuno potrà vincerci. Il credente non ha più motivo di aver paura, di disperare. L’umiltà, ancora, ci rende capaci di vantarci del Signore, mai di noi stessi.

Il profeta Neemia annuncia al popolo: “La gioia del Signore è la vostra forza” (Ne 8,10); stare in contemplazione di Dio e vedere il suo amore per noi è la nostra forza. Non ne esistono altre, perciò non le cercheremo neppure!

Gli apostoli spesso invitano ad essere forti nella tribolazione. San Paolo esorta i Romani e i Corinzi a fidarsi di Dio, ad abbandonarsi a lui, con speranza e convinzione: è il modo per custodire nel cuore la sua forza.

Il Libro dell’Apocalisse attribuisce a Dio la forza, l’onore e la potenza.

Aiutati dai brani della Scrittura, di cui ci siamo nutriti in questa meditazione, non confideremo in compromessi con le sapienze e le forze umane, ma porremo la nostra speranza solo in Dio. Guardando a lui, che è forza invincibile, troveremo forza nella tentazione di idolatria, di materialismo, di ateismo, di edonismo, di discussione nella Chiesa, di disgregazione… Il Dono della Fortezza ci aiuterà anche nel nostro compito di evangelizzare, di portare nel mondo l’amore di Dio. San Paolo chiedeva preghiere per poter avere, nella sua opera di evangelizzazione, una parola franca, libera da insicurezze e dubbi né sull’assemblea, né sulla Parola.

Riassumendo potremmo dire che il Signore ci dona la fortezza nell’umiltà: quando riconosciamo la nostra debolezza e quella dei fratelli, riusciamo a comprendere che solo Dio è il nostro aiuto e apriamo una strada alla continua confidenza in lui. “Lascerò in mezzo a te un popolo umile e povero. Confiderà nel nome del Signore il resto di Israele” (Sof 3,12-13). Mai abbandoneremo l’umiltà, ricordando anche la parola di S. Paolo: “Chi sta in piedi badi a non cadere”; se ci vantiamo di stare in piedi, siamo già caduti.

Anche quando ci accadesse di sentirci forti, mai potremo dimenticare la nostra esistenziale debolezza; terremo sempre viva in noi la Parola di Gesù: “Senza di me non potete far nulla”. È lui che ci dona lo Spirito Santo, da cui riceviamo fortezza!

Spirito di Scienza

‘Scienza’: termine che significa ‘conoscenza’. Fin da bambini troviamo in noi il desiderio di conoscere ciò che ci circonda, di scoprire realtà nuove, e questo non solo per sapere, ma anche, e soprattutto, per finalizzare la conoscenza a una vita più facile, a risolvere le nostre difficoltà, a migliorare i rapporti con gli altri.

L’uomo vuole conoscere e, man mano che apprende, scopre la propria ignoranza: gli si allarga sempre di più l’orizzonte, scopre che anche dentro di lui ci sono dei misteri, dei meccanismi che si muovono a livello fisiologico, psicologico e spirituale. Lo scienziato, più scopre i segreti dell’atomo, più si trova di fronte a realtà misteriose da studiare; l’astronomo non finisce di scorgere stelle su stelle nell’infinita galassia, il medico, più conosce il corpo umano, più si accorge di quanto ancora gli rimane ancora da scoprire...

Solo Dio conosce tutto, perché egli tutto ha creato con la sua Parola!

Giobbe pone questa domanda ai suoi amici: “Si insegna forse la scienza a Dio?” (Gb 21,22).

Possiamo noi insegnare a Lui ciò che non sappiamo? Dal salmo titolato “Omaggio a chi sa tutto” leggiamo: “Signore, tu mi scruti e mi conosci, tu sai quando seggo e quando mi alzo. ... Sei tu che hai creato le mie viscere e mi hai tessuto nel seno di mia madre” (Sal 139,1-13). Qui il nostro Dio ci viene presentato come colui che detiene la scienza; egli conosce i segreti, conosce ciò che ci circonda e ciò che c’è dentro di noi.

“Ignoro la scienza del Santo. Chi è salito al cielo e ne è sceso? Chi ha raccolto il vento nel suo pugno? Chi ha racchiuso le acque nel suo mantello? Chi ha fissato tutti i confini della terra? Come si chiama? Qual è il nome di suo figlio, se lo sai? Ogni parola di Dio è appurata; egli è uno scudo per chi ricorre a lui. Non aggiungere nulla alle sue parole, perché non ti riprenda e tu sia trovato bugiardo” (Pr 30, 3-6): ecco illustrato come il Signore non ha bisogno di essere istruito e come l’uomo si ritrova ignorante di fronte alla grande sapienza con la quale è stato creato il mondo.

Il Siracide e il profeta Daniele dicono, concordi: “L’Altissimo conosce tutta la scienza!”

Dio svela cose profonde e occulte, sa quel che è celato nelle tenebre - per tenebra, qui, non è la mancanza di luce, ma tutto ciò che è dentro e si muove nelle realtà materiali, come pure le leggi che regolano le realtà spirituali -.

L’uomo, dunque, per poter ricevere ogni vera conoscenza, deve ricorrere a Dio.

San Paolo nella lettera ai Romani scrive: “O profondità della ricchezza, della sapienza e della scienza di Dio! Quanto sono imperscrutabili i suoi giudizi e inaccessibili le sue vie!” (Rom 11,33). Si riferisce non solo ai segreti che ci nasconde la natura, ma anche a ciò che ci nascondono il cuore e la storia degli uomini.

Quando Dio trova l’uomo disponibile e aperto, gli comunica ciò che gli è necessario e utile per svolgere i suoi compiti. Così l’uomo che lavora ha bisogno di scienza, e il Signore gliela dona; un esempio: Mosè chiama Betzaeel per fargli eseguire dei difficili lavori con la pietra, con legno, oro, bronzo; di questo artigiano viene detto: “L’ha riempito dello spirito di Dio, perché egli abbia saggezza, intelligenza e scienza, in ogni genere di lavoro, per concepire progetti” (Es 35,31-32).

