ME
NU

Detti dei Padri del nuovo deserto

EremoKzib

  

Grotta di un anacoreta della Lavra “San Giorgio di Koziba”, Uadi-al-Kelt  (da Gerusalemme a Gerico), foto 2017

Detti dei Padri del nuovo deserto
 

Dove due o tre sono riuniti nel mio nome, là io sono.

2021

Introduzione

Nei nostri tempi le città sono diventate deserto: in esse spesso non risuona la sapienza celeste. Si possono vedere sì gli uomini, ma il loro muoversi non è indice di vita, e il loro vociare non li aiuta, non essendo stimolati né dalla Sapienza né dalla Scienza provenienti dall’alto, ma solo da qualche istinto di sopravvivenza.
Questi Detti hanno qualche somiglianza con quelli dell’antico deserto. Ti potranno aiutare a riflettere e ad amare. Alcuni raccontano dialoghi avvenuti nelle celle dei monaci, rispecchiando la loro vita, quasi di un altro mondo, tendente alla santità con le difficoltà tipiche di ogni convivenza. Altri invece riferiscono dialoghi di monaci con uomini o donne del mondo, cristiani, sedicenti cristiani e non cristiani, tutti alla ricerca di qualcosa di più che il mondo non ha.
Leggendoli, potrai rimpiazzare le parole deserto con appartamento, cella con stanza o soggiorno, abba con fratello o prete, amma con sorella credente, discepolo con cristiano o giovane, monastero con famiglia o parrocchia, a seconda dei casi. Per te la sostituzione non sarà faticosa. Se non comprendi un Detto, lo rileggerai il giorno dopo. Se sai pregare, condirai la lettura con bricioli di preghiera semplice.
Avrei voluto raccogliere questi Detti in gruppi titolati con i nomi dei Frutti o dei Doni dello Spirito Santo o delle Beatitudini: potresti farlo tu mentre leggi. Le Beatitudini sono rivolte ai poveri in spirito, agli afflitti, ai miti, agli affamati di giustizia divina, ai misericordiosi, ai puri di cuore, agli operatori di pace, ai perseguitati per causa di Gesù. I sette Doni sono Consiglio, Sapienza, Fortezza, Intelletto, Pietà, Timor di Dio, Scienza, mentre i Frutti, eccoli: amore, gioia, pace, pazienza, bontà, benevolenza, fedeltà, mitezza, dominio di sé. Perlomeno terrai presenti queste parole mentre leggi: saranno d’aiuto comunque. Buona lettura!

Gregorio II° di Gesù    

01. Pretesa

Gli abba e le amma del deserto avevano a che fare con le debolezze umane, proprie o altrui, debolezze esistenti sia dentro le loro celle, sia fuori di esse. Non ti meraviglierai né ti scandalizzerai né delle une né delle altre.
Essi non potrebbero, ma nemmeno vogliono tener nascoste le tentazioni che stanno vivendo, perché le loro vittorie possono aiutare anche altri a vincere. È questo l’ambiente in cui si sviluppa e si manifesta la santità di Dio e la sua misericordia per gli uomini. Le fragilità diventano così occasioni provvidenziali, preziose per esercitare la carità!
Ed ecco che, proprio ora, due fratelli discutono tra loro con animosità. Il più scaldato si rivolge ad abba Giovanni, lamentandosi e criticando un fratello che non lo capisce e non gli dà ragione. L’abba attende qualche minuto, poi sentenzia: Tu pretendi: pretendi che il fratello ti capisca o che faccia qualcosa che non ha ancora fatto. A causa della tua pretesa, in mezzo a voi non c’è Gesù. È per causa tua che il vostro discutere diventa maledizione. Abbassò il capo e chiuse la bocca.

  

02. Pregare?
Abba Fedele pregava volentieri. Il pregare occupava tutti i suoi tempi. Quando partecipava alla liturgia poi lo vedevi che diventava tutto preghiera.
Un visitatore presente nella chiesa lo avvicinò: Abba, come si fa a pregare?
L’abba sospirò e disse: Non pregare. Non fissarti sulla parola pregare. Invece amerai il Signore, lo chiamerai per nome, Padre o Gesù o Santo Spirito, e aprirai il tuo cuore ai suoi desideri e alla sua volontà. Non devi accorgerti di pregare. Diventerai un tutt’uno con il tuo Signore.
E l’interlocutore: Io, a dire il vero, sono venuto qui per pregare.
L’abba gli disse: Torna a casa tua e comincia lì ad amare il tuo Signore. Poi verrai e potrai continuare anche qui. Il Padre ti ascolterà volentieri, quando vede che lo ami. E si accorge che lo ami quando lo ascolti.

  

3. Disprezzo?

Quando si fece silenzio tutt’attorno, al discepolo che disprezzava un fratello, abba Giovanni disse: Se tra te e tuo fratello non c’è Gesù, che benedizione avrai? Se nella tua relazione con il fratello non fai entrare Gesù, saranno vane le tue preghiere, le tue veglie e i tuoi digiuni. Non potrai nemmeno dire a te stesso che ami Dio. Ti consiglio, anche se con fatica, con amore e rinnegamento di te stesso, di lasciare un posto a Gesù nel tuo rapporto con il fratello: agli occhi di Dio questo avrà più valore dei digiuni e delle veglie, e tu raggiungerai finalmente anche lo scopo del tuo pregare, che è la pace nel mondo. Quando Gesù sarà in mezzo a voi, non riuscirai a disprezzare né il fratello né alcun altro.
L’abba invitò poi il discepolo a chiedere perdono al fratello che aveva disprezzato.

 

4. Buone ragioni
Amma Filotea istruiva le sorelle del suo grande monastero: parlava a tutte come si parla ad una sola. Nello spazio tra te e tua sorella, ogni volta che la incontri, inviterai Gesù. Se invece introduci soltanto le tue buone ragioni, che cosa ti distinguerà dal mondo senza Dio? Quando porti solo le tue buone ragioni, porti te stessa. Apparterresti ancora al mondo iniquo e perverso, dove si litiga anche senza motivo. E chi ti potrà credere?
Una delle sorelle più anziane pensò bene di replicare: Ma se io ho ragione, ho ragione e basta.
L’amma la guardò con sguardo severo e dolce: Conosci la differenza tra avere ragione e avere Spirito Santo? Se avrai Spirito Santo in te, sarai di Dio Padre e saprai pazientare come lui. Se non hai Spirito Santo non ti servirà a nulla avere ragione.
Da quel giorno in tutto il monastero prese il sopravvento una nuova consapevolezza, molta attenzione l’una per l’altra, e un ascolto reciproco più delicato.

  

5. Una parola

Dicci una parola, abba, chiesero alcuni uomini loquaci venuti dalla città per distogliere l’anziano dal suo silenzio permanente. Li fece attendere alcuni minuti l’abba, nella sua divina astuzia, così che anch’essi conoscessero la preziosità del tacere.
Poi aprì la bocca: Vi dico questo: Gesù vi ama, e voi non vi accorgete. Gesù vi ama, e voi lo ignorate. Gesù vi ama ancora, e voi lo sfuggite. Chi sa tacere può godere il suo amore. Se cercaste colui che vi ama, avreste la vita, e voi stessi portereste a me una parola.
Tacque, li lasciò tacere, alzò gli occhi al cielo, li benedisse e tacque ancora.

  

6. Angeli
Amma Silvestra disse con gioia alla discepola afflitta che si lamentava: Se tua sorella ti volta le spalle, tu mandale il tuo angelo che si ponga davanti a lei per illuminarle la strada. Avrai pace e sarai benedizione per tutte. E il demonio della tristezza si allontanerà da te.
E l’anziana si mise a pregare per loro.

  

7. Mondo
Un’altra discepola, triste e irritata per le parole di una sorella, si avvicinò ad amma Silvestra. Ricevuta la penosa confidenza, questa osservò: Figliola mia, quando critichi e condanni la sorella, dimostri di essere del mondo e di non conoscere ancora il Regno dei cieli. L’umiltà ti aiuterà a sopportare e a stare in piedi. L’umiltà!
E la benedisse, affinché la sua conversione cominciasse subito.

  

8. Silenzio
Abba Paolo stava spalando la neve davanti alla sua cella. Era un atto d’amore per i fratelli che cercavano il suo consiglio: così si sarebbero avvicinati senza difficoltà.
Ed ecco, arrivò un gentile signore che, prima che l’abba finisse il lavoro, espresse il motivo della sua visita: Abba, io amo molto il silenzio, proprio come lo ami tu. Adopero il silenzio per la meditazione che mi immerge nel nulla divino e anticipa e prepara il mio Nirvana, il mio inabissamento nel sé universale. Puoi ospitarmi in un vano della tua casa per qualche ora, in modo che eserciti il mio silenzio con esercizi yogi?
Deposta la pala, con pace e serietà l’abba rispose: Amico mio, sappi che io, a dire il vero, non amo il silenzio, ma amo Gesù. Il silenzio l’adopero per lui, e a lui è consacrata la mia cella. Se vuoi conoscere Gesù e incontrarlo, sei il benvenuto.
Di rimando il gentile signore: No, Gesù non mi interessa. Non posso godere dei luoghi del tuo silenzio per il mio scopo?
L’abba concluse: Mi spiace, ma con le tue abitudini tu porteresti nella mia casa altri spiriti, che potrebbero allontanare da essa lo Spirito Santo. E io non potrei godere comunione con te, perché lo spirito di comunione viene solo dallo Spirito di Gesù. Ci sentiremmo estranei l’uno all’altro. Sarebbe come se venisse uno a portarmi via di nascosto il tesoro più prezioso. Quando anche tu accoglierai Gesù, vedrai come sarà bello e proficuo il silenzio con lui, e faremo festa insieme.
L’ospite gentile non accettò. Se ne andò, deciso a rimanere chiuso nella solitudine del Sé universale. L’abba, pregando, come nulla fosse continuò a spalare per il prossimo fratello che sarebbe arrivato.

  

9 Indemoniata

Era certa di essere indemoniata la giovane, che per questo nemmeno si acconciava i capelli. L’accompagnarono da abba Silvestro, che aveva fama di familiarità con i demoni, cioè li sapeva convincere ad andare altrove. Abba, io sono indemoniata. Qualche volta quella bestiaccia mi fa bestemmiare, qualche volta mi fa correre, altre volte mi fa sbagliare il lavoro. Provo a scacciarlo, ma non se ne va. Lo sgrido, ma lui ride. Prova tu a mandarmelo via, se riesci.
Ascoltava senza scomporsi, ascoltava e pregava l’abba sapiente. Fa' attenzione a non assecondarlo, rispose appena ci fu silenzio, a non compiacerti di lui, pensando così di diventare famosa, e che tutti ti guardino. Se davvero vuoi esserne libera, guarda Gesù, fissa il tuo sguardo sulla sua croce, ascolta lui e soltanto a lui parla. Il tuo cuore sia occupato solo con lui. Ebbe qualche scatto involontario la giovane, lamentò un dolore al capo, poi aprì gli occhi. L’abba la benedisse e la congedò. Ed ella non parlò più del demonio. Ubbidì, e tra sé e sé, parlava di Gesù e dialogava con lui.

   

10 Timor di Dio

La vecchiaia si facevano sentire per abba Doroteo. Le gambe non lo portavano più e gli occhi gli servivano poco. Ma ricordava d’aver pregato molte volte la parola del salmo: “Nella vecchiaia porteranno ancora frutti”, e inoltre intendeva vivere il nome che gli era stato dato: Dono di Dio! Ogni giorno perciò trascorreva un paio d’ore sulla piazzetta davanti al monastero. Poteva così dire una parola divina a qualche passante, studenti o qualche giovane lavoratore. Uno di questi un giorno, dato che era in anticipo, sedette vicino all’abba, prese coraggio e confidò: Abba, chiedo a te, perché non so a chi aprire il mio cuore. Conosco una ragazza, e questa comincia a piacermi. Non so come regolarmi. Sarà quella con cui potrò vivere la mia vita? L’abba immaginò il volto del giovane e lo amò. Dopo un po’ di silenzio, gli disse: Figlio mio, mia gioia, fai bene a fare domande come questa. Sono cose grandi da non affrontare da solo. Ti direi così: prima di manifestare il tuo sentimento alla ragazza, assicurati che abbia il santo timor di Dio. E il giovane: Che cos’è? E io ce l’ho? Allora Doroteo sospirò e disse: Vedi se la ragazza crede in Dio. Lo puoi vedere non tanto da quel che dice, ma da come le preme vivere i suoi comandamenti. È fondamentale, altrimenti non saprai mai fino a che punto potrai fidarti di lei. Ciò vale anche per lei nei tuoi riguardi. Anche tu assicurati perciò di aver saldo il santo timor di Dio. Se lo avrete, potrete camminare insieme con gioia, e, se deciderete di unirvi, nella vostra casa ci sarà sempre con voi Gesù, Figlio di Dio, e sarà garanzia sicura. Il giovane ringraziò e si allontanò correndo per non arrivare in ritardo al suo lavoro.

  

11 Cantare

Quando l’abba celebrava le Liturgie, doveva cantare, e cantava volentieri, anche più del necessario. Gli angeli non avevano certo invidia del suo canto, che doveva fare i conti con una voce rauca e con una frequente aritmia dei tempi.
Un giorno i fratelli gli dissero: Abba, perché canti? Non ti accorgi che la tua melodia è incoerente? Rispose l’anziano: Io so che Dio guarda il cuore e non la bocca, nemmeno la voce. Egli vede anche la bellezza del vostro cuore, anche quando tenete la bocca chiusa.
Non dissero più nulla, e iniziarono a godere delle melodie diverse da quelle scritte sui pentagrammi.

  

12 Ripetizione

Abba Paolo, sempre mite e umile, si rivolse al discepolo che si stizziva facilmente: Quando il fratello ti domanda una cosa che tu gli hai già spiegato due volte, ringrazia Gesù che ti dà l’occasione di esercitare la sua pazienza. Risponderai come fosse la prima volta, senza farglielo pesare. Regnerà la pace nella casa e in tutto il deserto. Poi sorrise e tacque.
Nello stesso monastero viveva abba Marco. Questi amava il silenzio, o meglio, amava il Signore senza lasciarsi distrarre. Perciò parlava raramente. Un giorno, ad un fratello che si lamentava di non essere stato ascoltato da un anziano, disse: Quando un fratello non ti ascolta, interroga te stesso e rimprovera te stesso, dicendo: è colpa mia, perché non gli ho parlato con amore e non gli ho donato Gesù. E tornò alle sue occupazioni.

  

13 Magazzini

Amma Filotea ospitava nelle proprie celle due discepole. Le amava tutt’e due, pur se molto diverse. Una infatti amava parlare, e non tratteneva nulla di quanto si muoveva nel suo cuore. L’altra invece custodiva sempre tutto e non comunicava che raramente i propri segreti. Le persone del mondo preferivano la compagnia della prima: la percepivano somigliante a loro. Le sorelle del deserto desideravano la vicinanza della seconda: si sentivano più sicure.
Filotea pensava dentro di sé: la prima ha i magazzini sempre vuoti, mentre i magazzini della seconda devono essere strapieni. Devo aiutare la prima a trattenere qualcosa, a non essere come chi va ad attingere acqua con la cesta, perché non debba soffrire la fame e la sete; e devo aiutare l’altra ad aprire le sue porte, perché delle sue ricchezze possano dissetarsi i figli di Dio.

  

14 Malattia

Abba Ignazio cadde malato. Lo vennero a sapere gli altri anziani del deserto e provvidero ad assisterlo. Uno gli portava l’acqua per la pulizia del suo corpo e della cella, un altro il cibo adatto, un altro provvedeva alle medicine. “Vi ringrazio fratelli. Voi fate il vostro interesse con questi servizi”, diceva con serietà.
Gli anziani non compresero, e uno persino si offese. Un giorno completò la frase così: “Il vostro amore, quello che usate per me, ve lo ricompensa il Re del cielo. È vostro interesse servirmi con generosità”.
Abba Ignazio mai si lamentò né per la solitudine, né per le lunghe attese dei servizi, né per i dolori del suo corpo. Anche lui aspettava una ricompensa.

  

15 Radici

Amma Rosa intervenne per aiutare una figlia che facilmente s’inaspriva: Quando ti innervosisci per una sorella, sappi che il peccato del mondo ha messo le radici nel tuo cuore: vedi di sradicarle al più presto, e di seccarle al sole dell’amore. Pianta nel tuo cuore la Parola, e solo la Parola. E dì a te stessa: io, solo io sono peccatrice. Poi riprese alacremente il lavoro.

  

16 Il libro

A sorpresa il discepolo rivolse ad abba Fedele una richiesta inattesa. “Dimmi, abba, cos’è il libro della vita, di cui parla sei volte l’Apocalisse e una volta anche San Paolo scrivendo ai Filippesi (4,3)?”. “Ti risponderò”, disse l’abba, “quando il Signore me lo rivelerà”.
Trascorsero alcuni giorni. Dopo la preghiera e l’ora di contemplazione del mattino, abba Fedele sussurrò al discepolo: “I vostri nomi sono scritti nei cieli (Lc 10,20). Lo rivelò Gesù ai settantadue tornati dalla missione, e lo disse come l'unico motivo che giustifica la nostra gioia. Lo ha ripetuto poi anche l’autore della lettera agli Ebrei (12,23). Ecco «il Libro della vita». Quando l’Apocalisse e San Paolo scrivono del libro della Vita, dicono sempre che vi sono scritti dei nomi. È un registro prezioso «il libro della Vita dell’Agnello» (Ap 21 ,27). I nomi di chi appartiene a Gesù, agnello immolato, sono nella memoria del Padre e nella memoria del Figlio, che è la Vita. Unisciti a Gesù in croce oggi per amare i fratelli, e il tuo nome, già presente in quel libro, verrà sottolineato!”.
Il discepolo, sorpreso, rientrando in sé, mormorò: “In che cosa posso servirti, abba?”.

  

17 Ringraziare

Amma Filotea, il cui nome significa ‘amica di Dio’, insegnava alle discepole a ringraziare il Padre che è nei cieli per ogni cibo che si trova sulla tavola: “Se ringraziate il vostro Dio e Padre non farete differenza tra un cibo e l’altro, sarete liete e diventerete ubbidienti”. E lasciò indovinare il resto.

   

18 Un Dio solo?

Da lontano l’abba vide arrivare un uomo e allora entrò a prendere una brocca d’acqua e un bicchiere. L’ospite depose il suo borsone davanti alla porta e bevve d’un fiato l’acqua: aveva sudato parecchio. “Sei anche affamato, posso servirti qualcosa?”. Chie
e abba Fedele, premuroso.
Quello rispose: “No, grazie. Qualcuno mi ha già offerto un panino imbottito”.
Subito, con gioia l’abba osservò: “Davvero Dio è un Padre che pensa alle nostre necessità. Lo possiamo amare anche noi e servire come veri figli”.
Ma quell’uomo, col suo accento straniero, rispose: “No, tu dici bestemmie. C’è un Dio solo, e non è padre. Dio non può avere dei figli, questo non è possibile”.
L’abba capì donde venivano le certezze di quell’uomo, ma non si arrese: “Se Dio non fosse Padre, quello non sarebbe il mio Dio. Allora non ci sarebbe un Dio solo. Infatti quel Dio che io conosco ama e perdona meglio, molto meglio, del migliore dei papà. L’unico Dio è quello che possiamo chiamare Padre (Mc 12,32). A lui ubbidisco volentieri quando chiede anche a me di amare e perdonare”.
Non rispose il devoto di Allah e, dubbioso, se pur riconoscente per l’amore ricevuto, si allontanò. Lo seguì con lo sguardo abba Fedele, sapendo che nemmeno conosce, né può cercare di conoscere colui che chiama unico Dio. Lo benedisse, dicendo tra sé: “Tornerà, e lo amerò ancora”!

  

19 Discernimento

Abba Agapito si è specializzato nell’individuare i peccati dei fratelli che abitavano con lui. Vedeva distintamente i loro errori, e li faceva notare con disinvoltura priva di tenerezza. Ma un giorno il Signore gli parlò: “Figlio mio, questo lavoro appartiene a me. Tu abituati a individuare i peccati del tuo cuore, se vuoi entrare con me nel Regno”. E lo lasciò riflettere in silenzio.

  

20 Come Dio

Passando davanti alla cella di abba Fedele il commerciante volle fermarsi a salutarlo. “Abba”, gli disse, “come mai Dio è onnipotente, e io che sono suo figlio devo tribolare ogni giorno?”.
Hai detto una cosa meravigliosa” rispose Fedele, “dicendo che sei figlio di Dio. Questo lo puoi dire solo perché conosci Gesù e ti sei unito a lui. È lui il Figlio unigenito, e lui non ha forse tribolato?”.
L’uomo perse di colpo la sua fretta e sedette; allora l’abba continuò: “Quando pensi a Dio, non imitare Lucifero, che ritiene Dio un padrone. Così egli, volendo essere come Dio, pretende mettersi al suo posto per comandare, per fare la propria volontà, per non obbedire. Pensa invece come Gesù, che per essere uguale a Dio si offre per amare, perché sa che Dio è amore. I Giudei accusarono Gesù dicendogli: «Tu ti fai come Dio, tanto che persino lo chiami tuo Padre», ma pensavano appunto a un Dio padrone onnipotente, cui nessuno comanda nulla. Pure Pilato ebbe paura quando gli hanno detto che Gesù poteva essere Figlio di Dio: il governatore conosceva solo divinità superbe, egoiste e vendicative, che temevano di essere spodestate. Gesù pensava invece al Padre: per farsi come Dio volle amare come il Padre ama, amare ubbidendo al Padre, e per questo arrivò alla croce. Lassù divenne come Dio, uguale a Dio, amore perfetto”. Quell’uomo cominciò a riflettere e ad essere umile.

   

21 Ubbidire

Abba Agapito diceva a tutti i padri che lo ascoltavano con attenzione: “Quando ubbidite, dovete accorgervi se ubbidite a Dio o alla vostra intelligenza. Chi ubbidisce a Dio, corre subito a fare quanto un fratello gli chiede, senza chiedere il perché. Chi ubbidisce solo quando conosce il motivo, di fatto ubbidisce alla propria intelligenza, e farà solo la propria volontà. Non potrà vedere i miracoli che Dio elargì agli ubbidienti, ad Abramo, a Mosè, e persino a Pietro quando gettò la rete di giorno e dalla parte destra senza sapere il perché”.
Anche lui, l’abba, custodiva nel cuore vari miracoli dell’obbedienza che avrebbe potuto raccontare.

 

22 Denti

Abba Gregorio era solito consigliare quelli che venivano dalla città ad interrogarlo per ascoltare la sua sapienza: “Vigilate sulla vostra fede. Cominciate con il porre attenzione ai vostri denti. Se cercano un cibo diverso da quello che è dato, da quello che vi prepara la moglie o la madre, la vostra fede è cariata, rachitica e inconcludente. Se i vostri denti si accontentano, la vostra fede è libera, forte e sana, e resisterà alle tentazioni”. E si dispose ad ascoltare chi aveva domande.

  

23 Cantare?

Voleva confidarsi con un abba, e venne accolto da abba Agapito nella sua cella. “Desidero confidarti una sofferenza, abba. Da tempo faccio parte del gruppo che anima il canto nelle celebrazioni. È un servizio che mi ha aiutato ad amare il Signore Gesù. Ho confidato questa mia gioia agli altri partecipanti del coro, invitandoli a pregare un momento prima di iniziare gli incontri che dedichiamo ad imparare nuovi canti. Ritengo sia un aiuto per ricordarci di cantare per amore al Signore. L’avessi mai fatto! Alcuni mi hanno offeso, altri hanno detto che il nostro non è un gruppo di preghiera. Solo pochi mi hanno ringraziato, ma solo dopo, in segreto”.
Abba Agapito non si scompose e non si meravigliò. Sorridendo al cantore, disse: “Grazie per il tuo servizio nell’assemblea. È prezioso. Se canti per amore a Gesù diffondi Spirito Santo! Ricordi ciò che Simeone ha detto a Maria e Giuseppe? Gesù è e sarà sempre segno contraddetto (Lc 2,34). E quando il Signore si è rivelato come acqua che disseta, la gente si divise e i capi hanno offeso Nicodemo che lo amava (Gv 7,43.52). Chi si fida di ciò che ha studiato o di ciò che già sa, non può apprezzare Gesù: bisogna incontrarlo e ascoltarlo. Il gruppo che si forma per amore del decoro della chiesa o per amore dei poveri o per amore dei giovani o per amore del canto o per amore dello studio o per amore degli ammalati, quando arriva la proposta di amare Gesù si divide. Invece, prima bisogna amare Gesù e poi, per suo amore formare il gruppo che si dedica ad un servizio. È Gesù che dona Spirito di comunione. Non mi stupisce quel che hai detto: succede spesso così. Pregherò perché tu abbia gioia a continuare ad amare Gesù e a cantare per lui. La tua gioia sarà contagiosa. Quelli che canteranno con te ne riceveranno beneficio". Pregarono insieme, e l’abba lo benedì.

  

24 Reazione

Abba, hai visto la reazione di quel fratello?”, disse il discepolo ad abba Giuseppe. “Certo, quel fratello dovrà imparare a reagire in ogni circostanza all’amore di Gesù, che lo avvolge sempre. Ma tu sappi che la reazione è la risposta ad un’azione”, rispose senza tentennamenti l’abba. “Se quel fratello ha reagito in tal modo, la tua azione dev’essere stata terribile. Ripensa a quel che tu hai fatto o detto, o al tono di voce che tu hai usato. E chiederai perdono…”. “Ma io…” cominciò a giustificarsi il discepolo. “Tu non ti sei accorto della superbia che ha reso violente le tue parole, anche sotto mistificata dolcezza”, rispose Giuseppe, che continuò: “Per ricuperare la fiducia di quel fratello dovrai rendere evidente e visibile molte volte la tua umiltà. Lui ha bisogno del tuo esempio e tu glielo darai… a raffica!”. Dentro di sé il discepolo resistette a questa correzione. Poi il silenzio, la preghiera e l’attenzione lo aiutarono a comprendere la faccenda della azione e reazione, nonché la necessità di dare esempio di umiltà.

   

25 Come stai?

Abba Teofilo aveva imparato a parlare soltanto quando veniva interrogato. Se nessuno lo interrogava, taceva con pace gioiosa. Chi lo vedeva, osservando il suo sorriso, non poteva trattenersi dal chiedere: “Come stai, abba?”. E lui allora: “Ho Gesù nel cuore!”. E, sorridente, rispondeva alla domanda parlando volentieri del suo Signore.

  

26 Frutto

Il discepolo di abba Agapito interveniva spesso a spiegare qualche tratto del Vangelo che veniva annunciato. L’abba lo incoraggiava, ma gli disse pure: “Figlio mio, hai parlato bene e hai detto cose interessanti. Sappi però che chi ti ascolta, non ti ascolta volentieri, anche se dici cose belle, perché non ne trae frutto. Nessuno mangia uva, se non c’è sui tuoi tralci”. Era attento il discepolo, ma non capiva. L’abba allora con pazienza: “Se ti ritieni intelligente o santo per aver commentato egregiamente il Vangelo, nessuno ne trae vantaggio, perché il frutto non c’è sui tuoi rami. Quando nella tua vita risplenderà l’umiltà, allora le tue parole avranno forza per entrare nei cuori di chi ascolta, e allora sarai anche ascoltato volentieri, con frutto”.

  

27 Interiore

Abba Marco usciva dal suo silenzio solo per generarlo negli altri. Venivano dal mondo, attirati dalla sua santità. Godeva e desiderava che questa traboccasse perché quelli la ricevessero. Per aiutarli spesso chiedeva loro: “Hai la vita interiore?”.
Un distinto signore lo guardò stralunato dicendo: “Abba, non ho mai saputo di una vita interiore”.
Allora l’abba continuò: “Se non hai la vita interiore sei come una mela mangiata dalle vespe: pare bella, ma c’è solo la scorza”. Quel tale chiese: “Che cos’è la vita interiore?”.
Gli disse: “La vita esteriore è fatta di relazioni con gli uomini: li ascolti, rispondi e rivolgi loro o il sorriso o la parola. Hai una vita interiore quando dentro di te hai una relazione continua con Gesù, parli con lui, lo ascolti e gli rispondi, reagisci a lui, al suo amore. Allora ti senti vivo anche quando sei solo, e quando ti circonda la folla non ne sei condizionato. Non saprai cos’è la solitudine e nemmeno il cambiamento di umore, perché Gesù si muoverà in te, agirà e reagirà sempre con lo stesso amore. In te ci sarà una vita che non si ammala e non può morire”. E quello, assorto: “Allora prega per me, abba”.

  

28 Libertà

Abba Agapito amava la libertà, e l’amava anche negli altri. Se vedeva qualcuno che reagiva con una smorfia ad un gesto o ad una parola, gli diceva deciso: “Non sei libero”.
Il discepolo Ilarione gli chiese: “Perché mi hai detto che non sono libero?”. Rispose: “Ti lasci condizionare da una parola, da un gesto, fosse anche un’offesa contro di te. Basta poco, e ti alteri”. E il discepolo: “Come dovrei fare, abba?”. Disse: “Alimenta la tua vita interiore, vivi orientato a Gesù, e saprai come fare”. Gli sorrise e lo benedisse.

  

29 Cimitero

La discepola confidò alla sua amma, Elena: “Amma, mi ha fatto visita una mia parente. È morta sua madre, ed ella ha deciso di farla cremare”. “Le hai chiesto perché?", la interrogò l’amma. E la discepola: “No, amma, le ho solo fatto le condoglianze e le ho promesso che avrei pregato insieme con te per l’anima della sua mamma e per la sua consolazione”.
Allora l’amma sospirò, si prese del tempo e disse: “È cristiana la tua parente? Era cristiana sua madre? Se Cristo fosse stato cremato, bene, ma lui è stato sepolto nell’attesa della risurrezione. Ci sono cristiani che non ricordano di essere cristiani. Non ricordano che c’è il Cimitero, cioè il Dormitorio, benedetto per le membra del Corpo di Cristo che attendono la risurrezione con lui. Almeno avesse una motivazione seria e valida per prendere quella decisione!”.
E la discepola: “Mi diceva che così avrà minori spese, e che poi non avrà tempo per occuparsi della tomba”. Con amore l’amma disse: “Comprendo, ma se tornasse a farti visita, ricordale che sua madre s’è presa tempo per allattarla, per pulirla, per vestirla, e anche per giocare con lei. E poi rammentale che i cristiani prendono l’esempio da Gesù e dai suoi santi”. Amma, perdona, sono stata superficiale”, concluse con umiltà la discepola.

  

30 Ceneri

Amma Elena ha saputo con dispiacere che in alcuni luoghi le spese funerarie per i poveri sono tanto esagerate, da giustificare la scelta della cremazione. Si è persino ricordata che anche i corpi di Saul e Gionata, per motivi particolari, sono stati bruciati (1Sam 31,12). Non dice più nulla perciò alla discepola, che, di nuovo, confida: “La mia parente è tornata e mi ha detto che disperderà le ceneri di sua madre sui monti che le piacevano tanto”. Ancora più dispiaciuta, amma Elena provò a esprimere con pace quanto avrebbe volentieri gridato ai quattro venti: “Così nessuno vedrà più il nome di sua madre e nessuno pregherà per lei. Pensa forse che sua madre sia sua proprietà, quando sappiamo che «noi non apparteniamo a noi stessi» come dice l’apostolo? Anche sua madre è membro del Corpo di Cristo e appartiene alla Chiesa di Dio. Raggiungi la tua parente, che non commetta una simile offesa al Padre e grave ingiustizia verso la Chiesa e verso sua madre”.
Al che la discepola: “A dire il vero mi parlava di immensità della natura e di far parte dell’uno nell’universo, o cose simili”.Se è così”, proseguì amma Elena, “la tua parente è diventata pagana, panteista, o forse buddista. Avrà rinnegato del tutto la fede cristiana? Non comprende il Credo cristiano e non sa individuare l’inganno delle parole seducenti delle credenze che cancellano la nostra fede. Il nome di sua madre «è scritto nei cieli», e perciò davanti al Padre nessuno di noi sarà dissolto nell’infinito. Egli non smetterà mai di chiamare per nome ciascuno dei suoi figli e delle sue figlie! Non diciamo noi «credo la risurrezione della carne»? cioè che la nostra identità personale sarà sempre presente al cospetto di Dio e dei suoi santi?”. La discepola provò a correre per raggiungere la parente.

  

31 Giovedì santo

Gli abba e le amma del nuovo deserto, deposti gli ulivi con cui hanno inneggiato alla regalità nuova di Gesù, sorprendente per la sua umiltà, si chiedevano come celebrare il grande mistero della sua morte e della sua risurrezione. Tutti d’accordo iniziarono il giovedì a ricordare in gioioso silenzio il giorno in cui il loro Signore si offre volontariamente per donare agli uomini il Pane, che è il suo Corpo, e il Vino, che è il suo Sangue. Celebrato questo Mistero, uno degli abba anziani diceva a tutti e a tutte: “Ci rendiamo conto che questo Dono è talmente grande e sconvolgente che non possiamo spiegarlo, ma nemmeno comprenderlo. Lo possiamo soltanto ricevere e godere”. E tutti rimasero in silenzioso silenzio per non rovinare il Mistero!

  

32 Venerdì santo

Le amma e gli abba del nuovo deserto durante tutto questo giorno seguono Gesù con lo sguardo, sospirando: vedono infatti che nemmeno riesce a camminare. Il dolore dei flagelli e delle spine della corona e il peso della croce gli impediscono i passi. Ogni attimo sta per cadere, fin quando «Simone, padre di Alessandro e Rufo», toglie la croce dalle sue spalle. Allora egli continua faticosamente la Via. L’amma preposta a tutte le altre disse: “Invidiamo di santa invidia quell’uomo di Cirene, e gli chiediamo: «Passa a me quel legno»”. Ognuno adora e ringrazia Gesù per avergli concesso di soffrire con lui. Oggi non si odono rumori di pentole e coltelli né si avvertono profumi nelle cucine delle celle. Inoltre nessuno oggi si lamenta, né per la stanchezza e nemmeno per gli ostinati difetti degli altri. Tutto viene sopportato con gioia e pace.

  

33 Sabato santo

Gli abba e le amma del nuovo deserto non si rivolgono la parola per non disturbare l’uno il cuore dell’altro. Anche oggi lasciano fermi i loro denti, versando lacrime sui propri peccati, che li hanno privati del loro amato Signore. Pure lui oggi è in Silenzio. Li lascia privi della sua Parola: il suo amore è impegnato ad invitare i popoli dei morti alla sua festa. Tutti gli angeli sono indaffarati a prepararla: attendono ordini, che gli arcangeli non sanno impartire; anch’essi sono confusi. E nei cieli si scoprono tutti ignoranti, giacché non sanno cosa fare. Mai infatti hanno preparato una festa come questa. Gli abba e le amma si lasciano coinvolgere nel loro stupore, meravigliati persino per il rumore del proprio silenzio.

  

34 Pasqua

Gli abba e le amma del nuovo deserto sono già svegli presto presto, e sono indaffarati a gridare l’uno all’altro: “Alleluia! Gesù è veramente risorto!”, e ognuno risponde: “E anche noi con lui, alleluia!”. Ricordano infatti ciò che ha assicurato il discepolo che tiene il capo sul petto di Gesù: «Noi sappiamo che siamo passati dalla morte alla vita, perché amiamo i fratelli. Chi non ama rimane nella morte(1Gv 3,14). Ovunque tu sia, la voce degli abba e delle amma ti raggiunge col grido che suscita gioia: “Alleluia! Gesù è veramente risorto!”. E attendono la tua risposta: “E con lui anche noi, alleluia!”.

