
«Alzando gli occhi non videro nessuno, se non Gesù solo» - (Mt 17,8)
Chi potrà salire il monte del Signore?
Dialoghi su comodità, devozioni, preghiere...
COMODITÀ
01 Abba Dario entra in una chiesa di recente costruzione. Ammira l’ingresso, accogliente nella sua semplicità. Un ingresso che pare inviti a fermarsi, anche se non c’è nessuno. Dopo pochi passi viene illuminato dalla luce che piove dall’alto. Ricorda la preghiera del popolo d’Israele: «Se tu squarciassi i cieli e scendessi…». I cieli sono proprio aperti. Quella preghiera continua: «…davanti a te sussulterebbero i monti»! Sussultano davvero i monti del suo cuore: i suoi sentimenti e i suoi pensieri salgono fino al cielo! Il suo pregare desidera diventare solido e tangibile.
02 Per offrire al suo Signore e Dio un pregare più concreto, abba Dario vuole inginocchiarsi. Anche il suo corpo parteciperà, in modo da accorgersene, con un po’ di fatica. I banchi sono comodissimi, per chi si siede. Ma, come fare ad inginocchiarsi? Nulla lo aiuta. Sul pavimento? È troppo freddo per le sue ginocchia. Dice tra sé: “Che fare? Starò in piedi, come di notte gli anacoreti del deserto”. Gli vengono domande, e risposte: “Perché non c’è l’inginocchiatoio? Sensibilità diverse? Suggerimenti angelici per le attuali generazioni, abitudini antiche dimenticate, spiritualità nuove!”, dice tra sé e sé.
03 Quando Dario confida la sua sorpresa ad abba Davide, questi dice: “La novità che hai notato viene da lontano. Molti anni fa nella vita dei cristiani s’erano fatte strada il desiderio e l’abitudine alla comodità. Nessuno ne parla, perché tutti ci siamo facilmente abituati, tanto che non ci facciamo più caso. I cristiani, in quegli anni, hanno fatto a gara a coprire il posto dei banchi, su cui poggiare le ginocchia, con teneri cuscinetti, così da mitigare, a chi si inginocchiava, la sofferenza o la fatica”.
04 Dario replicò: “È vero, oggi la fatica, il sacrificio, la sofferenza hanno perso valore e significato agli occhi dei fedeli. Abbiamo cercato di evitare fatiche e disagi a tutti, anche a chi intendeva vivere con coerenza la fede nell’aspetto della croce, che le è connaturale. Abbiamo trovato orari comodi per celebrazioni e devozioni, attenuanti e limitazioni per digiuni e astinenze. A molti pare si debbano bandire dalle pratiche religiose la fatica e la sofferenza. Nessuna meraviglia se talvolta non si trovano gli inginocchiatoi!”.
05 “Noi cristiani non possiamo dimenticare che, come racconta più volte il Vangelo, chi voleva ascoltare Gesù e godere della sua presenza, doveva per forza o salire la montagna, o raggiungerlo a piedi, oppure percorrere lunghi tratti per incontrarlo, come la donna cananea o il funzionario del re dimorante a Cafarnao. Lasciavano casa e lavoro per manifestare la fede in lui. Gesù risorto stesso ha chiesto a Pietro e Paolo grandi fatiche, tanto che Paolo scrisse: «Dobbiamo entrare nel regno di Dio attraverso molte tribolazioni» (At 14,22)”.
06 Davide, raccogliendosi nel silenzio: “Il messaggio che dal cercare queste piccole comodità è arrivato e rimasto ai fedeli, è facile da intuire: «La croce la useremo come ornamento. Non riterremo necessario permettere alla croce di essere presente nella pratica della vita di fede». E così altre occupazioni hanno preso il posto delle celebrazioni e delle riunioni destinate alla formazione cristiana o alla preghiera comune. Le sostituiscono i divani, i viaggi, gli sport, i divertimenti, gli spettacoli; cose legittime, ma la vita del fedele, senza croci, sarà privata della testimonianza della nostra santissima fede”.
07 “Alcune comodità tolgono al fedele l’occasione di dare testimonianza al valore e alla preziosità della sua fede: i figli non la colgono. La fatica è utile infatti perché la testimonianza della fede sia ritenuta autentica. La sofferenza della croce rende la nostra coerenza veritiera agli occhi nostri, dei fratelli, e perché no?, di Dio stesso!”. Abba Dario annuiva in silenzio. Davide aggiunse: “I ricordi d’infanzia che sostengono ancor oggi la mia fede, sono le notevoli rinunce di mia madre, e la decisione di mio padre e del nonno: udivano la campana, lasciavano gli impegni, e correvano”.
08 Dario approvò: “Ti dicono che solo tu pensi così, e che nessuno ti approverebbe’. Dimenticano l’arcobaleno: solo Noè vide quella meraviglia, nessun altro. Gli altri non c’erano già più. I testimoni di Dio, e della sua volontà che vuole il bene di tutti gli uomini, rimangono soli, sono unici. Essi non badano a cosa fanno o dicono o pensano gli altri, ma solo a cosa insegna la sapienza di Dio, che ha creato l’uomo per una vita non comoda, ma felice: e la felicità arriva quando, ubbidendo, si riceve benedizione da lui, e non dalle proprie ragioni, tanto meno dalle proprie comodità”.
09 “Le nostre ragioni, benché per noi ragionevoli, non riescono a prevedere tutto. I ragionamenti che ci fanno evitare le piccole croci, hanno effetti negativi a lunghissima scadenza, a cui poi è difficile porre rimedio. Ascolteremo con maggior attenzione e generosità le Parole sapienti del Padre, le Dieci Parole. Benché non le comprendiamo del tutto, sono guida sicura, completate da Gesù con altre Dieci Parole, che esordiscono: «Beati»! L’ultima di esse è tradotta addirittura da questa: «Rallegratevi». La gioia è il frutto dell’obbedienza a lui”.
10 “È vero”, gli rispose Dario. “Chi rimane solo perché fa la volontà di Dio, non si pentirà: è un testimone. Potrà venir deriso, isolato, persino perseguitato, ma può rallegrarsi. Ci ha detto Gesù: «Vi perseguiteranno e, mentendo, diranno ogni sorta di male contro di voi per causa mia. Rallegratevi ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli». La solitudine del testimone non è solitudine: con lui ci sono i martiri e con lui cantano gli angeli. Egli avrà l’animo in pace e godrà di una speciale forza interiore, sostenuta dalla gioia”.
DEVOZIONI
11 Abba Damiano arrivò in quel momento. Disse: “State parlando di comodità? Io vi cambio discorso. Ho partecipato ad una celebrazione solenne e bella. Canti eccellenti e festa grande. Ho notato però, con dispiacere, che molti dei fedeli riuniti erano idioritmici”. Davide lo interruppe: “Potresti parlare più facile? Che significa questa parola?”. Rispose: “Ognuno era intento ad esprimere una propria devozione, diversa da quella degli altri. Non si vedeva unità né comunione; erano riuniti in chiesa, ma non parevano fratelli o sorelle. La loro fede, se c’era, poteva essere vista quasi invito all’individualismo”.
12 “Vi ripeto: ho visto incoerenza con la nostra fede. Essa, quando c’è, ci fa diventare un cuor solo ed un’anima sola, ci rende fratelli, ci dona di avere lo stesso sentire, come dicono le preghiere. Invece là ognuno esprimeva se stesso, così che la fraternità rimaneva nell’ombra, e l’unità dimenticata. Chi entrava non era aiutato a vedere persone che si stimano, si ubbidiscono, si amano. Si riceveva l’impressione che uno non s’accorgesse della fede degli altri: badava a esprimere una propria convinzione. Per me, quasi scandalo”.
13 A Davide venne alla mente l’inizio della regola di San Benedetto: “Abba, vuoi dire che i cristiani idioritmici sono simili ai monaci di cui parlava il santo dell’«ora et labora»? Diceva che ci sono i sarabaiti”. Damiano sorrise: “Non proprio. Benedetto diceva che questi «conservano le abitudini mondane» e «chiamano santo tutto quello che torna loro comodo». Se abitudine mondana è fare quel che piace nel praticare una propria devozione a scapito dell’unità e della comunione, allora sì, sono come i sarabaiti”.
14 Damiano continuò: “Io non ho antipatia per le devozioni, anzi. Le hanno proposte i santi e le sante. Le devozioni hanno sostenuto la fede dei fedeli in epoche difficili. Le apprezzo tutte, da quelle che per manifestarsi adoperano le ginocchia, a quelle che usano le mani o la lingua, lo stare in piedi o lo stare seduti, il cantare o il tacere. Tutte hanno un’origine santa, esprimono un profondo significato e aiutano un aspetto della fede nel Signore Gesù”. Si fermò; non capiva se lo stessero ascoltando o meno.
15 “Ti ascoltiamo, continua. Illustraci queste devozioni, e il loro significato”, dissero in coro gli abba Dario e Davide. Allora Damiano: “Stiamo in piedi perché siamo consapevoli d’essere stati resi figli di Dio, e che in noi portiamo la sua stessa vita. Inoltre siamo risorti con Cristo, e ci vien dato di partecipare con lui alla vita nuova dei redenti. Così ci insegnano i Padri della Chiesa: alcuni proibivano persino di inginocchiarsi di domenica, giorno della risurrezione del Signore. Giovanni nel suo libro, l’Apocalisse, ci rivela: «Tutti stavano in piedi davanti al Trono e davanti all'Agnello»” (7,9; 20,12).