Per il governo del popolo è necessario un altro tipo di scienza; Salomone la chiede a Dio: “Ora concedimi saggezza e scienza e che io possa guidare questo popolo” (2Cr 1,10), Dio gliela dona.

Una scienza ancora diversa occorre per osservare le leggi della vita; un esempio ne è la scienza medica: “La scienza del medico lo fa procedere a testa alta ... Dio ha dato agli uomini la scienza perché potessero gloriarsi delle sue meraviglie. Con esse il medico cura ed elimina il dolore e il farmacista prepara le miscele” (Sir 38,3-7). Una scienza al servizio dell’uomo, dunque; la conoscenza delle erbe e delle varie miscele, come la conoscenza del corpo umano, finalizzate alla guarigione delle malattie, sono un dono del Signore: attraverso di esse l’uomo potrà gloriarsi delle sue meraviglie. Questa è la vera scienza! Il considerare, invece, i risultati della ricerca scientifica come frutto della propria bravura sarebbe vanagloria.

Anche per insegnare occorre un tipo di scienza; la chiamiamo pedagogia, l’arte di trasmettere le conoscenze: gli insegnanti agli alunni, i genitori ai figli, la Chiesa ai fedeli.

San Paolo spiega: “Vi sono poi diversità di carismi ... A uno viene concesso dallo Spirito il linguaggio della sapienza; a un altro invece… il linguaggio di scienza” (1Cor 12,4).

L’uomo saggio sa apprezzare ogni tipo di scienza come dono di Dio: “I saggi fanno tesoro della scienza” (Pr 10,14), “La lingua dei saggi fa gustare la scienza” (Pr 15,2).

Il profeta Malachia: “Le labbra del sacerdote devono custodire la scienza e dalla sua bocca si ricerca l’istruzione, perché egli è messaggero del Signore degli eserciti” (Ml 2,7). C’è, invece, chi vorrebbe contrapporre la scienza alla fede: questa, però, non è una visione cristiana; per noi, che abbiamo ricevuto lo Spirito Santo, la scienza è un dono di Dio, un dono che, per chi lo sa apprezzare, vale molto di più delle perle: “Ricchezze salutari sono sapienza e scienza” (Is 33,6).

Con Gesù, la scienza e la sapienza assumono una dimensione più spirituale, per questo non le dobbiamo mai separare.

La scienza di Gesù è soprattutto conoscenza del cuore umano:

“Egli infatti sapeva quello che c’è in ogni uomo” (Gv 2,25);

“Gesù, sapendo che stavano per venire a prenderlo…” (Gv 6,15);

“Gesù, conoscendo dentro di sé che i suoi discepoli proprio di questo mormoravano ...” (Gv 6,61);

“Gesù infatti sapeva fin da principio chi erano quelli che non credevano ...” (Gv 6,64).

Egli conosce il cuore dei suoi discepoli, dei suoi interlocutori e dei suoi nemici; vuole guarirli, vuole farli arrivare tutti al Padre: in lui la scienza è al servizio della sapienza.

Dopo aver fatto molte volte esperienza che Gesù anticipava, prevedeva i fatti, i suoi discepoli, nell’ultima cena, gli dicono: “Ora conosciamo che sai tutto ...” (Gv 16,30).

Gesù conosce la scienza delle Scritture di Dio, le ama, le accetta tutte come dono, le applica a se stesso e le vive; egli realizza l’immagine dell’Agnello condotto al macello e la profezia del giusto messo alla prova e condannato a una morte infame.

Gesù, nelle parabole, usa un linguaggio adeguato alle persone che lo ascoltano: dimostra di possedere la scienza psicologica. In casa, sul lago, alle persone semplici, che lo ascoltano con cuore libero, porta esempi tratti dalla loro vita, parla di pascoli, di campi…; quando risponde a chi vuol metterlo alla prova, cioè agli ipocriti, o quando parla ai potenti, come Pilato e i Rabbì, usa dotte citazioni delle Sacre Scritture.

Di fronte a Gesù si manifesta la scienza dei demoni, che lo riconoscono Figlio di Dio. È, questa, una scienza finalizzata alla divisione, caratterizzata dalla superbia. I demoni sottopongono Gesù a continue tentazioni: “Di’ a questa pietra che diventi pane” (Lc 4,3); e ancora: “Io so chi tu sei”, “Sei venuto a rovinarci”.

Di questa scienza abbiamo un esempio nel racconto del capitolo 16 degli Atti degli Apostoli (At 16,16-24). Una giovane schiava possiede uno spirito indovino; ella, per rivelazione del diavolo, riconosce in Paolo un uomo di Dio e raccomanda alla gente di seguirlo. Certamente il diavolo sa, ma suo fine non è la salvezza dell’uomo; vuole solo procurare guadagno ai padroni della schiava. Paolo, dopo qualche giorno, non sopporta più la situazione e ordina al demonio di lasciare la schiava. Questa perde lo spirito di divinazione, e i suoi padroni il loro guadagni; denunceranno Paolo, che finirà in prigione. La scienza del demonio ha un fine ingannatore. Essa è tuttora presente in molte persone che la usano per lucro personale.

Anche a noi viene offerta la possibilità di scegliere fra la scienza di Dio e la falsa scienza occulta del demonio, che ci allontana da Lui.

Questa falsa scienza, purtroppo, a causa della mancanza di fede in Dio, continua a fare proseliti fra coloro che ricercano presunte forze nascoste nell’uomo: energie e poteri divini, che lo portano a sostituirsi a Dio. Per queste persone non più Dio, ma il proprio “Io” diventa il Signore e il Salvatore.