  

35 Leggere

Amma Filotea raccontava come si preparava a leggere la Parola di Dio nell’assemblea: “Pensando che quella Parola è mia, perché di mio Padre e del mio Sposo, mi dico: la leggerò con gioia. Poi pensando che quella Parola va letta con un amore più grande del mio, e io non sono capace, mi preparo coltivando umiltà”. Quando leggeva, tutti l’ascoltavano con attenzione.

 

36 Lunga barba e…

Abba Guglielmo viveva nel deserto da molti anni, tanto che la sua barba si era allungata di molto, ma non altrettanto gli era cresciuta l’umiltà. Viveva a pochi passi da abba Teofilo, che ogni giorno esercitava con lui la grande pazienza di Dio. Questa, grazie alle molte preghiere, era sempre viva, tanto che presso gli altri abba divenne proverbiale, come quella attribuita a Giobbe. Abba Guglielmo gli alzava la voce talora con pretesa, altre volte con disprezzo, tanto da rasentare la cattiveria. Si vantava anche della propria intelligenza che gli dava sempre ragione.
Un giorno, non sappiamo cosa abbia chiesto sbraitando, tant’è che abba Teofilo non rispose, rimase in perfetto silenzio. Abba Guglielmo allora, stizzito, con occhi freddi e voce dura gli gridò: “Non hai sentito la mia richiesta? Perché non mi rispondi?”.
Abba Teofilo allora: “No, a dire il vero la tua voce non l’ho udita. Ho sentito la voce di uno spirito di vanagloria, ho scorto il volto dello spirito di superbia, e ho notato i gesti dello spirito di permalosità. Ad essi non è mai necessario né opportuno rispondere. Quando sentirò la tua voce, voce di un fratello di Gesù, vedrai che risponderò, come ho sempre fatto”. E si mise nell’atteggiamento di chi attende una valanga, di insulti ovviamente.

  

37 Fede in movimento

Quando abba Ignazio vedeva i fratelli camminare, li osservava contento, con simpatia e amore.
Vide Filippo che, camminando, girava la testa di qua e di là, attratto da tutte le cose e da tutti i rumori. Si fermava a osservare, si girava indietro: si vedeva che viveva del tutto fuori di sé. Il giorno seguente, quando gli fu vicino, gli sussurrò: “Quando cammini, vedi di usare la tua fede, fratello, cioè sappi e ricorda che nel tuo cuore è nascosto Gesù. Allora, guardando, vedrai gli angeli di Dio. Saranno essi ad attirare il tuo sguardo e a tener desta la tua attenzione, e tu arriverai più in fretta alla meta senza sentire stanchezza”.
Il discepolo ascoltò il suo maestro, e così cominciò ad imparare il dominio di sé, degli occhi, del collo, delle orecchie, e persino dei pensieri.

  

38 Mangiare

Abba Gregorio si accorse che il suo discepolo, mangiando, cercava i cibi saporiti. Lo lasciò fare, tacque lungo tempo, poi gli disse: “Se mangi quanto ti vien dato salverai la tua fede. Quando cerchi ciò che piace ai tuoi occhi o al tuo palato, la tua fede scenderà nel tuo stomaco e cadrà nella fogna”. Quindi aiutò a sparecchiare la tavola in pace.

  

39 Due sorelle

Camminavano a braccetto le due sorelle Invidia e Gelosia, e riuscirono a varcare i confini del nuovo deserto fin alle celle degli abba.
Abba Pasquale incontrò abba Ignazio e, con un po’ di stizza, gli fece una confidenza: “Non capisco come mai tutti quelli che cercano consigli vadano da abba Marco, e nessuno venga da me; sono anch’io un abba, anch’io vivo da molti anni nel deserto, anch’io prego e digiuno e merito fiducia”.
Abba Ignazio si accorse subito dell’arrivo delle due sorelle a braccetto. Pregò velocemente dentro di sé: “Signore Gesù Cristo, ispirami tu una Parola”, e con delicatezza rispose: “Abba Pasquale, io so che abba Marco non desidera incontrare nessuno, perché ama il Signore Gesù tanto, che vorrebbe essere occupato sempre e soltanto da lui senza distrazioni. Tuttavia molti lo cercano per avere una parola ispirata dal Signore. Tu invece desidereresti essere cercato dalla gente, e persino solleciti qualcuno a cercarti, ma nessuno si ferma da te. Non hai capito perché? Le persone sofferenti hanno un fiuto istintivo: si accorgono se un abba ama Gesù, perché allora è avvolto dallo Spirito Santo. Se un abba ama se stesso può avere solo un po’ di intelligenza, può essere tutt’al più uno psicologo. Le persone sofferenti e oppresse hanno bisogno non di un uomo, ma di Gesù. Lui stesso ha detto: «Venite a me voi tutti che siete stanchi e oppressi, e io vi darò ristoro». Io sono contento quando qualcuno cerca abba Marco. Rallegrati anche tu”.
Abba Pasquale abbassò il capo, rientrò nella sua cella. Si mise a chiedere al Signore di essere liberato dalla simpatia e dall’influsso delle due sorelle.

  

40 Omosessuali? 1/4

“Abba, ho saputo che un mio caro conoscente ha iniziato a vivere insieme con un suo amico”, riferì uno dei discepoli. Abba Andrea non si scompose. Era abituato alle sorprese. Inoltre sapeva e credeva che il nostro Dio è capace di guidare le cose degli uomini. Dopo un po’ di tempo, rivolto al discepolo, così si espresse: “Staremo attenti a non giudicare mai nessuno. Come il nostro Signore risorto è stato capace di entrare nella storia di Saulo e in quella di Francesco o di Camillo e di Ignazio e nella mia, può entrare nella storia di chiunque. Io mi aspetto che tra non molto da qualche coppia di cosiddetti omosessuali fioriscano delle meravigliose comunità contemplative. Non sarebbe la prima volta”. Il discepolo: “Dici davvero, abba? Com’è possibile?”. E Andrea: “Gli uomini usano in fretta le parole. Non è detto che coloro che si definiscono omosessuali amino il piacere del loro corpo. Essi hanno un’anima che si muove come quella di tutti. Alcuni di loro hanno disgusto dell’impudicizia tanto quanto l’abbiamo tu ed io. Questo disgusto possono averlo fin dall’inizio, o arriva a rattristarli dopo qualche tempo. Quando conosceranno Gesù, vedrai come ci sorpasseranno!”. Il discepolo chiuse gli occhi e cominciò a pensare, e anche a pregare. (continua)

 

41 Se non arriva Gesù 2/4

(segue) Abba Andrea ha notato che il suo discepolo era alquanto confuso. Forse non aveva compreso del tutto quanto gli aveva detto, e restavano in lui dubbi e domande che nemmeno riusciva a formulare. Terminata la preghiera del mattino, l’abba si rivolse a lui con pazienza. “Senti, figliolo. Gli uomini sono quel che sono, tutti. Tutti siamo portati a seguire gli istinti del corpo e dell’anima, e in noi predomina l’egoismo che cerca il piacere o del corpo o della vanagloria. È soltanto quando ci raggiunge la voce e la luce di Gesù, Figlio di Dio risorto dai morti, che conosciamo la gioia. E allora l’orientamento della nostra vita cambia direzione. A quel punto ci accorgiamo quali comportamenti portano gioia e quali turbamento, e allora soltanto possiamo discernere il cosiddetto bene dal cosiddetto male. Se non arriva Gesù, restiamo al buio”.
E Andrea continuò: “Gli uomini chiamano «amore» anche gli atti che provocano piacere sessuale e che manifestano un egoismo sfrenato. Così arrivano a chiamare «amore» l’adulterio, la fornicazione etero e omosessuale, e persino chiamano poli-amore la promiscuità di più persone. Noi, grazie a Gesù, sappiamo che qui c’è il male e il peccato, ma essi non possono saperlo né lo capiscono. Quanto desidero che si manifesti a tutti Gesù risorto!”. (continua)

  

42 Gabbie 3/4

(segue) Il discepolo ascoltava in silenzio il suo abba, e pareva avesse capito qualcosa; disse infatti: “Allora, abba, Gesù è davvero necessario! Senza di lui che sarebbe il mondo?”. E abba Andrea: “Il mondo privo di Gesù è una doppia gabbia, dove gli uomini sono prigionieri all’esterno e all’interno di se stessi. A proposito di quanto ti ho già detto: quando il Signore parlava di impudicizia non faceva distinzione o differenza tra impudicizia solitaria o condivisa, e nemmeno con chi condivisa. L’impudicizia, comunque sia, rivela un orientamento lontano dai disegni e dai sogni del Padre nostro, che ci ha fatti per la purezza che fa fiorire la gioia. Quando una persona vede l’altra come strumento del proprio piacere, la domina, e nessuno dei due gode libertà. Ringraziamo veramente Gesù che ci ha liberati, e libera chiunque lo accoglie. La sua presenza è la luce che ci permette di discernere il bene e di vedere come male tutto il resto. Sia davvero lodato il nostro Signore Gesù”.
Chissà, avrà il discepolo ravvisato la necessità per tutti di conoscere e amare Gesù, e avrà notato la novità del mondo che lui ha iniziato? (continua)

 

43 Teologie 4/4

(segue) Il discepolo fissava abba Andrea per vedere se gli diceva ancora qualcosa. E quegli: “Figlio mio, viviamo davvero una infinita benedizione conoscendo Gesù, anzi amandolo. Senza di lui saremmo in balia della nostra intelligenza, che, per quanto acuta, non ci salverebbe. Questa tentazione prolifera fuori e dentro la Chiesa santa. Ci sono infatti persone intelligenti che formulano cosiddette teologie dando loro nomi affascinanti: teologia della bellezza, della tenerezza, della speranza, della missione, della liberazione, della croce, della storia, dell’ecologia, della perfezione cristiana, ecc., e attendono salvezza dalle loro argomentazioni. Ma se Gesù non è al centro del cuore dell’uomo, tutto è fumo”.
Il discepolo era attento. “Ricordati come rispose Pietro a Gesù”, gli disse l’abba, “«Da chi andremo? Tu hai parole di vita eterna» (Gv 6,68) e ai capi del popolo ribatté: «In nessun altro nome c’è salvezza», cioè vita e libertà e futuro per noi, e non solo il paradiso alla fine” (Atti 4,12). E poi Andrea concluse: “Chi non è con Gesù non ha la vita e non si rende conto di ciò che è male, nemmeno se glielo dici e glielo dimostri. Proprio il Signore ha detto: «Non sanno quello che fanno» (Lc 23,34). È lo Spirito Santo infatti che «dimostrerà la colpa del mondo riguardo al peccato» (Gv 16,8), e lo Spirito Santo arriva dove arriva il respiro di Gesù. Per questo è necessario evangelizzare, portare cioè Gesù agli uomini che Dio vuole amare, e che anche noi amiamo con lui”. Il discepolo apprezzò il suo abba, e lo ringraziò vivamente.

  

44 Accorgersi

Un anziano, quando i fratelli discutevano sull’ubbidienza, approfittò di una pausa; uscì dal suo silenzio per dire: “Chi è ubbidiente non si accorge di ubbidire, e colui che ama i fratelli non si accorge di amare. L’uno e l’altro hanno il cuore occupato dal nostro Signore, e da lui ricevono forza, gioia, umiltà e pace; non hanno né il tempo né il desiderio di pensare a se stessi”. Ascoltarono tutti con attenzione, perché quell’abba parlava raramente.

 

45 Perdono

Ho offeso un fratello, abba. Lui non ha reagito, ma io sto male. Cosa posso fare?”, confidò un discepolo ad abba Giuseppe, che rispose: “Prima di tutto chiediamo perdono al nostro Signore Gesù. Lui è stato offeso più di tutti, perché è come fosse stato scacciato da questo luogo, dove è presente quando due o tre sono uniti nel suo nome”. Si raccolsero insieme in preghiera e il discepolo chiese perdono con umiltà al Signore. Quindi l’abba continuò: “Adesso va’ dal fratello e chiedi perdono anche a lui, con queste parole: «Chiedo perdono al Signore Gesù e a te, perché ti ho offeso con le mie parole e con il mio gesto». E lui, vedrai che ti risponderà: «Ti perdono, fratello, nel nome del Signore Gesù». A questo punto vi guarderete negli occhi, per vedere l’amore del Padre e la grazia dello Spirito Santo”. Il discepolo, dapprima titubante, poi deciso, obbedì. E la pace avvolse tutto il deserto.

 

46 Un’ora 1/2

Ad abba Lino si è piantata nella mente la domanda rivolta da Gesù a Pietro nel Giardino del Getsemani l’ultima notte: «Non sei riuscito a vegliare una sola ora?» (Mc 14,37). Diceva tra sé: “Dovrei rispondere anch’io a questa domanda. Come posso fare? Dove andare?”. E continuava a rimuginare questo pensiero piuttosto serio.
Iniziò a pregare: “Dimmi tu, Gesù, come devo fare”. Non attendeva risposta, ma mentre zappava nel suo orticello, ecco dal di dentro una domanda: “Lino, hai mai visto una lucetta accesa nella chiesa?”. Ricordò improvvisamente che là, in chiesa, c’è il Pane di cui Gesù stesso ha detto «Questo è il mio Corpo». Detto fatto, lasciò la zappa, si pulì le scarpe, e si recò in chiesa. Sedette nel banco. “Adesso, che faccio?” disse tra sé. “«Vegliare una sola ora», aveva detto Gesù a Pietro. Starò qui a vegliare davanti al Corpo di Gesù. È lo stesso Corpo che sudava sangue nel Getsemani”.
Dopo sei minuti di silenzio impressionante, ecco ancora una voce, diversa però: “Che fai qui mentre tutti lavorano? Non senti il rumore del contadino e quello del fabbro e quello dello stradino? E tu perdi tempo?”. I rumori che si distinguevano bene parevano assordanti come non mai. Mai li aveva uditi così distinti. “Io sono qui a vegliare”, rispose Lino. Ma che fatica continuare, quanti pensieri, quante sollecitazioni ad uscire, a tornare al lavoro! Addirittura anche qualche colpo di sonno tremendo. Fissava la lucetta, abituata a vegliare giorno e notte. Fissò il grande crocifisso sopra l’altare: “Sono qui per te e con te, Gesù. Voglio vegliare, ma non so cosa fare”. Nessuna voce udì, nulla. Guardò l’orologio: mancava un minuto a completare l’ora. “Gesù, ho vegliato con te un’ora”. Nessuna gioia particolare, ma uscendo dalla chiesa Lino si sentiva leggero come un fringuello, forte come un leone, alto come l’aquila, mite come il bue del presepio, contento come un angelo, deciso come mai in vita sua, e pronto a vincere ancora se stesso. (continua)

  

47 Ripetere 2/2

(segue) Il giorno dopo abba Lino ricordò d’aver letto: “Resta con noi perché si fa sera” (Lc 24,29). Queste parole le hanno dette quei due “stolti e lenti di cuore” (25), che non si stancavano di ascoltare la spiegazione delle Scritture. Anzi, avrebbero ascoltato ancora a lungo più che volentieri, e perciò chiesero al viandante istruito: “Resta con noi”. Egli li esaudì. Rimase con loro, ma che fece? Dopo aver reso grazie spezzò il pane, e così mostrò loro l’Eucaristia. Essi non lo videro più, perché Gesù è rimasto con loro per mezzo dell’Eucaristia: questa fu l’esaudimento della loro richiesta. L’abba ricordò l’ora faticosa, ma fruttuosa, che aveva trascorso in chiesa il giorno precedente, e gli venne da dire alla propria anima: “Se lui resta con noi, io resto con lui”. E ritornò nella chiesa dove era accesa la fiammella, rimase un’ora, un po’ seduto e un po’ in ginocchio nel banco a vegliare.

Che faccio? Gesù aveva ricordato ai due stolti le Scritture. Le ricorderò anch’io, che sono più stolto di loro”. E prese in mano il suo piccolo vangelo, lo aprì, ne lesse alcune righe e lo richiuse. Ripeteva poi una di quelle righe, attendendo la spiegazione, che, a tratti, pareva venire da quella porticina accanto alla fiammella. La ripeteva ancora, senza stancarsi. La stanchezza infatti viene da altre cose.

  

48 Acqua benedetta

Due anziani, marito e moglie, erano in cerca di un abba che potesse benedire loro dell’acqua. Furono invitati a recarsi da abba Martino, perché era sacerdote, uno di quelli che non hanno paura del diavolo. Lo sapevano tutti che non aveva questa paura, perché amava Gesù tanto, che quello doveva scappare. Com’egli aprì loro la porta della cella, l’uomo gli disse: “Abba, grazie che ci ricevi. Siamo qui per chiederti di benedire quest’acqua. Quando la berremo, berremo la preghiera tua e la preghiera della Chiesa che tu rappresenti. Siamo sicuri che con essa il Signore guarirà i nostri mali, perché egli è Padre e ascolta la sua Chiesa. La useremo anche per i nostri animali, e per spargerla nella casa, soprattutto quando sentiamo rumori strani”.
E la donna, approvando, aggiunse: “La useremo anzitutto per noi, per fare il segno di croce al mattino prima della preghiera e alla sera prima del sonno: così il nostro pregare sarà unito a quello della Chiesa. Anche ai nostri figli e nipoti, quando verranno a visitarci, faremo il segno di croce in fronte con l’acqua che contiene la tua benedizione. La spargeremo anche quando uscirà chi avrà sparlato degli altri o avrà bestemmiato nelle nostre stanze: così la nostra casa rimarrà luogo benedetto”. Abba Martino rimase edificato dalla purezza della loro fede, semplice e vera, di certo gradita al Signore. Invocò la Luce e la Potenza del Padre e del Figlio con fede sicura su quell’acqua e su quegli sposi santi e santificanti, ricchi di umiltà, di quella che riconosce valore alla preghiera della Chiesa e alla fede dei credenti.

  

49 Salvatore 1/5

Abba Gregorio si ritrovò ad ascoltare il ragionamento di due persone, che, tra il resto, si presentavano gloriandosi del titolo di teologi. Con convinzione dicevano che non occorre che la Chiesa mandi i suoi missionari nel mondo, anzi, questo sarebbe un’offesa a Dio, che salva tutti e apre il suo paradiso anche ai musulmani e ai buddisti e agli animisti. E portavano a conferma alcune frasi della Chiesa, presenti nei documenti del Concilio.
“Scusate, avete letto integralmente e con la luce dello Spirito Santo quei Documenti?”. Così intervenne l’abba, che ormai dovette continuare: “Se mi dite che Dio nostro Padre può portare in cielo, dopo la loro morte, mongoli e tibetani, arabi e pigmei che non hanno mai udito il nome di Gesù, godo della nostra fede, che non pone limiti alla bontà del nostro Padre. Ma quando i Samaritani hanno dato a Gesù il titolo di «Salvatore del mondo» (Gv 4,42), non hanno pensato che si dovesse aspettare la morte per dirlo. Anzi, lo hanno pregato di fermarsi subito da loro, ed egli ha acconsentito. Avevano bisogno subito della sua salvezza”.
I due interlocutori rimasero impietriti. (continua)

50 Samaria 2/5

(segue) Nonostante la sua simpatia per il silenzio, Abba Gregorio ormai si sentì in dovere di continuare a dare a quei due quella luce che il loro titolo di teologi non aveva acceso.
“Perché i Samaritani hanno chiamato Gesù «Salvatore del mondo»? Nessuno l’aveva rivelato a loro. Essi stessi lo hanno capito. Come mai? Non erano morti, né erano andati in paradiso, ma erano cambiate molte cose nella loro vita di cittadini.
Per esempio, quella donna che li aveva chiamati a incontrare Gesù, conosciuta da tutti e guardata con un certo disprezzo, adesso viene apprezzata con riconoscenza e non più giudicata.
Ascoltando Gesù e vedendo i suoi discepoli, tutti quei samaritani, per la prima volta, hanno saputo che Dio è un Padre che ama tutti, e non mette paura: s’è diffusa un’atmosfera di serenità in tutta la città.
Accogliendo Gesù hanno sperimentato una sorta di fraternità tra di loro mai vissuta prima di quel giorno. Si sono sentiti liberati dalle soggezioni umilianti e dalle superbie opprimenti.
Nelle case si cominciava a respirare un clima nuovo, anche tra mariti e mogli, tra genitori e figli.
E si potrebbe continuare con tutte le esperienze che anche voi avete vissuto, se la vostra fede è autentica e sincera”. Il silenzio penetrava nel cuore. (continua)

51 Un giro nel mondo 3/5

(segue) Aiutato dal silenzio sorpreso, ma ancora dubbioso dei due presunti teologi, abba Gregorio con decisione continuò a manifestare il suo amore per Gesù.
“Voi, ditemi, quanti mesi avete vissuto in un paese buddista? Quante settimane avete trascorso in un villaggio tutto musulmano? Avete osservato ancora i volti delle persone che avvicinano gli stregoni o le magie degli sciamani? Avete visto come sono trattati i malati terminali o i bambini portatori di handicap in quei luoghi? Avete mai assistito al matrimonio forzato di una ragazza in Arabia, o in Iran al taglio delle mani di un bambino che, allungandole, ha commesso un furtarello, o alla paura di uno schiavo negli Emirati? Vi siete inoltrati nel territorio dei tagliatori di teste sulle montagne delle Filippine?”.
Intervennero i due con sicurezza: “Ma questi sono fattori culturali, abitudini ancestrali!”.
Li interruppe subito l’abba, prima che la loro bestemmia s’infittisse: “Esatto, proprio come le abitudini attive nell’Impero Romano ai tempi dei primi cristiani, quelle ispirate a Bacco, a Marte, a Venere, a Saturno…”. E sospirò prendendo fiato. (continua)

 

52 Evangelizzare senza vangelo 4/5

(segue) Con tono pacato e amorevole, abba Gregorio riprese: “Se voi siete qui oggi e parlate liberamente, senza paura alcuna, ciò è dovuto alla «salvezza» sopravvenuta grazie alla predicazione del Vangelo da parte dei martiri dei primi secoli, innamorati di Gesù.
La «salvezza» che Gesù opera è qui, ora, come fu attuale quella ricevuta da Zaccheo in casa sua o dalla donna peccatrice in casa di Simone o da quella donna che aveva perdite di sangue.
Egli vuole diffonderla anche in quei luoghi dove non è ancora arrivato il suo Vangelo.
Se voi amate tutti i popoli, come vi vantate nella vostra teologia moderna svuotata di gioia, provate a liberarli dagli egoismi, dalle superbie, dalle oppressioni, dalle ignoranze e schiavitù che li fanno soffrire senza speranza, e vedrete che non riuscirete a farlo senza il Vangelo.
O avete il coraggio di dire che l’egoismo e la superbia e l’avidità sfrenata e le immoralità opprimenti devono essere custodite, favorite, mantenute per rispettare le culture?”.
Tacquero, e il silenzio divenne profondo.
Abba Gregorio li benedisse: “Siate veri teologi che amano seriamente e pregano offrendo voi stessi al Padre di tutti, così che venga lo Spirito Santo a guidare i vostri ragionamenti. E guidi anche i vostri passi, caricandovi le spalle del suo Vangelo”.
Tornò nella sua cella a ricuperare il silenzio fecondo. (continua)

  

53 Dimenticanza 5/5

(segue) Dopo una breve preghiera, la cella di abba Gregorio si illuminò. Cos’è successo? L’abba uscì e si mise a correre, come ai tempi della sua giovinezza, e raggiunse i suoi due ultimi interlocutori proprio sul ponte del torrente asciutto che solca il suo deserto. Ansimando si premurò di dire: “Scusatemi tanto, non vi ho ricordato la Parola che Gesù ha lasciato nel cuore degli apostoli sul monte della Galilea dopo la sua risurrezione: «Andate dunque e fate discepoli tutti i popoli, battezzandoli nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo, insegnando loro a osservare tutto ciò che vi ho comandato» (Mt 28,19s), e in altro modo disse lo stesso anche a Paolo di Tarso (At 9,15), e continua a ripeterlo a molti altri. Immagino che la vostra teologia possa accogliere le parole di Gesù Cristo”.
“Vorrei completare perciò la benedizione che per voi ho già implorato: quando Gesù vi chiamerà e vi conquisterà, possiate annunciare con gioia il Vangelo, che sta germogliando nel vostro cuore, a chi ancora non lo conosce. Costruirete ponti e unirete cuori e famiglie e popoli.
Farete quel che tento di fare anch’io in questo deserto verso quei pochi che arrivano qui, tutti oppressi e stanchi e rovinati dal peccato del mondo. Infatti nel nostro mondo pochi annunciano Gesù Cristo, il nostro Salvatore. Voi stessi sarete suoi missionari, umili e poveri, ma gioiosi e forti”.

Tornò indietro senza correre, ed essi continuarono il cammino portando con sé il silenzio fecondo del deserto.

  

54 Maledizione

Abba, mi sono accorto, purtroppo, che mia cognata odia mia moglie. Va dicendo che mia moglie l’ha maledetta”. Veniva dalla città quest’uomo, visibilmente contrariato e sofferente. “È vero che dalla bocca di tua moglie sono uscite maledizioni? Se fosse così sarebbe davvero una disgrazia, perché la maledizione è grave peccato con conseguenze disastrose per chi la pronuncia, come pure per chi la riceve”, così abba Lino cercava di capire cos’era successo. “Ma no, abba. Mia moglie non è capace di maledire. Lei ha soltanto detto a mia cognata: «Se vizi così tuo figlio, diventerà un delinquente». La cognata asserisce invece che mia moglie le ha augurato che il figlio diventi delinquente”. L’abba pareva riflettere, ma in realtà pregava e chiedeva sapienza al suo Signore, poi disse: “Purtroppo molte persone non sono abituate ad ascoltare. Ascoltano se stessi, ed esprimono il proprio malessere cercando di giustificarlo accusando gli altri. Buon uomo, hai fatto bene a venire: io mando una benedizione a tua moglie, che non abbia paura, e anche a tua cognata, che ritrovi sollievo dalle sue sofferenze e ricuperi la capacità di ascoltare e di imparare a educare i suoi figli. E adesso do una benedizione anche a te, che il Signore ti faccia strumento della sua pace”. Ripartì sollevato quell’uomo, che, senza perder tempo, anch’egli, tornando a casa, pregava nel suo cuore.

  

55 Umiltà

Abba, mio fratello mi umilia sempre: vuole sempre aver ragione e io devo ubbidirgli”, così il discepolo si sfoga con abba Felice. Questi lo guarda con bontà, e dice: “Figliolo, sii contento di poter somigliare a Gesù che dice: «Imparate da me che sono umile». Rimani sempre umile e sottomesso, possibilmente senza lamentarti. Ricorda che chi ama, nemmeno si accorge di compiere atti di umiltà. Quando il fratello si accorgerà di essere pretenzioso e arrogante, godrà del tuo esempio, guarderà a te per imparare, ti cercherà e ti sarà riconoscente”. Era contento abba Felice di dire queste cose: lui le aveva già vissute e sofferte! 

   

56 Professore 1/3

In città era molto conosciuto il professore che venne alla ricerca di un abba. Desiderava incontrarne uno dotto. Lo dirottarono da abba Gregorio. Come lo vide non perse tempo: “Abba, sto leggendo dei libri molto in voga tra i miei colleghi. Per questo mi sono sentito quasi in dovere di leggerli anch’io. Queste letture mi fanno nascere molti dubbi, sia su Gesù Cristo che sulla Chiesa. E questi dubbi mi creano sofferenza”. L’abba non volle sentire i titoli di quei libri, ma nemmeno il nome degli autori. Si raccolse brevemente, poi, osservando il cielo azzurro, disse: “I dubbi potrebbero essere micidiali, oppure provvidenziali. Dipende da come vengono affrontati”. E il professore: “Dica, abba, mi aiuti”. Riprese Gregorio: “Se lei attende luce ascoltando chi usa solo l’intelligenza, per quanto acuta essa sia, rischierebbe di cadere nel fosso, come il cieco guidato da un altro cieco. Lei dovrà chiedere invece luce a chi è illuminato dallo Spirito Santo. Questi è chi vive del soffio di Gesù, che vive con lui perché lo ama. Ne tenga conto nella scelta dei libri da leggere”. Pareva tutto ovvio all’abba, ma il professore…

  

57 Semi di sapienza 2/3

Non cedeva il dotto interlocutore: “Ma non ci sono semi del Verbo nelle filosofie degli uomini? Non ci sono cioè nel cuore dell’uomo, benché ateo, degli sprazzi di bontà e di verità?”. L’abba si concentrò: “Certamente, nell’intelligenza dell’uomo ci sono sprazzi di sapienza, provenienti dallo Spirito Santo, sapienza che Dio non nega a nessuno; spesso però essa può essere mescolata con frutti di egoismo, di vanagloria, di orgoglio, di disonestà intellettuale, e quindi di menzogna. Allora i pochi elementi di Spirito Santo, cioè di verità, potrebbero essere usati come esca per ingannare meglio. Le consiglio, professore, di cercare la sua luce solo negli scritti di chi ama Gesù e vive in comunione serena con la Chiesa da lui imbastita: ad essa il Signore ha garantito la sua presenza”. Il professore, pensieroso, si ripromise, e promise all’abba, di ritornare per approfondire questa e altre domande. (continua)

  

58 Funghi 3/3

(segue) Ritornò quel professore, pur non riuscendo a formulare nuove domande. Abba Gregorio le attendeva, ma visto che quegli era contento anche solo della sua presenza, disse: “Professore, non ho dimenticato il nostro colloquio. Le chiedo: lei, è mai andato a raccogliere funghi nel bosco?”. Abba”, rispose l’intellettuale, “questo è uno dei miei hobbies preferiti, almeno nel tempo in cui crescono i funghi”. Allora l’abba chiese: “Ebbene, lei raccoglie tutti i funghi che vede?”. Il professore: “Eh no, abba. Raccolgo quelli che conosco. So che ce ne sono di non commestibili, ma anche di velenosi, persino mortali. Questi, mi guardo bene dal toccarli e dal metterli nel cesto, e così pure quelli che non conosco: per questi interrogo qualche esperto micologo”. “Proprio così: lei usa una certa prudenza”, proseguì Gregorio, “e se per sbaglio mettesse nel cesto uno di quelli velenosi mortali, butterebbe via anche tutti i buoni che lo hanno toccato. Ora lei ha già capito. Le conviene trattare anche i libri come i funghi. E non solo i libri, anche le conferenze, i corsi, i film, e persino le interviste. Un cristiano usa l’intelligenza senza disgiungerla dalla prudenza e dalla vigilanza; egli sa di dover custodire e formare la fede, dono più prezioso di qualsiasi opinione umana. E non disdegna l’umiltà di chiedere consiglio a chi la maneggia con disinvoltura. Potrebbe venir benedetto e aiutato a leggere anche un libro strano, qualora fosse utile per il Regno dei cieli”. Tacque l’abba, e anche il professore. Non mancarono di sorridere l’uno all’altro, lieti di aver compreso e di essersi reciprocamente capiti.

  

59 Mantello

Davanti alle celle di alcune amma si fermò una signora che, con fare provocante, prima si mise a canticchiare qualcosa, poi a gridare, tanto da farsi udire fino all’incrocio delle strade: “Silenzio, silenzio, cos’è questo silenzio? Per vivere al mondo servono le parole, uscite anche voi e parlate!”.
Amma Rosa interruppe il suo lavoro ed uscì, guardando con tenerezza l’inquietudine di quella signora, che allora prese altro coraggio e sbottò: “Che pretendete col silenzio? Pensate di cambiare il mondo? Cos’è il vostro silenzio?”.
Rosa, quasi sottovoce, ma con decisione, disse: “Sorella, il silenzio è il mantello di Dio”. E continuò sommessamente: “Da quando l’ho indossato la prima volta, non riesco più a togliermelo di dosso, tanta è la ricchezza che contiene e l’umiltà che mi dona”. Poi se lo accomodò nuovamente rientrando senza sbattere la porta.