16 “Anche lo stare in ginocchio ci vien suggerito dai Vangeli, e dalla Scrittura santa. Chi si avvicinava a Gesù, si metteva in ginocchio, a cominciare dai Magi a Betlemme, poi il lebbroso samaritano purificato (Lc 17,16), e infine i «ventiquattro anziani» che «si prostrano davanti a Colui che siede sul trono» (Ap 4,10). Chi conosce l’importanza e la grandezza del Figlio che viene dal Padre, e da lui è arricchito di ogni «potere» (Mt 28,18), si mette volentieri in ginocchio davanti a lui”.
17 “Le mani di cui Dio ci ha dotati, sia per lavorare che per accompagnare, salutare e accarezzare, sono benedette e trasmettono benedizione. Da quando sono battezzato, le mie mani, come le altre membra del mio corpo, sono a servizio della vita nuova, divina, santa, e lavorano per il regno dei cieli. Le mani testimoniano l’amore del Padre e del Figlio, come quelle del buon samaritano, che hanno versato olio e vino sulle ferite del malcapitato, lo hanno caricato sul giumento, e hanno consegnato all’albergatore i due denari. Gesù poi, rischiando di essere condannato, nella sinagoga ad un uomo ha guarito la mano inferma”.
18 “Quando Gesù ha detto agli apostoli: «Prendete e bevete», sapeva che l’avrebbero fatto con le mani, che si sarebbero mosse per ubbidirgli e portare il calice alle proprie labbra. E anche donando il suo Corpo in cibo ha detto «prendete», e con gioia ha visto le mani dei Dodici diventare strumento di salvezza. Le nostre mani sono santificate già dal battesimo. Purtroppo dimentichiamo che esse devono dar gloria a Dio e testimonianza a Gesù e le usiamo anche per fare il male. Siamo tentati di ritenerle perciò impure e disprezzarle, invece che benedire il Padre per il dono di poterle usare per lui”.
19 “Proprio il fatto che anche i cristiani talora con le mani profanano o peccano, ha fatto sorgere la devozione dell’uso della lingua. Essa si muove per parlare e cantare, per lodare e benedire. Anch’essa è santificata dal battesimo, e gode di essere usata per la preghiera, per la lode di Dio e la benedizione degli uomini. Per secoli abbiamo ricevuto direttamente su di essa il Corpo di Cristo, senza la mediazione delle mani. Ma al dire dell’apostolo Giacomo, purtroppo, la lingua riesce a maledire o a parlare in modo indecente (3,2-12). Essa quindi, di per sé, non è più santa delle mani o di altre membra del nostro corpo”.
20 “La lingua! Dono grande: con essa comunichiamo con i fratelli, anche le sfumature della Parola di Dio, tanto che Gesù, incontrato il muto, volle che potesse parlare. Il Signore poi ha usato la lingua per trasmetterci quanto ha udito dal Padre e il comandamento nuovo. Con essa ha pronunciato le parole che ci donano il suo Corpo e il suo Sangue, e persino, mangiando il pesce arrostito, ha rassicurato gli apostoli che era veramente risorto. Una delle devozioni ci fa ricevere sulla lingua, dalle mani del ministro, il dono di Gesù, il Pesce vero, il memoriale della sua passione e risurrezione”.
21 “È il Dono ricevuto, il Corpo di Cristo, che santifica la lingua: essa, di per sé, non è degna di toccare il Mistero. Sia la lingua che le mani sono santificate da ciò che vien posato su di esse dalle mani di Gesù per la gioiosa misericordia del Padre. La mia mano è quella paralizzata che Gesù ha guarito, è quella della ragazza morta, che Gesù ha afferrato per ridarle la vita. La mia lingua è quella del muto, che Gesù ha toccato con il suo dito bagnato della sua saliva, ed è la lingua dell’uomo che nella sinagoga bestemmiava contro Gesù, e lui l’ha fermata, e salvata. La mia salvezza è Gesù, non la mano né la lingua”.
22 Davide incalzò: “Abba, non ci hai detto nulla dello star seduti”. Damiano intendeva parlare anche di questo: “Gesù ha invitato i discepoli a riposare con lui in luogo appartato. Egli poi sedeva quando insegnava: donarci la Parola di Dio era per lui un riposo! E quando distribuì i pezzi di pane e i pesciolini ai cinquemila uomini, comandò che, per riceverli, fossero tutti seduti. E durante la Cena gli apostoli, quando si è alzato per prendere il catino che serviva a lavar loro i piedi, erano seduti. Erano seduti anche gli angeli che annunziarono alle donne Gesù risorto, e «Attorno al trono… stavano seduti ventiquattro anziani avvolti in candide vesti» (Ap 4,4)”.
23 “Essere seduti non disturba né l’essere figli di Dio né il manifestarlo. Addirittura un giorno Gesù disse agli apostoli: «… e siederete in trono a giudicare le dodici tribù d'Israele» (Lc 22,30). Potrai, con libertà, star seduto quando preghi, quando ascolti, quando ti metti davanti a Gesù per godere il ristoro che ha promesso agli affaticati e agli oppressi. Sia nella chiesa che nella tua casa puoi sedere per godere la presenza di Gesù e ricevere il suo Soffio, ascoltare o leggere la sua Parola”.
24 “Quando parlavi della lingua”, disse Davide, “mi sono ricordato della devozione che dà valore al pregare in latino!”. Damiano rimase sorpreso, ma subito: “Le preghiere devono arrivare al Padre di tutti, nonostante le lingue diverse. Gesù dice che i messaggeri di Dio, gli angeli, salgono e scendono su di lui, il Figlio dell’Uomo. Infatti le preghiere arrivano al cuore del Padre tramite gli angeli, che le devono purificare dai toni di voce, dalle parole e dalle espressioni del linguaggio di Caino, con cui noi spesso le imbrattiamo. Arrivano al Padre grazie a Gesù, scala degli angeli, non grazie all’idioma usato”.
25 “Se tu, non avendo motivi speciali, preghi in latino, cosa potrebbe intuire Dio, tuo Padre? Che ritieni di essere ascoltato da lui se parli una lingua usata nei secoli passati, che non ti è stata insegnata da tua madre? E che lo ritieni straniero? O che di fronte a lui sei presuntuoso o vanitoso da ritenerti migliore di altri? Quella preghiera farebbe faticare gli angeli! Il pregare ascoltato dal Padre è quello che viene dal suo Spirito (Rom 8,26s). Ricorderai che Dio vede da quale spirito è mosso il tuo cuore, e non bada all’esteriorità, nemmeno se artistica, piacevole o ricca di antichità”.
26 “Conoscete la differenza tra il sedere, lo stare in ginocchio o in piedi, l’usare le mani o la lingua, il tacere o il parlare, il cantare o il giubilare, il parlare in italiano o in latino? Lo sapete, perché conoscete Gesù, sempre attento alla fede di chi lo avvicinava. Se c’è differenza tra le nostre devozioni, è quella che lui vede che importa. Egli vede appunto la fede che adopero, e l’amore che nasce dalla fede presente in ogni mio gesto: Gesù spera di trovare in noi la fede fino alla fine, quando tornerà sulla terra (Lc 18,8). Gesù gode della fede, cioè dell’ubbidienza alla sua Parola, presente nelle mie devozioni e nel mio pregare, anche quello senza parole”.
27 Dario manifestò soddisfazione, mentre Davide, incuriosito, ma anche interessato, chiese: “Tu, abba Damiano, di tutte queste devozioni, quale hai adottato per te? Con quale di esse manifesti il tuo amore a Gesù? In quale di esse ti rendi obbediente al Padre? Quale di esse ti arricchisce maggiormente di Spirito Santo? Immagino che anche tu, che le apprezzi tutte, avrai maggior simpatia per una, rispetto ad un’altra. Quale criterio adoperi per scegliere l’atteggiamento o la lingua con cui esprimere la fede e l’amore al nostro Dio e Padre? Ce lo puoi confidare?”.
28 Damiano non s’aspettava questa domanda. L’ascoltò con interesse. La sua risposta è un insegnamento prezioso, ricco di verità per tutte le devozioni. “Come ho detto e avete compreso, apprezzo tutte le devozioni e i modi di esprimerle. Il loro valore non è in sé, ma nella fede da cui nascono e nell’amore che fruttificano e manifestano. Perciò non ne preferisco una ad un’altra. Nessuna di esse mi conquista. Sono stato conquistato dal Figlio di Dio, Gesù, come è avvenuto all’apostolo Paolo”.
29 “Immagino tu abbia altro da dire”, disse Davide. Damiano, con serietà: “Se scelgo uno dei modi di fare, e mi fisso su di esso, per quanto significativo sia, somiglierei a Pietro, sicuro di sé. Egli, per questa sicurezza, disubbidiva a Gesù. Gesù gli voleva lavare i piedi, ma egli, sicuro delle ragioni con cui riteneva di amarlo, rifiutava il suo amore. Il Signore dovette dirgli: «Se non ti lavo, non avrai parte con me», cioè, non sarai in comunione con me. Succede proprio così: chi si fissa su uno dei modi da lui scelti per vivere il rapporto con Gesù, non lo avverti più fratello, rimane distante, senti il suo cuore chiuso e non riesci ad aprirgli il tuo”.
30 “In definitiva, chi si fissa su una devozione, o su uno dei modi di esprimere la fede, rischia l’idolatria: ama la propria convinzione più di Gesù, dimenticando che lui, a chi lo vuol seguire, indica la necessità di rinnegare se stesso. Se non ti rinneghi in cose così piccole, quando lo farai? L’idolo è terribile: allontana da tutti, e prima di tutto dal Signore Gesù Cristo. Se io ci tenessi alle forme devozionali più che alla carità e all’obbedienza umile, sarei impedito nel vivere in comunione con i fratelli e disturberei l’unità dei fedeli nella Chiesa”.