Non dobbiamo temere le opere occulte degli adepti del demonio: essi non possono nulla contro di noi, come dice anche il Libro dei Numeri: “Non vi è sortilegio contro Giacobbe e non vi è magia contro Israele: a suo tempo vien detto a Giacobbe e a Israele che cosa opera Dio” (Nm 23,23). Dio rivela ciò che vuole rivelare, e lo rivela a suo tempo, cioè quando lo ritiene opportuno, quando può essere utile all’uomo: non c’è bisogno di anticipare il futuro, questo sarebbe un inganno. Saul morì perché aveva evocato uno spirito anziché invocare e pregare Dio. Questo comportamento è gravemente negativo, perché esclude Dio dalla nostra vita.

San Paolo afferma che nessun tipo di scienza giova, se non è accompagnato dalla carità: la scienza va ricercata e usata con amore, per fare della propria vita un dono.

“La scienza gonfia, mentre la carità edifica. Se alcuno crede di sapere qualche cosa, non ha ancora imparato come bisogna sapere. Chi invece ama Dio è da lui conosciuto. Quanto dunque al mangiare le carni immolate agli idoli, noi sappiamo che non esiste alcun idolo al mondo e che non c’è che un Dio solo. ... Alcuni ... mangiano le carni come se fossero davvero immolate agli idoli ... Se uno infatti vede te, che hai la scienza, ... per la tua scienza va in rovina il debole ... Per questo, se un cibo scandalizza il mio fratello, non mangerò mai più carne, per non dare scandalo al mio fratello” (1Cor 8,2-13).

Il sapere ti può portare ad inorgoglirti: non dimenticare che ciò che sai è al servizio della carità; questa ti fa conoscere l’amore di Dio e ti aiuta a comunicarlo al fratello.

Gesù rimproverava i dottori della legge di aver tolto la chiave della scienza: vantandosi del loro sapere ed usando la costrizione della legge, essi impedivano al popolo di conoscere Dio come Padre; proprio questa è la primissima scienza che l’uomo deve possedere.

San Paolo confessa: “E se avessi il dono della profezia e conoscessi tutti i misteri e tutta la scienza, ... ma non avessi la carità, non sono nulla” (1Cor 13,2); la scienza è utile, mentre la carità è indispensabile.

“Supponiamo che io venga da voi parlando con il dono delle lingue; in che cosa potrei esservi utile, se non vi parlassi in rivelazione o in scienza o in profezia o in dottrina?” (1Cor 14,6): la scienza è un dono per l’edificazione della comunità.

Possiamo, quindi, individuare una scienza falsa ed una scienza vera.

La scienza falsa porta l’uomo a credere di poter capire tutto con la mente: non esistono più misteri, viene perso il rapporto spirituale e la comunione fra gli uomini; rimangono soltanto intelligenza e chiusura. Si entra in ogni realtà, in modo da rendere tutto accessibile, tutto comprensibile, vedendo in tutto Dio, per giungere ad affermare che tutto è Dio – è il panteismo, l’identificare Dio con la natura del mondo.

Davvero stolti per natura tutti gli uomini che vivevano nell’ignoranza di Dio, e dai beni visibili non riconobbero colui che è, non riconobbero l’artefice” (Sap 13,1): se non c’è vera conoscenza di Dio come Persona, a cosa serve conoscere le stelle? Se gli uomini non sanno di essere figli di Dio, cosa giova loro conoscere gli elettroni?

La scienza vera, in greco “gnosi”, ci porta a capire che non possiamo fare a meno di Gesù, il quale è la fonte stessa della conoscenza. Per mezzo di lui sono state fatte tutte le cose (cfr Gv 1,3); egli conosce il Padre, egli conosce l’uomo, ed è, perciò, l’unico che può mettere il creato in giusto rapporto con entrambi.

San Paolo scrive: “Perché in lui siete stati arricchiti di tutti i doni, quelli della parola e quelli della scienza” (1Cor 1,5), ed ancora: “Non cessiamo di pregare per voi, e di chiedere che abbiate una conoscenza piena della sua volontà con ogni sapienza e intelligenza spirituale, perché possiate comportarvi in maniera degna del Signore” (Col 1,9-10).

I tesori della sapienza e della intelligenza sono nascosti in Gesù: è lui la luce, la guida, la vera scienza, che solo da lui parte ed a lui deve ritornare!

Spirito di Pietà

Nell’elenco di Isaia (Isaia 11,1-2) non troviamo questo dono. Esso apparirà quando la Bibbia verrà tradotta dall’ebraico in greco; l’ultimo dono, “Timore del Signore”, viene allora diviso in ‘Pietà e Timore del Signore. La parola ‘timore’, infatti, nella cultura greca sarebbe stata mal compresa. Il mondo pagano, invece, conosceva la parola ‘pietà’; la usava per indicare un certo tipo di rapporto con le divinità: un timore riverenziale, una sorta di venerazione, che provocava un tirarsi indietro dell’uomo davanti agli dei. Gli Ebrei, proprio per non mescolare o confondere il proprio modo di rapportarsi con Dio con quello dei pagani, usano il termine ‘timore’; con esso esprimono l’amore che l’uomo nutre per Dio, un amore che lo riconosce sì superiore a sé, ma nello stesso tempo glielo fa sentire vicino, unito a sé. Nella Sacra Scrittura la parola ‘pietà’, intesa come rapporto con il Signore, la troveremo solo nelle lettere pastorali di S. Paolo e in rari altri passi.

Qual è il vero rapporto che l’uomo deve vivere con Dio?