  

60 Malattia 1/5

Le amma erano in fermento, colte dalla paura. Si diffuse infatti la notizia dell'arrivo di una malattia sconosciuta, che anche nel deserto le avrebbe potute colpire in modo grave e mortale. Amma Margherita però rimase tranquilla e serena, com’era sua abitudine. Diceva a tutte quelle che vedeva preoccupate: “Ricordati che abbiamo uno Sposo, e non dimenticare che sopra di noi c'è un Padre che conosce ogni nostra necessità. Prenderemo le precauzioni necessarie per non ammalarci, ma rimaniamo in pace e conserviamo la carità. Faremo nostra poi la sicurezza dell’apostolo che scrive: «L’amore perfetto scaccia il timore»” (1Gv 4,18). Molte sorelle si sentivano consolate e rassicurate da queste parole, altre invece continuavano a nutrire preoccupazione cercando medici e medicine. “Abbiamo una Madre premurosa, che viene subito, quando la chiamiamo!”, raccontava con gioia amma Fedeltà.
Amma Rita, intraprendente come non mai, disse: “Andiamo ad avvisare gli abba. Essi di certo sanno cosa succede nel mondo e diranno anche a noi una parola di fortezza e di consolazione”. Amma Michela suggerì: “Perché non ascoltiamo anche amma Sofia? Ella è sempre in preghiera e viene ispirata dall'alto”. Infatti amma Sofia non parlava quasi mai con gli abitanti della terra, perché era sempre a contatto con gli abitanti del cielo. Spesso, quando pregava, pareva rapita, almeno così sembrava, e pronunciava parole che illuminavano il cammino. (continua)

  

61 Tempi 2/5

(segue) Le amma Rita e Michela e un’altra ancora andarono dunque a disturbare amma Sofia. Le descrissero la paura e la preoccupazione delle sorelle e il pericolo in cui tutte, e anche lei, si trovavano. Le chiesero una parola, una di quelle che le venivano donate dal Signore. Ella si raccolse per qualche minuto, come sua abitudine, chiudendo gli occhi. Nemmeno li aprì per parlare, molto lentamente, tanto che pareva ricevesse l'imboccata dall'alto: “Un tempo, due tempi e la metà di un tempo, lontano dal serpente” (Ap 12,14). Tacque, aprì gli occhi, aspettando che la lasciassero di nuovo sola. Parve che nessuna di loro avesse compreso, eppure tutt’e tre percepirono di avere a che fare con tempi difficili e lunghi, nei quali sarebbe stato presente il martirio per la Chiesa: ad esso avrebbe alluso la menzione del serpente o drago. Le amma uscirono taciturne dalla cella di amma Sofia, interrogandosi sul significato delle sue parole. (continua)

  

62 Contraddizioni 3/5

(segue) Le tre amma l'indomani tornarono da amma Sofia e le chiesero: “Hai compreso almeno tu quello che hai detto? Potresti darci anche una spiegazione?”. Ella allora ancora chiuse gli occhi, e poi: “Vi armerete di pazienza. «Veleno d'aspide è sotto le loro labbra» (Sal 139,4). Non prenderete medicina da chi vi ha dato il veleno. «Siete stati comprati a caro prezzo: non fatevi schiavi degli uomini!» (1Cor 7,23) Cercherete in cielo il medico per voi sulla terra”.
Sconcertate, le amma, uscendo, incrociarono abba Cristoforo e gli raccontarono tutto. Anche alcuni abba erano afflitti, tanto da contrarre il terribile male del rachitismo anemico della fede. L'abba, sereno e in pace, ascoltò, pregò e chiese silenzio. Mezz'ora di silenzio a quelle amma parve un'esagerazione. Poi lui, con voce amorevole, disse: “Amma Sofia ha detto parole di luce. La prima volta ha lasciato intendere che il malanno durerà a lungo, e per la Chiesa diventerà tentazione subdola e sinuosa come serpente: molti non ne riconosceranno il pericolo spirituale. La seconda volta ha lasciato capire che il male usa volontà d’uomo con inganno, e, quel che è peggio, che il mondo è stimolato a chiedere rimedio a chi ha tentato di avvelenarlo: così lo sterminatore raggiungerà facilmente il suo scopo, uccidendo e rendendo schiavi gli uomini liberi. Il rimedio invece è in cielo; sì, noi guarderemo con fede colui che è innalzato come il serpente” (Nm 21,9; Gv 3,14). Le amma ringraziarono e abba Gregorio si raccolse in preghiera. (continua)

  

63 Timori 4/5

(segue) Le voci che circolavano nel mondo e arrivavano nel deserto erano contraddittorie. C'era chi attendeva di ammalarsi per poi cercare guarigione, e chi voleva prevenire il male con rimedi incerti, che non escludevano il timore di nuovi misteriosi mali. Tale diversità di intenti era tentazione persino per la Chiesa santa di Dio: gli uni non comprendevano e non rispettavano gli altri, tanto da eludere la volontà del Signore, «che tutti siano uno». Abba Gregorio diceva di temere una lacerazione, scandalo per il mondo. Inoltre, l’impegno a cercare i rimedi distraeva dal conoscere le cause. Queste rimanevano nascoste, come pure le finalità terribili progettate dal nemico dell’umanità. Solo pochi, illuminati dall’alto ma inascoltati dai molti, come profeti perseguitati, vigilavano e ricevevano luce.
Le parole di amma Margherita, “sopra di noi c'è un Padre”, arrivavano ai cuori spargendo pace e fiducia, e quelle di amma Sofia effondevano un senso di mistero su tutto, sul tempo, sulle celle, sulle occupazioni e sugli incontri con gli uomini e le donne del mondo, spaventati e oppressi. La sua intensa e perseverante preghiera però consolava e donava speranza. Alcune la vollero incontrare di nuovo per ricevere benedizione dal suo amato Signore. Questa volta ella non fu così parca di parole: “«I nostri occhi sono rivolti al Signore nostro Dio. Noi siamo troppo sazi dello scherno dei gaudenti» (Sal 121). Ecco: «due tempi», e vedo uomini camminare senza meta, parlare senza parole, lamentarsi come Giobbe”: alcune lacrime le rigarono il volto. «Anche il profeta e il sacerdote si aggirano per la regione senza comprendere» (Ger 14,18). «La metà di un tempo» e direte: «Se il Signore non fosse stato con noi, ci avrebbero inghiottiti vivi. Sia benedetto il Signore che non ci ha lasciato in preda ai loro denti» (Sal 121). Quelle amma si dissero: “Ricordiamoci queste parole e andiamo senz’altro da abba Cristoforo”. (continua)

  

64 Piogge 5/5

(segue) Abba Cristoforo, illuminato dalle ultime frasi di amma Sofia, volle leggere per intero la pagina di Geremia e il Salmo da lei pregato. Chiese silenzio alle amma, poi suggerì loro: “Amma Sofia ci invita a pregare, a tenere lo sguardo in alto e a sperare salvezza dal Signore, e solo da lui. Quanto aveva già detto potrebbe avverarsi: l’uomo che cerca salvezza dall’uomo, come dice Geremia, trova maledizione (Ger 17,5). Altro non ci si può attendere dal dominio di mammona: mali sconosciuti che, insieme a tragiche schiavitù, fanno soffrire l’umanità. Ma le porte degli inferi non prevarranno sulla Chiesa, e la città degli uomini sarà salvata dalla preghiera dei «dieci giusti», come aveva chiesto Abramo (Gen 18,32). Questi «dieci giusti» sarete anche voi, amma fedeli e oranti: terrete le vostre braccia alzate come Mosè sul monte e come Gesù sul Golgota”.
Il deserto divenne più silenzioso, i canti della lode di Dio più armoniosi, le attenzioni le une per le altre esemplari. Anche i credenti nel mondo, forti della loro unità con gli abitanti del deserto, non si meravigliavano della possibilità di dare testimonianza al loro Signore Gesù, fosse pure con il martirio. La preghiera delle amma e degli abba diventava una nube estesa, fitta e densa, tanto da impedire agli occhi di Dio di vedere il peccato degli uomini, e così questi ottennero piogge di misericordia.

  

65 Obbedire?... 1/2

Abba Giovanni era solito radunare i discepoli, che venivano numerosi, anche quelli degli altri abba. Li istruiva su vari aspetti della vita del deserto e rispondeva ai loro interrogativi.
Un giorno parlò loro con letizia di un tema che normalmente è tedioso e ostico: l’obbedienza. Disse: “È un tesoro fantastico, perché nulla come la vera obbedienza ci rende simili a Gesù, nostro Signore, e ci unisce strettamente a lui. Egli infatti fin dall’eternità dice al Padre: «Ecco, Io vengo a fare la tua volontà» (Sal 39,8; Eb 10,7)! Quando poi si fece uomo, visse l’obbedienza verso Giuseppe e verso sua Madre, anche se questi non riuscivano a comprenderlo”. E poi disse: “Quando tu per obbedire attendi i comandi, per te l’obbedienza è pesante e difficile, ma se sei tu che la cerchi come si cerca un tesoro, diventa leggera e fonte di pace profonda”.
E disse molte altre cose. Terminando l’insegnamento chiese ai discepoli attenti e silenziosi: “Secondo voi, mi sono spiegato a sufficienza?”.
Al che il discepolo Mattia disse: “Ti sei spiegato a meraviglia. Gesù non aspettava comandi per obbedire, ma, come scrive Giovanni, cercava di essere sottomesso. Disse infatti: «Non cerco la mia volontà, ma la volontà di colui che mi ha mandato» (Gv 5,30), e anche: «Non faccio nulla da me stesso, ma parlo come il Padre mi ha insegnato»” (8,28).
Abba Giovanni si rallegrò, e diede incarico a Giano di preparare il pranzo. (continua)

 

66 Pranzo indigesto 2/2

(segue) A Giano non era stato dato il nome nuovo. Era chiamato ancora con quello che aveva nel mondo, quello della divinità bifronte, che aveva due volti: anche in lui la vita cristiana era ancora affiancata dalla vita del mondo. Egli, lieto dell’incarico ricevuto, andò con gioia a preparare il pranzo per tutti, dicendo tra sé: “Questa è l’occasione per far vedere a tutti le mie capacità. Nessuno ha mai presentato ai fratelli la pietanza che preparerò io: roba da ristorante di lusso”! E si mise al lavoro.
Mentre mangiavano, attendeva gli elogi di abba Giovanni e dei fratelli. Dato che questi elogi non arrivavano, per sollecitarli alzò la voce: “La pietanza che viene servita ora si chiama «dune del deserto farcite con delizie di cammello»”!
Abba Giovanni, delicatamente, ma senza tentennare, fece notare a tutti: “Come vedete, il nostro Giano ha ubbidito, ma non è ubbidiente. Ha ubbidito senza usufruire del tesoro dell’ubbidienza”.
Tutti zittirono, nell’attesa di spiegazione. “Non ci meravigliamo, tu sei qui da poco. Hai sì ubbidito, perché ti sei messo subito a lavorare come ti è stato richiesto, ma non hai utilizzato il tesoro dell’ubbidienza di Gesù: infatti non hai fatto quello che hai visto fare nelle nostre celle. Hai inventato un modo per soddisfare la vanagloria, presentandoci pietanze nuove, senza chiedere nulla a nessuno. E voi adesso dovrete bere un bicchierino di indulgenza per digerire il piatto indigesto di disobbedienza condita di vanagloria. Il nostro Signore Gesù non faceva nulla da se stesso se non l’aveva visto fare dal Padre! (cfr Gv 5,19)”. Giano arrossì, ma la lezione lo ha prevenuto dal cedere a molte altre tentazioni, e desiderò con impazienza il nome nuovo.

 

67 Rabbia

Il discepolo riferì ad abba Lorenzo il suo incontro con abba Desiderio, che, secondo lui avrebbe commesso un’azione scorretta, se non addirittura disonesta. Lorenzo, sentendosi offeso, si irritò molto, sfogando ira e rabbia. Nei giorni seguenti la sua preghiera fu disturbata, e anche i suoi colloqui con le altre persone, tanto che non riusciva più a donare Spirito Santo a nessuno. Il discepolo, spaventato, iniziò a pregare nel suo cuore. Finalmente l’angelo custode bussò al cuore di Lorenzo: “Che hai, amico mio? Che cosa ti turba? Perché sei tanto agitato?”.Non sai nulla di abba Desiderio? Non sai che cosa ha fatto e cosa ha detto di me?”, rispose l’abba al suo angelo. Questi riprese: “Se anche avesse combinato qualcosa, perché tu ti agiti? Non c’è il Signore Gesù tra te e lui? E poi, sei sicuro che il tuo discepolo ha visto tutto? Sei sicuro che ti ha riferito anche i precedenti e le intenzioni di abba Desiderio? E tu hai capito esattamente? E se il tuo discepolo fosse stato ingannato dalla tentazione? Su, prima di prendertela, va’ da Desiderio e chiedigli se quello che ti è stato riferito è vero, se è vero del tutto o in parte, o se è tutto falso”. Nella notte l’angelo lo avvicinò di nuovo: “Farai viceversa di come sei abituato: quando uno ti parla bene di una persona, credigli subito, e quando ti parla male, prima di credergli e di cedere all’ira, verifica insieme all’interessato”.
Lorenzo faceva fatica ad accettare. Intuiva che proprio così avrebbe dovuto fare, ma ci volle qualche tempo perché la sua irritazione gli permettesse l’incontro. Quando questo avvenne si rese conto di dover chiedere perdono ad abba Desiderio, che si rivelò essere santo discepolo del Signore.

   

68 Yoga 1/2

“Quanta pace nel tuo cuore, abba”! È uno dei due giovani che, nella loro passeggiata, incontrarono abba Felice, e lo videro ammirare estasiato i monti innevati e i primi fiorellini che spuntavano dalle rocce lungo il sentiero. L’amico che lo accompagnava osservò a voce alta: “Di certo l’abba fa esercizi yoga ogni giorno: è per questo che vive in pace!”.

Rimase muto abba Felice all’udire questa lettura della sua gioia interiore. Ma poi, pensando che Gesù merita essere conosciuto da tutti, osservò: “Sentitemi ragazzi. La mia pace è quella di Gesù risorto, che vive nel mio cuore. Gli esercizi yoga non potrebbero darmela. Volete che vi racconti qualcosa a questo proposito?”. E i due: “Ti ascoltiamo volentieri”. Allora Felice…

  

69 Yoga 2/2

Allora Felice, con tono di voce davvero felice, raccontò: “Vi dico quanto mi confidò una signora qualche tempo fa. Il suo bambino frequenta la quarta classe. Un giorno, di ritorno da scuola, prima ancora di sedersi a tavola, volle riferire quanto gli occorse: «Mamma, abbiamo avuto la lezione di yoga a scuola. Il maestro yogi ci ha fatti sdraiare tutti su tappetini per terra. Voleva farci ripetere una parola strana, e continuare a dirla sottovoce e a voce alta mentre eravamo distesi. Quella parola a me faceva paura. Avevo sempre più paura. Allora al posto di quella parola io ho cominciato a ripetere: Gesù! Gesù! Gesù! E avevo tanta pace».
Fin qui il bambino. Io vi dico che quel piccolo è stato aiutato dal suo angelo custode. Le parole strane, che vengono consegnate come «mantra» da ripetere, sono nomi di divinità indù, cioè di demoni, direbbe qualcuno. Per questo il bambino ebbe paura a fare gli esercizi yoga. Io, vi ripeto, la pace la ricevo da Gesù, e senza bisogno di esercizi e particolari movimenti del corpo o del respiro. È Gesù la nostra pace, oggi e sempre. Anche a voi lui la vuole donare”. Non volle insistere, li salutò e continuò la sua contemplazione gioiosa e serena.

   

70 Chi dei due?

Una donna volle incontrare Amma Rosa. Attese con pazienza fin che quella poté ascoltarla. Finalmente con trepidazione le chiese: “A chi mi devo rivolgere nella preghiera? A Gesù o a Maria, sua Madre?”.
E l’anziana, sorridendo, rispose: “Quando ti rivolgi a Gesù, sua Madre è felice, perché proprio lei ha detto ai servi: «Fate tutto quanto lui vi dirà». Quando ti rivolgi a Maria, Gesù gode soddisfatto, perché proprio lui ha detto al discepolo: «Ecco tua Madre». Se ubbidisci a Maria farai la volontà di Gesù, e se ubbidisci a Gesù accontenterai Maria!”. Quella donna uscì saltellando di gioia.

  

71 Pensieri

Abba Felice ricevette benedizione per recarsi in un monastero a spiegare la Parola di Dio ai discepoli e a celebrare con loro i misteri del Signore. Ubbidiente, partì. Lungo il cammino lo assalirono pensieri malvagi. Lo inducevano a interpretare male i modi di fare dei fratelli delle celle, anzi, lo costringevano ad accusare e a giudicare. Era molto turbato. Gli dicevano: “Ti sei accorto che il tuo discepolo ti ha mentito? Non hai visto che l’abba che abita vicino a te ti sta prendendo in giro? Hai notato come il tale abba fa rumore a mangiare e parla senza pensare?”. E così di seguito per un lungo tratto di strada. A un certo punto Felice sentì una voce: “Non ti accorgi che questi pensieri ti disturbano? Se ti presenti così triste e malinconico e arrabbiato al monastero sarai scandalo per quei discepoli e non donerai loro nemmeno un po’ di Spirito Santo”. “Che cosa devo fare?” chiese Felice alla propria anima. Rispose il suo angelo: “Comincia a cantare le lodi del Signore. Ringrazialo che ti ha scelto come suo strumento, ringrazialo che cammina con te, ringrazialo e basta. Non ricordi che nella celebrazione dici sempre: «Render grazie è fonte di salvezza»?”. Benedetto l’angelo! Felice iniziò a cantare qualche alleluia, così, quando arrivò al monastero, tutti lo videro gioioso e tutti ricevettero, dalle sue spiegazioni della Parola e dalla celebrazione, consolazione, esortazione e Spirito di amore per il Padre e il Figlio. Non per nulla Gesù aveva detto ai suoi: “Vegliate”!

  

72 Paura

Arrivò dalla città un tale a confidarsi con abba Martino, e gli disse: “Abba, ho paura del diavolo. So che inganna perché si presenta in veste di pecora. Ho paura di venire ingannato”.
L’abba, con un sorriso sereno gli rispose: “Figliolo, non avere paura. Ama Gesù e non temere. Cammina nell’umiltà e il diavolo ti eviterà. In tutto sii ubbidiente e il diavolo starà lontano da te. Quel superbo infatti non sopporta l’umiltà ubbidiente e nemmeno l’ubbidienza umile”.
Rientrò in cella quasi danzando.

  

73 Parlare con i morti

Non sapeva come cominciare, un tale che si guardava attorno con circospezione. Vedendo la pace di Abba Agapito, si dileguò il suo timore: “Abba, un tale mi ha assicurato che, se voglio, lui può parlare con mio figlio che è morto due mesi fa in un incidente”.
L’anziano senza tentennare rispose: “Guardati dall’accettare, figlio mio. «Interrogano i morti, ma risponde il diavolo», dicevano già i santi padri. Se accetterai, la tua anima perirà in fretta. Lascia tuo figlio nelle mani del Signore e affidalo alla sua misericordia. In tal modo tu gioverai a lui, e lui rimarrà in comunione con te”.
Siccome quel papà tentennava, l’abba riprese: “Gesù non ci ha mai insegnato a chiamare i morti. Tu vuoi essere suo discepolo sì o no?”. E con un bel sorriso convincente lo salutò.

  

74 Automobile

Un uomo ricco chiese all’anziano di potergli parlare con riservatezza. Gli disse: “Mi piacciono le automobili di lusso. Potrei acquistarne una?”. L’anziano rispose: “Tua moglie è d’accordo? Non far nulla senza essere d’accordo con lei”. Il ricco rimase pensieroso. “E poi”, riprese abba Giovanni, “tu che compito hai nella Chiesa di Dio? Vuoi far parte anche tu del Regno dei cieli?”.
Rispose con naturalezza il ricco: “Non ho compiti particolari nella Chiesa, e il regno dei cieli vorrei vederlo, anzi voglio contribuire a realizzarlo: proprio per questo sono venuto a interrogarti”.
Disse l’anziano: “Vedi, fratello: se io, qui nel deserto, mi comprassi tre cammelli e due cavalli al posto dell’asinello che mi è stato donato, tu cosa diresti?”. Rispose quello: “Sarebbe un lusso e darebbe scandalo, abba, perché tu segui il Signore povero e mite”.
Riprese allora l’abba: “Anche se non lo sai, nella Chiesa tu hai un compito considerevole, che nessuno ti può togliere, né tu puoi ignorare: essere testimone di Gesù. E nel Regno dei cieli entrano i poveri in spirito. Con tua moglie poi sei una sola carne”.
Il ricco si ricordò di Zaccheo, si alzò in piedi e disse: “Ho compreso, abba. Sono cristiano, non posso tradire la Chiesa, Corpo di Cristo, e non voglio rovinarle la reputazione né farla soffrire con i miei acquisti. Sto già dimenticando la macchina d’epoca, utile solo alla mia vanagloria! Non chiederò nulla a mia moglie, anzi, le dirò che tutta la nostra vita dovrà diventare lode di Dio Padre”.
Gli angeli si misero a cantare e a sbattere le ali.

  

75 Cagnolino

Tutto triste e sconsolato, un uomo fu consigliato di recarsi da un abba per aprirgli il proprio cuore e manifestargli la propria afflizione. Quando arrivò da abba Felice, disse: “Abba, sono triste e nessuno è riuscito a consolarmi. Soffro molto perché è morto il mio cagnolino, cui ero molto affezionato e che mi faceva molta compagnia”.
Stranamente abba Felice non si afflisse per il dolore di quel fratello. Osservando la croce appesa alla parete della cella, rimase in silenzio qualche istante, che parve lunghissimo a quell’uomo. Poi aprì la bocca per dire: “Fratello! No, tu non piangi perché ti manca il cagnolino. Tu piangi e sei triste perché nel tuo cuore non c’è Gesù”.
Quell’uomo sospirò: “È vero abba. Ti ringrazio”. Non servirono altre parole. Se ne tornò a casa consolato e rinnovato.

  

76 Esercizio

Una ragazza con un problema tutt’altro che semplice venne a parlare con amma Felicita. L’anziana l’accolse benevolmente, mettendola fin da subito a proprio agio. Allora le disse: “Amma, il mio ragazzo, che amo tanto, insiste perché vada a letto con lui. Ho paura che, se non lo faccio, mi lascerà. Ma io non voglio restare sola”.
Amma Felicita si raccolse in preghiera. Sapeva che senza preghiera le sue parole non avrebbero avuto né peso né frutto. E poi, con affabilità disse: “Tu, figlia mia, vuoi che il vostro amore duri a lungo?”.
Rispose la giovane: “Certo, vorrei per sempre”. E l’anziana: “Allora dovrà essere fondato in Dio. La prova che il vostro amore viene dallo Spirito Santo è il dominio di sé. L’amore senza dominio di sé non è amore, non è puro né vero né fedele né duraturo. Chiedi al tuo ragazzo di esercitarsi nel dominio dell’impulso sessuale. Se non vorrà nemmeno provare, il vostro vivere insieme, a lungo andare, diverrebbe un inferno e non un paradiso”.
Disse la ragazza: “E se non vuole?”. Rispose l’anziana: “Allora non temerai di lasciarlo. Ti affiderai al Padre, che provvederà alla tua vita, se gli sarai obbediente!”.
La ragazza tornò a casa rafforzata e consolata dalla preghiera di amma Felicita.

   

77 Distrazioni

Saputo che Abba Gregorio si dedicava con amore alla preghiera, un uomo corse a cercarlo nel deserto. Trovatolo, gli confidò: “Abba, io desidero pregare e adorare Dio. Ma quando comincio un’ora di adorazione, subito le distrazioni mi assalgono. In una sola ora arrivano anche cinquanta distrazioni, tanto che ho pensato di abbandonare questo modo di pregare”. E l’abba: “Figliolo, questo pensiero viene dal diavolo. Che cosa facevi finora quando t’accorgevi di essere distratto?”.
Disse quell’uomo: “Appena mi accorgevo, dicevo: Gesù, perdonami. Padre, abbi pietà di me, che sono peccatore”. Con occhi lucidi di commozione l’abba sentenziò: “Continua così. Nella tua ora di preghiera, più distrazioni verranno, più crescerai nell’amore del Signore. Quelle distrazioni per te sono dono di Dio, che gradisce molto quello che gli dici. Egli accoglie la tua umiltà, e la premierà”.
Da quel giorno la città ebbe un adoratore assiduo, e, per di più, umile.

  

78 Coniugi

Una donna afflitta cercò un’amma conosciuta come saggia e amante di Dio. Tra le lacrime disse: “Amma, sto progettando di lasciare mio marito. È rozzo, senza parole per me, con molte pretese, mai contento di quel che faccio per lui. Pare pure che da qualche tempo mi tradisca. Che cosa vorrà il Signore?”.
L’anziana ascoltava pregando in silenzio. E soffriva. Tenendo lo sguardo rivolto all’icona, disse: “Figlia mia, il Signore è sulla croce. È là per noi. Non ti chiede di certo di allontanarti dalla croce, perché anche la tua è prima di tutto sua. Non vorresti essere il suo cireneo? Il peso maggiore della tua croce lo porta lui: egli è già il tuo cireneo. A chi mai potrà chiedere di aiutarlo a salvare tuo marito? Se questi tradisce te, ha già tradito lui. Preghiamo e attendiamo: chissà che non ci suggerisca una soluzione diversa da quella che stai progettando. Dio ha molte risorse. Ne avrà una per te, come l’ha avuta per Giuseppe che voleva lasciare Maria”.
La donna si asciugò le lacrime, sorrise e ringraziò. E amma Rosa continuò a pregare.

  

79 Assidui

Abba Fedele stava uscendo dalla chiesa. Lo incrociò un uomo venuto per entrare. Dopo averlo salutato con affetto, gli chiese: “Abba, che cosa significa la parola che sta negli Atti degli Apostoli: “Erano assidui nella preghiera”? Dovrei venire spesso o sempre, qui in chiesa?”.
L’anziano lo guardò con un bel sorriso e gli disse: “Fratello mio, essere assidui nella preghiera è come dire essere assidui nell’amore, nell’amore che lui ha per te. Vedrai il bell’amore che Dio Padre ha per te e godrai di essere amato da lui e da Gesù. Quando vedrai il suo amore non solo per te, ma anche per tutta la Chiesa e per tutti i peccatori, sarai conquistato da lui e ti ritroverai immerso nel suo amore santo e vivificante. Diventerai amore anche tu. Quella sarà la preghiera assidua da cui sarai avvolto, rafforzato e santificato”.
Lo ringraziò quel signore distinto e gli chiese la benedizione per rimanere immerso nell’amore di Gesù per il Padre!

  

80 Diavolo

È arrivata nel deserto quasi per caso, per accompagnare l’amica ad ascoltare amma Silvestra, che proprio in quel momento stava mettendo in guardia i visitatori del monastero dalle insidie del diavolo.
Monica, questo il suo nome, sbottò: “Macché diavolo e diavolerie. Il diavolo non esiste. Lo ha detto anche il prete”. L’amma le chiese: “Come sta tuo marito? Andate d’accordo?”
E quella, quasi infastidita: “Che c’entra mio marito? Se potessi lo strozzerei. Non passa giorno che non litighiamo seriamente”.
Silvestra, con pace e assennatezza: “Monica mia, ecco, il diavolo lavora in casa tua, e tu non lo vedi. E non lo vinci e non lo cacci, e lui si diverte a farti soffrire”. Allora Monica riprese: “Mio marito il diavolo? Se è così hai detto bene”. L’anziana allora: “No, non è tuo marito il diavolo, il diavolo è quello che vi domina tutt’e due, che vi fa litigare, che bastona te e tuo marito. Apri gli occhi. E apri il cuore a Gesù, allora vedrai quel che fa il diavolo e troverai le armi per vincerlo. Se non vedi Gesù non riesci a vedere l’opera del nemico. Chissà se tu e tuo marito pregate insieme!”.
Monica si fece seria: “Hai indovinato, amma. Non abbiamo mai pregato insieme, nemmeno da fidanzati”. Con tono addolorato l’amma riprese: “Monica, di’ al prete che dove ci sono discordie c’è il diavolo. Dove manca il ricordo del Signore, lavora il diavolo senza essere disturbato. E tu, comincerai tu a pregare offrendoti al Padre, sia per tuo marito che anche per quel prete che ha parlato senza vero discernimento”. La donna ringraziò l’amica di averle dato l’occasione di questo incontro.

  

81 Spirito di verità

Era pensieroso il discepolo di abba Teodoro. Questi gli chiese: “Che cosa si muove nel tuo cuore, figliolo? Hai qualche sofferenza, qualche dubbio?”: Egli rispose: “Sì, abba. Sto pensando ad una parola pronunciata da Gesù, che ha detto «verrà il Paraclito, lo Spirito di verità che procede dal Padre». Vorrei comprendere questa promessa”. Teodoro aveva già considerato nel suo silenzio queste parole. Perciò poté rispondere: “Paraclito è una parola greca che significa: «chiamato vicino». È chiamato dal Padre e da noi, presso di noi, colui che ci può difendere, consolare, esortare, suggerire, far comprendere, aiutare, ecc. Sarà il nostro assistente! Ed è «lo Spirito di verità». Questo lo compendi?”. “No, abba” rispose il discepolo. Allora l’abba guardò il cielo: “Verità è l’amore del Padre, che è nei cieli, cioè presente ovunque, nascosto in ogni luogo e in ogni avvenimento che tocca la vita degli uomini suoi figli: è nascosto, ma presente. Quando tu sarai compenetrato dallo Spirito di verità, farai risplendere l’amore del Padre. Quando la tua mente sarà illuminata dallo Spirito di verità, tu saprai pensare solo opere d’amore. Quando la tua volontà sarà guidata dallo Spirito di verità, compirai solo gesti di amore. Io prego sempre che venga lo Spirito di verità, perché rende bella la mia vita e tutta la terra! Essere trasformati in amore di Dio, è il dono più gradito a me e a tutti, anzi, anche a Dio stesso! Sarà quest’amore il dono che ci difende dal mondo, ci consola dalle lacrime, ci sostiene in ogni momento”. Il discepolo rimase ancora pensieroso, ma lieto in volto.

  

82 La Donna Madre

Abba Felice meditava raccolto. Si preparava a offrire agli altri abba qualche pensiero sul santo vangelo. La lettura avrebbe portato tutti gli abba sul monte Calvario, mentre Gesù diceva a Maria, sua madre: «Donna, ecco tuo figlio!». Venne il momento, si radunarono gli abba, ed egli disse: “Gesù ci sorprende. Non chiama sua Madre col nome che l’avrebbe fatta sussultare, non la chiama «mamma», come da bambino. La chiama «Donna», come Adamo aveva chiamato Eva. Questa parola la rende «madre di tutti i viventi» nella nuova creazione, nel regno dei cieli. E quell’”ecco” le dà certezza che non avrà il tempo di piangere un morto, pur se suo Figlio. Ella ha un altro figlio, e di lui si occuperà. Suo figlio è il discepolo che rappresenta tutti i discepoli, tutti amati da lui. Il suo cuore e le sue mani di Madre non avranno vacanza. Lei continuerà a donare vita offrendosi ancora come si era sempre offerta. E sarà sempre Madre, Madre di quel Corpo di Cristo che è la Chiesa. Ameremo sempre la Chiesa, che è amata dalla Madre. Mai parleremo male della Chiesa per non offendere la Madre. Serviremo la Chiesa, per aiutare la Madre. Da lei siamo ogni giorno serviti e portati al Figlio suo che pende dalla croce”. Tutti gli abba godettero di essere fratelli, e intonarono il canto della gioia, quello che la Madre ha cantato per prima.

  

83 La vera bellezza

Un abba camminava sul sentiero verso la cella di un altro abba, che giaceva ammalato. Lo incrociò abba Terenzio, che, meravigliato, lo vide e disse, quasi senza accorgersi: "Come sei bello, abba!".
Tutt'e due rimasero sorpresi per questa parola. Ma, prontamente, l'abba in questione esclamò: "È Gesù il più bello tra i figli dell'uomo ". E Terenzio: "Certamente. E tu lo porti nel cuore, e sulle tue mani ricche di amore". Benedissero insieme Colui che dona la carità per i fratelli e la Parola di verità.

  

84 Roccia

Terminato il canto dei salmi, due abba uscirono per svolgere un servizio richiesto fuori del monastero. Camminavano insieme, continuando nel silenzio la lode al loro Dio e Padre. Abba Filippo si fermò un attimo a prendere fiato, e, vedendo la montagna di fronte, gli scappò di dire: “Venite, cantiamo al Signore, acclamiamo la roccia della nostra salvezza”. Abba Francesco ringraziò: “Proprio così, fratello. La fatica che stiamo compiendo è un canto al Signore, è gioia per lui. A lui offro i miei passi, a lui consegno la fatica, l’incertezza di ciò che ci aspetta, da lui attendo l’esito della nostra obbedienza. Il salmo che abbiamo cantato stamane continua a risuonare davanti a Dio con i nostri passi”. Ripresero il cammino. Continuarono il silenzio. La gioia li riempiva, mentre Gesù li rinsaldava nella comunione e nella pace. “La roccia della nostra salvezza è Gesù, che ci ha nutriti con il suo Pane: esso ci dà forza e gioia”, esclamò abba Filippo. E fecero il segno della croce.

  

85 Segno di croce 1/2

La mamma insegnava il segno della croce ai suoi tre bambini. Uno sapeva già muovere le mani, l’altro tentava, il piccolino giocava. “Per fare questo segno dobbiamo imparare le parole belle, quelle del nome del nostro Dio. Con quelle parole il sacerdote vi ha battezzati quando eravate piccoli”, disse sapientemente la madre. “Che cosa vuol dire battezzati?” dice il grandicello, “io non lo so”. La mamma ricordava le parole di un abba del deserto, e le riferì ai suoi piccoli: “Battezzati vuol dire che siete stati bagnati dall’amore del nostro Dio, che è Padre e Figlio e Spirito Santo. E siete ancora immersi dentro l’amore di Gesù e del Padre. Vedete il vasetto della frutta sciroppata? La frutta è immersa nello sciroppo ed è impregnata del suo sapore e della sua dolcezza: quando la mangerete sentirete che è tutta dolce come lo sciroppo. Così in voi c’è sempre la dolcezza e la bontà dell’amore di Gesù. È per questo che vi volete bene sempre e volete bene a tutti”. “C’è anche in me l’amore del Padre e di Gesù?”, chiese il più grande. E il più piccolo: “Mi dai un po’ di frutta sciroppata, mamma?”. Al più grande la madre disse: “Va’ a prendere il vasetto e tre coppette con i cucchiaini per servire la frutta. Così ami i tuoi fratellini con l’amore del Padre!”. Tutti contenti dimenticarono il segno di croce.

  

86 Segno di croce 2/2

Quand’ebbero finito di assaporare la frutta sciroppata, il bimbo di mezzo si ricordò: “E il segno della croce, mamma?”. “”, disse la mamma, “adesso diciamo insieme le parole del battesimo”. E tutti provarono: “Nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo”. “Benissimo. Adesso proviamo a disegnare sul nostro corpo il palo della croce, quello che hanno piantato in terra per Gesù. Noi lo disegniamo cominciando dall’alto. È il Padre che ha chiesto a Gesù di morire in croce per noi. Bravi, tutti. Anche tu”, disse al piccolino che pareva non riuscirci. “E adesso disegniamo il palo che Gesù ha portato sulle spalle e su cui sono state inchiodate le sue mani. Facciamo tutto con la mano con cui mangiamo la merendina. Proprio così. Tocchiamo la spalla sinistra e poi la destra. Di nuovo! E adesso diciamo le parole mentre disegniamo i due segni”. Tutti e tre fecero a gara e ripeterono senza che la mamma glielo dicesse. Ella era riconoscente all’abba che l’aveva esortata ad istruire i suoi tre marmocchi. Per terminare la mamma disse al più grande, che poteva capire: “Sai cos’è successo? Guarda la croce che abbiamo appesa sulla parete: sei diventato la fotocopia di Gesù! Lo ringraziamo!”.Possiamo far veder al papà questa sera?” rispose con gioia, e guardò la mamma con occhi lucidi. “Prima di farlo vedere al papà, guardate come lo fa bene lui”, rispose con soddisfazione.

  

87 Scapestrati 1/6

Si diffuse in città la fama di amma Rosa, anzi no, la fama della sua sapienza, e della sua efficace preghiera. Ed ecco due sposi, genitori di tre ragazzi scapestrati. Sono proprio essi a dirlo: “Abbiamo tre figli, amma Rosa, ma non ubbidiscono. Escono di casa a sera e rientrano molto tardi. Se diciamo qualcosa, uno reagisce con parolacce e un altro anche con bestemmie. Nessuno di loro viene più in chiesa con noi, ma nemmeno da soli ci vanno. Hanno scelto amici che somigliano a loro, i cui genitori li lasciano del tutto liberi. Che cosa dobbiamo fare, amma?”.
Questa li osserva con compassione, e sta a lungo in silenzio. Quando apre la bocca, i due sono già consolati: “Un santo abba diceva: «Se i vostri figli sono diventati così, potrebbe essere colpa vostra. Se voi li avete sempre accontentati, se siete stati loro addosso con troppe parole, ma soprattutto se non li avete avvolti con la preghiera. I ragazzi che crescono in una casa senza preghiera, e cioè senza Spirito Santo, non possono che essere disorientati, in balia degli spiriti del mondo egoista e sfrenato». E quel santo, abba Porfirio, dava loro questo consiglio, che io trasmetto anche a voi: «Non sgridate i vostri ragazzi. Non rivolgete loro parole di rimprovero, perché essi reagiranno. Invece pregate in silenzio, riempite la vostra casa di preghiera fatta di lode a Dio, di benedizione, di supplica fiduciosa. Fatelo insieme voi due. Il Padre vi ascolterà. Perseverate a lungo. I ragazzi si accorgeranno del vostro cambiamento e cambieranno a loro volta. Ma perseverate, perché dovete dare in poco tempo quel che a loro è mancato per lunghi anni». Io vi accompagnerò con la mia preghiera”.
I genitori, compresero e rimasero in silenzio. Salutarono con occhi pieni di riconoscenza per essersi sentiti compresi e amati. (continua)

  

88 Genitori del passato 2/6

(segue) Davanti alla porta di amma Rosa, all’ora in cui ella riceveva le persone, si radunò una piccola folla. Quando finalmente aprì la porta, ella stessa si meravigliò.
Un papà cominciò col dire: “Amma, sono venuto a chiederti preghiera e consiglio. Devo cominciare a mandare mio figlio dallo psicologo. Non vuole più studiare”.
Lo interruppe una signora accompagnata da sua figlia: “Anche mia figlia: non la capisco più, non ascolta nessuno, si ribella a tutti”. E lo si vedeva che nemmeno ascoltava le parole di sua madre.
Un’altra donna intervenne: “Amma, non so come fare con i miei bambini. Quattro giorni in settimana sono con me e tre giorni con il loro padre. Sono inquieti, non riesco più a capirli e gestirli”.
E così di seguito, altre tre o quattro persone con i loro problemi lacrimevoli.
Rosa invitò tutti, per cominciare, a recitare adagio il Padre nostro. E poi un’Ave Maria. Quindi, lentamente: “Voi siete tutti amati dal Signore nostro Gesù Cristo. Non disperate. Per comprendere questa situazione anzitutto vi chiedo di pensare ai vostri genitori”. Un’aria di familiarità si diffuse fra tutti. (continua)

  

89 Genitori in ginocchio 3/6

(segue) Continuò l’amma: “Credo di indovinare: i vostri genitori, come i vostri nonni, pregavano tutti i giorni, invitavano anche voi a fare altrettanto, vi invitavano ai sacramenti della Chiesa, vi mandavano al catechismo. Era così? Al mattino le preghiere, alla sera il Rosario. E voi siete cresciuti con sostanziale serenità, avete goduto di un orientamento nella vita, siete diventati capaci di discernere il bene dal male, l’obbedienza a Dio dalla disobbedienza. E non avete avuto drammi particolari”.