31 Abba Dario interruppe, e disse: “Conosco persone fedeli e devote che non accettano le variazioni delle preghiere che i pastori della Chiesa hanno deciso. Le ignorano”. Damiano allora: “Sì, ci sono fedeli disobbedienti. A loro non interessa l’unità della Chiesa. Le ragioni, che ritengono decisive, non superano il valore della preghiera di Gesù e i suggerimenti degli apostoli: «Rendete piena la mia gioia con un medesimo sentire e con la stessa carità, rimanendo unanimi e concordi» (Fil 2,2). Gesù ci vuole uniti anche nei modi di pensare e di parlare. Quando questi fedeli rinnegheranno se stessi per amore di Gesù?”.
32 Abba Dario riprese la domanda iniziale: “Allora, tu, quale forma di devozione preferisci?”. E Damiano: “Una devozione non è migliore di altre. Ciò che preme a Gesù e al Padre suo e allo Spirito Santo, è anzitutto l’unità della sua Chiesa. Tu conosci la supplica rivolta da Gesù al Padre durante la Cena prima di scendere al Getsemani. A lui e al Padre preme che io rimanga unito, un cuor solo e un’anima sola, agli altri suoi figli. Non solo il Padre dovrà vedere quest’unità, ma anche i miei fratelli, e pure, se ci fossero, i non credenti, che sarebbero sorpresi al vedere il miracolo dell’unità risplendere tra di noi anche nelle piccole cose”.
33 “Le piccole azioni, gli atteggiamenti semplici, che paiono indifferenti, indifferenti non sono”. “È vero”, interruppe abba Dario, “Gesù disse: «Chi è fedele nel poco è fedele anche nel molto»”. Damiano completò: “Sono i piccoli atteggiamenti che ci esercitano a rinnegare noi stessi: se ti rinneghi in atti poco importanti, nei quali vorresti esprimere te stesso, allora il Signore vede che la tua fede è ben radicata, vede che per te i suoi desideri valgono più dei tuoi, ti vede «fedele nel poco», quindi potrà contare su di te per azioni più importanti”.
34 “Abba Dario, ecco come mi comporto: quando sono solo, sia in casa che in chiesa o in luogo, seguo la prima ispirazione che viene. Se sono stanco, mi viene l’ispirazione di sedermi, altrimenti altri stimoli nel cuore o nella mente mi fanno decidere. Se sono solo, prego anche in latino, persino in greco. Ma quando partecipo ad una preghiera insieme ad altri, o ad una celebrazione, cerco di essere in comunione con i presenti, e perciò metto in atto un’altra devozione, che prende il posto di ognuna di quelle che gradirei in quel momento”.
35 Maggiormente incuriositi, Dario e Davide, sovrapposero le loro voci: “Raccontaci, qual’è?”. Damiano allora, con serietà: “La devozione che mi guida nelle celebrazioni e nei momenti di preghiera comune, potrei chiamarla ‘Trinitaria’. È quella vissuta dal Padre e dal Figlio e dallo Spirito Santo nella loro comunione reciproca. Gesù infatti non fa nulla, se non ciò che vede fare dal Padre. E il Padre obbedisce al Figlio, appoggiando e realizzando le sue richieste. Lo Spirito Santo poi fa sì che gli interventi del Padre e del Figlio siano una cosa sola”.
36 “Parli in modo alquanto misterioso”, dissero i due. Allora Damiano, con coraggio: “La spiritualità Trinitaria mi porta ad ascoltare e osservare. Se chi guida la celebrazione comunitaria dà indicazioni riguardo a sedere o stare in piedi o in ginocchio, all’uso delle mani o al porgere la lingua, al cantare o stare in silenzio, gli obbedisco: quest’amore imita Gesù. Egli, senza discutere o protestare, sta sottomesso anche a Giuseppe e a Maria. Tutte le devozioni cedono il passo, e tutte, quando sottomesse ai fratelli, ricevono valore dall’obbedienza. L’obbedienza è benedizione!”.
37 “Se chi guida la celebrazione non dà indicazioni, o le ha date in mia assenza, osservo i partecipanti. Seguo i modi di agire dei più. «Obbedire è meglio del sacrificio», ha detto un profeta (1Sam 15,22). Partecipo così a manifestare l’unità dei figli di Dio, la loro fraternità, l’essere «un sol corpo», come chiediamo nella preghiera più importante e maggiormente ascoltata ed esaudita dal Padre, perché preghiera del Figlio sacrificato sulla croce e risorto”.
38 “So, inoltre, che non devo essere occasione di tentazione per alcuno. Quando uno si inginocchia mentre tutti gli altri stanno in piedi, chi lo vede potrebbe essere tentato di pensare: «Perché vuole distinguersi? Ritiene d’essere migliore? Vuole insegnarci un’altra devozione? Ci giudicherà perché non facciamo come lui?». È una tentazione, tanto che, se la seguissi, diventerei giudice del fratello, e quindi peggiore di lui. Il tentatore cerca di usare le realtà belle per disturbare, come nel deserto, dove ha usato la Parola stessa di Dio per cercare di distrarre Gesù”.
39 Damiano continuava con sicurezza: “I doni della prudenza, del discernimento e della carità ci rendono attenti anche alle tentazioni da cui potrebbero essere colpiti gli altri per causa nostra. Il nostro amore a Gesù, se autentico, diventa amore per i fratelli, amore che previene le loro difficoltà. Il nostro cuore e la nostra mente rimangono in Gesù, in adorazione del suo Volto, e gli sono graditi se siamo attenti a rinnegare noi stessi anche nei piccoli particolari del nostro vivere”.
L’UNITÀ COSTA
40 Damiano procedeva: “Rinnegare se stessi è una parola ripetuta da Gesù e noi la dimentichiamo, anzi, cerchiamo di dimenticarla, benché rinnegare se stessi ci faccia guadagnare la vita vera. Così ha affermato il Signore. Perciò, tranne il caso di evidente peccato, io rinuncio volentieri ai miei modi di vedere e di sentire, anche alle mie ragioni teologiche o alle mie particolari devozioni, per accogliere quelle dei fratelli! Rendo così testimonianza alla vita di comunione che vivono il nostro Padre e Gesù: il primo ascolta Gesù, e questi ubbidisce e cerca sempre la volontà del Padre. Lo Spirito Santo poi ci fa godere il fatto che Padre e Figlio sono uno”.
41 “Succede talvolta che qualcuno moltiplica le proprie devozioni, ma poi nella propria casa non le accompagna con gesti e parole di amore fraterno. In tal caso danno gran fastidio a chi le vede, soprattutto al coniuge e ai figli, che restano scandalizzati. Un uomo, o una donna, molto devoti, sempre pronti ad andare in chiesa e a proporre preghiere, ma pretenziosi o arrabbiati in casa, che testimonianza offrono al Signore? Il frutto di ogni devozione dev’essere la carità”.
42 E aggiunse: “Quando le devozioni sono vissute seriamente, generano umiltà in chi le pratica. Allora sono accolte da Dio, nostro Padre, e portano frutto di semplicità, di pazienza, di carità e di fedeltà, alimentate dal rinnegamento di sé. La vita di chi le vive con coerenza diviene fonte di gioia e di serenità sia per se stesso che per gli altri, e così scaccia ogni tristezza. Chi le vive umilmente rende visibile la gioiosa fraternità e la comunione che Gesù vuole presenti nel regno dei cieli”.
43 “Il rinnegare se stessi per vivere più intensamente l’unità e la comunione tra fratelli ci permette di portare la nostra croce. Chi non rinnega se stesso non porta nessuna croce, e perciò non segue Gesù. Egli «a tutti, diceva: “Se qualcuno vuol venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce ogni giorno e mi segua”». Inoltre chi non sa rinnegare se stesso non riesce a vedere le necessità materiali e tanto meno quelle spirituali dei fratelli”.
44 Damiano si permise di riassumere brevemente: “Vi ripeto che le devozioni sono tutte belle e sante quando portano il frutto dell’unità della Chiesa e della carità. Esse sono strumento che permette di vedere la comunione fraterna dei credenti, quando restano subordinate all’umile obbedienza. Questa obbedienza è benedizione, che vince lo spirito di individualismo: saremo testimoni della bellezza e del valore prezioso della nostra fede e della nostra speranza, che ci uniscono com’è uno il nostro Dio”.
PREGHIERA E PREGHIERE
45 Arrivarono due giovani e due amma per ascoltare gli abba. Uno dei giovani presentò una propria esperienza: “Un abba mi invitò a recitare delle preghiere che definiva «potenti». Diceva fosse una devozione nuova, efficace, gradita a Dio e a sua Madre Maria. Io ho imparato quelle preghiere: mi danno qualche consolazione e mi pare raggiungano il cuore di Dio”. Gli abba si guardarono l’un l’altro e proposero a Damiano di rispondere. Questi domandò al giovane: “Che significa ‘devozione efficace’ e ‘preghiere potenti’? La tua consolazione viene da Dio o è un’autosuggestione?”. Il giovane non seppe rispondere.
46 Allora Damiano continuò: “Ti propongo di essere vigilante. Gli abba o le amma che divulgano nuove devozioni, talora sono alla ricerca di notorietà, tentano di legare il proprio nome a qualcosa che molti definiranno bello, utile, necessario. Succede però che possono stravolgere il significato e la destinazione del vero pregare. Non c’è una preghiera più efficace o più gradita a Dio di un’altra: Dio, nostro Padre, infatti, guarda sempre il cuore di chi prega, non le parole che usa o i gesti che compie”.