Nel Libro del Deuteronomio leggiamo: “Se ti convertirai al Signore tuo Dio e obbedirai alla sua voce ...” (Dt 30, 2): il rapporto col Signore è, fin dall’inizio, un rapporto di fiducia, che nasce con l’ascolto. Lo confermano Giobbe: “La tua pietà - usa il termine specifico - non era forse la tua fiducia?” e Michea: “Uomo, ti è stato insegnato ciò che è buono ... praticare la giustizia, amare la pietà, camminare umilmente con il tuo Dio” (Mi 6,8); buono, per l’uomo, è amare la pietà, amare il proprio rapporto vero con Dio, dargli importanza, tenerlo vivo nel cuore.

Nei libri più tardivi della Bibbia, scritti in greco (Siracide, Maccabei) si afferma che compito ultimo dei sacerdoti e opera dei santi è riportare il popolo alla pietà; il popolo, che aveva dimenticato Dio, doveva essere riportato alla ‘pietà’, ad un giusto rapporto con Lui; è ciò che seppe fare Giosia. E il sommo sacerdote Onia, come leggiamo nel secondo libro dei Maccabei, vide esaudite le sue preghiere, la sua pietà. Nello stesso libro viene esaltata la morte di quegli Ebrei che muoiono con sentimenti di pietà: a loro è riservata una magnifica ricompensa! Già si parla di risurrezione, dunque, e il rapporto vero con Dio è già visto come elargitore di un modo diverso di vivere e di morire. Conosciamo la morte di Gesù; egli è davvero colui che muore con sentimenti di pietà: “Padre, nelle tue mani affido il mio spirito” (Lc 23,46). La morte, nella vita di Gesù, diventa il momento di più profonda unione con il Padre: Gesù muore consegnando a lui la sua vita.

Nell’Antico Testamento la pietà si esprimeva nell’osservanza delle leggi, nell’esecuzione irreprensibile di riti e sacrifici. Il marito di Anna, padre di Samuele, ogni anno andava al tempio a sacrificare o a soddisfare il voto: il suo rapporto con Dio, la sua pietà, si esprimeva con l’osservanza fedele delle regole del culto. Neemia chiede: “Non cancellare le opere di pietà che ho fatto per la casa del mio Dio e per il suo servizio”: anche le opere finalizzate alla costruzione e il decoro della casa di Dio erano considerate opere di pietà.

Nel Nuovo Testamento avviene un grande cambiamento: non ci sono più riti da osservare, non più sacrifici da offrire; la pietà, il rapporto con Dio si esprime con l’offrirgli la propria vita, con l’ascoltarlo, col dargli fiducia.

Leggiamo: “Tendi alla giustizia, alla pietà, alla fede, alla carità, alla pazienza, alla mitezza” (1Tm 6,11): S. Paolo colloca la pietà nell’elenco di vari atteggiamenti che potrebbero sembrare virtù, nel senso in cui i pagani usavano questo termine. Per loro le virtù, quindi anche la pietà, erano qualcosa di cui l’uomo poteva vantarsi, perché frutto del suo impegno umile. Nel Nuovo Testamento non è così: giustizia, fede, carità, pazienza, mitezza… non sono virtù dell’uomo né valori che egli porta in sé; non sono opere della Legge, che nascono dall’egoismo e portano l’uomo all’orgoglio, che poi tende a giudicare gli altri. Sono doni dello Spirito Santo, frutto del rapporto che il cristiano vive con Gesù: grazie a un legame di amore, di adorazione, di fiducia, di rispetto e confidenza vissuto col suo Signore, egli, avvolto dallo Spirito Santo, diventa giusto, paziente, mite, caritatevole, pio...; vive in modo gradito a Dio e ai fratelli, senza alcun merito proprio. Proprio come dice la Parola di Dio: “Chi si vanta, si vanti nel Signore”, “Tutto posso in Colui che mi dà forza”: senza di lui non sono nulla!

Ciò che spetta all’uomo è cercare di lasciar operare nel proprio cuore lo Spirito Santo, esercitandosi in un rapporto di pietà nei confronti del suo prossimo e del Padre che è nei cieli.

San Paolo insegna a Timoteo: “La pietà è utile a tutto, portando con sé la promessa della vita presente come di quella futura” (1Tim 4,8); gli fa eco una Parola della Sapienza: “La pietà è più potente di tutto” (Sap 10,12); quando siamo in rapporto con Dio, infatti, egli può intervenire e operare in tutto, nella nostra vita.

La potenza della pietà, naturalmente, non è attribuibile all’uomo, ma solo a Dio. Pietro e Giovanni, quando guariscono lo storpio, alla Porta Bella del Tempio, al popolo meravigliato di ciò che è successo, dicono: “Perché vi meravigliate di questo ... come se per nostro potere e nostra pietà avessimo fatto camminare quest’uomo? ... Proprio per la fede riposta in lui il nome di Gesù ha dato vigore a quest’uomo” (At 3,12-16). La potenza e la pietà sono di Dio, noi non possediamo né virtù né poteri di guarigione, altrimenti saremmo sotto il dominio della magia.

Nella pietà ci si deve esercitare; San Paolo esorta Timoteo: “Esercitati nella pietà” (1Tm 4, 8),

La pietà è l’obiettivo di ogni istruzione del cristiano. Gli apostoli, come leggiamo negli Atti, erano assidui nell’insegnamento, e venivano ascoltati; ed erano assidui nella preghiera: non basta conoscere la dottrina, non basta l’istruzione; tutto, anche l’insegnamento, è in funzione di un vero rapporto con il Padre.

Paolo spiega a Timoteo: “Se qualcuno ... non segue ... la dottrina secondo la pietà, costui è accecato dall’orgoglio” (1Tm 6,3-4). Sapere alla perfezione la dottrina cristiana, quando mancasse un vero rapporto d’amore col Signore, potrebbe portare alla febbre di cavilli, ad impigliarsi in questioni oziose, da cui nascono facilmente invidie e gelosie. Questo, purtroppo, è già successo nella storia della Chiesa, e succede ancora. L’apostolo esorta a fare dottrina secondo la pietà: la dottrina, ogni conoscenza biblica o catechetica, deve sgorgare dall’amore al Signore e condurre ad esso, a un rapporto più profondo con lui: solo in questo modo saremo custoditi dall’orgoglio. San Paolo, scrivendo a Tito, si presenta così: “Paolo, servo di Dio, apostolo ... per fare conoscere la verità che conduce alla pietà” (Tt 1,1).