Quasi all’unisono i convenuti assentirono, chi con la voce, chi con i movimenti del capo. “Ebbene”, continuò l’amma, “grazie ai vostri genitori e nonni voi avete respirato un’atmosfera di preghiera, avete bevuto Spirito Santo, e questo ha dato ordine ai vostri pensieri e sistemazione alle vostre decisioni. Avevate persino l’umiltà necessaria per chiedere consiglio o ai nonni o a qualche sacerdote. Addirittura, cosa impensabile oggi, eravate capaci di chiedervi perdono tra di voi. Non è così?”. Ed essi, in coro: “Certo, certo, proprio così”.

Allora lei riprese: “Voi però, probabilmente, non avete fatto altrettanto. Non avete nutrito i figli nel vostro grembo col sangue riscaldato dall’amore di Gesù coltivato dalla preghiera, e la fiducia nel Padre non c’era nel latte materno. Forse avete persino fatto udire i vostri litigi alle loro orecchie. La loro culla non può raccontare d’aver visto umiltà e nemmeno d’aver udito un rosario tranquillo recitato da papà e mamma”. Silenzio di verità. (continua)

  

90 Genitori odierni 4/6

(segue) Erano ancor incollati alle parole di amma Rosa quei genitori, cosicché ella procedette con pace. “Care mamme e cari papà, voi avete lasciato Dio in Paradiso e vi siete concentrati sui vostri problemi terreni. Così avete cominciato a discutere, a litigare tra voi. Qualcuno di voi è arrivato persino a rompere il patto coniugale? E i bambini? Proprio i vostri figli che dite di amare tanto? Li avete costretti ad assistere al procedere del vostro ateismo ed egoismo, si sono scombussolati, proprio nei giorni decisivi della loro formazione. Per i vostri litigi non hanno avuto tempo e modo di maturare la distinzione tra bene e male. Vedendovi senza Dio, hanno pensato che egli è solo una parola. E che esisteva solo il diavolo della discordia. Forse questo non è del tutto vero per tutti voi. E poi, anche se andavate a Messa, non cambiava nulla, quindi Gesù per loro è diventato quasi una favola non attendibile. Nemmeno hanno imparato a distinguere i sogni dalla realtà. Per questo hanno bisogno anche dello psicologo, che però non potrà sostituire ciò che poteva dare la vostra preghiera e la pace proveniente dal cielo e l’amore divino del vostro cuore. Adesso voi mi chiederete: Non c’è nulla da fare?”. Mormorio, brusio, lacrime asciugate. (continua)

  

91 Cominciare 5/6

(segue) Prese coraggio l’amma, e cominciò a dare qualche consiglio divino: “Non si può proprio far più nulla? Dobbiamo arrenderci? Anzi, voi farete molto, e potrete ricuperare. Riempirete la vostra casa di preghiera silenziosa. Se vostro marito o vostra moglie, cui direte queste cose, accetterà, pregherete insieme. Non cedete allo scoraggiamento. Non chiederete nulla a Dio, e invece non smetterete di lodare il Padre e di ascoltare Gesù. Leggerete i salmi, imparerete il rosario per avere Maria vicina a voi. Siate contenti di conoscere Gesù Cristo, almeno leggendo il vangelo.
La preghiera cambierà il vostro cuore, e pian piano influirà su quello dei figli. Lo Spirito Santo presente nella vostra preghiera li avvolgerà come una coperta di notte, come un giaccone di giorno. Lo Spirito Santo illuminerà anche lo psicologo da cui lei manda il figlio. Non abbiate fretta a vedere risultati. Dio ha più fretta di voi, perché lui ama i vostri figli più di voi, ma adopera anche voi per costruire la loro vita. In tre settimane non pretenderete di ricuperare dodici o vent’anni sbagliati. Cominciate, anzi, cominciamo: Padre nostro… Ora andate a far benedire da un sacerdote questo nuovo inizio”. Ringraziarono tutti e si allontanarono in silenzio, non senza aver chiesto di poter tornare. (continua)

  

92 Bullismo 6/6

(segue) L’eco degli incontri con amma Rosa ha incuriosito e persuaso alcune maestre a cercarla, sperando in una sua parola. Con sofferenza, una di loro le disse: “Amma, nelle nostre classi abbiamo il problema del bullismo. I ragazzi e anche i bambini si divertono a prendere in giro i loro compagni, persino facendo dispetti pesanti a coloro che già soffrono per qualche difetto fisico o psichico. E non ascoltano i nostri benevoli consigli e nemmeno i rimproveri. Ci sentiamo impotenti”.
L’amma, per nulla sorpresa, ascoltò in silenzio anche le esternazioni di sofferenza delle altre insegnanti. Poi con dolce sicurezza: “Se i bambini non respirano preghiera e non sono avvolti nello Spirito Santo cederanno facilmente agli spiriti del mondo, che non conoscono l’amore. Al mattino, prima che arrivino, riempite l’aula con la vostra preghiera, e invocate su di loro il nome santo di Gesù. Quando arrivano, amateli benedicendoli in silenzio col nome del Signore. Se li vedete inquieti, copriteli coll’invocazione del suo Sangue.
Siate voi sempre unite a Gesù, che è l’unico Salvatore. Senza di lui nessuno potrà vincere gli spiriti dell’aria che dominano nel mondo e vogliono entrare nei loro piccoli cuori. Il vostro pregare sia silenzioso, ma vero e fiducioso. Non illudetevi di ottenere cambiamenti stabili senza Gesù. I vostri ragazzi vengono per lo più da famiglie e ambienti dimentichi di lui: essi non hanno colpe, hanno soltanto carenze. Voi potrete cercare di colmarle. Pregherò anch’io per voi e per loro”.
E alle altre domande che ascoltò non poté che ripetere le stesse cose con altre parole.

  

93 Trenta

Da trent’anni era nel deserto, abituato ormai a veglie e digiuni. A chi lo interrogava sull’età e sui tempi, il discepolo di abba Gregorio parlava con sussiego dei trent’anni trascorsi nelle fatiche spirituali. Chi lo ascoltava aveva l’impressione che sotto sotto vantasse il diritto di essere almeno lodato e grandemente stimato come uomo di Dio. Partiti tutti gli ospiti, rimasti soli in silenzio, dopo la consueta preghiera dei salmi, l’abba lo guardò: “Vedi, figlio mio, da trent’anni sei qui con me: il Signore Gesù ti ha amato molto e ti ha arricchito di molti doni. Ringrazio te per ogni tuo atto di amore per lui e per me. Io devo vergognarmi di aver trascorso tanto tempo qui con molte preghiere, senza aver imparato l’umiltà”.
Dopo tre giorni il discepolo gli si avvicinò e sussurrò: “Perdonami, abba. Ho riflettuto su quello che mi hai confidato. Prega per me, e ottieni dal Signore che io inizi adesso a vivere nel deserto con l’umiltà di Gesù”. E pregarono insieme.

  

94 Sinfonia

Il superiore degli abba del deserto inferiore chiese ad abba Melodio di guidare il canto durante le celebrazioni nelle quali si loda il Signore. Lo fece con trepidazione, perché temeva che abba Melodio fosse tentato di usare quel servizio alla gloria di Dio per attirare a sé la gloria degli uomini. Questo abba infatti riusciva a pensare che, se Dio riceve gloria, anche lui ne avrebbe diritto, quale figlio di Dio; e dimenticava che la gloria di Dio non è quella degli uomini. Quando guidava il canto infatti si metteva dove, e si muoveva come, dovesse apparire la sua importanza e centralità, in modo da riceverne celebrità.
Dopo qualche giorno abba Ilario, che lo amava, gli rivolse la propria tenerezza: “Abba Melodio, hai udito stamattina la sinfonia degli uccelli del bosco sotto le nostre finestre?”. Rispose subito: “Certo, ed era proprio armonizzata e melodiosa. Ho notato che cinguettavano a ritmo, come se qualcuno avesse diretto le loro voci!”. Sorridendo abba Ilario riprese: “Proprio così. Era il Padre dei cieli che dirigeva il loro canto. Tu, lo hai visto il Padre?”. Sbottò Melodio: “Che domanda! Chi può vedere il Padre che è nei cieli?”. Allora Ilario: “Il Padre si tiene nascosto anche quando dirige la danza del sole, della luna e delle stelle; allora ho pensato che, quando tu dirigi il nostro canto, avresti gioia imparando da lui!”. Sorrise e iniziò a canticchiare per allietare la riflessione di Melodio.

  

95 Canne

Gli hanno detto che abba Felice non sgrida mai nessuno. “Voglio incontrarlo”, si disse il giovane ventenne. Ed eccolo nella cella, ricca di silenzio. “Abba”, sbottò il giovane, “sono venuto per dirti che fumo”. L’anziano lo fissò con un dolce sorriso: “Nicotina?”. Sorpreso, il ragazzo: “Si, ma anche canne. È da molto tempo. Sono dimagrito moltissimo”. L’abba si raccolse. Poi con amore, ricevuto dall’alto: “Ho visto: infatti sei quasi trasparente. Sai che cosa desidera fare di te il Signore Gesù? Non puoi immaginarti quanto ti ama. Hai un lavoro?”.

Divenne rosso il giovane per dire: “Qualcosa di provvisorio. Nessuno si fida e io non sono capace; non ho finito la scuola. Tentano di darmi sostegni psicologici, ma non mi va di collaborare”. Continuò l’abba: “Ti dicevo che Gesù non si arrende, ti ama e vuole fare di te un santo, un suo testimone. Gli dirai di no? Cominciamo subito. Accetta tutti gli aiuti che ti vengono offerti e io, da parte mia, ti insegno una preghiera: tu la ripeterai tutti i giorni. Parlerai con Gesù e lo ascolterai. Sarà una nuova vita per te, tutta interiore. La prossima volta verrai per dirmi cosa lui ti avrà detto”.

Il giovane, senza parole, osservò con riconoscenza la barba dell’anziano, che ha mostrato di aver fiducia in lui. E questi lo benedisse nel nome della Santissima Trinità, nel quale, senza suo merito, anche lui era stato battezzato.

  

96 Fiori profumati

Amma Teresa stava preparando un vaso di fiori per l’icona della Madre di Dio. In quel mentre entrò nella chiesa una donna elegantemente vestita. Accesa una candelina, nonostante il profondo silenzio, la donna cominciò ad alta voce: “Come sei brava, amma Teresa! Hai mani d’oro e un’intelligenza non comune. Come sai abbinare i fiori e acconciarli in modo da evidenziarne le forme e i colori!”.
Al che l’anziana, che amava il Signore e sua Madre, continuando a fissare l’icona rispose: “Di’ piuttosto: Quanto amore ha il nostro Dio e Padre che ci ha preparato dei fiori così belli e profumati, quanta fantasia e sapienza ha adoperato per formare le loro corolle, quanta riconoscenza lui stesso dimostra per la sua e nostra Madre santissima dandoci il modo di onorarla!”. Depose il vaso al suo posto, fece un inchino all’icona e se ne andò. La signora elegante, confusa, cercò nel proprio cuore un po’ di amore per restare qualche istante in silenzio.

  

97 Artisti 1/3

Abba Gregorio, chinato sul libro dei salmi, lodava con il cuore e la mente il Signore del cielo e della terra. Entrò nella chiesa una manciata di persone rumorose, e uno di loro, che pareva più letterato, si mise a spiegare: “Vedete questa tela? È del secolo sedicesimo, di un pittore famoso, che dipingeva persino per la casa reale. Guardate le dita della mano della Madonna, come sono affusolate. Per dipingerle così ci vuole un’abilità artistica non comune”.
L’abba si alzò e, con uno zelo sapiente e con amore paziente, disse: “Questa è casa di preghiera. Questa tela è qui per aiutarci a pregare. Tu, che sembri istruito nelle cose del mondo, dovresti dire piuttosto che la mano della nostra Madre ha preparato il nutrimento al Figlio di Dio per trent’anni! E che le sue dita hanno filato e tessuto per lui le vesti e la tunica, rispettata persino dai soldati di Roma! Le sue mani sono belle perché tutto quel che facevano era preghiera santa”.

Mentre quelli, sorpresi e dubbiosi, uscivano, l’abba si prostrò per ottenere per loro dal Signore conoscenza, discernimento e un cuore nuovo. (cpontinua)

  

98 Si è confessato 2/3

(segue) Abba Giuseppe stava preparando i lumi ad olio, che pendono dall’alto ad indicare che la luce viene dal Signore. Vide tre uomini fermi davanti all’immagine di Gesù crocifisso. “Certamente stanno pregando”, si disse mentalmente. Ma quando si avvicinò per quelle lampade, udì che uno di loro diceva agli altri: “L’artista che ha realizzato questa immagine è uno dei più famosi del nostro secolo. Usa strumenti e colori di sua invenzione. Vedete che arte? Osservate questo volto, e guardate come si muovono i muscoli facciali per riprodurre il dolore di un crocifisso!”.
Rimase deluso l’abba, perché quel che aveva pensato non era vero. Non ebbe la prontezza di cacciarli come Gesù i venditori dal tempio, ma disse loro: “Gentile signore, vedo che sei erudito. Ricorda ai tuoi ascoltatori che quell’artista famoso, prima di iniziare questo lavoro, ha confessato i suoi peccati, ha fatto penitenza e ha pregato una giornata intera proprio qui, davanti al Tabernacolo. Per questo l’opera è diventata bella e aiuta la contemplazione e la preghiera di molti”. Iniziò ad accendere i lumi perché stava per cominciare la Liturgia. (continua)

  

99 Proprio così

(segue) Nella chiesa del monastero arrivavano pellegrini a pregare, e anche altri, interessati ad ammirare le icone dei santi e la grande e bella croce, che faceva commuovere fino alle lacrime le persone sofferenti per le loro sventure. Alcuni turisti nemmeno si accorgevano della preghiera dei pellegrini, e continuavano a commentare a voce alta: “Guarda le spine della corona, sembrano vere. Guarda come si contorcono le mani del crocifisso: l’artista è stato proprio abile. Dicono che colui che ha commissionato l’opera abbia voluto dare allo scultore…”.
Udiva abba Vittorio, presente nella chiesa per benedire i pellegrini. Fino a questo punto aveva resistito. Ma adesso con voce sicura si rivolge a quei turisti: “Sentitemi: le mani del Salvatore hanno sofferto così tanto da contorcersi, perché voi non provate dolore per i vostri peccati. E i suoi occhi sono ancora aperti, come il suo costato, per guardare il vostro cuore e per tentare di dare anche a voi vita nuova e santa, che è il sangue uscito dal suo cuore. E le spine della corona penetrano il suo capo per far sorgere a voi pensieri di penitenza e decisioni di conversione”. Alcuni ascoltarono commossi e ringraziarono, altri uscirono scuotendo il capo.

  

100 Confidenze?

Un discepolo desiderava confidarsi con abba Fiorenzo. Quando poté stare solo con lui, gli disse: “Abba, sono triste perché il discepolo di abba Terenzio mi ha parlato male del suo abba, e poi anche di un altro. Io non so se devo credergli o meno, e se posso confidarmi con lui”. Al che l’abba rispose con decisione: “Guardati bene dal confidarti con chi ti parla male degli altri. Non ricordi il proverbio antico? Era stampato persino sulla copertina dei quaderni che ci davano a scuola quando io ero bambino”. “No, abba, non lo so”, rispose il discepolo. Allora Fiorenzo: “Questo è il proverbio: «Chi con te parla male degli altri, con gli altri parlerà male di te». Per questo ti dico di non confidargli nulla. Potrebbe usare le tue confidenze per screditarti con qualcuno dei suoi ascoltatori. A Gesù piace la semplicità della colomba, ma anche la prudenza del serpente”. Il discepolo rimase persuaso, e si propose di aiutare quello che si presentava come amico a correggere la sua abitudine.

  

101 Studiato

Aveva studiato vari anni, anche all’università, e ora poteva parlare di teologia, cioè di Dio e dei misteri della fede. È entrato in monastero, chiamato dal Signore Gesù, e l’abba lo ha incaricato di intrattenere con insegnamenti sulla fede e sulla vita cristiana gli ospiti, che venivano numerosi. “Se ha studiato vuol dire che sa”, dicevano tutti, e ascoltavano.
Diceva che Dio è amore, e lo diceva in modo da convincere. Un giorno, tra quelli che ascoltavano, c’era una donna abituata a pentole e fornelli più che ai ragionamenti. Diceva tra sé: “Sarà vero quello che dice, ma quanto all’amore a Dio, lui non sembra averne, o almeno così pare. Parla come se Dio fosse assente, come fosse un libro o un tegame. Lui rimane freddo, forse anche orgoglioso della sua istruzione. Non chiama Dio col suo nome di “Padre”, e non pronuncia con dolcezza il nome “Gesù”, che è morto per me”. E non riusciva più ad ascoltare; solo pregava in silenzio.

  

102 L’orto

Abba, ho osservato il tuo orto. Alcune spighe sono quasi mature”, dice il discepolo, e l’abba: “Io ho solo nascosto sotto terra alcuni semi. Non ho fatto altro. È venuta la pioggia, solo una volta ho bagnato gli steli con un po’ d’acqua e ho strappato qualche erbaccia che cresceva vicino”. Con stupore il discepolo: “È una meraviglia, abba, la crescita delle piante”. E abba Ilario: “Vedi, tu adesso ami Gesù. Ho visto che per suo amore sei stato capace di sopportare alcune pretese e qualche offesa. Per suo amore ti offri per alcuni servizi faticosi. Con il suo amore e con il suo Spirito sei diventato fratello per molti. Come mai?”. Rispose il discepolo: “Vuoi dire che Gesù è stato messo dentro di me come un seme e adesso se ne vede il frutto? È vero: Gesù mi ha conquistato dieci anni fa, poco prima che io venissi da te. Tu mi hai dato l’acqua della grazia della Parola e del Pane e hai anche corretto qualche mia abitudine che nasceva dall’egoismo. Grazie a te, e grazie e benedizione al Padre dei cieli!”. E nella cella di abba Ilario ci fu festa!

  

103 Nel fosso

Una persona colta della città non aveva domande, non aveva dubbi, aveva solo una curiosità da comunicare ad un abba che aveva già incontrato altre volte: “Abba, un amico mi ha offerto una medicina per la mia insonnia: mi ha assicurato che è stata vitalizzata da scotimenti ed energizzata con un rito speciale; è pure approvata dal pendolino. Ridarà luminosità ed energia ai chakra. Una cosa preziosa!”. L’abba era Silvestro, rude anziano senza complessi, gli gridò: “E tu, sciocco, hai creduto? Butta tutto nel fosso”, sentenziò l’abba. “L’ho pagata molto cara, abba”, rispose amareggiato l’intellettuale. E l’anziano: “Peggio per te, uomo senza criterio. Non usi la tua intelligenza? Cosa ne fai del tuo buon senso? Pensi che le parole vitalizzare, energizzare, rito, pendolino, chakra, si riferiscano a realtà scientifiche incontestabili? Non t’accorgi che sono trucchi per spillare denaro? E che possono nascondere addirittura invocazioni a Satana? Ti possono rendere schiavo, plagiato da qualche sciamano. Tutto nel fosso! Il nostro Dio non c’è in quei riti che sanno di magia”. L’uomo tacque, cominciò a riflettere, s’avvicinò al fosso. Alcuni lunghi istanti d’attesa, e qualcosa volò lontano. Poi si volse verso l’anziano, gli chiese la benedizione del Signore Gesù col desiderio di ricevere sapienza, prudenza e vigilanza.

  

104 Tornando da scuola

Tornando da scuola doveva passare davanti alla cella di abba Demetrio. Quel giorno si fermò, bussò ed entrò: “Abba, sto tornando da scuola. Sono scosso, quasi tramortito. Il professore ci ha parlato di una trasformazione della società che avrebbe dovuto essere meravigliosa. Parlavano e volevano libertà per tutti. Tutti miravano all’uguaglianza perché, dicevano, tutti avrebbero dovuto vivere l’esperienza della fraternità. Per arrivare a questo traguardo tagliavano la testa anche a quelli che già vivevano o tentavano di vivere in tal modo”. Si fece serio l’abba e disse: “Fratello mio, le parole belle possono diventare inganno sulla bocca del nemico: lui non le vive e non le conosce. Sono belle e diventano gioia se vengono dalla bocca di colui che ha offerto se stesso per realizzarle”. E il ragazzo: “Vuoi dire che solo con Gesù sono vere?”. E l’abba: “Hai capito tutto. Lo ringrazierai tutta la vita!”.

  

105 I giorni

Una domenica abba Timoteo si recò alla santa Liturgia. Doveva passare in mezzo ai campi. Ed ecco, vide un uomo zappare alacremente nella vigna. Tutt’intorno non si scorgeva nessuno. “Pace a te, fratello. Ricordi che oggi è il giorno del Signore?”, disse l’anziano con voce mite. E quell’uomo già tutto sudato: “Preghi anche per me, abba. Io non faccio distinzione di giorni”. Rispose l’abba: “Come mai? Non crederai d’essere intelligente più del tuo Creatore! E di colui che dà il frutto alla tua vigna! E che conta i tuoi giorni, che tu nemmeno sai contare!”.
Quasi infastidito l’uomo s’oscurò: “Ti ripeto: io non faccio distinzione di giorni”, e continuò a zappare. Riprese il cammino l’abba, dicendo tra sé: “Certo, si ritiene più sapiente del nostro Dio e Padre, che la distinzione l’ha fatta”. E pregò il Signore Gesù che arrivi anche a lui la benedizione della santa Liturgia, che lo Spirito Santo riversa nei cuori.

  

106 Due abba

Abba Teofilo amava il silenzio che gli permetteva di dialogare con il suo Signore Gesù. Questi l’aveva chiamato a vivere tutto per lui. Quando qualcuno lo cercava per godere del suo profumato sorriso, egli raccontava qualche aneddoto degli abba del deserto antico. Spesso ne ripeteva uno, sempre lo stesso, ma, per non stancare i suoi abituali ascoltatori, arricchiva il racconto con qualche variazione: “Due abba distavano una giornata di cammino l’uno dall’altro. Due volte all’anno si facevano visita, una volta da uno una volta dall’altro. Quello che arrivava, beveva la ciotola d’acqua offerta dal discepolo dell’amico, e poi sedeva vicino a lui, desideroso di vederlo. Si guardavano in silenzio, chiudevano gli occhi, li alzavano al cielo, facevano insieme una breve passeggiata ancora in silenzio, e trascorrevano così tutta la giornata. Il mattino dopo si salutavano con un inchino. Una volta, partito l’amico, il discepolo chiese al suo abba: «Come mai non vi siete detti nulla? Che cosa è servito un viaggio così lungo per non dire e non sentire nemmeno una parola?». L’abba rispose: «Figlio mio, non hai scorto quanta sapienza ci siamo comunicati? Quanta forza di fedeltà ci siamo trasmessi? Non hai notato quanto amore al Signore Gesù è rimbalzato nei nostri sguardi? Se avessimo parlato, i suoni avrebbero rovinato tutto. Quello che avviene nel silenzio non accade con le parole». Il discepolo chinò il capo e cominciò a riflettere, desideroso di capire”. Quelli che ascoltavano si raccoglievano e cominciavano ad apprezzare la vita interiore.

  

107 Onore

Venne un giovane ventenne al monastero. Disse all’abba che gli venne incontro: “Vorrei vivere con Gesù, sempre: mi ama tanto. Lui mi chiama a stare con lui e a dargli la mia vita. Mio padre e mia madre però non vogliono assolutamente che io li lasci per offrirmi a Dio. Che devo fare? Dio ha detto: Onora tuo padre e tua madre”.
Abba Felice lo ascoltò rallegrandosi per il doppio desiderio del giovane: onorare i genitori e rispondere alla chiamata del nostro grande e buono Signore. Dopo un attimo di silenzio: “Tu ami i tuoi genitori? Li vuoi proprio onorare?”. E il giovane: “Certo, abba”. E l’anziano suggerì: “Onorare non significa sempre ubbidire. Onora davvero i genitori chi fa in modo che essi ricevano onore da Dio Padre e da Gesù nostro Salvatore. Se tu rispondi a Gesù offrendoti al Padre, i tuoi genitori, anche se non capiscono e non accettano subito la tua decisione, riceveranno grande ricompensa dal Cielo”. Il ragazzo ringraziò. Dopo pochi giorni si presentò a chiedere di essere accolto nel monastero.

  

108 Perdonare?

Arrivò una signora nel deserto. Cercava abba Fiorenzo. Entrata da lui, gli disse: “Abba, sono molto afflitta. Non riesco a perdonare mio figlio e mia nuora. Mi hanno offeso, e non riesco più ad amarli. Mi dica, come posso perdonarli?”. Abba Fiorenzo chiuse gli occhi, pregando. Dopo un attimo, disse: “Sorella mia, perdonare non è opera umana. Gli uomini non sono capaci, nemmeno tu”. E la donna: “E allora, abba? Non c’è nulla da fare?”. Abbi pazienza, ti spiego”, riprese l’abba. “Il perdono è opera di Dio. Se lui perdona, chi viene perdonato comincia una vita nuova. Se il Padre perdona, chi è perdonato è salvato. Quando il Padre perdona, chi viene perdonato si aggrappa a Gesù, il Figlio. Se perdoni tu, non succede nulla di tutto questo. Non sforzarti a perdonare tu, piuttosto farai come ha fatto Gesù sulla croce: chiederai al Padre che sia lui a perdonare chi ti ha offeso. Gli dirai: «Padre, perdona tu l’offesa di mio figlio e di mia nuora. Concedi loro di conoscere il tuo Gesù, attirali al tuo cuore di misericordia». E vedrai che la prima a guadagnarci sarai tu stessa. Riuscirai a guardarli e amarli. A loro non dirai nulla. Queste parole dille qui ora davanti a me, e io ne sarò testimone”. La donna attese un attimo. Ripeté le parole suggerite dall’abba, aggiungendo qualcosa di suo. Sospirò profondamente, sorrise provando grande gioia. Salutò e tornò a casa molto rasserenata.

 

109 Dormire?

Abba, perché Gesù dormiva sulla barca proprio mentre i discepoli erano in grave pericolo?”, chiese il discepolo ad abba Fiorenzo. E questi, con pace: “Grazie alla paura che hanno manifestato si è reso conto che non lo conoscevano ancora e non credevano. Se avessero creduto che egli era il Figlio di Dio, Figlio del Padre, sarebbero stati tranquilli, non lo avrebbero disturbato, anzi, avrebbero cercato di riposare anch’essi”. “Grazie, abba. Se è così, mi pare di intuire che anche le mie difficoltà possono essere una prova della mia fede”, disse il discepolo. E l’abba ancora: “Gesù non li ha sgridati perché gli hanno rovinato il sonno. Fece loro notare che vivevano senza fede. Chi vive senza fede è in balìa degli altri e si lascia turbare persino dagli eventi naturali”. Invocarono insieme il nome santo di Gesù per ricevere il dono di una fede viva per vincere le paure e ogni turbamento.

  

110 Comandamenti 1/6

Tre giovani cercarono abba Giuseppe: “Abba, ci sentiamo scombussolati. Sappiamo che tra i comandamenti di Dio c’è il sesto, e per di più anche il nono: «Non commettere adulterio» e «Non desiderare la donna d’altri»”. L’anziano rispose: “Ho capito: volete dirmi che adesso i comandamenti sono solo otto? Pare infatti che il mondo quei due che avete detto li abbia definitivamente cancellati”. Ma i giovani: “No, abba. Siamo turbati perché non ci si può più arrischiare a dire che i peccati sessuali sono peccati, tantomeno se omosessuali”.
E l’abba, serio e sereno: “Ebbene? È un problema? Non occorre che lo diciate! Fate come faccio io: non parlo di peccati. Io dico soltanto che chi tiene puro il proprio corpo e i propri discorsi e gli occhi, vedrà Dio ed entrerà nel Regno dei cieli. Chi cammina sulla via della santità non conosce l’impudicizia. Voi sapete che l’impudicizia può essere presente nella relazione di un ragazzo con una ragazza come in quella di un uomo con un altro uomo, e persino nel letto di due sposi, o nella mente di una persona tutta sola. Guardate la purezza e la fedeltà di Gesù, e riceverete ancora lo Spirito Santo che è stato invocato su di voi alla Cresima: egli vi renderà puri di cuore”. I giovani si guardarono l’un l’altro, rimasero rappacificati, ringraziarono, e chiesero la benedizione. (continua)

  

111 Preservativo celeste 2/6

(segue) Dopo qualche settimana i tre giovani tornarono da abba Giuseppe. Lo distolsero dal suo lavoro per interrogarlo. Con loro c’era un quarto giovane, loro amico. “Abba”, chiese uno di loro, “un professore ci ha proposto con insistenza di usare i preservativi. Vogliamo sentire il tuo parere”. Abba Giuseppe li fissò per qualche istante. “Amici miei, disse, avete mai sentito parlare del bacio di Giuda?”. Il quarto giovane rispose: “Io sì, fu un bacio che fingeva di esprimere affetto, ma invece era tranello. Da quel bacio Gesù è stato tradito. Non era un segno di amore quel bacio”.
E l’anziano: “Avete sentito? Lui ha risposto alla vostra domanda. Chi ama una ragazza non la vuole ingannare, nemmeno con un bacio, men che meno con gesti più significativi e impegnativi del bacio. Il preservativo non fa che trasformare il bacio e gli altri gesti: paiono amore e invece sono egoismo. Chi inganna una ragazza, non la ama, piuttosto la odia. E se fosse lei a volerlo, nemmeno lei è capace di amare. Volete sapere qual è il vero preservativo, quello che Dio stesso vi dona?”. Sbarrarono gli occhi tutti e quattro. (continua)

 

112 Gli occhi 3/6

Fissando lo sguardo su abba Giuseppe quei giovani chiesero in coro, sovrapponendo le loro domande: “Come? Mai sentito! Anche Dio concede un preservativo?”. Tutto serio l’abba, fissando il cielo, sussurrò: “Sì, Dio ve lo dona gratuitamente, e quello non riduce mai i vostri baci in baci di Giuda, né per le ragazze né per lui. Il vero preservativo, quello celeste, dono del Padre, è il dominio di sé. Dominerete l’istinto e l’impulso sessuale fin che non avrete benedizione dalla Chiesa per esprimere con esso l’amore sano e santo. Allora anche l’istinto sessuale vi farà fare dei passi sulla via della santità. L’unità con la vostra ragazza, che chiamerete sposa, diventerà forte e sarà fonte di gioia”. Egli disse ancora: “Il dominio di sé è frutto dello Spirito Santo, che Gesù, come l’ha soffiato sugli apostoli, soffierà su coloro che gli staranno davanti. Lo riceverete ogni volta che sarete con lui”. I giovani abbassarono lo sguardo, poi lo alzarono per incontrare gli occhi di abba Giuseppe. Li videro luminosi e sereni, tanto che li invidiarono. (continua)

  

113 Volontà di Dio 4/6

(segue) Ecco di nuovo i giovani, questa volta accompagnati da tre ragazze. “Abba Giuseppe, tu hai parole difficili, ma sentiamo che sono preziose, molto diverse da quelle che udiamo tutti i giorni. Hai mai sentito parlare di aborto? Ci dicono dappertutto che è un diritto della donna e che qualche volta è necessario”. Abba Giuseppe aspettava una domanda, ma non venne. Era già implicita in quelle parole. “Vi hanno anche detto che è volontà di Dio?”, chiese l’anziano. Rispose una delle ragazze: “No, questo no, ma su questi argomenti è impossibile o inutile parlare della Volontà del Padre nostro che è nei cieli”. E l’abba: “E allora, qual è il problema? Quand’ero nel mondo si parlava, eccome, di questo. Io ringraziavo Dio che quel pensiero non si era affacciato alla mente di mia madre. Sedetevi un momento, vi dico una cosa”. Si appoggiarono al muretto dell’orto dove lavorava l’abba. (continua)

  

114 Ancora vivo 5/6

(segue) L’abba, adagio, misurando le parole, continuò: “L’aborto voluto non chiamatelo aborto. E neppure interruzione di gravidanza. Un mio amico, studente di medicina, è stato obbligato ad assistere ad un aborto. Ebbene, mi raccontò con raccapriccio: «Il dottore aspirava un pezzetto alla volta, gambette, braccini… poi buttò sulla bacinella il cuore, che pulsò qualche minuto. Le infermiere esclamarono: È ancora vivo!». Avete inteso? Hanno detto: «È ancora vivo», ancora! Evidentemente sapevano che stavano uccidendo”. I giovani ascoltavano in silenzio, e nessuno di loro ebbe coraggio di romperlo.
Lo ruppe l’abba: “Per qualunque cosa, se vi chiederete: «È volontà del Padre nostro?», non cadrete nell’inganno del mondo, dove regna il padre della menzogna. Sapete chi è e cosa fa? È il distruttore dell’uomo, della comunione tra gli uomini, della pace delle famiglie, tra le famiglie, della società intera. Egli cambia il nome alle azioni dell’uomo, per far apparire possibile e fattibile la ribellione a Dio, e lo fa spesso. Ricordatevi di interrogarvi sempre così: «È volontà del Padre nostro?»”. In piedi ringraziarono, e anche le ragazze dissero: “Torneremo, abba, se ci riceverai”. Egli li benedisse e li congedò con uno sguardo d’amore vero. (continua)

  

115 Impegni 6/6

(segue) Quei giovani abitavano distanti dalla cella di abba Giuseppe. Passò molto tempo, poi uno di loro venne da solo, attese, lo salutò con semplicità. “Benvenuto, fratello! Hai qualche gioia nel mondo?”, chiese l’abba. Quello, cui nel frattempo era cresciuta un po’ di barba, rispose: “Qualche gioia sì, ma preoccupata. Ho trovato una ragazza con cui vivere la vita, ma non so decidermi. Pare non abbia fede nel Signore, tanto che nemmeno vuol venire a trovarti, abba”. Anche questi si fece pensieroso, poi disse: “Fratello mio, dobbiamo pregare. Chissà che la tua fede, vissuta intensamente, accompagnata dalla preghiera mia e tua insieme, non ottengano misericordia dal Signore per lei e per te”. Sospirò il giovane, e l’abba riprese: “La fede è importante per vivere insieme. Se c’è fede si può pregare e ottenere Spirito Santo, e dallo Spirito Santo ricevere comunione per le decisioni importanti e fedeltà reciproca. Se c’è comunione e fedeltà ci si può fidare l’un dell’altro e godere pace e serenità anche quando, per qualche motivo, fosse necessario stare distanti”.
L’abba riprese con umiltà: “Se permetti, ti faccio una confidenza. Il marito di una mia conoscente non aveva fede e non gli è venuta durante il matrimonio. Non so come vivessero i due; so che lui ha cercato di evitare gli incontri con me, e ai figli ha lasciato in eredità freddezza e distacco. Lei ha molto sofferto. Prima di impegnarti seriamente con la ragazza che pare non viva nella fede, chiederai a Dio discernimento santo. Avrai coraggio per rimanere solo piuttosto, e ti affiderai al Padre. È dono di Dio il paradiso”. Il giovane chiese e ricevette una bella benedizione, perché, soleva dire l’abba: “La benedizione di Dio è necessaria, e Dio la dona attraverso la sua Chiesa. Essa ottiene coraggio, forza e luce nel discernimento”. Il giovane gioì per le parole di quella benedizione.

