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OMELIE / Omelie IT

05 lug 2026
05/07/2026 - 14ª Domenica del T.O. - anno A

05/07/2026 - 14ª Domenica del T.O. - anno A

1ª lettura Zc 9,9-10 dal Salmo 144 2ª lettura Rm 8,9.11-13 Vangelo Mt 11,25-30

Un aspetto decisivo della nostra vita, perché possiamo essere accolti nel regno dei cieli, è l’umiltà. Se non c’è umiltà non c’è ubbidienza, e se non c’è ubbidienza non esiste comunione, né con Dio né con i fratelli. Gesù perciò termina la preghiera di lode che rivolge al Padre con un invito ai discepoli: «Imparate da me, che sono mite e umile di cuore». Nella stessa preghiera ha lodato il Padre per la sua umiltà e per il suo apprezzamento dell’umiltà degli uomini. Egli infatti rivela i suoi misteri ai piccoli, mentre li tiene nascosti «ai sapienti e ai dotti».

Nel mondo in cui viviamo l’attenzione principale, e forse unica, viene rivolta proprio a queste persone, dotti e sapienti: li chiamiamo addirittura personaggi. Questa attenzione è dovuta alla nostra vanagloria, perché tutti siamo tentati di farci vedere, di farci ammirare, di essere considerati importanti: per questo cerchiamo di relazionarci con chi nel mondo è considerato tale. Basterebbe vedere da chi molti si fanno dare gli autografi! Pensano d’essere importanti perché hanno l’autografo d’un uomo applaudito, anche se per motivi molto futili.

Dio Padre ci dà l’esempio contrario. Egli tiene vivo il rapporto con i piccoli, e quasi, potremmo dire, volta le spalle a chi si ritiene o è ritenuto degno di attenzione perché sa farsi valere nel campo dello sport o della musica o del teatro.

Gesù rivela poi: «Tutto è stato dato a me dal Padre mio», quindi anche la sua umiltà. E propone ai discepoli di imitarlo in questo. In tal modo diventano grandi agli occhi di Dio, degni di ricevere la rivelazione dei suoi misteri, e quindi di essere importanti nel regno dei cieli: essi ovviamente non lo sanno, ma lo sa lui, il Re. Quando osserviamo la vita dei santi è proprio questo che vediamo. Ai nostri occhi essi sono grandi perché sono stati piccoli e insignificanti per i personaggi del mondo. Questi personaggi offrono la propria obbedienza al principe del mondo, a Satana e ai suoi aiutanti. Lo si coglie dall’orgoglio e dalla superbia con cui lo imitano e lo servono. Non riusciranno mai perciò a far parte del regno dei cieli.

Già i profeti hanno rivelato l’umiltà di Dio, e di colui che Dio manda per essere in mezzo a noi suo rappresentante. Dice Zaccaria: «Ecco, a te viene il tuo re. Egli è giusto e vittorioso, umile, cavalca un asino, un puledro figlio d’asina». E continua affermando che proprio lui farà sparire le armi da guerra, cioè con la sua umiltà guadagnerà la pace per tutti i popoli. Tanto vale l’umiltà sia agli occhi di Dio che a quelli degli uomini tutti. Per questo viene accolto da grande esultanza, e giubilo.

Questa profezia la ricordiamo la domenica delle Palme, quando Gesù stesso mandò due discepoli a prendere un asino su cui si sarebbe seduto per entrare nella città santa. E tutti manifestavano grande gioia con canti e gesti delle braccia e delle mani occupate dai rami di olivo! Gesù volle così annunciare a tutti che egli non era un re come essi se l’aspettavano, un re che vince i regnanti del mondo, ma un re secondo il cuore mite e umile di Dio.

San Paolo ci assicura che noi, fin dal battesimo, non siamo sotto il dominio della carne, cioè che le passioni mondane sono ormai vinte in noi. L’orgoglio e la vanagloria non fanno più parte della nostra vita spirituale, appartengono al passato. L’apostolo ci esorta a ricordare quanto il Signore ha già operato in noi, perché non torniamo indietro. Saremo impegnati ad essere vigilanti: «Se, invece, mediante lo Spirito fate morire le opere del corpo, vivrete».

Accoglieremo l’invito gioioso di Gesù: «Venite a me, voi tutti che siete stanchi e oppressi, e io vi darò ristoro». La nostra stanchezza e il senso di oppressione sono frequenti, e possiamo comprendere da dove vengono: siamo sempre peccatori, quindi il peccato ci opprime e ci abbatte. La soluzione è molto semplice: «Venite a me». Egli ci ristora, toglie da noi il peccato del mondo e l’influsso che quel peccato ha esercitato o esercita su di noi. Il Signore non si limita a ristorarci e consolarci, bensì ci invita anche a collaborare con lui. Dice infatti: «Prendete il mio giogo sopra di voi», cioè aiutatemi nella mia fatica. Saremo così graditi agli occhi del Padre. Qual è la fatica di Gesù? È quella di portare la croce che offre salvezza a tutti. La nostra gioia e la nostra esultanza sono ancora più vive, se possiamo collaborare con lui. Ed è lui stesso che ci invita.

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