47 “Ti dico ancora che la preghiera non è un gioco. Non somiglia al gioco delle carte: ‘Se hai la carta vincente, sei a posto, e se non hai la tal carta hai perso’. No. La preghiera non è un gioco: ‘Se dici la tal orazione, la tal litania, se la ripeti un certo numero di volte, sei a posto, e Dio ti ascolta, e tu ottieni ciò che desideri’. Dio non è un giocatore che perde o che vince: non lo incontri in questo modo. Se lo vuoi incontrare devi salire la croce con Gesù. La preghiera vera conosce l’umiltà, la comunione, la croce, e colui che vi è inchiodato”.
48 Anche una delle due amma prese coraggio: “Abba, una gentile signora non solo propone preghiere e devozioni, ma afferma di essere a contatto diretto con Dio Padre, che le parlerebbe e le rivelerebbe ciò che dovrà fare chi la interroga. Posso affidarmi alle sue rivelazioni?”. Damiano rispose subito: “Tu ti fideresti di chi parla in questo modo di se stesso? A mio parere, se vuoi essere ingannata, seriamente ingannata, affidati pure a lei: ti troverai in balia del Superbo, il Maligno”.
49 E completò: “Sappi che Dio Padre ha mandato Gesù, e ha dato a lui ogni potere, ha messo tutto nelle sue mani, è lui la sua Parola, il suo Verbo. La Parola di Dio è sulla bocca di Gesù! Ai tre apostoli sul monte santo ha comandato: «Ascoltatelo». Mosè ed Elia, riferendo la Parola di Dio al popolo, dicevano: «Ascoltatemi»! Adesso invece Dio stesso dice: «Ascoltate lui!». Al risuonare di questa parola Mosè ed Elia sparirono. Pensi che qualcuno di noi possa prendere il loro posto, da presumere di essere a contatto diretto con il Padre?”.
50 E disse ancora: “Dio ci parla attraverso Gesù, e Gesù attraverso i suoi apostoli: «Chi ascolta voi, ascolta me»! Con ogni probabilità la signora di cui mi stai parlando non conosce l’obbedienza del Signore, non vive in comunione nella santa Chiesa, non chiede perdono dei propri peccati. Il mondo è pieno di cosiddetti sensitivi e anche di maghi. Qualcuno, ritenendosi importante e fingendosi devoto, frequenta gli ambienti di chi desidera vivere la fede cristiana. In tal modo trova facilmente le sue “prede”.”
51 “I cosiddetti sensitivi o veggenti usano immagini sacre, preghiere approvate, argomenti religiosi, e così attirano l’attenzione e vengono facilmente creduti e seguiti da chi non ha discernimento e non lo chiede agli abba santi che pure il Signore ci dona. Il rischio dell’inganno è reale. Oltre a rovinare i singoli creduloni, rovinano anche la credibilità dei santuari, dei pellegrinaggi e delle case religiose che frequentano. È necessaria un’attenta vigilanza dappertutto”.
52 L’abba conosce un altro pericolo per i fedeli: “È un tempo, il nostro, in cui si moltiplicano notizie di presunte apparizioni o mariane o angeliche o di altri spiriti celesti. Ho detto: «presunte apparizioni». Quelle ‘vere’ e utili alla fede del credente sono poche. E non sono indispensabili. Ciò che rivelano è già presente nel Vangelo, nelle parole di Gesù. Chi non legge o non sa prendere sul serio le parole di Gesù, dà attenzione e importanza e molto tempo all’ascolto delle rivelazioni di questi messaggi, ritenendoli provenienti dal cielo, da Dio”.
53 “Di frequente purtroppo si può costatare che chi si appoggia a questi messaggi, ne cerca altri, e arriva a credere a tutti, anche a quelli ‘presunti’, soprattutto a quelli che prevedono disgrazie per la Chiesa e per il mondo. I cosiddetti messaggi che mettono paura, vengono cercati e creduti con facilità. Non sai e non pensi che la paura viene dalla mancanza di fede? E quindi che questi messaggi piacciono a colui che vuole sradicare la fede dal tuo cuore e dalla tua mente?”.
54 A questo punto anche Dario intervenne: “Hai detto bene, Damiano. Colui o colei che frequenta o ascolta i cosiddetti veggenti, pian piano, senza deciderlo e senza volerlo, viene a trovarsi lontano dalla comunione della Chiesa, tanto da non riuscire più a collaborare con gli altri credenti; rimane solo, e per di più senza gioia e senza umiltà. Questo è un segnale importante: la gioia e l’umiltà sono indice della presenza dello Spirito Santo. Se i messaggi rattristano lo Spirito di Dio, vengono dal cielo?”.
55 L’altra amma, finora rimasta in silenzio, sbottò: “Abba, è vero che chi frequenta sensitivi e sciamani, medium e operatori di magie, potrebbe aver bisogno di esorcismo?”. Abba Damiano rimase pensieroso, poi disse: “Non avrei voluto parlare di questo argomento delicato, ma è importante, perché molte persone vengono ingannate, e possono soffrire per molti anni senza sapere il perché. La tua domanda però è generica: che intendi per frequentare?”.
56 “Per frequentare intendo che va a interrogarli, o a farsi mettere le mani sul proprio corpo, oppure a farsi leggere le carte o a ricevere amuleti da portare addosso o da mettere sotto il cuscino, o farsi praticare massaggi cosiddetti energetici, o estetici, o farsi insegnare ginnastiche o meditazioni, o pronunciare mantra, o ascoltare suoni cinesi o tibetani che siano”, così rispose l’amma. Damiano riprese: “Queste persone ritengono sia tutto lecito e utile, ma è tutto veleno, e grave offesa alla bontà e alla misericordia del Padre nostro”.
57 “Le pratiche cui hai accennato, e molte altre simili, non hanno origine dal Vangelo, né dalle Sacre Scritture, anzi, queste ci mettono in guardia con severità dal praticare cose simili. Esse provengono o da spiritismo, e quindi da invocazione di demoni, oppure da religioni che con i demoni hanno familiarità. Se t’avvicini al fuoco puoi esserne incendiata. È ovvio che è necessario l’intervento di chi può spegnere quel fuoco!”. L’amma ringraziò, e chiese all’abba il nome di uno che sia incaricato a praticare l’esorcismo. Lo chiese per un’amica caduta in quelle trappole, che ora la fanno soffrire di giorno e di notte.
58 L’altro giovane, taciturno, manifestò un’altra preoccupazione: “A me è stato suggerito di pregare novene, rosari, coroncine. Ne ho imparato una decina. Mi occupano tanto tempo ogni giorno, e fin che non le ho dette tutte, non sono in pace”. Abba Dario era tranquillo nel dirgli: “Io piuttosto leggerei mezza pagina del Vangelo, o anche meno, e la rileggerei, poi rimarrei in silenzio un quarto d’ora o più, quanto ti permettono gli impegni di famiglia o di lavoro. Imparo da Maria, che «da parte sua, custodiva tutte queste cose, meditandole nel suo cuore» (Lc 2,19)”.
59 “Maria «meditava»: non significa che vagava nel vuoto, come qualche insegnante di pratiche esotiche intende per meditazione, ma confrontava ciò che vedeva e udiva attorno a Gesù con le profezie e le parole ascoltate, con i fatti successi. Potresti ‘ruminare’ una frase del vangelo, cioè ripeterla lentamente molte volte. Il recitare lunghe preghiere, invece, moltiplicando le parole, può soddisfare una tua suggestione o superstizione, con il pericolo di diventare scrupoloso o compulsivo o peggio. Ti ammaleresti, e non permetteresti allo Spirito Santo di agire in te, di riempirti della gioia di Gesù, della sua sapienza, della sua pace e della comunione con i fratelli”.
60 Abba Davide, contento, aggiunse: “Nella Liturgia preghiamo: «È cosa buona e giusta, nostro dovere e fonte di salvezza rendere grazie a te». Fino a qualche tempo fa non badavo a questa frase. Adesso mi risuona spesso. Se rendere grazie è fonte di salvezza, perché mi preoccupo di altre preghiere? Non è la salvezza che cerco? Non è la salvezza la grazia che il Signore mi vuol donare? Non è la salvezza il regalo più bello che tutti possono ricevere? Non è la salvezza ciò di cui tutto il mondo ha bisogno? Renderò grazie sempre e in ogni luogo: è fonte di salvezza!”.
61 “Non mi preoccupo più di chiedere a Dio salute e benessere per me o per altri: questo lo faccio saltuariamente. Sto imparando a rendere grazie. E imparo non tanto a ringraziare per quanto il Signore ha dato a me o a noi: lo sguardo sarebbe ancora rivolto a me stesso o alle cose di cui io penso di aver bisogno. Cerco di imparare a ringraziarlo perché lui c’è, perché ci ama tutti, perché è santo, buono e fedele, perché è misericordioso e perdona, perché ci aspetta, perché tiene nelle sue mani la mia vita e la storia del mio popolo. Lo ringrazio perché ha mandato Gesù, e ringrazio Gesù perché ha ubbidito al Padre ed è venuto. Mi accorgo che così arrivo ad apprezzare anch’io l’ubbidienza”.
62 Abba Damiano ascoltava. E poi disse: “Grazie. Così faceva anche il re Davide, quando cantava i Salmi. Ringraziare non è solo buono e giusto perché nostro dovere, ma è davvero «fonte di salvezza». Ti senti triste? Ringrazierai. Ti dà fastidio la tal persona? Ringrazierai. Hai ricevuto un dispiacere? Ringrazierai. È avvenuto un contrattempo che rovina i tuoi programmi? Ringrazierai: Dio sa il perché. Ti sei ammalato? Ringrazierai. Ti senti inutile? Ringrazierai ancora. Hai rotto qualcosa di prezioso? Il ringraziare attenua i dispiaceri. In ogni momento abbiamo bisogno di salvezza, perciò in ogni occasione ringraziamo!».