  

116 Dodici anni

Abba, sto pensando ai dodici anni. La donna ha sofferto dodici anni prima di incontrare Gesù che l’ha guarita. Gesù fece rivivere la ragazza, figlia del capo, che morì a dodici anni. Che significato ha il numero dodici?”. Il discepolo di abba Silvano non riusciva a dare un significato a questi particolari del vangelo. L’abba lo accontentò subito: “Dodici! Gesù aveva dodici anni quand’è salito a Gerusalemme e ha cominciato ad ascoltare e interrogare i maestri della Parola di Dio. A dodici anni era maturo per dichiarare che si doveva occupare soltanto della gloria del Padre, a costo di lasciar soffrire i genitori. Tu, quanti anni hai?”  (Lc 2,49). “Abba, lo sai che noi nel deserto non contiamo gli anni che passano, perché, come dice il salmo, badiamo solo ai giorni: «Insegnaci a contare i nostri giorni e giungeremo alla sapienza del cuore» (89,12)”, così si schermì il discepolo. “Avrai dodici anni, quando Gesù ti darà la mano per farti uscire dalla morte degli egoismi per entrare nella vita d’amore di Dio. E quando avrai sofferto dodici anni potrai toccare il mantello di Gesù e dichiarare la tua fede in lui e ricevere salvezza. Il «tutto subito» non esiste nella vita con Gesù. E quando potrai dire di avere sette volte dodici anni potrai, come Anna, parlare a tutti del Bambino” (Lc 2,37). Il discepolo comprese che la vita è un mistero, che la Parola di Dio è un mistero, che Gesù è il centro dei misteri: li contiene, li spiega e li illumina tutti.

  

117 Raccontare 1/2

Non futile curiosità attirava le tre ragazze, ma desiderio, vero desiderio di conoscere la vita dei santi. Questa conoscenza istruisce e, al contempo, dona forza alla vita interiore, perciò attrae.
Arrivarono con questo desiderio da amma Mariam, al limitare del deserto. Le chiesero che raccontasse la sua vita, ed ella accettò: “Quand’ero nel mondo ebbi un figlio. Suo padre avrebbe voluto che lo facessi uccidere. Nemmeno io l’avrei voluto quel figlio, ma l’idea di farlo uccidere proprio non mi andava. Lo crebbi da sola. Suo padre mi avrebbe sposata, ma a me non pareva il caso di fidarmi di uno che è pronto a far ammazzare il proprio figlio. Decisi di rimanere da sola. È stata dura, finché, dopo alcuni anni, il bambino si ammalò e morì. Per molto tempo vissi disorientata. Che senso ha la mia vita? Alcuni uomini mi avrebbero voluta, ma erano vuoti, rivestiti di orgoglio e imbottiti di sporcizia. Mi rifiutai anche di accontentarne uno molto ricco, che pur di stare con me avrebbe rinunciato a sua moglie e ai suoi figli. Sarei diventata una delinquente. Soffrivo molto. Cosa fare e cosa non fare? Per caso lessi la vita di una santa donna, rimasta vedova in giovane età. Ho capito che se ce l’ha fatta lei, anch’io”. Le tre ragazze erano attente, e curiose di sapere la continuazione. (continua)

  

118 Voce amica 2/2

(segue) Amma Mariam continuò a raccontare alle tre ragazze attente: “Ho cominciato a conoscere il Signore Gesù, ho ottenuto dalla Chiesa il perdono dei miei peccati, poi, con l’aiuto di Maria, Madre santa, nei tempi liberi visitavo delle persone sole. Un passo ulteriore dopo qualche anno, quando Gesù mi disse: «Vuoi vivere per me e con me?»”. Le ragazze la interruppero: “Come è successo? Come ha fatto il Signore a parlarti?”. L’amma, sottovoce: “Stavo davanti ad un crocifisso e lo guardavo. Mi pareva di amare Gesù, e di sentire la sua sofferenza, che, per qualche aspetto poteva somigliare alla mia. I miei orecchi non udirono nulla, ma nella mente e nel cuore risuonò quella voce. Passò del tempo ancora, finchè compii trentacinque anni, e mi decisi. Eccomi qui, ormai da molto tempo, a vivere l’obbedienza, fontana di pace”.
Si udirono cinque rintocchi di campanella. L’amma si alzò e disse: “Mi chiamano. Vi benedica il Padre con il Figlio e vi accompagni sua Madre”. Ammirate per la sua semplicità e per la sua obbedienza, con varie domande nel cuore, le ragazze, arricchite di sapienza, si rimisero sulla via del ritorno, pensierose.

    

119 Consultarsi?

Il discepolo di Ilario notò che il proprio abba, prima di ogni decisione importante, si recava dal suo anziano per consultarsi. Un giorno prese coraggio e chiese: “Abba, perché ti rechi dal tuo anziano prima di ogni scelta? Tu sei già anziano, e ispirato dal Signore”!
Allora Ilario, con un sospiro di sollievo, spiegò al discepolo: “Vedi, figlio mio, ricordi che il Signore Gesù ha detto: «Dove due o tre sono riuniti nel mio nome, là io sono»? Se Gesù è «là», - e la sua parola non può essere sminuita né dimenticata -, è bello e divino che io faccia tutto in unità con altri uno o due. In ogni azione sarà presente Gesù, e sarà benedetta e porterà frutto. Altrimenti quel che faccio risulterà inutile, senza frutto per il Regno. Infatti Gesù dice: «Senza di me non potete far nulla». Inoltre è sempre in agguato il nemico: nell’obbedienza non mi segue, perché lì c’è l’umiltà. Per questo vado dal mio anziano, perché ricevendo la sua benedizione Gesù avrà la possibilità di essere presente nella mia cella”.
Il discepolo comprese perché molte iniziative proprie, di cui poteva vantarsi, belle e persino lodate dai mondani, non davano gioia all’anziano, e per di più restavano sterili per il regno dei cieli.

  

120 Saluto

Abba Matteo, quando si commiatava dalle persone, rivolgeva loro un saluto speciale, speciale perché diceva così: “Il Signore ti doni santità”! Al che un giorno, uno dei suoi visitatori, un po’ indispettito, rispose: “Macché santità! Di salute ho bisogno, altro che santità”!
Senza scomporsi, abba Matteo commentò: “La salute senza il dono della santità, non ti serve. Di santità hai bisogno per guarire. Di santità hai bisogno per andar d’accordo con tua moglie e con i tuoi figli, di santità hai bisogno per incontrare i vicini di casa e i tuoi parenti, di santità hai bisogno per godere di tutto il creato, altrimenti tutte le cose ti pesano addosso come macigni. E di santità hai bisogno soprattutto per andar d’accordo con te stesso. La santità ti serve pure per vivere il tuo lavoro con pace e serenità. Sei anche credente?”.
Quello rispose: “Certo, abba, sono credente”. Al che l’abba: “Allora della santità che il Padre ti dona hai bisogno per presentarti a lui e per godere i suoi benefici”.
Quell’uomo cominciò a riflettere. Tornò spesso per ricevere proprio quel saluto da abba Matteo.

  

121 Rabbia

Un signore distinto sprizzava rabbia da tutte le parti. Ce l’aveva con tutti e con tutto. Faticavano molto i famigliari a vivergli accanto: mai diceva un grazie, mai si poteva stare tranquilli in sua presenza. Ce l’aveva con loro, col vescovo, col papa, con il governo e anche con i calciatori. Chissà quali sofferenze nascondeva! Venne da abba Gregorio che lo lasciò parlare, lo ascoltò in silenzio finchè gli disse: “Ma tu, abba, non dici nulla?”. Allora l’abba alzò lo sguardo sereno e mite, e disse: “Amico, vuoi portare queste rabbie nella tua tomba? Essa non riuscirebbe a contenerle, scoppierebbe. E la tua anima sarebbe costretta a girovagare nei luoghi da te odiati, non avresti pace nemmeno dopo la morte e nessuno ti benedirebbe”. Al che l’uomo, sensibilmente colpito: “Dici sul serio?”. Rispose Gregorio: “Si, dico sul serio. Ho dovuto benedire vari luoghi, stanze da letto, case e campi, e pregare il Padre di intervenire con anime come la tua per mandarle altrove”. Disse quel signore: “Ma io ho ragione. Non mi dai ragione tu, abba?”.
Con un bel sorriso semplice, ma deciso, l’abba rispose: “Tu puoi avere tutte le ragioni, figliolo, ma se non hai Spirito Santo non hai nulla, e le tue ragioni non servono né a te né agli altri. Le buone ragioni non portano la pace che porta lo Spirito Santo di Dio. Su, raccontami le tue sofferenze, le consegneremo al Signore Gesù”. Chissà, forse si è avviata una conversione. Abba Gregorio continuò ad accompagnarlo con il suo pregare.

  

122 Bestemmie

Ogni cinque parole, una bestemmia. E non smetteva, nemmeno in presenza di abba Felice. L’abba non diceva nulla, e lui continuava con il suo intercalare. L’abba lo guardava con empatia, si vedeva che lo amava con dolcezza, con comprensione, e chi lo conosceva si accorgeva che stava pregando silenziosamente proprio per lui.
Il discepolo gli disse all’orecchio: “Ma, abba, non gli dici nulla? Non senti le bestemmie?”. Gli rispose Felice, tirandolo in disparte: “Certo che sento, ma non è lui. Le parole blasfeme vengono dal suo nemico, e quello se ne andrà con la preghiera e non con il giudizio né con il rimprovero. Non ricordi come si comportò Gesù nella sinagoga di Cafarnao? Un uomo bestemmiava dandogli dell’imbroglione davanti a tutti. Ma lui, il Signore, non solo non si è offeso, ma lo ha amato fortemente prima di ordinare a quello spirito demoniaco di andarsene. Quanto a quest’uomo, amalo anche tu, e quando lo ameremo tutt’e due, potremo chiedere al Signore di liberarlo”.   

  

123 Malattia dolorosa

Abba Silvano meditava la Parola di Dio, e così il suo discepolo. Quando questi vide l’abba alzare il capo per il miagolare del gatto, gli chiese: “San Paolo aveva sopportato percosse e prigionia, naufragi e assalti di briganti, ostilità da parte di falsi fratelli, e poi Dio stesso l’ha fatto soffrire per una malattia molto dolorosa. Questa non gliela inflissero gli uomini. Parrebbe un accanimento da parte del Signore: che ne dici, abba?”. Silvano stette in silenzio, finchè il Signore lo ispirò: “L’apostolo stesso ti dà la risposta. «Affinché io non monti in superbia, è stata data alla mia carne una spina». Hai udito? Delle catene e dei flagelli avrebbe potuto insuperbirsi, ma non per il dolore di una malattia. Gesù volle difenderlo da Satana, il superbo, perciò non ha esaudito la preghiera con cui chiedeva di venir guarito. Altre volte invece la sua preghiera era stata esaudita: aveva guarito lo storpio a Listra, scacciato il demonio a Filippi, operato guarigioni con i fazzoletti da lui benedetti”. Rispose il discepolo: “Quando ha pregato per sé, il Signore non l’ha ascoltato”. Silvano concluse: “La nostra vita è fatta per la gloria di Dio. Il suo operare si rivela con maggior evidenza quando noi siamo poveri, inadeguati, deboli. Per questo Paolo disse: «Quando sono debole, è allora che sono forte»”. Non si lamentò il discepolo quando, per un malore, non poté né servire il suo abba né suonare la cetra alla santa Liturgia. Sopportò in silenzio, e ringraziò colui che dà significato al vivere, al soffrire e al morire.

  

124 Peccati nascosti

Abba, quando il salmo dice: «Assolvimi dai peccati nascosti» (19,13), intende i peccati che noi vogliamo che nessuno li veda e li sappia, oppure i peccati che nemmeno noi conosciamo?”, chiese il discepolo con verità. L’abba si raccolse in preghiera. Sapeva infatti che è necessaria la luce dello Spirito Santo per comprendere la Parola e spiegarla, e anche per ascoltarne la spiegazione. Disse perciò: “Preghiamo insieme il Signore di darci luce. Ti adoriamo, Gesù, luce del mondo, tu che apri cuore e mente ad accogliere la tua Parola”. Quindi abba Giuliano sussurrò: “I peccati nascosti sono quelli che, sciolti come zucchero nelle opere buone, le trasformano in «panno immondo» come dice il profeta (Is 64,5)”. E il discepolo: “Vuoi dire la superbia, l’invidia, la vanagloria, la superficialità?”. 
E molto altro, ancora più nascosto, l’ignoranza del Salvatore, la dimenticanza di Gesù”, continuò l’abba: “Per questo chiediamo perdono sempre, con tanta umiltà, perché sempre siamo peccatori”.

   

125 Dialogo muto

Avevano messo il Pane, Corpo di Cristo, bene in vista, illuminato, sull’altare della chiesa. Sono rimasto là a guardarlo. Avevo l’impressione che mi volesse dire qualcosa, ma non udivo nulla. Poi, d’un tratto, senza che me ne accorgessi, arrivarono questi suggerimenti: «Vedi? Sono qui. Quest’oro quasi mi disturba. Meno male che ci sei tu davanti a me. Tu sei senza parole, e anch’io. Non ti dono parole, ma la mia Presenza, come fai tu. Domani mi mangerai? Saremo così l’uno nell’altro. Non basta che tu sia mio amico, nemmeno che io sia tuo fratello. Tu sarai me e io te»”. Così si espresse il discepolo confidandosi con l’abba, poi chiese: “Abba, cos’è questo che mi è successo?”. E abba Fedele rispose con gioia: “Qualcuno ti direbbe che hai avuto un’esperienza mistica. Non è importante quel che dicono, e tu non badarci. Era lo Spirito Santo che ti dava ispirazione: nulla di speciale per i credenti. Tuttavia ricorderai quelle parole e continuerai il tuo dialogo muto con Gesù”. Il discepolo ringraziò e desiderò tornare in chiesa ogni volta che il Corpo di Cristo veniva illuminato sull’altare.

  

126 Di soprassalto 1/2

Due genitori arrivarono da amma Felicita. Dopo aver ascoltato la loro sofferenza, ella disse: “Dobbiamo andare a sentire abba Cristoforo, è la sua preghiera che ottiene da Gesù qualche luce”, e li accompagnò lei stessa. Rimase con loro mentre la mamma, angosciata, confidava: “Abba, il nostro bambino di tre anni si sveglia tutte le notti di soprassalto, sempre alla stessa ora. Grida molto spaventato, e poi a fatica riusciamo a riaddormentarlo. Il dottore non sa cosa dire né cosa fare, se non dargli tranquillanti. Questi giovano poco e noi siamo preoccupati. Tu, puoi dirci qualcosa? Puoi pregare per nostro figlio?”. Abba Cristoforo si azzardò a fare qualche domanda: “Per caso voi fate qualche magia? O l’avete cercata dalle cartomanti? O avete maledetto qualcuno?”. “No, abba. Lontano da noi queste cose!” disse la mamma. Il papà invece taceva, e dopo queste domande ancora di più la sua bocca rimaneva sigillata. (continua)

  

127 Le domande 2/2

Il papà taceva. L’abba lo notò e chiese di rimanere solo con lui e con amma Felicita. Appena la mamma uscì, l’uomo confidò: “Abba, perdonami, ma in presenza di mia moglie non posso dire queste cose. Le tue domande mi hanno fatto ricordare che, circa all’ora in cui il bambino si sveglia, io smetto di guardare scene pornografiche”. Tacquero. Poi l’abba, con l’umiltà di chi sa di essere peccatore, sussurrò: “Tu ami tuo figlio, e vuoi che la tua vita e la tua famiglia siano salve. Ti suggerisco di tagliare subito con questo vizio. Confesserai questo peccato al tuo confessore e ti abituerai a terminare la giornata pregando con tua moglie. Allora i tuoi occhi saranno illuminati dal Volto di Gesù. Mi porterete poi il bambino? Lo benedirò”. Da quando abba Cristoforo ebbe benedetto il bambino invocando il nome di Gesù su di lui, e anche sui genitori e sulla loro preghiera serale, il piccolo fece sonni tranquilli, e nella famiglia venne il Signore con il suo Spirito Santo di pace e di comunione.
Amma Felicita il giorno seguente, incontrò abba Cristoforo. Gli chiese: “Abba, è sempre così quando i bimbi non dormono?”. Rispose: “No. Ogni volta è necessario chiedere al Signore di rivelarci il motivo di ciò che disturba i figli. Per questo Gesù ci dice di pregare ininterrottamente”. E fecero il segno di croce.

  

129 La libertà strana

Non conosciamo più nostro figlio”, confidarono piangendo i genitori. “Quanti anni ha?”, chiese abba Cristoforo. “Ha compiuto i venticinque. Da un po’ si vanta di conoscere, di sapere, di sentirsi finalmente libero. Pare ci sia uno che lo istruisce e lo spinge a liberarsi dai genitori, dai fratelli, da tutta la sua storia passata, anche bella. Nemmeno vuol più sentir parlare di Dio, tanto meno della Chiesa e dei sacramenti: tutte storielle per ignoranti, dice con evidente superbia. E sì che fino a qualche mese fa veniva a Messa con noi. Possiamo fare qualcosa?”.
L’abba chiuse gli occhi per dire: “La superbia impedisce ogni intervento, perché si mette sopra Gesù. Sarebbe stato necessario intervenire prima, sia formando un’intensa vita vissuta con il Signore, sia preparando a distinguere il lupo che si traveste da pecora. Se uno conoscesse il metodo usato da sette e manipolatori riuscirebbe a discernere e difendersi. Ora vostro figlio, impreparato, è già stato azzannato e avvelenato: oltre a pregare con fiducia, potrete solo imitare il padre del figlio prodigo”. “Cioè?” chiesero subito. “Lo lascerete andare, non gli manderete assegni né regali di compleanno. Coprirete il suo nome invocando su di esso il Sangue di Gesù. Verrà l’ora in cui ricorderà dov’è la pace e la vera libertà, quella dell’amore che costa la croce. Lo accoglierete quando tornerà esprimendo vero pentimento: allora farete festa. E poi, adesso soprattutto, non smetterete di essere testimoni di Gesù con la gioia per la sua bellezza”. E li benedisse, donando speranza nonostante l’evidenza contraria.

  

130 A due a due

Abba Gregorio spiegava la frase: «Prese a mandarli a due a due». Dopo l’introduzione, chiese ai discepoli: “Che ve ne pare? Perché Gesù li ha mandati a due a due?”. Uno di loro rispose subito: “Di sicuro a quei tempi c’erano pericoli da cui difendersi, e affrontare un viaggio in due era più prudente”. Un altro aggiunse: “In due ci si difende meglio anche dagli impostori”. L’abba attendeva ancora, ma nessun altro sapeva cosa dire. Egli allora osservò: “Guardate più in profondità, figli miei. In due ci si ascolta, ci si parla, ci si aiuta, si esercita la pazienza, la benevolenza, la misericordia e la carità. In due si è in tre!”. Non capirono, e sgranarono gli occhi. Gregorio continuò: “Dove sono due, appare il loro modo di relazionarsi. Quando essi si amano, si manifesta la terza Persona, lo Spirito Santo, il testimone di Gesù. È lui l’autore di quell’amore. Quando vivono il santo Vangelo prima di annunciarlo con le parole, è lo Spirito Santo che raggiunge le menti e i cuori degli altri per aprirli a comprenderlo. Dove sono due, uniti dalla terza Persona, là inizia il regno dei cieli, quel regno che crescerà come la pianticella di senape”. I discepoli iniziarono a desiderare di sperimentare la presenza di Gesù tra di loro.

  

131 Leggere 1/9

Un distinto signore arrivò da abba Giuseppe. Iniziò a raccontare con sussiego: “Io leggo la Bibbia tutti i giorni. Mi piace leggerla e ragionarla, così la capisco e la approfondisco. Ritengo che vada presa così com’è senza interferenze personalizzanti. Non trovo utile andare in chiesa ad ascoltarla, perché chi la legge, fa trapelare i suoi sentimenti. Meglio leggerla da solo. Credo che tu, abba, che vivi qui in solitudine, mi comprendi e mi approvi. I cristiani poi, anche quelli che vanno in chiesa la domenica, non cercano la Parola. La Chiesa, che li accontenta, mi ha tenuto nascosto le verità della Bibbia, non me le ha dette tutte”.
Abba Giuseppe ascoltava in silenzio, come uno che capisce la situazione d’animo di quell’uomo. Rispose: “Sai chi è colui che parla tramite la Parola?”. E quello: “Certo, è il Dio che mi ha creato”. E Giuseppe: “La Parola è strumento di comunione. Dio cerca di parlarti perché tu, ascoltandolo, entri in comunione con lui. Con questa comunione tu potrai formare e impastare ogni altra comunione con gli uomini. Dio vive in relazione di amore, Padre e Figlio e Spirito Santo: essi amandosi si ascoltano. Nessuno di loro fa nulla se non ha ascoltato gli altri due. Nessuno di loro si apparta a leggere. Persino Gesù, la Scrittura l’ascoltava o la leggeva sempre nella Sinagoga”. Il distinto signore tacque. (continua)

  

132 Ascoltare 2/9

(segue) Si sono aggiunte altre persone e abba Giuseppe continuò: “Dio ci ha donato la sua Parola perché la ascoltiamo, e possa entrare nei nostri orecchi tramite una voce: in tal modo essa è strumento che genera e costruisce relazioni tra di noi, relazioni che generano comunione. È nelle nostre relazioni che egli stesso si fa presente. «Io in voi e voi in me» ha detto Gesù. Perciò la Parola è fatta per essere pronunciata e ascoltata, non per essere letta da soli. La si può certo leggere anche da soli, ma sempre vivendo in comunione con la Chiesa. Lo dice persino l’apostolo Pietro: «Nessuna scrittura profetica va soggetta a privata spiegazione» (2Pt 1,20). Il silenzio riempiva la stanza.
“Ascoltami ancora: chi legge per sé e interpreta con la propria mente e senza la luce della vita dei santi della Chiesa, viene facilmente ingannato dal nemico. Questi insinua: «Tu capisci quello che leggi, gli altri non capiscono in profondità come comprendi tu. Vedi, qui hai ragione tu, non il prete che ha parlato domenica. Hai ragione tu, non la Chiesa, i cui esponenti sono peccatori». Non te n’accorgi?”. Si fermò un attimo, per dare tempo alla riflessione, e anche per ascoltare il suo Signore, il Verbo fatto carne. (continua)

 

133 Lacci del nemico 3/9

(segue) Quindi abba Giuseppe descrisse la tentazione che occupa e tormenta i superbi: “E poi comincia a nascere in te il progetto di formare un’altra Chiesa, o di cercarne una che ti dia ragione”. Lo interruppe quell’uomo: “Hai indovinato, abba. Comincio ad essere stomacato di questa Chiesa. Ne ho trovato una che conosce e studia molto meglio le Scritture”.
Abba Giuseppe riprese: “Vedi? Il nemico ti ha accalappiato. Hai cominciato a giudicare e condannare. Il divisore ti ha già isolato. Hai le ragioni, e non hai Spirito Santo. Lo Spirito Santo dona comunione, nonostante i peccati dei peccatori e l’ignoranza degli ignoranti. Lo Spirito Santo non diventa mai spirito di pretesa! Quando manca il desiderio di comunione è segno che lo Spirito Santo si è rattristato e si è allontanato. Tu conosci la Parola di Dio, ma non conosci Dio, il Padre e suo Figlio Gesù: non porti la loro comunione nelle tue relazioni con i fratelli. Ti ritieni migliore degli altri, e così disubbidisci alla Parola di Dio che ci esorta a sottometterci gli uni gli altri nel timore di Cristo”. (continua)

  

134 Migliori? 4/9

(segue) Ad abba Giuseppe premeva aiutare il suo interlocutore, rimasto senza parole: “Sai perché coloro che formano le cosiddette chiese indipendenti sono divisi in tantissimi gruppi? E sai perché ognuno ne genera altri? E tutti si credono migliori? Sapessi quanto fanno soffrire il nostro Dio e Padre! Si presentano a lui vantandosi di essere superiori agli altri, ma sono sempre più divisi. È perché leggono, e continuano a leggere la Parola ciascuno per sé. Si fanno tutti professori. Per loro non è importante Gesù morto e risorto, ma la loro intelligente interpretazione delle frasi bibliche. Fanno a gara a capire di più, ma non si ascoltano l’un l’altro. La Parola non la ricevono gli uni dagli altri con umiltà. I primi cristiani, per amore di Gesù, ascoltavano gli apostoli, e noi pure cerchiamo di ascoltare i Pastori della Chiesa. Pare che quelli ritengano di non aver bisogno degli apostoli e giudichino i Pastori. Cercano le ragioni, e talora ne hanno, ma crescendo l’orgoglio si allontanano da Dio, dal Padre. Gesù ci ha chiesto di imitarlo nell’umiltà”. L’ospite di abba Giuseppe iniziò a riflettere seriamente. (continua)

  

135 Emicrania 5/9

(segue) Vedendo il silenzio attento, abba Giuseppe continuò con dolcezza: “È vero che molti cristiani sono ignoranti della Parola e anche peccatori. A volte però proprio questi cristiani incarnano la Parola meglio di chi si ritiene capace di leggere la Bibbia. Anni fa, per un’ora intera ho ammirato due Testimoni di Geova perché sapevano citare alcuni passi biblici. Poi mi accorsi, per grazia, che quel modo di ‘leggere’ la Parola non generava comunione tra loro e me: essa veniva usata per aver ragione, per mostrare superiorità. Tornando a casa mi accompagnarono emicrania e spossatezza, tanto che tra me e me dissi: «Molto meglio i cristiani senza speciale cultura biblica; con loro nasce subito comunione anche parlando di datteri e di mucche, di malattie e persino di motori. Il Signore è presente nella loro umiltà, mentre da questi è lontano». Allora tu, che ora ascolti, tornerai alla Chiesa se vuoi la Vita. Ti avvicinerai alla Chiesa se desideri la Grazia. Fuori della Chiesa ti mancano i Sacramenti, che sono necessari alla vita, che da essi viene santificata e divinizzata”. Quell’uomo si fece pensieroso. Che sia stato toccato da Gesù e dal suo Spirito? (continua)

  

136 Sacramenti 6/9

(segue) Un gran combattimento si è scatenato nell’animo di quel signore che ha ascoltato abba Giuseppe. Era il combattimento dello “spirito della mente” contro lo Spirito Santo. Lo spirito della mente gli portava le ragioni per rifiutare la Chiesa e i suoi membri e i suoi Pastori, disprezzarla, sentirsi superiore a tutti quelli che la compongono, dal primo all’ultimo. Lo Spirito Santo invece gli faceva risuonare le parole di abba Giuseppe, soprattutto quel particolare discernimento per cui la comunione non viene generata seguendo le ragioni. La comunione infatti è frutto dello Spirito e dono di Dio. E poi è vero che, soleva dire l’abba, “staccandosi dalla Chiesa, rimangono in fondo al cuore i sentimenti di critica, di accusa e di condanna, persino di disprezzo, rivolti a uomini che, anche se peccatori e fragili, sono amati da Gesù. Egli infatti è venuto come medico per i malati. Questi sentimenti non sono di certo generati dal Padre di tutti, né sono graditi a Gesù, e non sono nemmeno frutto dello Spirito Santo”. (continua)

  

137 Pastore 7/9

(segue) Mentre abba Giuseppe rifletteva, gli veniva alla mente l’immagine del pastore. Aveva ascoltato abba Gregorio, che, nel sermone, aveva detto: “Il pastore, con la sua presenza, dona sicurezza e pace alle pecore. Queste gli obbediscono, perché sanno che lui le conduce ai pascoli e all’acqua fresca. Gesù si è definito pastore delle pecore: infatti, tra il resto, quando vedeva i suoi discepoli stanchi, li voleva accompagnare in luoghi riparati e solitari, perché riposassero stando vicino a lui”. Quindi abba Giuseppe confidò al discepolo: “Quel signore, che è stato qui più volte, ha bisogno del riposo vero. Glielo proporrò, non appena avrà accolto di incontrare Gesù nei suoi Sacramenti ristoratori. Vivendo tanto tempo con l’attenzione allo spirito della mente dev’essersi affaticato terribilmente e deve sentirsi oltremodo oppresso”. Attendeva che quegli tornasse per fargli delle proposte concrete, soprattutto di cominciare ad amare Gesù nell’umiltà. (continua)

  

138 Riconciliazione? 8/9

(segue) Quel signore, con il suo combattimento interiore, ben presto ritornò da abba Giuseppe. Non aprì bocca: voleva solo ascoltare. L’abba, ricordando cos’aveva già detto, continuò, senza bisogno di domande: “La Parola di Dio è accolta nella Chiesa per diventare vita concreta dei fedeli. Come il Verbo si è fatto carne, così ora ogni Parola deve trovare una carne, cioè la vita di un uomo, per trasformarla e così manifestarsi. Questo avviene vivendo i Sacramenti che la Chiesa celebra: in essa, e solo in essa, Gesù è il Capo.
Ti propongo ora di celebrare il Sacramento della Riconciliazione, per ricuperare la grazia del tuo santo Battesimo. Anzi, visto che sei stato distante volutamente dalla Chiesa santa, potresti anche abiurare le convinzioni che ti sei fatto o che ti sono state insinuate. Sono pensieri provenienti dal tentatore: li rifiuterai a voce alta davanti al confessore, altrimenti continueranno a ronzare dentro e a pungerti col loro veleno. Hai usato la Parola per sostenere ragioni, non l’hai ascoltata per lasciarti trasformare dallo Spirito. E poi riceverai l’Eucaristia, il Pane che è il Corpo di Cristo, che ti viene donato solo dalla sua Chiesa. Ti darà gioia e forza nuova, come ad Elia la focaccia dell’angelo” (1Re 19,8). Silenzio. L’abba ha parlato abbastanza. Se ora non avviene una conversione nel cuore, ogni altro discorso sarebbe sprecato. (continua)

  

140 I Peccati

Abba Isidoro venne da abba Fulgenzio per chiacchierare del più e del meno. Cominciò così: “Mi sai dire che cosa succede quando racconto i miei peccati al confessore?”. Fulgenzio rimase in silenzio. Poi, lentamente, rispose: “Mi rendo conto di essere alquanto superficiale; infatti, quando rivelo i miei peccati al confessore, racconto solo quel che ho visto io con i miei occhi, poco o nulla in tutto. Quel che vedo io è solo la scorza del vero peccato. Pensa tu invece cosa vede Gesù! Egli vede che tutte le cose che io dico sono solo la conseguenza del fatto che lui, Gesù, non è al centro del mio cuore. Non è lui il punto di partenza delle mie azioni, né il sostegno dei miei atti buoni, e non è lui la luce dei miei occhi. È questo il mio vero peccato, quello più grave, e non me ne accorgo. E di questo non penso nemmeno di chiedere perdono”. Isidoro abbassò il capo e disse: “Proprio così, caro fratello. Se Gesù fosse il motivo di ogni mio pensiero e di ogni mia parola, se fosse lo scopo di ogni azione, egli sarebbe la mia gioia senza tristezza, l’unica gioia, e non commetterei peccati”. I due abba si chiesero l’un l’altro la benedizione, e poi smisero di parlare del più e del meno: avevano il cuore pieno.

   

141 Ordine assurdo

Abba, sto pensando al profeta Eliseo (2Re 4,42-44). Egli ha dato al suo servitore, con decisione e sicurezza, un ordine che pareva assurdo: avrebbero fatto brutta figura tutt’e due. Io capisco il servitore, che non voleva ubbidire. Onestamente disse: «Come posso mettere questo davanti a cento persone?»: erano solo venti pani”. Così il discepolo di abba Silvano commentò la lettura che aveva ascoltato. L’abba gli disse: “Non hai udito il resto? Hai visto come Dio impegna la sua onnipotenza per chi ubbidisce?”. Al che il discepolo: “Anche quando io ubbidisco a te, abba?”. E Silvano: “Quando tu ubbidisci a me non devi ubbidire a me, ma a Dio, dicendo in cuor tuo: «Ubbidisco a te, o Padre, che mi parli tramite il mio abba». Allora potrai vedere i prodigi della fede, come il famoso monte che si sposta. Ogni volta che ubbidisci, il Signore ti dice: «Sia fatto secondo la tua fede».”. Chissà quali progetti fabbricò il discepolo nel profondo silenzio che seguì!

  

142 Per i figli

Una mamma aveva quattro figlioli e li amava teneramente, tanto che soleva dire: “Io vivo per i miei figli”. Lo ripeteva anche a Felicita, compiacendosi. Era molto preoccupata per loro, perché il mondo con le sue tentazioni li avrebbe potuti sviare, traviare, rovinare.
L’amma rassicurava la madre e la esortava: “Tu continua la tua gioia di vivere per il Signore Gesù. Sia lui solo il centro del tuo cuore. Non dirai a nessuno, nemmeno a te stessa, che vivi per i figli. Vivrai per Gesù. I tuoi figli se ne accorgeranno e si sentiranno ancor più amati. E, quel che conta di più, tuo marito non si sentirà né escluso né sorpassato. I figli li amerai insieme a lui, perciò nella tua mente e nel tuo cuore lui sarà davanti a loro. Ma ricorderai, e non dimenticherai mai, prima di tutti, Gesù”! Tornò a casa con una luce nuova nello sguardo: iniziò a vedere prima il marito nella luce di Gesù, e poi anche i figli. E questi si percepirono maggiormente amati, più rispettati e circondati da una nuova libertà.

  

142 Per i figli

Una mamma aveva quattro figlioli e li amava teneramente, tanto che soleva dire: “Io vivo per i miei figli”. Lo ripeteva anche a Felicita, compiacendosi. Era molto preoccupata per loro, perché il mondo con le sue tentazioni li avrebbe potuti sviare, traviare, rovinare.
L’amma rassicurava la madre e la esortava: “Tu continua la tua gioia di vivere per il Signore Gesù. Sia lui solo il centro del tuo cuore. Non dirai a nessuno, nemmeno a te stessa, che vivi per i figli. Vivrai per Gesù. I tuoi figli se ne accorgeranno e si sentiranno ancor più amati. E, quel che conta di più, tuo marito non si sentirà né escluso né sorpassato. I figli li amerai insieme a lui, perciò nella tua mente e nel tuo cuore lui sarà davanti a loro. Ma ricorderai, e non dimenticherai mai, prima di tutti, Gesù”! Tornò a casa con una luce nuova nello sguardo: iniziò a vedere prima il marito nella luce di Gesù, e poi anche i figli. E questi si percepirono maggiormente amati, più rispettati e circondati da una nuova libertà.