La verità conduce alla pietà; per questo, quando aiutiamo qualcuno ad accostarsi alla Bibbia, raccomandiamo: «Prima di leggere, prega, e poi prega ancora di più, in modo che la Parola ti converta fino a farti conoscere profondamente il Signore». Leggere la Sacra Scrittura non è come leggere un qualunque altro libro; è “lectio divina”, perché aiuta a entrare in rapporto con Dio; leggendo bisogna lasciare parlare Dio; noi, se saremo in grado, risponderemo dopo.

  1. Pietro, nella sua seconda lettera, scrive: “La sua potenza divina ci ha fatto dono di ogni bene per quanto riguarda la vita e la pietà, mediante la conoscenza di colui che ci ha chiamati con la sua gloria e potenza” (2Pt 1,3): la pietà, dunque, si sviluppa attraverso la conoscenza di Gesù.

Proseguendo nella stessa Lettera troviamo: “Con la sua gloria e potenza ci ha donato i beni grandissimi e preziosi che erano stati promessi… Per questo mettete ogni impegno per aggiungere alla vostra fede la virtù, alla virtù la conoscenza, alla conoscenza la temperanza, alla temperanza la pazienza, alla pazienza la pietà, alla pietà l’amore fraterno, all’amore fraterno la carità” (2Pt 1,4-7). Pietro pone la pietà tra i vari modi in cui si esprime l’amore cristiano; la pone dopo la temperanza e la pazienza, e prima dell’amore fraterno e della carità. I santi monaci consigliano: “Mangia quel tanto che ti concede di conservare in te lo spirito di preghiera”; San Pietro raccomanda agli sposi di non arrabbiarsi l’uno verso l’altro, perché non vengano impedite le loro preghiere: temperanza e pazienza, dunque, precedono, sono una preparazione e una condizione necessaria per la pietà, per la preghiera, per un vero rapporto col Padre. Dopo la pietà, viene l’amore fraterno: il primo comandamento è quello dell’amore di Dio, il secondo, quello del prossimo.

Nella Lettera agli Ebrei leggiamo: “Egli (Gesù) offrì preghiere e suppliche con forti grida e lacrime ... fu esaudito per la sua pietà” (Eb 5,7); la pietà di Gesù consiste nel rimanere in rapporto con il Padre, come figlio; tutto quello che fa e dice, Gesù lo vede come opera del Padre, che attraverso di lui può rivelarsi, donare il suo amore; manifesterà tutta la sua gloria e potenza proprio nella resurrezione.

San Paolo spiega a Timoteo: “Gesù è il mistero della pietà”. Continuerà: “Dobbiamo confessare che grande è il mistero della pietà: egli si manifestò nella carne, fu giustificato nello Spirito, apparve agli angeli, fu annunziato ai pagani, fu creduto nel mondo, fu assunto nella gloria” (1 Tm 3,16): è un piccolo credo, che riguarda la persona di Gesù; confessa che senza di lui, Gesù, non esiste pietà, non esiste rapporto vivo con Dio. Lo ha affermato Gesù stesso: “Nessuno viene al Padre se non per mezzo di me”; se vogliamo arrivare al Padre, dobbiamo passare per Gesù.

Nei testi della Scrittura la parola ‘pietà’ ha anche un altro significato. Quando leggiamo: “Abbi pietà di me”, oppure “Io ho pietà di te”, la parola ‘pietà’ non indica più il nostro rapporto con Dio, la nostra preghiera. Esprime la misericordia che Dio ha verso di noi peccatori o la nostra verso il prossimo.

Geremia, a nome del Signore, dice: “Ti ho amato di amore eterno, per questo ti conservo ancora pietà”; qui ‘pietà’ significa appunto ‘misericordia’: mantengo ancora amore verso di te, anche se, peccando, sei andato fuori strada e ti sei allontanato da me. Esprime la risposta di Dio all’uomo che ha fiducia in lui, che prega: “Abbi pietà di me, Signore!”.

Nei profeti leggiamo: “Se affligge, avrà ancora pietà secondo la sua grande misericordia”, “Il mio occhio ebbe pietà di loro e non li distrusse”, “Non dovrei avere pietà di Ninive?”. “Nella mia benevolenza ho avuto pietà di te”. Benevolenza e pietà di Dio precedono quelle dell’uomo: finché questo vive nel peccato, nella povertà e nella miseria; ma Dio ha pietà di lui e lo soccorre. Se, però, l’uomo si esalta, Dio si fa duro nei suoi confronti, fino a quando la sua superbia non si spezza. “Non ebbe pietà di nazioni che si erano esaltate per i loro peccati”, “Per tutti gli altri ebbe pietà, ma non per chi si esalta dei suoi peccati”. “Sono stanco di avere pietà”, scrive Geremia, perché, dopo tanti interventi, essi non hanno ascoltato, non hanno creduto; ed Ezechiele: “Non avrò pietà di te perché non ti sei lasciata purificare, non ti sei lasciata convertire”.

Gesù, durante l’Ultima Cena, dice a Pietro: “Se non ti laverò, non avrai parte con me” (Gv 13,8). L’uomo, per poter avere comunione con Dio e con i fratelli, deve lasciarsi lavare, purificare. Vedendo come Dio è misericordioso con lui, impara ad esserlo a sua volta: la vera pietà ricevuta da Dio egli la riversa sugli altri uomini.