63 Damiano completò: “Hai avuto una soddisfazione? Ringrazierai. Sei riuscito a completare il tuo lavoro? Ringrazierai il Padre. Qualcuno ti ha fatto dei complimenti? Ringrazierai. I tuoi figli e il tuo coniuge ti ammirano e sono fieni di te? Ringrazierai Gesù. È riuscita un’iniziativa parrocchiale proposta da te o da te completata? Ringrazierai il Signore. Come il ringraziare attenua le sofferenze, così aggiusta pure le gioie, affinché non siano l’occasione per compiacerci di noi stessi. Il pericolo della vanagloria è sempre presente, ed è facilissimo assecondarlo. Rovinerebbe non solo il nostro cuore, ma anche le relazioni con chi ci ama e ci stima”.
64 “Ringraziando scopro che spariscono le eventuali invidie del cuore, si attenuano le gelosie, divento incapace di criticare e di condannare! È davvero fonte di salvezza ogni grazie che penso e che pronuncio. E non solo spariscono i sentimenti negativi, ne arrivano di buoni e costruttivi. Mi ritrovo desideroso di amare chi non amavo, semplice nel pensare le situazioni, libero e forte. «È fonte di salvezza rendere grazie sempre e dovunque a te…»: me lo ripeto anche dopo la celebrazione in cui queste parole sono state proclamate!”.
65 Anche abba Dario intervenne. “Aver bisogno di salvezza significa aver bisogno di Gesù, salvezza di Dio. Se il ringraziare mi avvicina a lui, posso cantare: alleluia! Quando ringrazio qualcuno, riconosco che quella persona è più importante di me, è un dono di Dio. Quando ringrazio divento semplice, e anche umile”. Abba Damiano godeva di tutto questo colloquio. Aggiunse: “Ringraziare il Padre, e con lui Gesù, è semplicemente ciò che lo Spirito Santo continua a suggerire al nostro cuore e alla nostra mente. In tal modo riesce a cambiare i nostri desideri, e così ci converte”.
66 “La conversione è sempre necessaria: ci è affidato il compito o la missione di cambiare il mondo, ma non siamo ancora santi a sufficienza!”, disse ancora abba Davide. Il primo dei giovani intervenuto pareva preoccupato, tanto che disse: “Il mondo è pieno di persone negative. Io ho paura di incontrarle. Può pregare per me, abba, perché queste persone non influiscano negativamente sulla mia vita, sul mio lavoro e sulle mie relazioni?”. Davide rispose con decisione: “No, non pregherò per questo. Pregherò invece perché tu, che porti in te Spirito Santo, con il suo frutto influisca su coloro che ti circondano: da te, essi potranno ricevere pace, mitezza e santità, e l’avvio alla conversione”.
67 E continuò: “Quando incontro chi pare ambiguo o malvagio, temo possa influenzarmi negativamente. So però anche che potrebbe essere influenzato lui dallo Spirito che è in me. È per questo che ho ricevuto e cerco di ricevere ogni giorno lo Spirito Santo! Quando egli è in me, si effonde da me senza che io me ne accorga e senza che io faccia niente. Invece di aver paura, ricorderò che, grazie a Gesù, posso essere abitato dallo Spirito di Dio, che non resta inoperoso: mi custodisce e mi adopera. Quando Gesù dice: «Voi in me e io in voi» (Gv 14,20), non è proprio questo che vuol dire? Se avessimo paura ci sgriderebbe, come ha sgridato i discepoli quando lo hanno svegliato sulla barca piena d’acqua. Chi incontra lo Spirito Santo che è in me potrà convertirsi”.
68 “Che cosa intendi per conversione, abba?” domandò il giovane. Rispose Davide: “Conversione? È ciò che serve per cambiare il mondo! Quando ci convertiamo, invece che ragionare e agire come Adamo, ragioniamo e agiamo come Gesù. Tutto qui. Puoi anche dire che la conversione consiste nel cambiare linguaggio: di usare quello di Caino, e impariamo quello di Abele. Oppure: conversione è essere liberi dai regni del mondo per far parte del regno dei cieli, disgustarsi dei regni del mondo e di ciò che offrono, per immergerci con gioia nei beni del regno di Dio”.
69 Dario si sentì in dovere di ricordare ciò che Gesù stesso aveva predicato: «Convertitevi, e credete nel Vangelo». E disse: “Chi crede nel Vangelo è già convertito, perché ama Gesù, e cambia i desideri, il modo di pensare e di decidere. Chi crede nel Vangelo, cioè si appoggia sulla gioiosa notizia che Dio ci ama, e il suo amore è Gesù -, non si preoccupa di se stesso: sa di essere amato nientemeno che da Dio. Vive invece l’amore misericordioso del Padre, come Gesù. Non imita i farisei, preoccupati di essere a posto con Dio. Nessuno può esserlo, abbiamo sempre bisogno di essere da lui salvati”.
70 Davide aggiunse: “Convertendomi per far parte del regno dei cieli, smetto di pensare come pensa il mondo, dove i più cercano di essere sopra gli altri o meglio degli altri, di sperimentare nuovi piaceri, di arricchire, di star sempre bene di salute. Ascolterò invece il Re del regno che viene, farò come lui dice, guarderò i suoi modi di agire, lo imiterò. La mia vita non sarà più in sintonia con quanto mi viene proposto dal mondo, ma solo con la Parola che esce dalla bocca di Gesù! Da essa mi faccio plasmare”.
71 Abba Damiano volle dire ancora qualcosa riguardo al pregare. “Quando abbiamo parlato della preghiera, abbiamo dimenticato una Parola importante di Gesù. Egli ci ha detto: «Pregate per quelli che vi perseguitano» (Mt 5,44). E lo ha detto dopo averci comandato di amare i nemici. È qui che costatiamo se siamo convertiti: lo siamo quando davvero amiamo i nemici e preghiamo per chi ci perseguita. Nemici possono essere non solo persone estranee, ma talvolta qualcuno dei famigliari. È la famiglia il primo luogo in cui si realizza o si distrugge il regno dei cieli”.
72 “Marito e moglie, o genitori e figli, usano talora espressioni pesanti l’uno per l’altro. Ho udito una moglie dire al marito: “Sei egoista!”. Pareva vero, ma il modo con cui lo disse mi convinse che lei lo era più di lui. Frasi come queste creano inimicizia. Le correzioni vanno fatte certamente, ma come un dono, quindi con amore, con delicatezza, in modo da realizzare il regno dei cieli. Chi ama il proprio nemico, lo ama davvero, e per amore di Gesù che agirà risanando, e sarà riconosciuto presente nella casa. Chi prega per il persecutore, lo fa con la certezza che al Signore nulla è impossibile”.
73 “Un santo diceva a una persona che, per il desiderio di pregare, si dimenticava di un malato: ‘Lascia Gesù per Gesù, cioè lascia il Gesù della tua preghiera per quel Gesù che aspetta la tua attenzione e il tuo servizio’. Lo potrebbe ripetere a quelle persone che, in casa propria, si dedicano alla preghiera dimenticando il coniuge o i figli, lasciandoli a lungo soli, abbandonati ai loro pensieri. Questi familiari saranno tentati di pensare che Gesù è avaro, che risucchia le attenzioni che dovrebbero essere donate a loro. Chi ama il Signore vuole edificare il regno dei cieli: lo edifica quando, col proprio comportamento, anche con i suoi cari fa far bella figura a Gesù, che ritiene di servire”.
74 Il giovane domandò ancora: “Tu parli spesso di regno dei cieli. A cosa pensi con queste parole?”. Abba Davide: “Conosci il regno d’Italia? Mi dirai che non esiste più, infatti non esiste un re d’Italia. Ebbene, il regno dei cieli esiste perché è sempre vivo il Re di questo regno, Gesù, mandato dal Padre. Chi si raccoglie attorno a Gesù per ascoltarlo e ubbidirgli forma il regno dei cieli. Quando vedo Gesù, ri re, coronato di spine, mi attrae ancor più: è segno che non mente, è un re vero, veritiero e affidabile. Tu fai già parte del suo regno?”. “Credo di sì, abba. Ascolto spesso Gesù e provo ad ubbidirgli”, rispose il ragazzo.
75 E, acquistata confidenza, il giovane continuò: “Abba, io prego anche per chiedere perdono a Dio. È una preghiera importante? Avresti qualcosa da dirmi in proposito?”. Abba Davide rispose: “Altro che importante! Noi iniziamo tutte le celebrazioni eucaristiche chiedendo perdono! L’importanza di questa preghiera puoi apprenderla dalla parabola di Gesù. Il figlio che pascolava i porci si impegnò e si umiliò a cercare le parole da rivolgere al padre quando sarebbe arrivato davanti a lui, tornando dopo molto tempo. Si accontentava di venire accolto come servo, pur di essere perdonato. Il perdono è necessario per noi, che siamo sempre peccatori!”.
76 “Sì, siamo peccatori. Che significa? Ecco: con pensieri o con parole o con gesti o altri modi abbiamo disobbedito, e così siamo usciti dalla comunione con il Padre. Ogni peccato ha conseguenze, talora terribili. Esso infatti svuota l’anima, la dilania, la fa scoppiare. Spesso rovina la psiche e talora anche il corpo. Il perdono di Dio ci è necessario per tornare a vivere come figli di Dio, per sentirci uomini veri. Non per nulla Gesù ha inserito nella preghiera, insegnata ai discepoli anche la domanda di perdono. Sapeva che anch’essi erano e sarebbero sempre stati peccatori”.