  

143 Cinque figli o sei? 1/2

I cinque figli non le davano soddisfazione, anzi. Le figlie non frequentavano più la chiesa, né accettavano che si parlasse loro di preghiera. I figli, oltre a questo, pareva fossero sulla strada della droga o comunque perduti. Si recò da amma Teresa per confidare queste angosce e piangere senza attendersi consolazioni. Ma amma Teresa volle dirle qualcosa. Ascoltato tutto con attenzione, intervenne: “Sorella mia, i tuoi figli sono lontani, e una mamma soffre molto per questo. La tua sofferenza è quell’afflizione che Gesù definisce beata, quando parla sul monte. Quest’afflizione quindi ti tiene vicina a Dio Padre: proprio per questo non ti deve rendere triste, altrimenti non testimonierai la presenza del Figlio nel mondo, che pure ama i tuoi figli. Sappi che tu, che hai fatto o hai desiderato fare la sua volontà, sei considerata da Gesù madre sua. Quindi ti dico: tu non hai cinque figli, ma sei”. La donna guardò stupita Teresa, che le fece un bel sorriso. (continua)

 

144 Cinque figli o sei? 2/2

(segue) Amma Teresa concluse la sua rivelazione: “Il tuo sesto figlio è così fedele a Dio, così ricco di bontà e pieno di Spirito Santo, che puoi esserne fiera e davvero felice. Se sei triste per gli altri figli, lui ti potrebbe dire: Perché sei triste, mamma? Non valgo io più di dieci figli? Puoi vivere nella gioia per me, che sono il tuo Figlio Gesù, e questa gioia sarà testimonianza che stupisce i tuoi cinque figli, ormai abituati a vederti triste e piangente. Ti interrogheranno, e tu potrai parlare del loro Fratello che ti riempie la vita, anche se essi ti fanno piangere. Cominceranno ad invidiarti e ad ascoltarti”.
La donna sorrise, ringraziò molto, tornò a casa rasserenata e cominciò una vita nuova, come fosse ringiovanita di vent’anni e alleggerita di dieci chili.

  

145 Uomo nuovo e vecchio

Dopo aver ascoltato il sermone di abba Felice, un uomo gentile lo attese per dirgli: “Abba, lei ha sottolineato alcune parole di San Paolo: «Abbandonare l’uomo vecchio… e rivestire l’uomo nuovo». Vorrei capire meglio a cosa allude l’apostolo con queste parole”. Abba Felice, con gioia, ripeté ciò che non si stancava mai di annunciare: “Uomo vecchio sarai tu quando vivi attento a regole e regolette, evitando i peccati. Penserai così di essere bravo e rischierai di inorgoglirti quando ci riesci, e di deprimerti quando non ci riesci. E poi, sarai tentato di puntare il dito sugli altri e di giudicarli buoni, se fanno come te, o cattivi se si comportano diversamente da te. Sarai invece rivestito dell’uomo nuovo quando, pur sempre in pericolo d’essere uomo vecchio, terrai d’occhio Gesù per vivere con lui e per lui. Egli è l’uomo del tutto nuovo, che vive unito al Padre, ricolmo del suo amore eterno. Di lui ti rivestirai: cioè terrai presente sempre Gesù come punto di partenza e punto d’arrivo di ogni tuo ragionamento, di ogni tuo desiderio e di ogni tua azione. E chi guarderà te vedrà lui, tuo vestito, luminoso e tessuto di ogni sorta di amore fedele e generoso, vedrà quel vestito che è Gesù risorto! Sarai, per dirla in breve, suo rivelatore e suo missionario”. Seriamente, con volto soddisfatto, l’uomo salutò l’abba ringraziandolo calorosamente.

  

146 Pulizia

Abba Felice riceveva spesso visite anche dai discepoli di altri abba del deserto. Gli ponevano domande per comprendere la Parola di Dio, affinché questa nutrisse il loro cammino interiore. Vennero due discepoli per chiedere: “Abba, non abbiamo chiarezza sulla differenza della predicazione di Giovanni Battista e quella di Gesù. Ci puoi dire una parola?”. Abba Felice sospirò, e con un simpatico sorriso disse: “Figlioli miei, avete mai visto una bottiglia? Che cosa fai tu quando devi mettere del vino buono oppure dell’olio pregiato in quella bottiglia?”.
I due si guardarono stupiti, e uno rispose: “Prima di tutto guardo che in essa non ci sia nulla, che essa non contenga né acqua né sporcizia e neppure odori di alcun tipo. Caso mai la pulisco con diligenza”. Soddisfatto l’abba continuò: “Proprio così. Questo è il compito di Giovanni, che disse: «Io vi battezzo con acqua», come a dire: Io vi pulisco bene, perché siate pronti a ricevere un tesoro. E ha aggiunto: «Lui vi battezzerà in Spirito Santo». Intendeva dire: Lui vi riempirà di Spirito Santo, Spirito di gioia, di comunione, di vita vera, di amore eterno e disinteressato come è l’amore del Padre e del Figlio. Ci sono persone che si accontentano di essere bottiglie pulite, ma vuote: non portano in sé lo Spirito Santo, né zelo per il Signore Gesù e non diventano mai operai del Regno dei cieli. A voi, giovani, dico: baderete di non essere mai bottiglie solo pulite. Lasciatevi riempire da Gesù”! Se ne tornarono appagati quei due, e furono pieni di zelo per il loro Signore. (continua)

  

147 Vendemmia

147 Vendemmia

(segue) Ecco di nuovo i due discepoli. Stavano leggendo il libro dell’Apocalisse, e questa lettura li sconvolgeva. Arrivarono da abba Felice. Dopo il rispettoso saluto, dissero: “Abbiamo letto alcune pagine del libro di san Giovanni, l’Apocalisse. Ci siamo fermati spaventati, quando leggemmo che un angelo, che esce dal tempio, dice ad un altro angelo: «Getta la falce e mieti»! E poi ancora: «Getta la falce e vendemmia» (Ap 14,15-19). Che cosa vuol dire il Signore a noi?”.
Abba Felice, senza scomporsi, si raccolse in silenzio, quindi, guardando il cielo, disse: “L’angelo che esce dal tempio e quello che esce dall’altare vengono da Dio: non possono che portare benedizione ai figli di Dio. Se il grano viene mietuto e l’uva vendemmiata significa che questi beni non vengono né buttati né abbandonati, ma raccolti, perché servano l’uno a fare il pane per nutrire gli uomini, l’altra a rallegrarli col suo vino. Giovanni scriveva in tempo di persecuzione, di grandi sofferenze, e doveva e voleva tener viva la speranza e la gioia dei credenti. A voi il Signore vuol dire che per lui sono preziose e gradite le fatiche dei vostri digiuni, della vostra pazienza e della sopportazione dei disagi della vita. Perseverate con gioia”! Soddisfatti i due discepoli ringraziarono, si accomiatarono, chiedendo il permesso di tornare qualche altra volta.

  

148 Fede

Alla cella di abba Felice si fermò un uomo forte e robusto. “È robusta come te anche la tua fede?” lo prevenne l’abba. Rispose: “Dicono tutti gli abba che la fede è un dono. Io non l’ho mai ricevuto. Io non ce l’ho”. Non si spaventò Felice, ma con sicurezza osservò: “Non parlare così, buon uomo. Tu la fede l’hai ricevuta, caso mai non l’hai conservata. Dio, nostro Padre, la dona a tutti. La fede non è qualcosa che sta in tasca. Essa è la tua obbedienza a colui che ti ama, che dona la vita per te”. Quell’uomo si fece pensieroso. Riprese l’abba: “Un giorno un amico mi ha fatto dono di un canarino che cinguettava molto bene. Era bello udirlo. L’ho messo nella mia cella: lo ascoltavo volentieri e mi dava gioia. Ero riconoscente all’amico per quel bel dono. Tre giorni dopo il canarino era con le gambe all’aria. Come mai?”. “Ti sarai dimenticato di dargli da bere e da mangiare”, disse l’uomo robusto. E l’abba: “Il dono della fede è un dono vivo. Se non ce l’hai non è perché non ti è stato dato, ma perché tu non l’hai coltivato. Comincia a chiedere perdono, e la tua fede risorgerà!”. L’uomo robusto divenne umile e ringraziò.

 

149 Veggenti 1/3

La sorella di abba Timoteo, accompagnata da un’amica, volle presentare al fratello un problema che la turbava. “Fratello mio, pace alla tua anima, e la tua ascesi sia fruttuosa. Da noi, nella nostra città, pare ci sia una veggente cui la Madre di Dio consegnerebbe messaggi. Siamo andate anche noi ad ascoltarla. Le parole che dice sono belle. Non saprei ripeterle, perché parla a lungo. Qualche volta formula minacce che mettono paura. Dobbiamo credere o no?”.
L’abba rispose con tutta tranquillità: “Sorelle care, la Madre di Dio ama gli uomini per amore del Figlio suo, e vuole che si salvino. Dio può mandarla per risvegliare la nostra attenzione, come ha fatto a Cana con i servi delle nozze. Noi dobbiamo usare discernimento, sia perché chi si dice veggente potrebbe essere ingannato e quindi ingannatore, sia perché noi facilmente ci lasciamo suggestionare. Questo è successo varie volte”. La sorella intervenne: “Noi vogliamo essere fedeli discepole di Gesù. Come facciamo a difenderci da un eventuale inganno?”. (continua)

  

150 Veggenti 2/3

La sorella dell’abba attese la risposta del fratello, che disse: “Per difenderti dall’inganno è necessario conoscere la persona che riferisce i presunti messaggi, e conoscerla non superficialmente. Tu non hai la possibilità di questa conoscenza per evidenti ragioni di riservatezza, e perciò non puoi ritenere te stessa affidabile nel discernimento. È poi necessario conoscere molto bene la Parola di Dio e i misteri della nostra santissima fede con cui confrontare i presunti messaggi. Per questo discernimento nessuno potrà affidarsi soltanto al proprio acume. Nella Chiesa ci sono i pastori, incaricati di questo e per questo benedetti: saranno essi a pronunciarsi”. Al che la sorella replicò: “Dobbiamo aspettare che parlino i pastori? Chissà quanti anni ci vorranno”! Anche l’amica approvò. Il fratello rimase sereno, perché il Signore Gesù era il fondamento sicuro e forte della sua vita. (continua)

  

151 Veggenti 3/3

(segue) L’abba si armò di santa pazienza: “Sì, sorella, attendiamo. Del resto i messaggi saranno utili soltanto se faranno crescere la Chiesa e se contribuiranno alla sua unità. Tu approfitta del fatto che Maria, nostra madre, può parlare, e ascoltala mentre dice: «Qualsiasi cosa vi dica, fatela», cioè rinnoverai ogni giorno la tua obbedienza al Figlio suo. Cercherai il Vangelo per mangiarlo e masticarlo, e allora non ti saranno necessarie nuove rivelazioni.
Ricorderai poi che in ogni messaggio dato da angeli o da profeti la firma di Dio è sempre stata «non temete». Quindi dovrai diffidare di quei messaggeri e dei loro messaggi se agitano o mettono paura o tendono a dividere la Chiesa santa o a screditare i suoi pastori: di certo non vengono dalla purissima e umilissima Madre nostra, che mai ci vuole intimorire e mai ci vuol vedere privi di fede e di fiducia nel suo Figlio risorto, e sempre ci vuole uniti in lui”. Pregarono tutt’e tre insieme, affidando se stessi alla vigilanza di Gesù, perché nessuna presunta rivelazione turbi i fedeli amati dal Signore.

  

152 Il bene dell’anima

Abba Lino leggeva l’antica Lettera detta «di Barnaba». Un consiglio gli parve importante sia per se stesso che per il mondo che lo circondava: «Usa il massimo impegno per mantenerti casto. Lo esige il bene della tua anima». Comunicò questa sua attenzione ad abba Felice, dicendo: “Mi sto chiedendo quale bene possa ottenere l’anima dalla vita casta”. Abba Felice stette un momento in silenzio, e avrebbe desiderato continuarlo per attendere una migliore risposta dall’alto, ma poi pacificamente aprì la sua bocca d’oro: “Quando una persona non è casta, il suo cuore e la sua mente sono occupati dalle azioni e reazioni del corpo, e anche dai sentimenti che sopravvalutano gli affetti, le simpatie o le antipatie. Chi non è casto quindi, occupandosi di se stesso, sviluppa egocentrismo. La sua anima soffre, si rattrista, perché rimane lontana dall’amore puro del nostro Dio. Il Signore Gesù non troverebbe posto in lui e lo Spirito Santo ne verrebbe rattristato, come dice San Paolo (Ef 4,30). E anche Gesù ha detto con chiarezza: «Chi avrà tenuto per sé la propria vita, la perderà, e chi avrà perduto la propria vita per causa mia, la troverà». Il Signore ci vuole difendere e salvare”. Abba Lino ringraziò, e si ripropose di leggere la frase di Barnaba anche ai giovani che lo interrogavano frequentemente.

  

153 Madre di Dio

Si avvicinava una grande festa della Madre di Dio. Abba Mariano volle cogliere l’occasione per istruire il discepolo. Era appena arrivato con poche conoscenze dei misteri della fede. Gli disse: “Sai chi è una mamma? Sai cosa sa fare una mamma?”. Il discepolo cercava nella propria storia familiare qualche episodio per rispondere. Ma l’abba lo prevenne: “Prima di tutto: una mamma sa vedere cose che gli altri non vedono. A Cana di Galilea (Gv 2), durante le nozze, la madre vide ciò che nemmeno l’incaricato di organizzare la festa riusciva a vedere. Una mamma cerca di non creare problemi, di non dare nell’occhio, di far sì che le eventuali situazioni imbarazzanti cessino senza creare scompiglio. Una mamma poi si rivolge a persone che amano Dio sopra tutto. Quella Madre, a Cana, proprio per questo, con delicatezza, ha manifestato a Gesù il disagio già all’inizio di quelle nozze”. Il discepolo cominciò a voler bene alla Madre Maria, e ad imparare da lei a confidarsi con Gesù e con chi lo ama davvero.

  


154 Benedizione 1/5

Una giovane ragazza raggiunse amma Filomena, sua lontana parente. Venne a dirle: “Cara Filomena, con te mi sento in confidenza per aprirti il mio cuore. Sono molto contenta, perché il mese prossimo andrò a convivere con il mio ragazzo. Ci frequentiamo già da tre mesi, e ora abbiamo trovato una casa adatta”. Amma Filomena stette in silenzio, senza manifestare particolare gioia. “Sai che il mio ragazzo”, continua la giovane, “pensa pure di regalarmi un cagnolino di razza?”! Filomena si aggiustò il velo in testa, poi con la calma e la benevolenza che le donava la contemplazione del volto di Gesù, disse: “Grazie per avermi fatta partecipe della tua, anzi, vostra decisione. Avete ricevuto benedizione per questo passo? Da chi l’avete ricevuta?”.
Sorpresa, la ragazza: “Benedizione? Ci vuole la benedizione? Non abbiamo mai pensato a una cosa del genere!”. Al che l’amma: “Cara figliola, senza benedizione di Dio tutto è fumo, e quel che non è fumo è inutile tizzone. Per lavarti la testa non occorre benedizione e nemmeno per altri lavori quotidiani, ma per scelte che cambiano la vita il cristiano cerca di ricevere benedizione”. Fu necessario un attimo di silenzio. (continua)

  

155 Paradiso? 2/5

(segue) Rafforzate tutt’e due dal silenzio carico di domande, l’amma continuò: “La benedizione di Dio, che solo la Chiesa santa può darvi, è dono grande, garanzia di fedeltà e di serietà. La Chiesa infatti non benedice a nome di Dio né le improvvisazioni, né i passi superficiali, e nemmeno le scelte egoistiche. Voi, tu e il tuo ragazzo, di certo desidererete che il bene che vi volete duri fino al Paradiso. Non è così?”. La giovane si strinse i capelli con un aggeggio insolito e disse: “A dire il vero non ho mai pensato al Paradiso, che non so cosa sia, ma che il nostro stare insieme duri sempre, questo sì”. “E di certo desideri anche che la vostra unione sia un dono per la società, altrimenti la vostra gioia non crescerà e avrà la durata limitata dei vostri sentimenti, intermittenti come le lucette dell’albero di Natale”, proseguì l’amma, senza tentennamenti nella sua voce, ferma perché fondata sulla roccia che è Gesù. (continua)

  

156 Il fidanzato 3/5

(segue) Superando il disagio della ragazza, l’amma riprese: “Sarai capace di dire queste cose al tuo ragazzo? Anche lui avrà bisogno di confidarsi e chiedere consiglio, perché tu non sei ancora perfetta, e lui dovrà sopportarti e saperti aiutare a crescere e a superare i momenti difficili che la vita inevitabilmente riserva a tutti. Da solo non riuscirebbe. Io ti consiglierei di attendere sia per la casa che per il cagnolino. Questo poi adesso potrebbe essere una distrazione: in qualche momento potrebbe subentrare al tuo ragazzo nel tuo cuore. Io pregherò per voi, e voi cercherete un uomo santo, un sacerdote, che vi consigli e vi accompagni. Egli vi dirà molto di più, cose fondate sulla rivelazione di Gesù, più complete e più belle di quanto riuscirei a dirvi io nella mia ignoranza”.
La ragazza non sapeva se essere triste o contenta: tutt’e due i sentimenti si alternavano mentre salutava. (continua)

  

157 (segue) Accontentare? 4/5

“Cara amma, ho parlato con il mio ragazzo, come mi hai detto tu. Lui non riesce a digerire i preti. Per lui sono inutili ricordi del passato”. Cominciò subito così la ragazza tornata da amma Filomena. E questa, dopo aver salutato con amore e serenità: “Con la mentalità che gira nel nostro mondo, non c’è altro da aspettarsi. Avrà difficoltà anche ad incontrare un’amma come me? Caso mai accompagnalo qui. Assicuralo che gli voglio bene, e soprattutto desidero il vostro bene. Tu intanto comincerai ad essere più decisa con lui. La donna, Dio l’ha presentata all’uomo con l’intenzione che sia, non una che lo accontenta in tutto e per tutto, ma una che «gli sta di fronte», e quindi che gli può dire ‘sì’, ma anche ‘no’. Tu infatti potrai percepire come volontà di Dio qualcosa che lui non vede o non sente. Lui poi dovrà accorgersi che tu hai una tua vita interiore che non può essere ignorata o disprezzata”. Ascoltava con gli occhi, quella ragazza, mentre l’amma continuava: “Sperimenterà che anche tu hai delle convinzioni, una fede, dei desideri rispettabili. Forse una tua maggiore consapevolezza e istruzione spirituale lo aiuterebbe a rispettarti, ad amarti in modo serio, ad ascoltarti”.
La giovane la fissava con interesse, e si illuminava in volto. E amma Filomena concluse: “Va’ in pace. Io pregherò per voi, che arrivi lo Spirito Santo ad illuminarvi”. Si lasciarono con una stretta di mano forte. (continua)

  

158 Promessa 5/5

(segue) È tornata, anzi sono venuti tutt’e due stavolta. Un po’ timidamente, un po’ spavaldamente. Sarebbe lungo raccontare tutto. Parole di fede da parte dell’amma, domande che dimostravano molta ignoranza dall’altra parte. Interrogativi comunque preziosi, che aiutavano l’amma a dire quanto pareva utile man mano che procedeva il discorso. La notizia più bella è che si sono lasciati con una novità: i due ragazzi promisero, ogni volta che si sarebbero incontrati, di recitare il Padre nostro insieme, e di domenica anche l’Ave Maria. E amma Filomena promise di accoglierli ancora a continuare la chiacchierata: “Sarete benvenuti, perché nel cuore del Padre siete sempre i benvenuti. Egli vi ama già, e mi pare di vedere il suo sogno: voi sarete suoi validi collaboratori per seminare nel mondo il suo amore luminoso. Come un vero Padre vi vede già santi, e voi non lo deluderete. Sia lodato Gesù Cristo”. Con un cenno della mano espressero ben più di un saluto.

  

159 Capire

Pietro rispose a Gesù: «Noi abbiamo creduto e conosciuto che tu sei il Santo di Dio» (Gv 6,69). Ma perché ha detto prima «creduto» e poi «conosciuto»? Tommaso invece volle prima conoscere toccando, per arrivare a credere”, osservò il discepolo ad abba Cristoforo. L’abba apprezzò la domanda, e rispose, dopo un sospiro: “La fede viene da Dio e non dall’uomo. Tommaso voleva prima convincersi (20,25), ma così si sarebbe ingannato: non sarebbe arrivata la fede, ma una costruzione razionale. E invece la conoscenza vera, profonda, divina scaturisce dalla fede”.
Il discepolo ascoltava con impegno. “Ricordi? Gesù, con la brocca d’acqua in mano, aveva detto a Pietro: «Lo capirai dopo» (13,7), cioè dopo che avrai obbedito, dopo che avrai creduto al mio amore, dopo che ti sarai lasciato lavare i piedi da me. Chi capisce dopo aver obbedito, la sua comprensione è interiore, non è superficiale”. Siccome il discepolo era attento, l’abba continuò: “Gesù ha corretto l’ordine dei titoli che i discepoli gli davano. Ha detto loro: «Voi mi chiamate il Maestro e il Signore»: dicevano prima «maestro» e dopo «Signore» (13,13). Ciò significa che lo apprezzavano come un insegnante, uno che sa, e per questo gli ubbidivano. La loro ubbidienza aveva le radici nel proprio giudizio, cioè, in fin dei conti, ubbidivano al proprio discernimento. Troppo poco. Egli corregge così: «Se dunque io, il Signore e il Maestro…» (13,14), cioè, prima mi considererete Signore, cioè mi ubbidirete, dopo comprenderete il mio insegnamento”. Il discepolo dimenticò di ringraziare l’abba, perché aveva di che riflettere.

  

160 Paura?

Una signora semplice, ma attenta, andò a visitare amma Filomena. Si confidò: “Amma, uscita di casa nel mio villaggio, rimasi sbalordita: vidi le strade deserte, senza bambini, né si udiva musica dalle finestre. Le poche persone che incontravo o che vedevo a distanza, mi parevano in preda alla paura. «Ma che succede?», mi sono chiesta. Cosa significa, amma, tutta questa paura?”. L’amma chiuse gli occhi, poi li aprì allargando le braccia, e sussurrò: “Ricordi, sorella mia, la domanda di Gesù ai discepoli quando ebbero paura? Chiese loro: «Dov’è la vostra fede?». Infatti chi si affida a Dio non ha paura di nulla e di nessuno, né del passato né del futuro. Quando viene a mancare la fede invece, crescono paure di ogni genere in tutti gli angoli del cuore, della mente, delle case e dei villaggi. Io vivo ogni momento affidando a Gesù me stessa, i miei conoscenti e tutto il mondo. Egli riversa in me amore, e «l’amore perfetto scaccia il timore». L’amore di Gesù è perfetto, perciò dove il suo amore regna, non si conosce la paura”. La signora cominciò a sorridere: la paura, da cui era stata contagiata, si allontanava dal suo cuore, ed ella iniziò a respirare.

  

161 Pregare 1/2

Abba Felice camminava assorto, tanto da non accorgersi della presenza di due ragazzi che , con tono canzonatorio , interruppero il suo raccoglimento: “Abba, perché dite che Gesù è Dio, se anche lui ha dovuto pregare? Un Dio che prega, chi può pregare?”. Erano stati influenzati evidentemente da qualche setta. Ma a questo abba Felice non pensava. Sorridendo alzò lo sguardo al cielo dicendo: “Cari ragazzi, voi non sapete cosa significa pregare”. I due si guardarono, poi quello più intraprendente: “Come no? Pregare vuol dire chiedere a Dio tutto ciò di cui abbiamo bisogno. Se Gesù fosse Dio, non avrebbe bisogno di nulla”.
L’abba prima tacque, poi aprì la bocca: “Voi non solo non sapete cosa significa pregare, ma nemmeno conoscete Dio. Gesù prega proprio perché è Dio. Egli di Dio è il Figlio, e come tale vuole essere immerso totalmente nell’amore del Padre suo. Per lui pregare significa protendersi verso il Padre fino a diventare un tutt’uno con lui, fino a compiere pienamene la volontà del suo amare”. Pareva cominciassero ad aver interesse ad ascoltare. (continua)

  

162 Pregare 2/2

(segue) I due rimasero senza parole, e l’abba continuò: “Gesù vive pregando. Tutta la sua vita è preghiera. Se voi cominciaste a pregare davvero, lo capireste. Smettete di chiedere a Dio che vi ascolti. Questo è il pregare dei pagani. Cominciate invece a chiedere a Dio che vi parli, e promettetegli di ubbidirgli. Capirete che non c’è un Dio più vero di Gesù. È proprio lui che con la sua preghiera ci fa conoscere il vero Dio, il Padre che ci ama e ha dato la vita anche a voi, e vuol darvi ancora molto di più”. Cercarono di giustificarsi: “Queste cose non ce le ha insegnate nessuno”.
E Felice: “Probabilmente non le avete mai volute ascoltare. Ma adesso è importante che cominciate subito a donarvi a Dio, offrendovi a Gesù”. Un invito così non l’avevano ancora mai ricevuto. L’abba insegnò loro a dire, centellinando le parole, il Padre nostro. Poi li invitò a tornare.

 

163 Propositi del male

Abba Felice stava leggendo a voce alta le parole di Gesù: «Dal di dentro infatti, cioè dal cuore degli uomini, escono i propositi di male: impurità, furti, omicidi, adultèri, avidità, malvagità, inganno, dissolutezza, invidia, calunnia, superbia, stoltezza» (Mc 7,21-22). Si fermò, alzando il capo. Abba Paolo, che ascoltava, intervenne: “Abba, mentre leggevi ho contato il numero dei propositi di male elencati da Gesù. Sono dodici. Può avere un significato?”. Rispose Felice: “Tutto può avere un significato, anche il fatto che ciò che ha a che fare con la sessualità precede altre azioni o comportamenti, come se questi ne fossero la conseguenza”. Sorpreso, abba Paolo controllò: “È vero: impurità, adultèri, dissolutezza. Lo hai notato anche nei colloqui con le persone che confessano a te i loro peccati?”. Felice stette un attimo in silenzio, per cercare nella memoria. “Le frane e le valanghe cominciano per un sassolino che si muove. Le frane umane per i giovani e per gli adulti cominciano sovente con un atto sessuale fuori posto, senza benedizione. Inganni, menzogne, furti, superbie, ribellioni e omicidi seguono quel sassolino, mai da sottovalutare. Com’è importante la purezza di cuore e di mente!”. Allora Paolo: “Sì, abba: «Dio non ci ha chiamati all’impurità, ma alla santificazione» (1Ts 4,7). Pregheremo Gesù che ci mantenga un cuore puro e ci dia lo Spirito Santo per avere il dominio del nostro corpo e per aiutare i nostri fratelli”. I due abba si inginocchiarono facendo il segno di croce solenne.

  

164 Amore informato 1/2

Abba Floriano ricordava che Gesù aveva posto una domanda a Filippo per rendersi conto se avesse imparato da lui e che tipo di discernimento usasse. Anche lui volle mettere alla prova il suo discepolo. Gli disse: “Carissimo, oggi tu, dopo pranzo, mi hai offerto un dolce buonissimo, di quelli che mi piacciono tanto. Ti ringrazio molto. La settimana scorsa tuo fratello, quando ha distribuito il dolce a tutti, mi ha ignorato. Chi di voi due mi ha amato di più?”. Il discepolo rimase senza parole. Egli era convinto di amare il suo abba, che aggiunse: “Non hai parlato con tuo fratello? Egli sa che per la mia salute il dolce è veleno”. Il discepolo comprese che l’amore di suo fratello era più informato e lungimirante. “Perdonami, abba. Io avevo addirittura giudicato male mio fratello, quando non ti ha dato il dolce. Lui certamente ti ha amato davvero”. Abba Floriano, sorridendo, rivelò: “Figlio mio, non ti rattristare. Tu mi hai amato col tuo discernimento. Ma il Signore Gesù vuole che non ci giudichiamo gli uni gli altri, perché ogni giudizio appartiene al Padre. Chi giudica il fratello arreca doppia offesa a Dio: presume di sapere tutto e si mette al posto del Signore. L’umiltà ci animerà sempre e l’amore lo avremo per tutti, anche per chi agisce diversamente da noi. E ci ascolteremo gli uni gli altri”. Dissero insieme una preghiera alla Madre di Dio, maestra di umiltà e di amore vero, e fecero il segno di croce.

165 Amore informato 2/2

(segue) Quando abba Floriano incontrò il suo discepolo gli fece un bel sorriso: “Ti doni pace, la sua pace, il Signore Gesù!”. Fu contento il discepolo per quest’incontro, e ne approfittò per dire: “Abba, vorrei farti una domanda. Perché, quando ti ho offerto il dolce non mi hai detto che per te era veleno che non avresti dovuto mangiare?”. L’abba con molta pace e condiscendenza disse: “Ti ho visto così contento, che mi pareva di farti un dispiacere. Temevo che tu l’avresti inteso come il rifiuto di un tuo atto di amore. La carità è più preziosa della salute, un atto di amore al fratello è gradito al Signore più della cura per il proprio benessere. Io stesso sono più contento di aver incoraggiato te che di aver custodito me. Comunque, se desideri, quando succederà ancora una cosa simile, te lo dirò. Ma ricorderai che la carità precede qualunque regola”. Il discepolo ringraziò, e da quel momento ebbe venerazione per il suo abba, da considerarlo come un angelo del Signore. Cominciò inoltre a ritenere anche la propria salute meno importante dei piccoli atti di amore fraterno, visibili o nascosti, per i fratelli e per tutte le persone che frequentavano il deserto.

  

166 L’amico del prete

Abba Cristoforo stava cavando erbacce dal suo orticello. Un uomo, dell’età in cui si comincia a perdere la giovinezza, lo vide e approfittò per confidargli un dubbio: “Senti, abba. Un mio conoscente udì una specie di proverbio che lo sconcertò. Egli desiderò da me una parola al riguardo, ma io non seppi cosa rispondere. Ecco la frase: «L’amico del prete perde la fede». Può essere?”. Abba Cristoforo guardò la croce appesa sopra la porta della cella. “Difficilmente, ma può essere”, disse sottovoce, e aggiunse: “Se il prete si dimentica di essere mandato a donare Gesù Cristo agli uomini, a tutti, se non si accorge che anche i suoi amici hanno bisogno di Gesù ogni giorno, se lui stesso non è radicato nel Signore, sarà tentato di mostrarsi intelligente, dotato, istruito, capace, in sintonia con i tempi. Allora la fede resterà solo nel titolo che porta, ma non entrerà nella relazione umana. Ogni suo amico, che desiderasse crescere nella fede, resterebbe a bocca asciutta”.
Quell’uomo annuì, e disse: “Io ho un amico prete. Con me si sente in confidenza, ma mi parla male di altri preti, scherza su tutto, mi dà consigli che potrei ricevere da uno psicologo o da un avvocato. Vicino a lui la mia fede non cresce, anzi, svanisce”. Allora Cristoforo: “Non lo abbandonerai. Gli chiederai che ti parli di Gesù, e ogni volta pretenderai da lui una benedizione. Sarai tu il palo che tiene in piedi la pianta della sua fede”. L’uomo, pensieroso, ringraziò.

  

167 Ricchi e poveri 1/2

Abba Felice aveva fama di saper spiegare la Bibbia, e perciò venivano da lui molte persone con qualche dubbio. Un uomo serio e robusto gli manifestò la sua inquietudine: “Mi pare assurdo quel che Gesù ha detto, che difficilmente i ricchi entreranno nel regno dei cieli”. L’abba cercò di intuire il motivo di tale affermazione, e il Signore lo ispirò a descrivere la vita vissuta proprio da quell’uomo che gli stava davanti. Cominciò: “Vedi, amico: i ricchi di solito cercano di essere sempre più ricchi e nemmeno s’accorgono delle sofferenze altrui. Un uomo ricco teneva in casa un cuoco, un cameriere, uno che si occupava delle riparazioni e manutenzione di casa e macchine, e anche un giardiniere. Facevano tutto loro, lui non era capace nemmeno di farsi un caffè. Anzi, nemmeno era capace di dire grazie. Siccome li pagava si riteneva in diritto di essere servito e basta. Se uno si ammalava non si interessava: lo licenziava, tanto trovava qualcun altro. Non gli importava se moriva di fame. Il regno dei cieli era così lontano dal suo cuore, che non ci sarebbe arrivato nemmeno camminando cent’anni”. L’abba si trattenne dal parlare prendendo fiato, mentre desiderava rimanere unito a Gesù. (continua)

  

168 Ricchi e poveri 2/2

(segue) Si sentì scoperto quel signore, tanto la sua vita era somigliante a quella descritta, e cercò di giustificarsi: “Io faccio grosse elemosine a varie iniziative di bene. Ho sostenuto anche il convento di San Giuseppe quando lo hanno ristrutturato. Ho iniziato anche varie adozioni a distanza”. Ma abba Felice non si lasciò corrompere: “Tu disponi di molto denaro grazie al lavoro dei tuoi operai. E dopo che hai firmato i tuoi assegni di beneficenza, ti accorgi che ti manca qualcosa? O sono piccola parte del tuo superfluo? Anche questo ha detto Gesù a proposito di quelli che versavano sacchetti d’oro nel tesoro del tempio. Baderai che i tuoi assegni poi non grondino sangue, come la moneta d’oro del re spezzata da san Francesco da Paola!”. Abbassò gli occhi quel tale. Un lungo silenzio. Si inginocchiò, e abba Felice ascoltò una confessione somigliante a quella di Zaccheo, di evangelica memoria. Gesù è arrivato con la sua salvezza ancora una volta.

  

169 Amare?

Abba Isidoro si recava in città. Un operaio, che stava aggiustando la carreggiata, non avrebbe osato disturbarlo, ma l’abba lo salutò così cordialmente, che quello si sentì spinto ad aprir bocca. “Abba”, disse, “domenica ero alla Liturgia. Ho ascoltato il vangelo. Mi sono chiesto: perché Gesù, a quel tale che chiedeva qual è il comandamento più grande, ha risposto con due comandamenti?”.
L’abba fu sorpreso da questa domanda di quell’uomo attento. E disse: “Grazie. Gesù in effetti ha detto un solo comandamento: Amerai. Sapendo però che noi facilmente ci imbrogliamo da noi stessi, volle aiutarci. Vedi, tu puoi amare Dio e contemporaneamente avere risentimenti o pretese verso tua moglie, oppure rabbie verso i tuoi figli. In tal caso il tuo cuore sarebbe come una bottiglia in cui c’è del vino buono mescolato con acqua sporca. Lo berresti?”. Sorrise l’operaio: “Eh no, abba. Ho capito quel che mi hai rivelato. Io voglio essere puro di cuore. In esso non deve esserci doppiezza, amore e odio insieme. Ha fatto bene Gesù a dire che l’amore di Dio è completato dall’amore al prossimo, e che l’amore al prossimo deve fondarsi su quello a Dio, altrimenti né Dio né il prossimo risultano essere amati”. L’abba gioì perché si accorse che non occorre essere al monastero per avere i pensieri in Paradiso. Ringraziò quell’uomo e lodò il Padre che dona sapienza a tutti.