Beato chi ha pietà per l’umile, il debole, il povero, il misero: egli onora il suo Creatore! La pietà, intesa come rapporto vero con Dio, vera preghiera, viene a trovarsi unita alla pietà intesa come amore verso il misero, come misericordia.

Il servo iniquo, che chiede misericordia, ma non la concede agli altri, viene escluso dai beni eterni: “Là sarà pianto e stridore di denti” (Mt 25,30): se non hai pietà del misero, non puoi avere comunione con Dio, non conoscerai la sua gioia.

Gesù insegnerà che la vera preghiera, quella che piace al Padre, è la preghiera di colui che si riconosce bisognoso dell’intervento di Dio, della sua misericordia, come il pubblicano della parabola; il fariseo, che si crede a posto davanti a Dio e fa della sua preghiera una contemplazione di sé stesso, non viene giustificato. “La preghiera dell’umile – dice la Scrittura - penetra le nubi” (Sir 35,17).

Chi, chiedendo misericordia e intervento a Dio, vive in questa umiltà, diviene capace di accogliere colui che Dio manda, riesce a cogliere il mistero di Gesù, venuto nel mondo come medico per i malati, salvezza per i peccatori, conversione per gli ingiusti, e diventa egli stesso amore di Dio per i poveri peccatori.

Ecco, così, prende vita il mistero della Chiesa: essa, Corpo di Cristo, fin dai suoi inizi è un movimento di opere di misericordia corporale e spirituale, un movimento di persone che hanno pietà del debole e del povero ed in ciò esprimono la vera pietà, la vera preghiera: diventare noi stessi quello che Dio è per noi: “Pietà e tenerezza è il Signore”, “Ero misero, e il Signore mi ha salvato”; questa preghiera viene ad occupare tutta la vita dell’uomo!

Leggiamo come gli apostoli stessi si prendevano cura delle vedove e degli orfani della comunità di Gerusalemme; aumentando, poi, il numero dei credenti, si giungerà alla decisione che dei poveri si occupassero i diaconi, “persone piene di fede e di Spirito Santo”; gli apostoli, invece, si sarebbero dedicati alla preghiera e alla Parola (cfr At 6,1-4).

La Chiesa è luogo di amore e di servizio, di ascolto e di adorazione, attraverso l’opera dello Spirito Santo, che crea ordine ed armonia nella vita dell’uomo.

Succede, talora, che qualche cristiano, mentre sa compiere opere d’amore per il prossimo, smette di pregare e di ascoltare la Parola; ben presto quell’amore verso il prossimo diventa amor proprio, ricerca di gratificazione, che porta alla rovina di ogni comunione.

Noi, dunque, continueremo a guardare ed amare Gesù: egli, venendo in noi con il suo Spirito, ci farà dono della Pietà, del suo stesso vero rapporto con il Padre; del suo stesso, vero e libero, rapporto con i fratelli.

Spirito di Timore del Signore

“Su di lui si poserà lo spirito del Signore, spirito di sapienza e di intelligenza, spirito di consiglio e di fortezza, spirito di conoscenza e di timore del Signore” (Is 11,2).

Siamo giunti a quello che, nell’elenco di Isaia, è l’ultimo dei doni dello Spirito Santo: il timore del Signore.

In tutte le lingue, il significato dato al termine ‘timore’ è: «paura di fronte a cose previste ed impreviste: sciagure, pericoli, spaventi, incertezze, persone violente».

Questa parola è stata e viene ancora usata per esprimere il sentimento dell’uomo alla presenza di Dio; timore è l’atteggiamento tipico del pagano, che pensa a un dio grande e tremendo, di fronte al quale egli è sempre mancante e dal quale può aspettarsi cose impreviste, terribili castighi. Chi non sa che Dio è papà, vive la propria fede con uno spirito da schiavo, continuamente oppresso dalla paura.

San Paolo, ai cristiani di Roma, scrive: “E voi non avete ricevuto uno spirito da schiavi per ricadere nella paura, ma avete ricevuto uno spirito da figli adottivi per mezzo del quale gridiamo: «Abbà, Padre!» (Rom 8,15).

I cristiani, dunque, possono stare davanti a Dio con confidenza: “Accostiamoci con piena con fiducia al trono della grazia” (Eb 4,16). Lo Spirito Santo li rende figli: il Dio che egli ci fa conoscere è veramente nuovo, è Padre. San Giovanni conferma: “Nell’amore non c’è timore“ (1Gv 4,18).

Gesù, e dopo di lui gli apostoli, annunciano che è nell’amore che s’incontra Dio: noi lo possiamo conoscere, perché egli ama per primo. Conoscendolo come colui che ci ama, non possiamo rispondergli che con l’amore, un amore che scaccia il timore: infatti, chi teme suppone un castigo e non è perfetto nell’amore.

La storia del popolo di Israele, riguardo all’aspetto del suo rapporto con Dio, è un cammino, un progredire. Nei primi libri della Bibbia leggiamo come il popolo avesse paura di Dio: quando esce dall’Egitto sotto la guida di Mosé, non sale sul Sinai; ha paura, mormora: “Ci fa morire!”; varie volte la voce dei profeti annuncia castighi per il popolo disobbediente.

Finché l’uomo si trova lontano da Dio, lo ritiene come uno che castiga, e ne ha paura. Così il popolo cercava di evitare i peccati solo per paura. Questa, nel cammino di avvicinamento a Dio, non è del tutto negativa; ha una funzione educativa: tenendo l’uomo lontano dai peccati, lo pone nella condizione di poter conoscere meglio Dio: il popolo potrà scoprire che Dio è il liberatore, il salvatore, che si occupa di lui e lo ama; scoprirà che è Padre.