77 E l’abba continuò: “Gesù ha parlato del perdono perché lui è venuto e si è offerto sul Calvario proprio per questo. Lo aveva detto mentre teneva in mano il calice del suo Sangue: «Versato per voi… per la remissione dei peccati”. Anche da risorto si è soffermato a dire agli apostoli: «A chi perdonerete i peccati…». Ci ha rivelato così anche come fare: consegneremo i nostri peccati a chi ha ricevuto dalla Chiesa santa la facoltà apostolica di perdonare, li metteremo alla luce aprendo il nostro cuore al servo di Gesù. Scopriremo così il paradiso!”.
78 “E un’altra volta, sempre Gesù, disse: «Il Cristo patirà e risorgerà… e nel suo nome saranno predicati a tutti i popoli la conversione e il perdono dei peccati» (Lc 24,46-47). Gesù gode nel perdonarci, perché col perdono diventiamo di nuovo adatti per servire nel suo regno. E gode di perdonarci per vedere il frutto della sua passione e morte. Anche noi godremo, perché sentiremo la nostra anima svuotata, rovinata, dilaniata, riempirsi di nuovo di quella pace, grazia, luce, serenità e bontà, che sono frutto dello Spirito Santo. L’amore del Padre sarà di nuovo presente in noi! Chiederemo perdono spesso!”.
79 “Grazie, abba. Queste tue parole mi danno speranza”, rispose il giovane, e rimase ancora in ascolto. Davide proseguì: “Uno dei nostri peccati frequenti rimane nascosto e non viene consegnato a chi ce lo può perdonare. È quello vissuto da chi non pratica la sua fede, cioè la fede che ritiene di avere. Chi non pratica la fede, dice di averla, ma non pensa sia necessaria una conversione. Chi non pratica la fede, non la vive: non ubbidisce al Padre e alla Parola di Gesù. È come dicessi che ho la macchina, ma non la metto mai in moto: che ne sarà? Io resto fermo e la macchina stessa diverrà un rottame. Non ha fede chi non la vive. Questo è peccato molto grave: illusione, cioè menzogna a se stesso e a tutti. E scandalizza”.
80 Il giovane, con coraggio: “Abba, pregherò perché questo peccato mi stia lontano. Se io ti chiedessi di pregare per me, sono sicuro che tu lo faresti e che il Signore ti ascolterebbe!”. E l’abba: “Non è detto! Certamente io pregherei per te, se me lo chiedi. Cosa farà il Signore? Adopererà la mia preghiera per te o per qualche altra persona bisognosa di salvezza in altri luoghi del mondo? Egli guarda la tua vita e la tua coerenza con la domanda che mi hai fatto”.
81 E disse ancora: “Ti racconto un fatto. Un uomo mi ha chiesto di pregare per lui e per il suo lavoro. Ho pregato, ma pareva che il Signore non fosse interessato ad ascoltare. Ho poi scoperto che nella sua officina quell'uomo teneva appeso un calendario con fotografie di donne nude. Allora ho capito. Gesù non poteva che girarsi dall'altra. La mia preghiera l'ha adoperata altrove, per salvare l’anima di un uomo che stava morendo in ospedale”.
82 Anche abba Damiano intervenne su questo argomento: “Se tu mi chiedi di pregare per te, io ti dirò che sì, lo farò. Ma tu dovrai collaborare. Non potrai pretendere che Dio ti ascolti, se mantieni le devozioni ai tuoi idoli venefici. Se io stesso sapessi che ne hai, al Signore chiederò prima di tutto che ti liberi da quelli: sarebbero la rovina del tuo cuore e della tua famiglia e di ogni relazione, che invece di essere benedetta, verrebbe maledetta dalle tue idolatrie”.
83 “Senti questa: un papà era preoccupato per la salute di uno dei suoi bambini. Mi chiese di intercedere presso il Signore. Lo facevo, ma avevo la percezione di qualche impedimento. Quando quell'uomo smise di cercare film porno, allora il figlio iniziò a guarire. Una adolescente era perennemente in crisi. Né psicologi né psichiatri risolvevano. Finalmente la madre si umiliò a chiedere preghiere. Pareva inutile. Quando però smise di occuparsi del proprio benessere con ginnastiche, respirazioni e meditazioni yoga o altro, e tornò a dare la sua fiducia a Gesù e ad amare i vicini di casa, allora la figlia iniziò ad aprirsi”.
84 “Gesù ascolta la nostra preghiera, sempre. Non vede l'ora di poterla esaudire, così che noi stessi possiamo vedere il suo amore e diventare testimoni della sua presenza. Per farlo però deve ricevere il via libera, il semaforo verde, da noi. Questo avviene quando ci vede impegnati ad obbedire alla sua Parola. Adesso sai come fare per chiedermi di pregare per te”.
85 L’altro giovane desiderava ancora parlare della preghiera: “La preghiera, che invita a rendere grazie, talvolta termina nominando «Troni e Dominazioni, Principati e Potenze» (Col 1,16), cui dovremmo unirci a cantare la lode di Dio. Chi o cosa sono?”. Abba Damiano sorrise: “Grazie che me lo chiedi. Professando la fede diciamo che Dio Padre è creatore di tutte le cose visibili e invisibili, materiali e spirituali. Sappiamo quindi che Dio si occupa anche di realtà che sfuggono alla nostra percezione, alla nostra intelligenza e conoscenza, eppure hanno il loro ruolo nel regno dei cieli e nella storia della salvezza”.
86 “Le realtà invisibili, per noi misteriose, le chiamiamo con i nomi con cui ce ne parlano le Sacre Scritture. Io non te le so descrivere: so dirti solo che sono presenti agli occhi del Padre nostro che è nei cieli, che Gesù è al di sopra di loro, e quindi ubbidiscono a lui. Sono state «create per mezzo di lui e in vista di lui»: per questo sono importanti anche per noi. È dovere della Chiesa santa ricordarne la presenza, una presenza che ci stimola a cantare la santità del nostro Dio: «Santo, santo, santo». Non siamo solo noi a levare questa lode: facciamo parte di un coro più grande e più bello di quanto siamo capaci di vedere e udire e immaginare”.
87 “Quando l’apostolo parla di «ogni Principato e Potenza, … Forza e Dominazione» (Ef 1,21), intende realtà sì invisibili, ma presenti ed efficaci, realtà che, se non fossero sottomesse a Gesù, potrebbero ostacolare il nostro amore a lui. In tal caso sarebbero i condizionamenti che lavorano nella nostra mente e nel cuore per allontanarci da Gesù, oppure ideologie, o forze di persuasione presenti nei gruppi sociologici umani o nelle parentele: trovandoci coinvolti in questi gruppi, non siamo del tutto liberi di amare come Gesù suggerisce, o di pensare e parlare con i suoi insegnamenti. Solo guardando a lui, assiso alla destra del Padre, arriva a noi la libertà da tutto”.
88 Abba Dario fece udire ancora la sua voce: “Abbiamo dimenticato una Parola importante. Gesù ha detto ai discepoli: «Se chiederete qualche cosa al Padre nel mio nome, egli ve la darà. Finora non avete chiesto nulla nel mio nome. Chiedete e otterrete, perché la vostra gioia sia piena» (Gv 16,23-24). Gesù ci vuol vedere contenti, e per questo ascolta la nostra preghiera, così ci accorgiamo di essere importanti per lui”. Ma il giovane, che ascoltava con attenzione, replicò: “Non capisco. Molte volte quello che ho chiesto nella preghiera non l’ho ottenuto. So che Gesù non mente, ma allora come si deve intendere la sua promessa?”.
89 Dario rispose: “Gesù non ha detto quelle parole alle folle, ma ai discepoli, quando erano già nel cenacolo. Era sicuro che essi avevano imparato, dalla preghiera che aveva donato loro, ad avere gli stessi desideri di Dio: che sia santificato il nome del Padre, che venga il suo regno, che sia fatta la sua volontà. Pregando, noi mettiamo davanti al cuore del Padre i desideri dei discepoli di Gesù, perché sono i suoi! Perciò Gesù è sicuro che questa preghiera viene esaudita. Chiederemo sempre quanto ci serve per fare la volontà del Padre, per realizzare il suo regno, per essere uniti nella Chiesa affinché egli riceva onore e gloria”.
90 Il giovane aveva un'altra domanda: “Gesù ha detto che non occorre che lui preghi il Padre per noi, perché il Padre già ci ama (Gv 16,17). È vero che non prega per noi?”. L’abba si raccolse un attimo in silenzio, poi: “Sì, Gesù ha detto così, ma altre volte ha detto: «Pregherò il Padre ed egli vi darà un altro Paràclito» (Gv 14,16), e quando si rivolse al Padre, disse: «Io prego per loro; non prego per il mondo, ma per coloro che tu mi hai dato, perché sono tuoi» (17,9). Noi siamo quindi sempre presenti nella preghiera di Gesù, che anche ora intercede per noi alla destra del Padre (Rom 8, 34). Quando ha detto che non occorre che egli preghi per noi…”.