  

170 Non dirlo a nessuno

Abba Fedele fu interrogato da una signora desiderosa di comprendere bene le parole del Vangelo. Ella gli disse: “Come mai, quando Gesù ha aperto gli orecchi e sciolto la lingua del sordomuto «comandò loro di non dirlo a nessuno»? Non è forse bello e utile raccontare i prodigi che opera il Signore per noi? Qualcuno potrebbe essere invogliato a cercarlo per cominciare ad amarlo”. Abba Fedele le rispose: “Anch’io ragionavo così fino a qualche tempo fa. Poi compresi che il silenzio è necessario per maturare. Il fatto più significativo per il sordomuto non fu poter udire e poter parlare, ma l’incontro ravvicinato con Gesù, il Figlio di Dio. Se l’esperienza di questo incontro non avesse trovato il tempo di approfondirsi e mettere radici nel cuore, sarebbe stato tutto inutile. Un uomo in più che parla non arricchisce l’umanità, ma un uomo che nel cuore vive un’intimità col Signore, porta la sua santità nel mondo e lo cambia, anche se rimane in silenzio”. La donna chinò il capo, e l’abba disse ancora: “Tutti saremmo più ricchi se facessimo come la Madre di Dio, che «meditava tutte queste cose nel suo cuore». Raccontare subito le esperienze con Dio ci impoverisce: esse infatti sono come il seme che, per crescere e portar frutto, deve star lungo tempo nascosto in silenzio sotto terra, e morire in essa. Poi verrà anche il tempo di parlare”. La signora divenne più mite e silenziosa.

  

171 Verità

Uno studente vivace e capace, impregnato di filosofia ultramoderna, trovò abba Timoteo, che pur non essendo tra gli abba più ferrati in Sacra Scrittura, tuttavia non era da meno di loro, dato che era attento allo Spirito Santo. “Abba, dimmi: sai perché Gesù non ha risposto alla domanda di Pilato? Il governatore infatti è riuscito a metterlo in difficoltà. Gli chiese infatti: «Che cos’è la verità?», e Gesù non è stato capace di rispondergli. Pare che Pilato fosse vicino al modo di pensare del mondo d’oggi. Noi abbiamo capito infatti che la verità non esiste”.
Sorrise l’abba, in silenzio. Non ebbe fretta, e non volle convincere chi non è disposto ad ascoltare. Tuttavia aprì la sua bocca di miele: “A dire il vero è stato Pilato a non dare a Gesù il tempo di rispondere, talmente era convinto che la sua domanda fosse inutile. Ma Gesù la risposta l’aveva già data, non in piazza, bensì nell’intimità del cenacolo, non a tutti, ma a quelli che lo amavano. La risposta di Gesù infatti, potrà essere compresa dove non c’è amore? Verità è conoscenza dell’amore. Dio è amore, e chi ama lo può conoscere. Pienezza dell’amore di Dio è Gesù, perciò lui ha potuto dire: «Io sono la verità» e «Chi vede me vede il Padre»”. Tu dovrai imparare l’umiltà ed esercitare l’amore, per comprendere la risposta di Gesù. Pregherò che il tuo cuore si apra”. Non ebbe parole lo studente e salutò sconvolto. Aveva di che riflettere.

  

172 Conoscere? 1/3

Non si riusciva a distinguere se erano fidanzati o sposi. Arrivati nel deserto, scelsero di parlare con abba Cristoforo: “Da sette anni conviviamo, abba, e non sappiamo ancora se ci amiamo e se possiamo impegnarci per il futuro”. Li osservò con tenerezza l’abba, e si dispose a parlare loro con serietà. “Vi devo dire due cose, figlioli miei: l’una riguarda il passato, l’altra il futuro. Pensavate che, convivendo, vi sareste conosciuti, e poi scelti. Questo, dite che non è avvenuto. E la conoscenza raggiunta non ha aumentato l’amore. Era da aspettarselo, perché noi uomini non conosciamo mai nessuno fino in fondo. Ognuno di noi è, e sarà sempre una sorpresa per l’altro, perché continuiamo a cambiare, maturando o regredendo. Pensavate che basta conoscersi per amarsi, e invece è quando ci amiamo con l’amore di Dio che ci conosciamo. Voi pensavate di riuscire a conoscervi vivendo insieme, e adesso non sapete più cosa significhi amare. È così?”. “Sì, abba” risposero insieme. “Avete dimenticato che la fontana dell’amore è il Padre, e non vi siete preoccupati di bere a questa fonte. Non vi siete impegnati ad ascoltare Gesù. È lui destinato da Dio ad essere il centro, l’inizio e il fine del vostro stare insieme, e invece l’avete lasciato fuori casa dal primo giorno”. Ascoltavano con attenzione e non potevano contraddire le parole che non avevano mai udito né cercato. (continua)

 

173 Vita e via 2/3

Aspettavano la parola che riguarda il futuro. Disse l’abba: “Il futuro non è molto sicuro. Potrebbe succedere che uno di voi, lui o lei, veda qualcun altro, e d’un tratto s’innamori. I pianti, le lacrime e le imprecazioni del convivente non serviranno a nulla”. I due abbassarono lo sguardo. “Abba, ci auguri questo?”, esclamarono impauriti. “No, non ve lo auguro proprio. Dico che non siete al sicuro”, continuò Cristoforo. “Anche per voi la vita è Gesù, la via è lui, la verità del vostro amore è ancora lui. Senza di lui che frutto pensate possa arrivare? Volete che il vostro futuro sia stabile? Allora iniziate subito a desiderare che in casa vostra ci sia sempre lui, Gesù. Lo ascolterete e gli ubbidirete”. I due si guardarono, e, per la prima volta, sorrisero, e lui disse: “Abba, e adesso? Che facciamo? Abbiamo sprecato sette anni!”. Abba Cristoforo rimase in silenzio. (continua)

  

174 Verificare? 3/3

I due giovani si accorsero che abba Cristoforo stava pregando. Poi aprì la bocca: “Un consiglio? Ve ne do uno difficile, ma prezioso. Se potrete, uno di voi due per un paio di mesi torni dai propri genitori o comunque si allontani. Così avrete modo di vedere se vi desiderate, se vi aspettate. Il desiderio e l’attesa sono la prova di un amore vivo. E sono aiuto a verificare e assodare la fedeltà. Riempirete il desiderio e l’attesa con la preghiera, benedicendo Gesù che sarà la vostra garanzia, la roccia su cui porre le fondamenta della casa. Perciò cercherete anche di imparare a pregare”. E poi disse ancora: “Quando voi avete deciso di convivere l’avete fatto per comodità, o per calcoli economici, o per fretta e per il piacere, non vi siete attenuti alla tradizione di chi fa la volontà del Padre. Nei due o tre mesi di separazione crescerà la vostra capacità di attesa e di fedeltà e la forza del vostro desiderio. Superata questa prova, deciderete un passo sicuro, secondo la tradizione degli antichi: il santo matrimonio. Vi aspetto ancora, e poi… con i confetti”. Chiesero all’abba la benedizione di Dio per riuscire a trovare il modo e la forza di vivere il consiglio ricevuto.

  

175 Persecuzione 1/2

Alcuni abba vollero confrontarsi sui problemi del mondo. Qualcuno notava con chiarezza la presenza di segnali di persecuzione per la Chiesa. Nessuno si meravigliava, perché tale persecuzione è prevista. Abba Felice infatti ricordava a tutti: “La persecuzione è già annunciata da Gesù, fin da quando ha parlato sul monte. Ricordiamo che ha detto: «Beati i perseguitati per la giustizia» e anche «Beati voi quando vi insulteranno, vi perseguiteranno e, mentendo, diranno ogni sorta di male contro di voi per causa mia»”. Intervenne anche abba Andrea, che ha sperimentato cosa significhi essere calunniato: “In quei momenti è difficile rallegrarsi. Io infatti avevo il cuore in pace, ma temevo che i fedeli rimanessero scandalizzati dalle calunnie contro di me. Dicevo a Gesù: «Tu hai detto che adesso io sono beato: lo credo, perché partecipo alla sofferenza che provavi quando anche tu venivi calunniato. E anche tu sei stato di scandalo per i tuoi discepoli. Non mi riesce però di gioire di questa beatitudine»”. Abba Cristoforo desiderava parlare. Gli dissero: “Parlaci tu, abba”. Allora iniziò: “Oggi nel mondo la persecuzione è subdola e strisciante. Vedete quante opinioni contrastano la nostra fede? Quelle riguardanti la famiglia, quelle che propagandano l’impudicizia nel vestire e nei comportamenti, l’adulterio, il disprezzo della vita degli uomini, esaltando quella degli animali. Per resistere, i fedeli dovrebbero conoscere la Parola di Gesù, e la sua Signoria. E noi, siamo in grado di testimoniarlo?”. Gli altri abba ascoltavano in silenzio.

  

176 Testimonianza 2/2

Abba Cristoforo continuò: “Ci sono persone che sono fedeli esemplari: io ho imparato da alcuni di loro in varie occasioni. Molti però, e soprattutto i giovani, non riescono a riconoscere la tentazione. E chi la riconosce non riesce a vincerla: il loro amore per Gesù non è ancora tanto forte e deciso. Gesù ha detto che suo testimone è lo Spirito Santo, Spirito di verità, ma ha anche aggiunto «e anche voi date testimonianza, perché siete con me fin dal principio» (Gv 15,27). Noi non daremo testimonianza facendo qualcosa, ma stando con lui. Che ne dite? Ci impegneremo a far sì che il nostro deserto sia dimora di Gesù?”. Tutti gli abba furono concordi.
Le persone che venivano dal mondo in cerca di consolazione o di ispirazione respiravano un’aria di pace e di concordia, e perciò venivano volentieri. Si accorgevano che quel deserto era un’oasi dove la persecuzione, che li opprimeva quotidianamente, cedeva il posto al paradiso. Abba Ignazio rifletteva nel suo pregare, e finalmente osservò: “Lo Spirito Santo sta soffiando su di noi e su tutti quelli che arrivano qui. Questi ricevono testimonianza da lui, e anche da noi, ma noi abbiamo sempre bisogno di ricominciare daccapo a rimanere in Gesù”. Fatto il segno di croce ognuno tornò alla sua cella.

  

177 La gente

Mentre abba Giovanni tornava alla cella dopo la Liturgia, un uomo si accostò e gli chiese: “Cosa stai pensando abba? I tuoi pensieri sono ancora profumati dell’incenso della chiesa?”. L’abba sorrise: “Proprio così. Sto ripensando alla prima domanda di Gesù ai discepoli quand’erano a Cesarea di Filippo, nelle vicinanze del grande tempio dove si adorava una delle divinità più pericolose, il dio Pan”. “Quale domanda?” disse quell’uomo. E Giovanni: “Questa: «La gente, chi dice che io sia?». Gesù voleva vedere se i suoi discepoli sapevano in che mondo vivevano, se si rendevano conto che i cuori degli uomini si conoscono soltanto quando vengono posti di fronte a lui”. Era sempre più curioso quell’uomo. Perciò l’abba continuò: “Cosa dice la gente? Cosa dicono tutti… i peccatori? Dicono che Gesù è uno dei morti che vive e parla, che dice le parole dei morti, morti famosi: Elia, Geremia, uno dei profeti. Sanno tutti cosa essi hanno detto. Perciò la gente da Gesù non s’aspetta nulla di nuovo, anzi, può tranquillamente ignorarlo. La gente lascia che Gesù parli, e intanto adora il dio Pan, quello che ti fa credere che anche tu sei dio o una sua emanazione”. “E che male c’è?” disse quell’uomo. “Se tu sei dio potresti ritenere che tutto quel che pensi è ben pensato, e non ti chiedi se è tentazione del maligno o ispirazione divina. E potresti dire che tutto quel che fai è ben fatto, perché essendo tu un pezzetto di dio non puoi peccare. In questi casi ti inganni da solo”.Abba, tu pensi cose serie”, osservò quell’uomo. E abba Giovanni concluse: “Decisiva è la seconda domanda di Gesù: «Ma voi, chi dite che io sia? A questa domanda risponderai tu”. Quello divenne serio, ringraziò e s’allontanò lentamente.

  

178 Uccellino 1/6

Passando per caso nel deserto, un giovane scorse abba Isidoro che contemplava il cinguettare di un usignolo sul ramo di un cespuglio. Con un po’ di sussiego prese coraggio per dirgli: “Abba, vedo che ti piace ammirare il canto di un uccello. Io ammiro invece ciò che riescono a fare gli uomini. Ieri, per esempio, con un solo razzo hanno mandato in orbita una gran quantità di satelliti. E questo si ripete ogni settimana. Pensa che meraviglia, quale grande intelligenza ha l’uomo”.
L’abba ascoltò, senza entusiasmarsi. “Vieni qui”, disse con apparente tristezza, “siediti un momento”. Il giovane accettò. E quello: “Che ci fanno lassù quei satelliti? Ti sei chiesto per qual motivo vengono messi là? Ti pare che siano lucette come quelle dell’albero di Natale? E dove prende il denaro quel tale per questo lavoro? Come pensa poi di ricuperare il suo conquibus? Tu ammiri l’intelligenza impiegata dall’uomo nello spazio. Benissimo. Vedi se in quell’impiego della tecnica c’è anche sapienza, se c’è partecipazione all’amore di Dio per gli uomini, altrimenti risulterà un danno per tutta l’umanità”. L’abba avrebbe voluto continuare, e raccontargli la bellezza di Gesù, ma vedendo la meraviglia del giovane gli disse soltanto: “Ti attendo un’altra volta. Farai le tue ricerche per rispondere alle mie domande”. Il giovane rimase pensieroso, e, a questo punto avrebbe voluto anche lui contemplare e ascoltare l’usignolo, ma era volato via. (continua)

  

179 Scoperte 2/6

(segue) Abba Isidoro stava per recarsi in città, quando udì dei passi. Era il giovane ammiratore della tecnica umana. “Abba, te ne vai? Ho da dirti qualcosa”. Tornò nella cella l’abba, e sedettero insieme. Era un po’ affannato il giovane e non sapeva come cominciare, ma il silenzio tranquillo lo aiutò: “Abba, le tue domande non mi hanno lasciato dormire tranquillo. Ho cercato risposta, facendomi aiutare da un amico. Ebbene, sì, ho scoperto che quella tecnica prevede di arrivare a coprire di satelliti tutto lo spazio attorno alla terra. Sono previsti guadagni grandissimi, e inoltre ho intuito indizi per pensare che ci siano anche altre intenzioni, di coloro che hanno promosso l’operazione. Cercherò ancora”. Emise un sospiro più tranquillo. L’abba intanto, senza meravigliarsi di nulla, pregava fiducioso e in pace il Signore del cielo e della terra, che guida le sorti dei popoli e dell’universo intero, tanto da esser chiamato “Pantocrator”, colui cioè “che tiene in mano ogni cosa”. (continua)

  

180 Prosciutto sugli occhi 3/6

(segue) Il giovane, lieto di essere riuscito a rispondere alle domande dell’abba, continuò: “Queste scoperte mi hanno provocato non poca inquietudine. Non sono riuscito a scoprire tutto. Ti voglio però ringraziare per le tue domande: mi hanno aiutato a non essere superficiale, ma adesso…”. L’abba sorridendo continuò il discorso: “Adesso devi ricuperare la pace. Se ci fosse ancora l’uccellino…, ma tornerà di certo. Vedi, Gesù ci ha esortato a essere semplici come le colombe, ma anche prudenti come i serpenti. Quindi niente prosciutto sugli occhi. La tecnica aiuta, ma può essere usata dal nemico dell’uomo, dell’umanità, cioè di Dio nostro Padre. Ti ospiterei volentieri, perché tu abbia modo di approfondire la sua conoscenza. È l’unico modo per intuire e scoprire le macchinazioni del nemico, e non permettere ad esse di lacerare il tuo cuore. Conoscendolo e amandolo sarai in grado di aiutare altri a crescere interiormente trovando la gioia in Gesù. Tornerai?”. Il giovane: “Certo, abba”. Fecero insieme un tratto di strada e si dettero appuntamento per continuare non tanto il dialogo, quanto il cammino spirituale iniziato, il cammino che arriva a edificare tutto su Gesù. (continua)

  

181 La ragnatela 4/6

(segue) È arrivato puntuale il giovane, che ha cominciato a comprendere il valore del silenzio. E l’abba Isidoro lo accolse senza fargli pesare di aver dovuto interrompere la preghiera. Dopo i doverosi, ma sobri convenevoli, gli confidò: “Quanto mi hai raccontato ieri mi ha distratto nella preghiera: mi parve di vedere come una ragnatela stesa attorno a tutta la terra”. Il giovane lo interruppe: “Anch’io ho avuto questa percezione, e ho avuto paura”.
Al che l’abba: “No, amico mio, niente paura. Gesù non aveva paura. La ragnatela c’era, in altro modo, anche allora. Farai un’altra ricerca, storica stavolta, e vedrai come si viveva nell’Impero romano sotto Tiberio Cesare e i suoi successori. Le Legioni militari erano presenti ovunque, tanto che nessuno poteva sentirsi al sicuro. E le divinità pagane ammaliavano, punivano e si vendicavano senza pietà. Gesù, e poi i suoi discepoli, vivevano con la consapevolezza che il ragno, il nemico, è il diavolo, Satana. Infatti è lui che porta nel mondo l’odio contro Dio Padre, e contro coloro che vivono come suoi figli e si comportano da fratelli. Satana porta la morte, invidiando colui che dà la vita. Gesù amava tutti, anche gli uomini di cui il nemico poteva servirsi. Ha guarito con tanto amore persino il figlio di un centurione. Così vivremo anche noi. È l’amore che cambia il mondo e vince le sue trame, l’amore che nasce e cresce sul terreno della nostra santissima fede. Ed è dall’amore che scaturisce la gioia”. Fu interrotto l’abba e dovette lasciare così il suo interlocutore. (continua)

  

182 Religione globale 5/6

(segue) Terminata l’incombenza, raccoltosi un attimo, abba Isidoro, riprese: “Ho detto che il nemico è il dragone che odia Dio, e non sopporta che gli uomini lo amino e lo chiamino Padre”. Il giovane non riusciva a stare attento, si vedeva che avrebbe desiderato dire qualcosa, qualcosa che doveva essere molto importante per lui. L’abba tacque e attese, finchè quegli riuscì a confidare: “Di quel che dico, alcune cose le ho sapute, altre intuite. Pare che si stiano diffondendo delle filosofie che vorrebbero imporsi come ideologie per impedire persino l’uso dei termini padre e madre. Riusciranno anche a impedire l’amore dei padri e delle madri per i loro figli? Perché quest’accanimento contronatura? Pensi tu, abba, che questo sia mosso dal nemico di Dio per arrivare a far cancellare dalle Scritture sante e dal cuore degli uomini il nome di Dio Padre? Ho letto anche che circola il progetto di proporre a tutta l’umanità un’unica religione, dalla quale però dovrà scomparire il nome e la persona di Gesù. E si toglierà pure il suo nome dal riferimento alla storia passata e futura: non si dirà più avanti Cristo e dopo Cristo, ma si dirà qualcos’altro”. Si interruppe, rimanendo senza parole. L’abba intanto non smetteva di pregare proprio il Signore Gesù. (continua)

  

183 Babele? 6/6

(segue) Allora l’abba rispose: “Le ho udite anch’io queste cose, ma non mi spaventano. Certamente il nemico ci mette la coda e anche lo zampino. Noi sappiamo che questa strada è stata già percorsa ai tempi della torre di Babele” (Gen 11,1-9). Chiese il giovane: “Cos’è successo allora?”. Rispose l’abba: “Volevano sostituire Dio con l’uomo. Volevano dare agli uomini la gloria e l’autorità che spetta a Dio soltanto. Volevano un’unica nazione, un’unica religione, un’unica storia, un’unica lingua, un’unica autorità. Volevano… ma è arrivata una grande confusione. Nessuno più capiva nessuno, nemmeno se stesso. Era opera del nemico di Dio: il quale, se gli vien dato spazio, farà iniziare lotte e rivoluzioni, omicidi e genocidi. Questo è quello che lui sa fare, nulla di bene. Potrà arrivare a preparare una lunga ondata di persecuzione per la Chiesa. Noi però, senza paura, intensifichiamo la nostra preghiera di lode e adorazione a Dio e portiamo il nome santo di Gesù ovunque e sempre. Egli ha saputo comandare alle onde e ai venti, e ha ordinato ai discepoli di non avere paura. Vuoi ubbidirgli tu?”. E lui: “Si, abba. Imparerò da te a pregare e a star nella gioia”. “Comincerai a ripetere il salmo che dice: «Il Signore annulla i disegni delle nazioni, rende vani i progetti dei popoli» (Sal 33,10)”, suggerì l’abba. Il silenzio che seguì permise di udire un cinguettio: sul ramo s’era di nuovo posato l’usignolo!

  

184 La sua mitezza

Abba Paolo aveva il vizio, no, la santa abitudine di soffermarsi sulle singole parole delle letture della Liturgia. Una domenica si soffermò su questa frase: «Mettiamolo alla prova con violenze e tormenti, per conoscere la sua mitezza». Era scosso pensando a che cuore avevano quelli che dicevano queste cose. “Bisogna essere crudeli a parlare in questo modo. E il bello è che hanno fatto proprio così: hanno torturato Gesù. E poi solo un pagano ha riconosciuto la sua mitezza”. “No, anche tu l’hai riconosciuta, ammirata e imitata”. È intervenuto abba Gregorio, attento ai pensieri dei fratelli e attento a non lasciare la Parola di Dio nel passato. Egli immaginava i pensieri di abba Paolo, e così li ha completati e indirizzati. “Quanto dicono le Scritture non rimane nel passato, sta succedendo oggi, in questo momento. Quante persone vengono messe alla prova con violenze e tormenti! Quelli che appartengono a Gesù vengono manifestati proprio in questo modo. Si distinguono da come portano la croce e pregano per coloro che si divertono a buttarla sulle loro spalle”. Abba Paolo osservò Gregorio per vedere la sua pace e il suo sorriso. Infatti, dal tono di voce si poteva percepire che quel che diceva l’aveva vissuto.

  

185 Cordicelle 1/2

Cercavano abba Felice, ed è buon segno: ci sono persone che aprono il Vangelo e pregano per ricevere la grazia di comprenderlo, e poi qualcuno che sciolga i dubbi. Ecco da lui una signora con la domanda: “Gesù ha cacciato i venditori dal tempio. Quei venditori però vendevano gli animali che servivano ai sacrifici che la gente voleva offrire a Dio. Essi facevano un grande servizio a chi arrivava nel tempio. Non è stato esagerato Gesù?”. L’abba, per grazia, conosceva il nostro Dio e Padre, e aveva amore vero per Gesù. Poté perciò dire: “Gesù conosce il Padre e ama perciò il tempio. Questo è chiamato casa di preghiera, cioè luogo che deve aiutare a conoscere e godere l’amore del Padre. Quelli che vedevano il tempio occupato da animali in vendita, cosa dovevano pensare? Certamente che il Padre ha bisogno di soldi, non del nostro cuore”. L’abba, prima di continuare, guardò se quella signora l’ascoltava, e se comprendeva. (continua)

  

186 Cordicelle 2/2

(segue) Abba Felice continuò rivolto a quella donna: “Lascerai che Gesù cacci gli animali dal tempio, e lascerai pure che svuoti la tua mente dai pensieri di tipo commerciale, per esempio: «Dirò un rosario, andrò a Messa, farò un fioretto, così Dio dovrà ascoltarmi e fare quello che io gli chiedo. Reciterò un altro rosario, così Dio non permetterà che io mi ammali. Domani andrò a due Messe, così Dio guarirà mia nipote dalla anoressia e mia zia dalla depressione». E ancora: «Come mai Dio non mi ha ascoltato, benché io abbia fatto un lungo pellegrinaggio?»”. La signora si mostrò confusa: era proprio quella la sua preghiera. L’abba continuò: “Vuoi che Gesù usi anche con te la frusta di cordicelle? Chi prega, non fa contratti con Dio, non gli fa ricatti, non gli fa l’elenco dei mali, che spesso sono frutto di peccato. Chi prega seriamente, desidera essere aiutato ad ascoltare la Parola del Padre, cioè Gesù, e ad offrire a lui il proprio tempo e le proprie facoltà ed energie, per rendere presente il suo Regno. In questo modo il mondo potrà diventare tutto tempio di Dio”. Chissà se ha capito, comunque la signora ringraziò e salutò, chiedendo all’abba il sostegno della sua preghiera e la grazia di poterlo incontrare ancora. Nonostante tutto un po’ di pace l’aveva ricevuta. L’abba glielo promise e le donò la benedizione col nome della santissima Trinità.

187 I Regni 1/2

Un discepolo si rivolse ad abba Agapito: “Abba, Gesù è intervenuto con forza a denunciare i falsi orientamenti dei farisei e degli scribi. Perché non ha mai pronunciato un «guai» rivolto a Cesare e nemmeno a Erode? Essi facevano soffrire tutto il popolo, come ben sappiamo. Solo una volta ha detto un generico «Guai al mondo per gli scandali» (Mt 18,7). Sorrise abba Agapito, terminò il suo lavoro e invitò il discepolo a sedere accanto a lui. “Grazie per questa domanda. Gesù si occupava del Regno dei cieli. Sapeva di essere stato mandato dal Padre per questo. I farisei e gli scribi ritenevano di farne parte di diritto ed erano ammirati da tutti come religiosi esemplari, ma il loro comportamento talora somigliava a quello dei regni del mondo. Gesù si sentiva in dovere di mettere in guardia i suoi, che li stimavano, e così erano influenzati dal loro esempio: per questo li rimproverava con durezza”. Tacque un attimo, lasciando intendere che voleva dire ancora qualcosa. (continua)

  

188 I Regni 2/2

(segue) Il discepolo aggiustò la sedia e rasserenò il volto. L’abba gli disse: “Tutti intuivano invece che i regni del mondo sono il luogo dove opera e cresce il peccato. Non c’era bisogno che Gesù dicesse che il mondo è lontano da Dio: lo sapevano già. Chi è del mondo non conosce né gusta né diffonde l’amore del Padre. Nei regni del mondo deve crescere e distinguersi il regno dei cieli. Non sarebbe servito a nulla rimproverare Pilato ed Erode. Essi non sarebbero stati in grado né di accettare né di comprendere Gesù”. Il discepolo interruppe: “Può essere che Gesù abbia avuto paura a dire una parola contro i potenti?”.No, Gesù non aveva paura, era solo prudente”, disse con sicurezza l’abba, e continuando: “Prudente come i serpenti, pur sapendo che i suoi giorni erano contati dal Padre e nessuno li avrebbe potuti accorciare. Aveva nel cuore l’avvertimento: «Non tenterai il Signore tuo Dio»”. E concluse: “Figlio mio, ci aiuteremo con la preghiera, e Gesù sarà con noi”.

  

189 Pantaloni

Uscito un uomo dalla cella di abba Macario, il discepolo chiese all’abba: “Non è sposato quell’uomo?”. “Perché me lo chiedi?”, rispose l’abba. E il discepolo: “Mia mamma faceva indossare pantaloni e camicia stirati al papà, quando usciva per recarsi da qualcuno. Lei voleva che lui facesse bella figura, e così guadagnava stima anche lei di donna attenta e ordinata. A quest’uomo invece nessuno ha stirato né pantaloni né camicia”. L’abba, compiaciuto, rispose: “Vedo che sei molto attento. È vero, oggi ci sono donne che non amano i mariti, o mariti che non ubbidiscono alle mogli. La tua attenzione è preziosa. Tu sarai così attento anche alla tua voce, alle tue parole, ai tuoi gesti, alle tue azioni, così da far fare bella figura a colui che ti ama, a Gesù. È lui che stira i tuoi pensieri e i tuoi sentimenti! Che non si debba dire che lui non ti ha rivestito, che non ti ama, o che tu non l’ascolti”. Dopo un po’ nella cella si sentì canticchiare.

  

190 Fedeltà

Un uomo pensieroso si sentiva in dovere di confessare il proprio peccato. Venne da abba Gregorio e cominciò: “Ho tradito mia moglie, abba. Ma devi sapere che da lei non ho soddisfazione, non mi fa mai una carezza. Quest’altra donna invece mi copre di attenzioni, mi stima, apprezza il mio lavoro. Con lei mi sento consolato”. “Vuoi dire che ti ritieni giustificato?”, continuò l’abba. E quello: “A dire il vero non ci vedo molto male”. Si raccolse in preghiera abba Gregorio, costringendo anche quell’uomo a rientrare in sé. Poi disse: “Amico mio, tu non stai solo tradendo tua moglie. Stai distruggendo la pace e la fede dei tuoi figli, fai soffrire i tuoi genitori e tutti i tuoi familiari, anche quelli di tua moglie e persino quelli della donna gentile che finge di amarti. Anzi, stai introducendo il diavolo nella Chiesa santa di Dio. Obblighi Dio a non considerarti più suo fedele, perché sei diventato infedele a lui e alla missione che ti ha affidato. Tua moglie forse non sa, ma percepisce, ed è già condizionata dal tuo peccato: non può accarezzare uno che porta il diavolo in casa”. Triste, l’uomo guardò gli occhi di Gregorio: brillavano di verità. La confessione divenne inizio di conversione.

  

191 Mano, piede, occhio

Abba Paolo rifletteva senza concludere. La Parola che lo turbava era: “Se la tua mano ti è motivo di scandalo, tagliala”. Pensava che Gesù avesse non solo esagerato, ma anche ironizzato, così per il piede e per l’occhio. Diceva tra sé: “È Parola divina, ma come accettarla? Nessuno l’ha realizzata, infatti non si è mai sentito che un cristiano si sia tagliato una mano o un piede o si sia cavato un occhio per ubbidire a Gesù”. Confidò i suoi dubbi ad abba Giuseppe. Questi lo rasserenò, ma gli mise altre pulci in tutt’e due le orecchie: “La Parola di Gesù è sempre più vera di quel che pensiamo. Tagliare la mano che significa? Con quella mano non potresti più far nulla: «Se la mano ti scandalizza, tagliala» può significare che se il lavoro che fai ti allontana da Gesù, dovrai smetterlo, e, se non è volontà di Dio, eviterai di accarezzare la persona che stai avvicinando. «Se il tuo piede ti scandalizza, taglialo»: cioè eviterai di andare in quei luoghi dove trovi pericoli per la tua fede. «Se il tuo occhio di scandalizza, cavalo»: eviterai cioè di leggere o guardare o osservare ciò che non aiuta la tua intimità con il Signore, ciò che potrebbe disturbare la purezza del tuo cuore o del tuo corpo». Abba Paolo lo guardò stralunato: “Non avevo questa intelligenza”, disse, e abba Giuseppe rispose: “Questa te la dà Gesù quando lo ami con tutto il cuore!”. Si salutarono e fecero il segno di croce.

  

192 Da voi stessi

Abba Filippo fu attorniato da un gruppetto di giovani. Avrebbe desiderato parlare loro di Gesù, ma faceva gran fatica a dialogare con loro: notava che erano succubi di abitudini, opinioni e parole che usavano senza senso critico. “Perché credete queste cose? Pensate siano ragionevoli?”, disse con forza. E uno di loro: “Certo abba, così dicono tutti, anche alla televisione”. L’abba si accorse che mancavano di notizie sicure, di conoscenze elementari, e per questo si fidavano ciecamente di chi guida le opinioni verso mete prefissate da chi ha qualche interesse. Il discepolo, che assisteva al dialogo, disse poi al suo abba: “Hai fatto fatica, abba, a parlare con quei giovani. Pareva ti ritenessero un extraterrestre”. Di rimando Filippo: “Proprio così. Non sono abituati a pensare e a ragionare con la propria testa. Non si informano, non cercano, non studiano. Prendono per oro colato quel che sentono dire da chi li vuol sfruttare. Mi ricordo che anche Gesù ha dovuto dire: «E perché non giudicate da voi stessi ciò che è giusto?»” (Lc 12,57) e lo disse per difendere i discepoli dal prendere ad esempio nientemeno che i farisei (Mt 16,1). “È vero, abba”, osservò il discepolo: “ma per giudicare da se stessi, cioè per discernere ciò che viene dal Padre e ciò che viene dal serpente, è necessario almeno conoscere la Parola di Dio, i desideri di Gesù, la bellezza della sua vita, e avere qualche nozione sicura del creato”. Ritiratisi nella cella, pregarono benedicendo quei giovani e tutti i loro coetanei.

  

193 Pendolo

Amma Margherita fu interrogata da una ragazza, seria e timida: “Ho un’amica che interroga un pendolo o delle carte da gioco per sapere se assumere una medicina o se mangiare una cosa o se incontrare una persona. Posso farlo anch’io?”. L’amma fu sorpresa. Non s’aspettava una domanda del genere da una ragazza cristiana. Sorrise, e disse: “Chi fa queste cose si dimentica di essere dotato di intelligenza, o non è stato abituato ad adoperarla. La tua amica non ha stima del proprio ragionamento, e nemmeno del tuo”. Stava in silenzio la ragazza, attenta. Allora l’amma continuò: “Chi si dimentica del Creatore di tutte le cose, e che solo lui sa come funzionano, cercherà cianfrusaglie. Chi si dimentica di avere un Padre, non andrà da lui per interrogarlo. E non penserà nemmeno che potrebbe interrogare chi è in dialogo con lui ogni giorno”! Visto che la ragazza taceva ancora, l’amma disse: “Secondo te, cosa può sapere un oggetto penzolante o una carta colorata? Chi li interroga è astuto, ti dirà quel che vuole lui e t’ingannerà. E se indovina qualcosa, è segno che è in combutta col diavolo, che alcune cose le sa, e le dice quando vuole attirare la fiducia per ingannare meglio”. A questo punto la ragazza dice: “Allora non mi devo fidare di chi fa queste cose?”. “Certo che no”, sbotta sicura Margherita, “se non vuoi diventare schiava di un uomo o di una donna e se non vuoi offendere Gesù. Solo di lui ti puoi fidare, e di chi porta la sua croce”. E l’amma aiutò la ragazza a pregare.

  

194 Allibito

Sono allibito: sto leggendo un libro di storia. Un papa, a capo dell’esercito, entrò in una città a cavallo, spada in mano. Come avranno fatto i cristiani di quella città e quelli di tutto il mondo a rimanere cristiani? Non si sono scandalizzati?”, diceva tra sé e sé abba Silvano. Non riusciva più nemmeno a pregare. Diceva: “Un papa! E forse alcuni prelati erano con lui! Se il mio papa oggi facesse così, uscirei dalla Chiesa, non sopporterei una cosa del genere”. Andò a cercare abba Cristoforo, attese che terminasse la preghiera e poi gli presentò il suo dilemma. Abba Cristoforo ascoltò con attenzione, chinò il capo, lo alzò al crocifisso appeso alla parete. Lentamente disse: “Fratello mio, i cristiani sanno che Pietro pianse amaramente dopo il canto del gallo. Sanno pure che ricevette da Paolo un forte rimprovero, che veniva da parte di Gesù. Le chiavi del regno dei cieli tuttavia rimasero nelle sue mani tutt’e due le volte”. Abba Silvano ascoltò, poi avrebbe voluto protestare, ma abba Cristoforo lo prevenne: “Gesù è il Signore, Gesù è seduto alla destra del Padre, Gesù è il pane che ci nutre, Gesù è il fuoco che ci riscalda con il suo Spirito, Gesù è la luce che illumina i nostri passi, Gesù è l’acqua che ci disseta, Gesù è il pastore che guida il gregge e Gesù è la vite cui sono uniti i tralci. Se colui che tiene in mano le chiavi inciampa e cade, attendiamo che Gesù lo rialzi e gli ridia forza, ma rimaniamo al suo fianco”. Abba Silvano si riebbe. Farfugliò: “Se io mi allontanassi dalla Chiesa, la vite perderebbe solo un tralcio, ma quel tralcio morirebbe, non avrebbe più linfa per vivere e portare frutto. Ho capito: continuerò a pregare in unità con tutti i fratelli, anche quando soffrono scandalo”. Insieme pregarono la Salve Regina, madre di misericordia.