“Ma presso di te è il perdono, perciò avremo il tuo timore” (Sal 130,4): quando l’amore di Dio si manifesta così grande da giungere a perdonare; quando l’uomo si accorge di essere trattato da Dio come figlio, allora nasce in lui il vero timore: non più paura di Dio, ma riconoscenza, fiducia, abbandono, paura di offendere colui che ci ama tanto.

“Mosè disse al popolo: «Non abbiate timore: Dio è venuto per mettervi alla prova e perché il suo timore vi sia sempre presente e non pecchiate» (Es 20,20). Qui la parola “timore” è usata due volte con significato diverso: prima, timore degli uomini, del deserto, della sete, della fame; poi timore, perché Dio è sempre presente e il suo sguardo scruta continuamente il popolo: è il timore di offenderlo.

“Davide ... ebbe paura del Signore e disse: «Come potrà venire a me l’arca del Signore? » (2Sam 6,9): Davide sa di essere peccatore e, come tutti coloro che disobbediscono al Signore, ha paura. Il rimorso che sentiamo dei nostri peccati viene da questa paura.

“Temere il Signore è odiare il male” (Pr 8,13): chi ha timore di Dio, riesce a controllare il proprio comportamento e a evitare il male:

“Chi teme il Signore accetterà la correzione” (Sir 32,18): chi teme il Signore, in un rapporto di fiducia e di amore, si lascia correggere, anzi è contento e ringrazia della correzione.

Il dono del timore di Dio rende l’uomo sapiente; nel suo ragionare gli fa tener presente il fine ultimo, la meta della sua vita, che è Dio, la vita piena in lui: “Il timore di Dio è una scuola di sapienza” (Pr 15, 33);

“Principio della saggezza è il timore del Signore” (Sal 111,10);

“Fondamento della sapienza è il timore di Dio” (Pr 9,10);

“Il timore del Signore è il principio della scienza” (Pr 1,7).

Il vivere nel santo timore di Dio è fonte di sicurezza per sé e per gli altri; porta, infatti, l’uomo ad avere come aiuto Dio stesso, la sua onnipotenza, liberandolo dalla schiavitù di dover dipendere dagli altri: “Se uno non si aggrappa in fretta al timore del Signore, la sua casa andrà presto in rovina” (Sir 27,3); “Nel timore del Signore c’è la fiducia del forte, per i suoi figli egli sarà un rifugio”; “Non temerà annuncio di sventura, saldo è il suo cuore, confida nel Signore. Sicuro è il suo cuore, non teme, finché trionferà dei suoi nemici” (Sal 112,7-8).

È fonte di ricchezza: “Tu avrai una grande ricchezza se avrai il timor di Dio” (Tb 4,21);

“Beato l’uomo che teme il Signore e trova grande gioia nei suoi comandamenti. ... Onore e ricchezza nella sua casa, la sua giustizia rimane per sempre” (Sal 112,1-3);

“Beato l’uomo che teme il Signore e cammina nelle sue vie. Vivrai del lavoro delle tue mani, sarai felice e godrai d’ogni bene” (Sal 128,1-2).

Dona longevità e salvezza alla vita dell’uomo:

“Il timore del Signore prolunga i giorni” (Pr 10, 27);

“Il Signore è vicino a quanti lo invocano, a quanti lo cercano con cuore sincero. Appaga il desiderio di quelli che lo temono, ascolta il loro grido e li salva” (Sal 145,18-19).

È anche fonte di rivelazione: “Il Signore si rivela a chi lo teme” (Sal 25,14); diventa, allora, sinonimo dell’amore, secondo la Parola di Gesù: “A chi mi ama, mi rivelerò”: amore e timore si trovano a coincidere, indicando entrambi la vera caratteristica del sano rapporto con Dio.

È vittoria sui nemici: “Vi fa conoscere la sua alleanza”; “Non dovreste voi camminare nel timore del nostro Dio per non essere scherniti dagli stranieri nostri nemici?” (Ne 5,9).

Fa acquistare onore presso il popolo: di Giuditta si dice che nessuno poteva dire parola maligna al suo riguardo, perché temeva molto Dio.

Attira la benedizione di Dio: “Il Signore benedice quelli che lo temono” (Sal 115,13), e di fiducia nel nostro rapporto con il Signore: “Confida nel Signore chiunque lo teme” (Sal 115,11).

È un dono che viene dato a chi serve il Signore: “Servite Dio con timore” (Sal 2,11).

Nelle grandi sofferenze, a causa della nostra fragilità, si può correre il pericolo di perderlo: “A chi è sfinito è dovuta pietà dagli amici, anche se ha abbandonato il timore del Signore può acquistarlo ancora” (Gb 6,14).

L’esserne privo è cosa cattiva e amara: “Riconosci e vedi quanto è cosa cattiva e amara, ... non avere più timore di me” (Ger 2,19) e rende perfino l’uomo indegno di stare sulla terra: “(Amalek) non ebbe alcun timore di Dio ... Cancellerai la memoria di Amalek” (Dt 25,17-19).

Nel Libro della Sapienza, uno degli ultimi dell’Antico Testamento, scritto due secoli prima di Cristo, si dice: “La paura non è altro che la rinunzia agli aiuti della ragione”. Questa, infatti, se usata bene, se, cioè, ci ricorda che Dio è Padre, è mio Padre, ci può assicurare che Dio è con noi, e che egli è più grande di tutto il resto, di tutti i progetti degli uomini: “Di chi avrò paura? Di chi avrò timore?” (Sal 27,1), “Non temerei alcun male, perché tu sei con me” (Sal 23,4).

Isaia rimprovera l’uomo che ha timore dell’uomo, perché ciò lo rende infedele a Dio: quando temi l’uomo, non tieni più presente che Dio è Dio anche di quell’uomo, e che Egli è Padre della tua vita, la tiene nelle sue mani. San Giacomo, a proposito di questo, scrive: “Non sapete che amare il mondo è odiare Dio?” (Gc 4,4).