91 “Quando Gesù ha detto che non occorre che lui preghi per noi, perché il Padre già ci ama, aggiunse: «Perché voi avete amato me e avete creduto che io sono uscito da Dio» (Gv 16,27). Ci ha donato così una rivelazione importante. Chi ama, comincia a far parte della vita della persona amata. Quando Gesù ama me, lui fa parte della mia vita, in modo misterioso, ma vero. E quando io amo Gesù, sono partecipe della sua vita. Ora, il Padre è tutt’uno con Gesù, e quindi, quando io amo Gesù e credo in lui, cioè mi appoggio a lui, il Padre è tutt’uno anche con me! È cosa tanto stupenda, che facciamo fatica a pensarla, e ancor più a dirla; ci pare di esagerare, o di presumere di essere più di quel che è vero, date le nostre debolezze e peccati”.
92 Dario continuò: “Gesù però non esagera. È contento di dirci cose per noi grandi, anche se egli, meglio di noi, sa che siamo poveri anche nella fede, che siamo deboli nell’amore, che facilmente dubitiamo di lui, come gli apostoli quando lo hanno visto risorto. Per questo egli prega per noi, perché riceviamo il suo Spirito, e prega per noi, perché siamo custoditi dal maligno e siamo perfetti nell’unità. Questa sua preghiera la offre al Padre per uomini e donne che sa essere già tutt’uno con lui: anch’io prego per te, che hai bisogno di sostegno e di umiltà, anche se so che sei fedele a Gesù!”.
93 Il giovane non era ancora del tutto soddisfatto: “Quando Gesù ha detto che prega per gli apostoli ha aggiunto: «Non prego per il mondo». Il mondo ha estremo bisogno del dono di Dio!”. E abba Dario gli diede una risposta, che di certo non è completa, perché nessuno di noi entra fino in fondo nell’amore che Gesù ci vuol dire e donare: “È vero; Gesù, che aveva dato la vita per il mondo (cf Gv 3,16), ha detto: «Non prego per il mondo». A noi sembra si contraddica, ma ci dobbiamo chiedere cosa Gesù intenda quando dice di pregare per qualcuno. Quando Gesù prega per me, mi tiene unito a sé davanti al Padre. Non può tenere unito a sé «il mondo», che rifiuta e il Padre e il Figlio”.
94 Damiano era pensieroso, e disse: “Abbiamo parlato di Dio che ascolta ed esaudisce. Talvolta ci pare che non ascolti e non esaudisca. Come la mettiamo? Che Dio ascolti, lui che ci ha dato l’udito, non lo possiamo dubitare. Che ci esaudisca, lo dubitiamo spesso ancor prima di pregare. Che significa esaudire? Cosa intende il Padre con questa parola? Un anacoreta egiziano ha detto: ‘Dio ci esaudisce quando ci dona il suo santo Spirito!’. Se ci desse solo ciò che chiediamo noi, sarebbe meno sapiente di noi. Esaudisce la nostra preghiera quando ascolta quella rivoltagli dallo Spirito che già è in noi e in noi prega. Il Padre talvolta ignora ciò che noi desideriamo, perché ci vuol arricchire maggiormente!”.
95 Amma Rita, sempre attenta, aveva una afflizione che espose con la speranza di una risposta: “Vorrei confidarvi una sofferenza. Spesso, parlando con amici anche credenti, sento solo lamentele. Si lamentano per le loro malattie, o per situazioni conflittuali in casa, o per disordini matrimoniali, oppure per malumori sul posto di lavoro. Pare non abbiano un briciolo di fede”. Abba Davide, sorridendo, disse: “Non allarmarti, amma. Non pensar male di queste lamentele. Ricorda che nella Bibbia c’è anche il libro delle Lamentazioni. Queste persone aggiungono qualche riga a quel Libro Santo”.
96 “Quando senti una lamentela, comincia tu stessa a trasformarla in preghiera nel tuo cuore. Questo tuo ‘lavoro’, di trasformare il lamento di un cristiano in preghiera, è gradito al Padre. Pregando, potrai aiutare la persona che soffre a presentare a Gesù in croce le cause della sofferenza. Sparirà la paura e arriverà consolazione e fiducia. Quando poi la lamentela fiorirà sulle tue stesse labbra, appena te ne accorgerai, ricorderai che «il Padre vostro sa» ciò che è bene per te e per la Chiesa, e per il suo regno. Così riuscirai ad abbandonarti alle sue Mani, quelle mani che hanno accolto lo Spirito di Gesù in croce”.
97 Damiano ascoltava attento. Disse: “La preghiera è un mistero grande, un dono infinito, un’occasione unica e incommensurabile. È passare il tempo con Dio, entrare nella sua eternità, nella sua perfezione, nella sua misericordia, nella sua fedeltà, nella sua gioia, nel suo desiderio di avere con sé tutti gli uomini e tutto il mondo, di tenere in mano tutto l’universo e tutta la storia dell’umanità. Noi pronunciamo con troppa facilità la parola ‘preghiera’, ancor prima di sperimentarla in tutte le sue dimensioni. È davvero un dono del Padre”.
98 Arrivò abba Felice. Sentendo parlare di preghiera, domandò: “Qual è la preghiera migliore di tutte?”. Ascoltando il silenzio generale, diede egli stesso la risposta: “È quella che ci propongono alcuni salmi: «Cantate al Signore un canto nuovo» (Sal 32,3; 95,1; 97,1; 149,1; Is 42,10); altri ancora ce lo dicono in altro modo. Anzitutto, se preghiamo cantando, facciamo vedere a Dio la gioia che la sua presenza suscita in noi. E di questo anche lui non può che godere! Il «canto nuovo», com’è? Non lo sai, non lo so, perché, se è nuovo, è sempre diverso. Nemmeno chi comincia a cantare il canto nuovo sa come diventerà: anche per lui è una sorpresa”.
99 “Il cantico di Maria in casa di Elisabetta era un canto nuovo, come il canto di Giuditta dopo la sua impresa (16,13)! Il canto nuovo può arrivare anche senza parole, con semplici suoni vocali, senza significato, come avviene per il giubilo; nasce infatti senza adoperare l’intelligenza. Il significato glielo danno il Padre e Gesù, che guardano e ascoltano il cuore di chi canta. Essi odono il gemito dello Spirito, gemito inesprimibile per noi, compreso solo «da colui che scruta i cuori». Egli «sa che cosa desidera lo Spirito» (Rom 8,26-27) che è presente in noi e in noi prega incessantemente. «Cantate al Signore un canto nuovo», e sarete già in paradiso! Canterete la presenza del Figlio di Dio nel vostro cuore, canterete Gesù!”.
100 Il giovane, che era sempre stato molto attento, intervenne ancora. “Del giubilo gioiva il santo abba Agostino, che lo raccomandava! Se il Signore me ne farà dono, ne gioirò anch’io! Ora vi dico ciò che mi pare di aver appreso dalle vostre confidenze sulla preghiera: quando prego, siamo in due: io e il Signore. Dei due il più importante è sempre lui, non io. Quindi lascerò sempre la prima parola a lui. Starò in ascolto. L’ascolto potrà essere lungo, e allora sarà silenzio prolungato. Se lui non mi dice nulla, è segno che mi sta donando qualcosa, di certo il suo Spirito. Dopo di lui parlerò anch’io, ma cosa dirò?”.
101 Il giovane aggiunse ancora, mentre gli abba erano attenti ad ascoltarlo con sorpresa: “Dopo aver ascoltato il Signore, dirò la domanda di perdono, chiederò la grazia di conoscere e realizzare la sua volontà, di distribuire il suo amore, e proclamerò la sua lode. Dirò le parole che lui mi dona, i salmi, chiederò salvezza e santità per me e per tutti. Ho compreso che il pregare è vivere immerso nel cuore del Padre, nella gioia del Figlio, nella pace dello Spirito Santo!”. Quel giovane parve agli abba più maturo di ognuno di essi.
***
102 Gli abba, e anche chi li aveva ascoltati, erano soddisfatti di tutti i dialoghi. Qualcuno però manifestava preoccupazione: “Pregare non basta. È necessario istruirsi riguardo ai misteri della nostra fede. È necessario e urgente che i fedeli che pregano conoscano il nostro Dio e il Signore nostro Gesù Cristo. Non possono accontentarsi di quanto hanno imparato da ragazzini. Già gli apostoli Paolo e Giovanni ci hanno avvertito che in mezzo a noi sorgeranno dei lupi rapaci o degli anticristi per rovinare la Chiesa santa. Siamo già in pericolo”. Parlò così abba Gregorio. Egli era attento a certe parole che udiva ed erano ripetute anche da persone credenti.
103 Una giovane attenta chiese: “Abba, una persona istruita diceva: ‘Tutte le strade portano a Dio’. A me pare esagerato. Tu, che ne dici?”. Gregorio colse la palla al balzo: “Ogni strada porta a un Dio diverso. Tu, a quale Dio vuoi arrivare? Chi vuole arrivare a Dio nostro Padre ha una strada sola; lo ha detto Gesù, e della sua verità non posso dubitare: «Nessuno viene al Padre se non per mezzo di me», perché «Io sono la via». Gesù ha anche insegnato che c’è una strada che ci fa arrivare al nostro traguardo in cielo, e ce n’è un’altra che conduce alla perdizione. Tu hai sentito strana quella frase perché contiene falsità e inganna chi ascolta senza discernimento. Il tuo sentire è ispirato. Non tutte le strade hanno la stessa meta”.
104 Gregorio proseguì: «Anch’io udii una frase dalla bocca di un battezzato, come fosse bella, vera e utile: ‘Siamo tutti parti Divine’, e poi ‘le parti divine sono in movimento’, e altre simili, formate con belle parole come ‘energie positive’, ‘vibrazioni’, ‘foglie tremolanti’, ‘mantra ripetuti centootto volte’, ‘fiammelle’, ‘vivere nel cuore di chi resta’, ecc., qualcuna stampata persino sui biglietti che ricordano i defunti. Ho capito che siamo circondati da chi non conosce e non condivide la nostra santissima fede, da chi non conosce Gesù e quindi nemmeno il Padre. C’è chi ritiene di essere una ‘parte divina’, cioè di essere dio, e perciò non ha bisogno di credere, di pregare, di chiedere perdono, di leggere il Vangelo: non ha bisogno di Gesù!”.