Vari episodi del Vangelo confermano questa verità.

Quando arrivano i soldati per catturare Gesù, i discepoli hanno paura e gli diventano infedeli.

“Nicodemo ... andò da Gesù, di notte” (Gv 3, 2): aveva paura, e passerà molto tempo, diventerà complice dei persecutori di Gesù, prima di dichiarare di credere in lui.

È la paura di Pilato che permette ai capi dei Giudei di dirigere il processo contro Gesù.

Di un uomo che teme gli altri uomini, non ci si può fidare: cercherà di salvarsi con le proprie forze, cederà a compromessi, ingannando sé stesso e gli altri. Ci si può fidare, invece, di chi ha timore di Dio: questi non si lascerà scomporre dal giudizio degli altri e saprà rimanere fedele.

Abbiamo un esempio nella Genesi, quando si racconta che Abramo, in Egitto, non fidandosi del faraone e dei potenti, costrinse la moglie Sara a dichiarare di essere sua sorella. Giustificandosi, dirà che negli Egiziani non c’è timore di Dio, ma era lui che, in verità, temeva la morte (cfr Gen 12,11-13).

Nel Nuovo Testamento la parola ‘timore’ viene usata meno che nell’Antico Testamento, perché sostituita con la parola “amore”. Rimane presente, però, perché il cristiano deve essere sempre vigilante e venir sostenuto nella sua battaglia spirituale.

Negli Atti degli Apostoli leggiamo che la Chiesa camminava “nel timore del Signore”: non nella paura, ma nella piena confidenza, nell’amore, nel timore di offendere Gesù e uscire dalla sua strada, dai suoi insegnamenti.

San Paolo, ai Corinzi che commettevano ogni genere di peccato, ricorda il timore: “Purifichiamoci … nel timore di Dio (2 Cor 7,1).

Agli Efesini raccomanda: “Siate sottomessi gli uni agli altri nel timore di Cristo” (Ef 5,21): non più ‘timore di Dio’, ma ‘timore di Cristo’.

Ai Colossesi spiega: “Non servendo per essere visti, come si fa per piacere agli uomini, ma con cuore semplice e nel timore del Signore” (Col 3,22): fare tutto nel timore del Signore, agendo nel suo nome, per suo amore; questo atteggiamento scaccia il timore e rende liberi, da sé e dagli altri.

Scrive ai Romani: “Tutto concorre al bene di coloro che amano Dio” (Rom 8,28); quando siamo nel giusto rapporto con Dio, tutto concorre al nostro bene, non c’è più motivo per temere.

Gesù invita: “Non temete; voi valete più di molti passeri! Non abbiate paura di coloro che uccidono il corpo! Non abbiate paura!”.

In vari brani del Vangelo si parla di quel timore, che prende l’uomo alla presenza di Dio.

“Non temere, Zaccaria”, dice l’angelo Gabriele apparendo a Zaccaria (Lc 1,13) e a Maria che, vedendolo, si turba, ripete: “Non temere, Maria” (Lc 1,30). Anche ai pastori l’angelo dice: “Non temete” (Lc 2, 10). Di fronte ad ogni manifestazione di Dio, l’uomo viene preso da timore: così i discepoli, sul lago, quando ad un ordine di Gesù la tempesta si calma, così la folla, quando, vedendo i miracoli di Gesù, si accorge di essere alla presenza del Signore: hanno paura.

Questa ci prende perché nella nostra vita quotidiana non siamo abituati a tener conto della presenza del Signore. Se lo facessimo, se vivessimo, cioè, con il vero timore di Dio, avremmo la consapevolezza che tutto vive di lui, che egli è presente anche nelle cose più normali e piccole della nostra vita. Quando anche accadesse una cosa straordinaria, non proveremmo paura, ma gioia: semplicemente, vedremmo in maniere più vedente il nostro Dio all’opera!

I discepoli, sul Tabor, hanno avuto timore, così anche le donne, vedendo la pietra del sepolcro rotolata; questo timore le ha portate ad annunciare il fatto ad altri; accogliendo Gesù risorto, poi, il loro timore si è trasformato in gioia grande e forza di testimonianza.

Il timore delle guardie di fronte al sepolcro vuoto, invece, è divenuto motivo, per loro, di cedere all’inganno della ricchezza, negando la verità.

La numerosa folla, a Gerusalemme, a Pentecoste, vedendo i discepoli uscire dal cenacolo con parole nuove, che annunciano la Resurrezione, ha timore; per alcuni questo è divenuto motivo di chiusura, per altri di conversione e occasione di ricevere il battesimo nel nome di Gesù.

E noi?

Staremo ancora e sempre rivolti a Gesù, che ci donerà Spirito Santo; potremo accogliere da lui il dono del Timore di Dio in tutti i suoi aspetti più belli: come forza che ci fa vincere le attrazioni del mondo, le nostre passioni e tentazioni; come atteggiamento di figliolanza, per stare davanti al Padre non con paura, ma con confidenza, con spirito di amore che si offre; come forza per essere gioiosi e coraggiosi testimoni di Gesù.

“Temete il Signore, suoi santi”!

“Celebrate il Signore, perché è buono; perché eterna è la sua misericordia. Dica Israele che egli è buono: eterna è la sua misericordia. ... Il Signore è con me, non ho timore; ...” (Sal 118, 1-6).

“Beato l’uomo che teme il Signore” (Sal 112, 1).

Indice

Isaia 11, 1-2 . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . pag.

Sapienza . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . pag.

Intelligenza . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . pag.

Consiglio . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . pag.

Fortezza . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . pag.

Scienza . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . pag.

Pietà . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . pag.

Timore del Signore . . . . . . . . . . . . . . . pag.

Nihil obstat: p. Modesto Sartori, ofm capp., cens. Eccl., 8/12/2018