105 E continuò: “Chi parla in tal modo ritiene di non aver bisogno di un Salvatore. Per lui Gesù è diventato un bel nome, ma inutile. Nelle nostre case arrivano e si solidificano, senza che ce se ne accorga, altre religioni per sostituire l’unica vera e utile e santa, che può trasformare il mondo. Quelle religioni, che si presentano con parole che paion belle a chi è ignorante dei nostri misteri, ci riempiono di idoli e idolatrie: approvano tutto, tutti i capricci, cioè tutti i vizi. Questi distruggono la comunione e, a lungo andare, la pace delle famiglie e delle nazioni. Si avverano le parole profetiche: «I loro dèi saranno per voi una trappola» (Giud 2,3)”.
106 E Gregorio si scaldava: “Abbiamo bisogno di istruzione riguardo ai misteri della nostra fede. Noi non siamo ‘parti Divine’! Siamo figli di Dio! C’è una bella differenza dire una cosa o dire l’altra. I figli hanno un padre, e questi è Dio. Lo ascoltano e gli parlano. Lo guardano e lo imitano, accolgono il suo Figlio unigenito e lo amano. Gli chiedono perdono, lo benedicono e lo ringraziano per ogni cosa bella e buona, e anche per ciò che non fa piacere diventando per essi una croce: fanno come Giobbe. Sappi che le ‘parti Divine’ non esistono, perché Dio, il nostro Dio, non può essere una costruzione lego fatta di parti piccole o grandi che si incastrano le une nelle altre”.
107 Tutti ascoltavano senza fiatare. E lui aggiunse: “Siete cristiani voi? Non lasciatevi ingannare e non ingannate. Quando udite frasi senza legame con Gesù e con la sua croce, senza amore per il Padre e senza la luce del suo Spirito, non applaudite. Prima di annuire e di sorridere, esaminate. Non siete così ignoranti da non saper distinguere ciò che viene dall’alto da ciò che viene da fantasie, antiche o moderne. Dio, il nostro Dio, non è un qualcosa, ma è Padre. E se è Padre, della sua vita fa parte il Figlio. Padre e Figlio sono in relazione, e questa è l’amore che chiamiamo Spirito Santo. Un altro Dio non esiste”.
108 Con forza Gregorio sentenziò: “Abbiamo parlato tanto di preghiera, di devozioni, di celebrazioni. Non saranno inutili per voi. Per chi si esercita nelle pratiche di altre religioni, le nostre pratiche diventeranno inutili. Le altre religioni saranno davvero trappola. Qualche loro aspetto può sembrare bello e utile, ma porta a rinunciare a vivere con serietà la pienezza della fede. Se Gesù non fosse accolto come l’unico salvatore, che succede? Chi ritiene di salvarsi con qualcosa o qualcun altro, che salvezza riceve? Non certo quella dai peccati. E quando Gesù viene affiancato ad altri uomini ritenuti illuminati, chi è? Diventa uno dei tanti. La sua Parola non sarà più un «amen» di Dio, non sarà più sicura, e tu cercherai parole di saggi o di filosofi di altri luoghi”.
109 Un giovane molto attento osò dire di fronte a tutti: “Credo di aver capito, abba. Quando vado a raccogliere i funghi, raccolgo quelli buoni, commestibili. Ma, se, in mezzo ad essi, ne metto nel cesto, e poi in pentola, uno velenoso, che succede? Anche se tutti gli altri sono buoni, dovrò fare i conti con quel veleno. Così le religioni: hanno molte verità condivisibili e amiche, ma se ne hanno una che rifiuta o ignora Gesù, io rimango ingannato da essa. Anzi, quella convinzione che ignora o rifiuta Gesù, rovina tutte le altre. Ti pare, abba, che io abbia capito il tuo discorso?”. Abba Gregorio ringraziò il giovane, e lo elogiò per l’esempio adatto.
110 Dopo la breve interruzione, Gregorio riprese: “Nei luoghi dove si usano parole di altre religioni, persino fedeli cristiani arrivano a ritenere importanti delle pratiche che non hanno alcuna verità. Diventano creduloni. Così chi vuol procurarsi denaro inventa esercizi di guarigione privi di senso, ma ricchi di parole senza significato che incuriosiscono. E i creduloni spendono e ottengono danni, anche alla propria salute. Oppure, se par loro di guarire, dopo poco si ammalano in altre parti del corpo. Noi, cristiani, se istruiti, ci possiamo difendere. E siamo benedetti, godendo di una libertà e di una sapienza che molti ci invidiano”.
111 “Il diavolo continua a lavorare, e, ormai da parecchio tempo, ha trovato questa strada per allontanare i credenti dalla fede, i fedeli dalla Chiesa, gli uomini da Dio, e gli uni dagli altri. Quando uno pensa di essere ‘una parte’ di Dio, non è più capace di umiltà, né di mitezza, e, benché si sforzi, dato che gli rimangono impressi i comandamenti di Dio conosciuti nell’infanzia, cercherà di osservarli, di essere cordiale e generoso, ma non sarà più capace di semplicità, tantomeno di umiltà. Le credenze delle altre religioni sono proprio trappole del maligno per rovinare gli uomini e l’umanità. Terrete presente questa verità, soprattutto quando sentite parole strane, che provengono da altre lingue”.
112 “Abba, vedo che sei sicuro di quel che dici. Ma io conosco persone che usano parole strane, e sono molto gentili e premurose”, disse una signora che aveva delle incertezze. L’abba le rispose: “La gentilezza e il buon cuore possono essere un cavallo di Troia per far entrare in te delle credenze lontane dal Padre e rubarti la fede. Il criterio, che distingue il bene dal male, è Gesù. Il tuo Dio dev’essere lui, non la gentilezza o la bontà! Da lui tu riceverai anche gentilezza e bontà. Le parole strane sono estranee, e portano con sé lo spirito della religione da cui provengono, che non è mai Spirito Santo. Se le pronunci, dopo un po’ ti ritrovi lontano dal Vangelo, lontano da Gesù, distante da tutti”.
113 “Ricordatevi: voi siete figli di Dio e il vostro corpo è tempio dello Spirito Santo. Siete figli, non sempre obbedienti e santi, è vero, ma rimanete figli, anche se con qualche comportamento rattristate il vostro Padre. Chi è figlio di Dio è capace di riconoscersi peccatore, e anche di amare i peccatori. Essere figli di Dio significa ricevere perdono, e ritrovarsi capaci di perdonare. Essere figli di Dio vi fa essere davvero fratelli, e vi fa sentire in comunione gli uni con gli altri. Godrete di esserlo e non rinuncerete a queste parole sacrosante: vi salveranno dagli inganni della gentilezza e della bontà, che si riveleranno apparenza”.
114 Sentendo l’abba dire che il nostro corpo è tempio dello Spirito Santo, una signora lo interruppe: “Abba, se il nostro corpo è tempio dello Spirito Santo, come lo dobbiamo vestire quando preghiamo? C’è una regola?”. Abba Gregorio non s’aspettava questa domanda, ma non ne fu sorpreso. Disse: “Quando Simon Pietro seppe che l’uomo sulla spiaggia era Gesù, per andargli vicino, siccome era svestito, si mise la veste (Gv 21,7). Un motivo ci dev’essere, e ognuno lo capisce da solo. Un po’ di educazione possiamo averla anche con il Signore. È brutto, infatti, vedere che, in chiesa, delle donne siano più preoccupate di presentarsi svestite che di vestirsi decorosamente, come merita lo Spirito Santo che dovrebbe essere presente anche in loro! Pare facciano posto invece agli spiriti di vanità o di impudicizia”. Terminò così, per continuare e concludere il suo argomento.
115 “Chi è figlio di Dio può pregare così: «Non guardare i nostri peccati, ma la fede della tua Chiesa». È una preghiera coraggiosa. Chi dice queste parole nella sua preghiera, sa che siamo peccatori, e che è necessario che noi rivediamo parole, pensieri e comportamenti, ma sa pure che l’amore del nostro Padre supera i nostri peccati, e sa che il Padre guarda la fede presente nel nostro cuore, ma soprattutto in quello dei fratelli che con noi formano la stessa famiglia, la Chiesa santa. Crediamo che per il Padre la nostra fede è più importante e decisiva dei nostri peccati!”.
116 “Infatti, quando Gesù si vide davanti il paralitico sceso dal soffitto, subito vide la sua fede, ma anche quella dei suoi amici che lo stavano calando (Mt 9,2ss). Ed è proprio perché c’era quella fede, che Gesù ha pensato di sistemare prima di tutto i peccati. La fede ha ottenuto la grazia del perdono. La fede che il Signore ha visto, che cos’era? Era il ritenere lui l’unico che avrebbe risolto la situazione di quell’uomo, era la volontà di superare ogni ostacolo per non perder tempo ad incontrarlo, era il desiderio di essere visti da lui. La fede è il vivere con Gesù, unico salvatore, e ritenere che l’uomo ha bisogno non solo della salute del corpo, ma di incontrare proprio lui, Gesù, per vivere. Perciò noi gli diciamo di guardare la fede, non tanto la nostra, bensì quella della Chiesa: siamo infatti uniti ai santi per avere Gesù nel cuore e nella vita!”.
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