 

195 Amore e amore 1/3

Due giovani studenti incrociarono, senza volerlo, abba Cristoforo. Non intendevano interrogarlo, ma fu lui a cominciare: “Da dove venite, ragazzi? Siete stati a scuola oggi? Avete imparato qualcosa di bello?”. Presi così alla sprovvista, dissero: “Sì, abba. Ti farà piacere che oggi ben due professori ci hanno parlato dell’amore. Ci hanno convinti che ogni forma di amore è positiva e degna di essere vissuta”. Abba Cristoforo non aveva mai tenuto il prosciutto sugli occhi, e perciò subodorò qualche stranezza, e volle approfondire, per aiutare quei giovani: “Che cosa intendete dicendo «ogni forma di amore»? Sapete che alla parola «amore» si attribuiscono vari significati, e non tutti sono indice di amore divino?”. Uno dei ragazzi, più immediato, spiegò all’abba la lezione di uno dei professori: “Ci ha detto che l’amore è sempre cosa buona. Un uomo che ama un altro uomo compie un’azione degna di sé. Una donna che ama un’altra donna rende il mondo più bello. Tre uomini che amano una donna fanno solo il bene. E fa il bene anche un giovane che ama una donna anziana. Se un uomo sposato, oltre sua moglie, ama la segretaria, non fa nulla di male, perché l’amore è sempre buono”. Rimase inorridito abba Cristoforo degli insegnamenti impartiti a scuola a ragazzi che non hanno ancora maturato un discernimento. Lasciò perdere i suoi impegni e si trattenne con loro: glielo stava chiedendo Gesù stesso. (continua)

  

196 Amore e amore 2/3

(segue) “Siete contenti se vi dico anch’io qualcosa?”, chiese abba Cristoforo ai due studenti, che nel frattempo furono raggiunti da altri tre. “Certo, abba. Noi ascoltiamo anche te, che da quel che si dice, di amore te ne intendi”, disse uno di loro. Silenziosamente, senza che essi se ne accorgessero, l’abba pregò nel suo cuore e invocò la Madre di tutti. “Di amore me ne intendo, sì. Io chiamo amore il donarsi. Chi, gratuitamente, perde tempo per un altro, impegna le proprie energie, esercita pazienza e sopportazione, perdona e ascolta, questi esercita amore. Per dirla in breve, amore è vivere allo stesso modo con cui Dio si rapporta con noi. Per «Dio» intendo la persona che Gesù ci ha fatto conoscere con il nome di «Padre». Ce l’ha fatto conoscere anche con le parole, ma soprattutto amandoci, perché Dio è amore. Immagino che voi conoscete Gesù”. Uno dei quattro intervenne: “Non siamo abituati a questo linguaggio, ma pare interessante”. L’abba ringraziò e continuò: “Avete mai sentito parlare di due cosiddetti comandamenti? Il primo: «Amerai il tuo Dio con tutto il cuore e con tutte le forze», e il secondo: «Amerai il prossimo tuo come te stesso»?”. Due di loro risposero: “Si, vagamente ricordo di aver udito queste parole, ma non le capisco”. L’abba si sentì ancor più impegnato. Doveva arrivare Gesù in mezzo a loro. (continua)

  

197 Amore e amore 3/3

(segue) Abba Cristoforo si lisciò la barba e cercò di spiegarsi: “I vostri professori, se avete riferito bene, hanno usato il termine amare per indicare solo rapporti sessuali, ma non è detto che i rapporti sessuali siano tutti amore. Potrebbero essere atti di violenza, trasgressioni, prevaricazioni, perversioni, che generano ingiustizie e sofferenze. I due comandamenti che ho ricordato devono stare sempre insieme, come le due facce di una moneta. Questo significa che tu ami Dio soltanto quando ami il prossimo, cioè doni a lui il tuo tempo e le tue attenzioni per rendergli bella la vita. E ami il prossimo solo quando ubbidisci a Dio. Quando chiami amore del prossimo un gesto che non è bello agli occhi di Dio, ti inganni e inganni colui che dici di amare. Se il tuo atto di amore non fosse bello agli occhi di Dio, sarebbe egoismo. Vi pare che mi spiego?”. I quattro tacevano. L’abba allora continuò: “Gli esempi di amore che vi hanno portato i professori sono tutti disgustosi agli occhi di Dio, Padre di Gesù Cristo. Non sono affatto amore, bensì egoistica ricerca del piacere. Non danno gioia a nessuno e invece fanno soffrire molti”. E, dopo un attimo di silenzio: “Per conoscere l’amore guarderemo sempre a Gesù, anche quando porta la croce e si lascia inchiodare ad essa. Quando qualcuno vi parla di amore, pensate a lui, e non vi lascerete ingannare”. Dissero: “Verremo ancora da te, e ci parlerai di Gesù”. Abba Cristoforo li ringraziò e tornò ai suoi impegni dimenticati.

  

198 Uomo solo

“«Non è bene che l’uomo sia solo», disse Dio volendo completare Adamo nella sua umanità. Adamo infatti non poteva vivere la vita di Dio se non avesse potuto amare né essere amato, se non avesse potuto ascoltare né essere ascoltato, se non avesse potuto offrire ad un altro il proprio tempo e le proprie fatiche”. Questo l’aveva detto abba Cristoforo in un sermone. Un uomo, che aveva ascoltato con desiderio, intervenne: “Abba, hai detto bene che la vita di Dio può essere vissuta da noi uomini quando ci amiamo. E se la moglie fa soffrire l’uomo fino al punto da fargli desiderare di rimanere solo?”.È vero, quando l’uomo e la donna seguono i propri desideri, le sofferenze si rincorrono nella loro casa”, completò l’abba. Cercò di aggiungere ancora qualcosa sul significato delle parole: «Non è bene che l’uomo sia solo». Disse: “Potremmo tradurre questa frase anche così: Non è bene che l’uomo si consideri padrone. Allora sarebbe davvero solo, e non sarebbe mai contento. L’uomo dovrà considerarsi parte di una comunione che non può scindere: e questo avverrà quando si ritiene servo”. L’uomo che ascoltava, per vedere se aveva capito, provò a dire: “Se rompe quella comunione sarebbe come un chiodo spezzato, come un uovo senza guscio, come una sedia senza sedile”. L’abba si complimentò, e aggiunse: “Se uno dei due diventa per l’altro una croce, colui che sopporta maturerà fino a diventare profezia e rivelazione dell’amore che Dio nutre per gli uomini ribelli. Non è bene, cioè non è volere di Dio, che l’uomo si consideri padrone nemmeno di se stesso, perché diventerebbe oppressore degli altri, e non sarebbe vero uomo”. Il grazie fu reciproco, e sincero.

  

199 Stanchezza

Abba Michele parlava con gioia con le persone che lo interrogavano riguardo la vita spirituale, cioè la vita con Dio. Lo avvicinò una donna che ogni giorno si recava in chiesa per fermarsi a lungo a pregare. Gli disse: “Abba, qualche volta mi stanco a pregare. So che pregare è importante, ma a volte, non so cosa mi capiti, oltre alle distrazioni, mi viene addosso una malavoglia che non vorrei. C’è una parola per aiutarmi?”. L’abba la osservò con i suoi occhi limpidi e gioiosi. Semplicemente le disse: “Quando preghi, prevale la fede o l’interesse?”. La donna, sorpresa: “Che cosa intendi, abba? Non capisco”. E lui: “Se preghi perché vuoi ricevere qualcosa, cioè se la tua preghiera è chiedere, domandare, supplicare, saresti mossa da interesse. In questo caso è logico che ti stanchi, perché tu stessa sei il centro della tua attenzione, e il pensarci ti sfinisce. Qualora invece la tua preghiera fosse un desiderio di immergerti nel cuore di Dio Padre, e di rimanervi immersa, allora saresti mossa da fede che si trasforma in amore. L’amore non si stanca di amare! Questa era la preghiera che impegnava Gesù per molte ore diurne e notturne. Non si stancava, anzi, cresceva in lui il desiderio di prolungarla”. La donna, con umiltà e compunzione, iniziò un nuovo modo di pregare. Non era più una donna devota, perché divenne una sorella gioiosa.

  

200 Monti e colli

Un uomo attento e gioioso venne da abba Gregorio con questa osservazione: “Abba, abbiamo cantato: «Monti e colli lodate il Signore». Come fanno i monti a lodare Dio?”. L’abba sorrise, si accarezzò la barba e disse: “Certo, i monti non cantano. Siamo noi uomini che cantiamo le lodi di Dio. Ma questa contrapposizione ci aiuta in molte occasioni. Persone intelligenti e persone semplici, grandi e piccoli, istruiti e ignoranti, professori e studenti, geometri e operai, genitori e figli, tutti insomma, anche se diversi, allo stesso modo possiamo avvicinarci all’amore del Padre nostro. Egli non farà preferenze tra la nostra voce forte e quella più debole, quella acuta e quella grave, quella melodiosa e quella gracidante”. Si convinse quell’uomo che Dio apprezza il canto e la preghiera dei monaci come quella dei semplici fedeli, e per di più nessuno sa chi dei due può essere paragonato ai monti e chi ai colli!

  

201 Due testimonianze

Una signora tutta pepe pensava di mettere in difficoltà amma Mariarosa. Approfittò di un momento in cui s’erano adunate alcune signore per congratularsi con l’amma per il suo compleanno, e disse: “Ho un problema, amma. Non riesco a comprendere i modi di fare di Dio. Infatti, Erode Antipa mise in prigione l’apostolo Giacomo, e dopo poco lo fece decapitare con grande soddisfazione dei capi ebrei. Voleva fare lo stesso con Pietro, ma, prima del giorno fissato per eseguire la sentenza, intervenne un angelo ad aprirgli le porte e i cancelli del carcere (Atti 12,2-12). Come mai non è stato mandato un angelo anche per liberare Giacomo?”. Che cosa poteva dire amma Mariarosa? “Tutt’e due gli apostoli hanno testimoniato Gesù Salvatore. La Chiesa aveva bisogno di tutt’e due le testimonianze. Noi non dobbiamo insegnare al Signore, e nemmeno agli angeli”. Così l’amma visse la sua fede, l’abbandono al Padre, l’amore a Gesù e alla Chiesa. Così anch’ella divenne testimone, lasciandosi guidare dallo Spirito Santo.

  

202 Veleno

Amma Mariarosa rivide quella signora dalla lingua acuta; ne approfittò per dirle: “Sai, cara figliola, che a Sant’Antonio di Padova è stata avvelenata la minestra, e non è morto? E invece il Beato Antonio Rosmini per lo stesso motivo è morto? Tutt’e due cantano le lodi di Dio insieme, con gioia. L’uno nella vita e l’altro nella morte sono stati testimoni di Gesù. Inoltre, quando saremo in Paradiso, troveremo chi, punto dalla serpe, non è morto, come Paolo a Malta (Atti 28,3-6), e chi invece è morto. E ci sarà anche chi ha accettato il veleno che gli è stato fatto assumere, e chi, con la benedizione, ne ha spezzato la ciotola. E tutti e due canteranno con gioia, danzando insieme. Ciò che unisce gli uomini beati non è la serpe o il veleno, ma il Signore Gesù. E ciò che divide gli uomini non sono le cose belle o brutte, buone o cattive, ma ancora Gesù: è lui il «segno contraddetto» (Lc 2,34)”. La signora ascoltava attenta. Mariarosa volle concludere: “Davanti a Gesù gli uomini si dividono, ma dietro a lui si uniscono”.Questo non lo capisco”, disse la donna. Allora l’amma: “Chi si mette davanti a Gesù per insegnargli, diventa Satana (Mt 16,23), il divisore o diavolo, e chi invece sta dietro a lui per imparare, ama anche i suoi nemici”. Il silenzio aiutò la donna a pensare, e l’amma a pregare.

 

203 Scacciare spiriti impuri

Abba Gregorio intratteneva alcuni giovani venuti nel deserto. Erano giovani del mondo, e, dal loro modo di fare, si vedeva che non conoscevano il dominio di sé. Egli disse loro: “Gesù ha dato ai suoi discepoli, che poi chiamò apostoli, una facoltà particolare. Dice l’evangelista Matteo: «Chiamati a sé i suoi dodici discepoli, diede loro potere sugli spiriti impuri per scacciarli» (10,1). Gradireste voi avere questa facoltà?”. Non sapevano che dire quei giovani. Un risolino, qualche sguaiatezza, qualche scherzo di un dito puntato verso l’amico. Allora l’abba continuò: “Tra quei discepoli c’era anche Giuda, quello che lo avrebbe tradito per una manciata di denaro. Anche lui aveva ricevuto la facoltà di scacciare spiriti impuri. Pensava che quegli spiriti avrebbero potuto disturbare solo gli altri, e non si accorgeva che invece si erano radicati anche nel suo cuore. Avrebbe potuto e dovuto usare quella facoltà per sé stesso, e non l’ha fatto”. Non tutti, ma alcuni di quei giovani si fecero seri. Uno in particolare aveva capito qualcosa: “Abba, vuoi dire che devo guardarmi dentro? Che dentro di me può esserci qualcosa che disturba la mia libertà? E che io stesso posso disfarmi di questo intralcio?”. “No, tu non riuscirai, ma Gesù riuscirà, quando tu gli aprirai le porte del cuore. Egli, presente in te, ti renderà vigilante, puro, umile e libero”. Così abba Gregorio concluse la conversazione, lasciandoli tutti pensierosi.

  

204 Gallo e galline

Abba Teodoro raccontava al suo discepolo qualche ricordo d’infanzia: “Talvolta la mamma mi diceva: «Va’ all’università delle galline»! Io mi avvicinavo al pollaio, ma non udivo né vedevo nulla, se non il gallo pettoruto con la cresta rossa e le galline intente a beccare sassolini e grano. Dopo molto tempo arrivai a capire che con quella frase mia madre voleva farmi notare che certi miei ragionamenti non stavano né in cielo né in terra, tant’erano da somari. Persino le galline avrebbero potuto farmi da maestre!”. Ingenuamente il discepolo chiese: “Abba, dalle galline hai mai imparato qualcosa?”. Sì, adesso sto imparando. Osservando come la forma della cresta del gallo e la forma e i colori delle sue penne sono diversi da quelli delle galline, e non sentendo mai il gallo cantare per aver deposto l’uovo, capisco che nel pollaio non sono arrivati i condizionamenti culturali e sociali, che invece certuni vedono presenti tra gli umani”. Era serio abba Teodoro, e non volle udire altre domande: avrebbe mandato anche il suo discepolo a quella università. Preferiva parlare di Gesù e raccontare le parabole del suo regno: erano discorsi molto più fruttiferi.

  

205 Un cammello?

«È più facile che un cammello passi per la cruna di un ago, che un ricco entri nel regno di Dio» (Mt 19,24). Queste parole hanno sconcertato abba Filippo, benché non fosse la prima volta che le udiva, e benché lui avesse già rinunciato a tutto per vivere nel deserto. Diceva a voce alta, come dialogando col suo angelo custode: “Gesù vuol dire che è praticamente impossibile che un ricco accetti di vivere le beatitudini. Non sarà capace”. In quel mentre passava abba Fiorenzo, lo udì e gli disse: “Sei preoccupato, abba Filippo?”. E questi: “Sto pensando ad alcuni miei amici: non faranno parte del regno di Dio, perché amano le loro ricchezze e ne cercano altre. Le usano per divertirsi e per vantarsi di macchine lussuose”. Abba Fiorenzo si fece serio: “La loro amicizia per te è tentazione, è amicizia menzognera. Tu pregherai perché il Signore conceda loro nausea della vita che vivono. Anzi, perché conceda loro di invidiare la tua gioia e la tua pace. Tu sai che ciò che agli uomini è impossibile, è possibile a Dio: lo ha affermato Gesù stesso. Lui, grazie alla tua preghiera, potrà concedere loro un cuore nuovo, in modo che usino le ricchezze per iniziative d’amore. Prenderanno esempio dalle donne facoltose che seguivano Gesù, e da Zaccheo, che lo ha ospitato”. Abba Filippo iniziò a sperare, e a pregare con fiducia. L’amicizia dei suoi amici poteva essere salvata e diventare vera.

 

206 Colline fiorite

Abba Gregorio si trovò nei pasticci. Un uomo desiderava confessare a lui i propri peccati. Quando furono soli, questi disse: “Abba, chiedo perdono a Dio perché mi compiaccio quando riesco a vedere le colline fiorite e il burrone che le separa”. L’abba rimase di stucco: “Non devi chiedere perdono quando ammiri le bellezze della natura, anzi! Dio manifesta la sua grandezza nella magnificenza della sua creazione”. L’uomo comprese che l’abba non lo aveva capito: “Abba, le colline che mi procurano tentazione sono quelle messe bene in vista dalle donne lasciando scorgere il burrone sotto il loro mento. Chiedo a Dio Padre di perdonarmi, perché, compiacendomi, i miei pensieri vengono disturbati e i miei desideri distorti e offuscati. Ho bisogno dello Spirito del Signore risorto, e della pace che lui ha dato ai discepoli”. L’abba lo assolse da questi e da altri peccati, anche quelli nascosti ai suoi occhi, e poi lo congedò dicendo: “Quando vedi colline fiorite, tieni presente la croce di Gesù, che è morto per tutti e per tutte. E non precipiterai nel burrone!”. Con gioia quell’uomo salutò ringraziando, e si fermò davanti al capitello per aggiustare i suoi pensieri e i suoi desideri.

 

207 Contare

Gli abba uscivano dalla chiesa gioiosi e consolati per le parole divine udite e per il Pane santo che li ha nutriti. Uno dei discepoli, davanti ad abba Felice osservò: “Che significa, abba, la preghiera del salmo: «Insegnaci a contare i nostri giorni» (Sal 90,12)? Di solito contiamo gli anni!”. Udì la domanda abba Silvano: “Gli anni sono lunghi, figlio mio. Il tempo di cui tener conto sono le ore e i giorni”. E poi abba Paolo: “Questa preghiera ci aiuta a render grazie per ogni giorno che passa: lo calcoliamo come dono immeritato”. Visto che ognuno diceva la sua, s’intromise anche abba Timoteo: “Anche il nostro sguardo al futuro viene orientato da questo salmo: ci disponiamo ad offrirci a Gesù per riempire tutto il tempo con la sua Parola, per essere suoi annunciatori, per far vedere al mondo la sua presenza”. Finalmente si fece silenzio, tanto che poté intervenire anche l’interrogato, abba Felice: “Impara a contare i giorni chi tiene conto che oggi potrebbe essere l’ultimo. E così li illumina tutti con lo Spirito Santo, li veste di umiltà, li benedice con la carità, li riempie di misericordia”. Il discepolo fu arricchito oltre il previsto, anzi, si mise a riflettere per aggiungere anche lui qualcosa di suo al salmo così pregno di sapienza. Così ragionava: “I giorni sono come le ciliegie sul vassoio. Ne prendi una, gusti il sapore, ne prendi un’altra, sempre una alla volta. Con letizia, anche se di ognuna sputi l’osso. Ogni giorno è bello, è dono di Dio, anche se ogni giorno t’accorgi di dover chiedere perdono!”. Fece una breve passeggiata da solo, per gustare tutto.

  

208 Vedere

Abba Fiorenzo aveva un discepolo alquanto sbadato. Gli parve importante insegnargli a tener gli occhi aperti come Gesù. Perciò lo interrogò: “Perché è detto che Gesù, «Vedendo le folle, ne sentì compassione» (Mt 9,36)? Perché non si dice invece che, vedendo le folle, gioì per così grande afflusso, e nemmeno che si compiacque per essere ricercato come nessun altro?”. Il discepolo rispose: “È vero abba, Gesù avrebbe potuto compiacersi ed essere contento, come noi quando vediamo che vengono in molti a riempire la cella quando tu istruisci il popolo”. Abba Fiorenzo si rese conto che erano davvero miopi gli occhi del suo discepolo, perciò disse: “Riusciremo anche noi a vedere gli uomini come li vedeva Gesù?”. E il discepolo: “Gesù avrà visto come tutti, o no?”. Allora l’abba: “Non come gli uomini ciechi, ma come il Padre. Egli vedeva che tutti quelli che venivano a lui soffrivano, erano privi di un riferimento sicuro, non conoscevano lo scopo del vivere e del morire, non vedevano il volto buono del Padre che è nei cieli, non si difendevano dalle tentazioni degli spiriti impuri. Gesù non vedeva folle, ma peccatori, vedeva malati, persone prive di gioia e di comunione, persone da distogliere dalla menzogna che circola nel mondo”. Fecero ambedue il segno di croce e si inginocchiarono in silenzio per lasciarsi convertire gli occhi.

  

209 Inferno e diavolo

Abba Fiorenzo rispondeva ad alcune donne. Avevano paura dell’inferno, quello destinato agli altri, e si lamentavano di sentirne parlar poco nei sermoni domenicali. Una di loro disse tutta infervorata: “Nemmeno del diavolo si parla più. Io ho paura di lui, so che lui si mette in tutti gli angoli per assalire le anime e mandarle in perdizione”. L’abba sorrise benevolmente. Non pareva spaventato per nulla, e invece con dolce sicurezza e forte tenerezza confidò come lui affrontava queste terribili problematiche. Raccontò: “So che Gesù mi ama, e godo del suo amore. Con Pietro devo sempre dirgli: «Tu lo sai che io ti voglio bene». Cerco anche di trasformare il mio volergli bene in amore, come lui chiede. Ricordo che un santo abba diceva: «Chi ama Gesù, è già in Paradiso». Chi è in Paradiso non si interessa dell’inferno. L’inferno mette paura a chi non ama, ma chi ama non ha nulla da temere, perché «nell’amore non c’è timore» (1Gv 4,18). Chi vive con Gesù, poi, spaventa il diavolo, non perché fa qualcosa contro di lui, ma perché Gesù stesso presente in lui lo tiene lontano. Non mi interesso più perciò del diavolo né dell’inferno. Se ne interessano quelli che non amano”. Quelle donne non seppero dire altro, anzi, si dimostrarono sconcertate.

  

210 La guarigione

Il discepolo di abba Silvano si lamentava. Gli pareva di non star bene, di non essere al suo posto, di non avere quanto avrebbe desiderato, era insomma sofferente. Che cosa avrebbe potuto fare lui, suo abba, per il giovane? Ogni tentativo rimaneva senza frutto, sia la visita dal medico, sia l’incontro con altri discepoli, sia qualche dono inaspettato. Finalmente l’abba ebbe una luce, che non veniva dalle lamentele del discepolo, ma dalla fiamma di un cero durante la preghiera notturna. Colse l’occasione di una parola di lamento accompagnata da una smorfia eloquente del discepolo per dirgli con dolcezza e forza di verità: “Gesù nel cuore è la guarigione vera”. Il discepolo rimase folgorato. Gesù nel cuore? Gli pareva di averlo, e invece no, lo aveva solo nella mente. Iniziò a tenere Gesù nel cuore, prima a fatica, senza saper come fare, poi sempre più intensamente, accogliendo più seriamente la santa Eucaristia. Senza accorgersi, le lamentele diventavano più deboli, poi più rare, poi sparirono. Iniziò a fiorire il sorriso, poi la riconoscenza, finalmente la lode: “Benedetta la Madre del mio Signore, e benedetto il Frutto del suo grembo, Gesù!”. La gioia invase tutto il deserto come un vento leggero che non si sapeva donde venisse.

  

211 Vitello d’oro

Davanti alla cella di abba Giovanni un uomo ebbe l’ispirazione di bussare. Si aprì la porta, entrò e… bevve il bicchier d’acqua che profumava di amore tenero e vero. Dischiuse poi il suo cuore: “Abba, mi chiedo perché nel mondo ci sia così tanta sofferenza: c’è chi dice che la colpa è di Dio. Anch’io ho qualche dolore e molta sofferenza nella mia casa”. Giovanni lo guardò con amore e provò a rispondere: “Vedi, fratello, noi uomini siamo creature di Dio. Quando gli obbediamo, tutto procede verso un compimento, verso la perfezione della vita nella pace e nella gioia per tutti. Se non obbediamo a Dio significa che seguiamo idoli”. Lo interruppe quell’uomo: “Cosa sono? Sono statuette?”. “No, sono il rovescio di Dio, il rovescio del Padre”. Di nuovo quel signore: “Che cosa vuoi dire?”.Chi segue gli idoli” spiegò l’abba “segue l’istinto, che è egoista. E cerca l’oro per fondere il vitello, cioè la ricchezza per esercitare il potere. Così peccarono gli ebrei nel deserto. La ricchezza ti pare buona, perché ti rende potente, ma quando sei potente schiacci gli altri. Ecco da dove viene la sofferenza nel mondo. Viene dal peccato che si intrufola nelle case e nei cortili, persino nei palazzi, e così chi dovrebbe servire, si diverte a comandare. Il peccato è proprio questo: guardare se stessi invece di vedere il Padre di tutti con il suo amore infinito”. Quell’uomo ringraziò e ricevette col capo chino la benedizione dell’abba.

  

212 Richieste

Abba Domenico desiderava rivolgersi a Gesù come fecero  i due figli di Zebedeo: «Vogliamo che tu faccia per noi quello che ti chiederemo». Aveva varie richieste importanti. Però, dopo aver sentito la risposta di Gesù ai due fratelli, divenne tentennante. Non era più così sicuro delle sue certezze, e diceva a Gesù: “Chiederai anche a me di bere al tuo calice? Era molto amaro. Chiederai anche a me di essere battezzato del tuo battesimo, che fu un battesimo nel sangue? Troppo difficile!”. Queste parole non se ne andavano dalla sua mente e le richieste importanti restavano lì. Udì parole dolci: chi le pronunciava? Gesù in persona sussurrò: “Figlio mio, tu mi hai dato la vita. Ed io godo che sia mia. Ora posso fare di te ciò che voglio io. Sta certo che non voglio il tuo male, ma la salvezza di molti. Le tue richieste le conosco già, e già sono davanti al Padre. Egli deciderà quali realizzare e quali no. Tu godrai dei sì e dei no che riceverai”. Abba Domenico si voltò per vedere chi parlava: non c’era nessuno. Allora capì, e ringraziò Gesù dicendo: “Ora so che mi ami. Eccomi, sono davvero tuo!”. Asciugò una lacrima.

  

213 Magia o fede?

Abba Teofilo venne da abba Cristoforo con una domanda speciale. Dopo il saluto fraterno, disse: “Abba, oggi ero incerto se benedire l’acqua e l’olio e il sale e i lumini, come chiedeva una signora che diceva di adoperare tutte queste cose per la sua casa, per suo marito, per il letto dei suoi figli, per difendersi dai vicini di casa e dai malefici di qualche altra persona. Che cosa avresti fatto tu?”. Abba Cristoforo non si scompose: conosceva queste richieste e sapeva distinguere le manie religiose, che rasentano o includono la magia, dalla fede vera. Chiuse gli occhi per ricevere luce dall’alto, poi rispose: “Fai bene a dubitare e a voler discernere le domande dei fedeli. Tutte le cose benedette sono dono di grazia, e Dio le adopera per la salvezza dei suoi figli. Il mantello di Gesù, il grembiule e i fazzoletti di San Paolo, il sale di Eliseo e l’olio che Samuele teneva nel corno, furono tutti doni preziosi di Dio per i suoi fedeli. Anche quelle che benedici tu, se usate con vera fede, saranno dono del Padre. Se invece venissero usate come un toccasana che non porta a conversione, resterebbero senza frutto, anzi, lascerebbero chi le usa nel paganesimo e farebbero crescere il suo fanatismo”. Come fai a discernere?”, chiese ancora Teofilo. “Cerco di vedere o farmi raccontare in che modo vive chi fa la richiesta. Se la sua vita è in sintonia con le beatitudini del Signore, se cerca di essere testimone di Gesù e se la sua fede è disinteressata, allora benedico tutto con gioia”. Fu soddisfatto abba Teofilo, e tornò alla sua cella rasserenato.

  

214 Fiore

Abba Germano si confidò col discepolo di abba Terenzio. “Sono molto contento. Ho notato un fiore che vedevo tutti i giorni entrando nel giardino del deserto. Oggi mi parve nuovo, come non lo avessi mai visto. E infatti era la prima volta che, invece che con i miei occhi, lo vedevo con queste parole: «Tutto è stato fatto per mezzo di lui». L’ho ammirato come plasmato dalle dita di Gesù, tanto che mi sono messo a cantare un canto di benedizione al Signore”. E il discepolo: “Grazie, abba. Dovrò fare così anch’io. Sarò capace di imparare?”. E Germano riprese: “C’era poi una pietra, la vidi con le parole: «Tutto è stato fatto… in vista di lui». Rimasi sbalordito e mi dissi: Come può essere? Questa pietra mi vuol portare a contemplare Gesù, a godere di lui, della sua stabilità, della sua forza e della gratuità della sua presenza. Le forme e i colori dei fiori riescono a parlarmi di colui che è «il più bello tra i figli dell’uomo»! La durezza e la staticità della pietra fanno crescere la mia fiducia in lui e nella sua Parola! I miei occhi non sono più quelli di prima. Gioisci anche tu con me”. E i due non seppero più parlare, tanto erano colmi di stupore.

  

215 Non più pane

Il discepolo di abba Terenzio incontrò nuovamente abba Germano. Questi volle confidare ancora qualcosa di bello al giovane, che vedeva bisognoso di affinare la sua vita interiore: “Sono stato nella chiesa del nostro deserto. C’era un abba che celebrava la santa Liturgia. Ebbi un sussulto, quando vidi il pane alzato dalle mani segnate dal Crisma benedetto e profumato. Era pane, ma non più pane, infatti da esso uscivano le parole sante e misteriose: «Il mio Corpo»! e ancora: Mangialo, mangialo, è il mio Corpo: sarai guarito da ogni male, sparirà la tua tristezza, sarai perdonato, sarai rinnovato, avrai forza, riceverai vita, guariranno le tue ginocchia e camminerai danzando!”. Il discepolo stupito invidiò l’abba e volle, da quel giorno, essere più attento, non solo durante la Liturgia, ma anche durante la sua preghiera.

  

216 Pane che parla

Il discepolo di abba Terenzio si mise a percorrere la stessa strada del giorno precedente, desideroso di incontrare ancora abba Germano. Infatti, fu accontentato. Questa volta l’abba gli rivelò: “Figliolo mio, da quando vidi il Pane alzato che mi parlava, i miei occhi non sono più gli stessi, non vedono nulla più come prima. Mi pare di essere guarito da una profonda cecità. Guardo un filo d’erba, un albero, una pietra, un fiore, incontro un uomo, un bambino, una famiglia, inciampo in un sasso, e i miei occhi cosa vedono? Sempre un pezzetto di paradiso. Sì, il paradiso è nel mio cuore, da quando ho ascoltato il Pane santo che era cielo e terra insieme, dono del Dio amore fatto uomo. Il paradiso non l’aspetto più, è già qui, dove cammino, dove lavoro, dove fatico, dove canto, dove ascolto una voce, e persino dove dormo: l’ho mangiato!”. Lo stupore dell’attento discepolo non era più meravigliato. Dentro di sé cominciava a cantare, persino senza accorgersi: “Alleluia!”.

  

217 Occhi aperti

La settimana seguente, ecco un nuovo incontro imprevisto ma provvidenziale di abba Germano con il discepolo di abba Terenzio. Questa volta fu il discepolo a chiedere: “Che cos’hai visto oggi, abba? I tuoi occhi sono aperti alle cose di Dio”. Al che fu felice l’abba di dire: “Sì, ho visto una nuvola. Nascosto nella nuvola sorrideva il mio Dio, il Padre del Signore nostro Gesù Cristo. Quella nuvola divenne preziosa per me, perché mi nascondeva, anzi, mi rivelava il mio Amore amante e amato”. E il discepolo: “Una nuvola? Strano, stranissimo”. E l’abba: “Non è strano per nulla. Mosè entrò nella nube per parlare con Dio. Gesù stesso fu avvolto da una nuvola sul santo monte, quando si udì la voce che diceva: «Questi è il Figlio mio prediletto: ascoltatelo». E ancora una nube nascose agli occhi degli apostoli Gesù sul monte degli ulivi mentre saliva in alto. Quando vedo una nube so che là può essere presente il mio Signore, che desidera sempre parlarmi e dirmi che non si dimentica di me e di noi tutti”. Il discepolo alzò lo sguardo e cominciò a cercare anche lui la nube per immergersi in essa e in essa aprire occhi e orecchie per vedere e udire le cose meravigliose del paradiso.

  

218 La tastiera

Abba Germano confidò ancora ai discepoli che si sono riuniti attorno a lui: “Oggi ho visto muoversi le dita su una tastiera, e i miei orecchi udivano suoni dolci e gravi, lenti e veloci, uniti in un’armonia e in una melodia che dava gioia e pace, leggerezza e soavità. Dita benedette e sante. Ho provato anch’io con le mie dita a fare altrettanto, ma ahimè, dovetti smettere subito. Non erano i suoni, non erano le dita, ma io non ero capace di muoverle abbassandole e alzandole in modo da rallegrare l’udito. Allora compresi che non basta avere le dita. E così ho compreso che non basta saper leggere perché il Libro doni Sapienza, e non è sufficiente correre alla chiesa per pregare, non è sufficiente dire belle parole a Dio per rallegrarlo, non è sufficiente dire di amare per consolare un sofferente. È necessaria esercizio prolungato, fatica perseverante, amore in tutto quel che si fa”. I discepoli ascoltavano, e, sgranando gli occhi, rimanevano sbalorditi. L’abba disse ancora: “La vita è un dono, e usarla con frutto è fatica. Gesù ha fatto questa fatica, e sta portando frutto in tutto il mondo”. Bastava così per quel giorno!

  

219 Ciechi

Alcuni giovani vollero infastidire abba Gregorio. Lo fermarono al suo ritorno dalla Liturgia, prima che entrasse nella cella. Uno di loro, con fare sornione, ironizzò: “Sei soddisfatto, abba? Hai fatto un bel sermone? Che hai detto a quelle vecchiette che ti leccano i piedi?”. L’abba avrebbe voluto rispondere per le rime, ma poi ricordò la pazienza e la misericordia di Gesù: “Volete che vi ripeta qualcosa?”. Un altro, pronto, esclamò: “Sì, sarei curioso di sapere”. Allora Gregorio ebbe una felice ispirazione: “Lo rimproveravano perché tacesse”. Attese la loro reazione, che non si fece attendere. “Chi è colui che doveva tacere e chi erano quelli che lo rimproveravano?”. Allora l’abba: “Era un mendicante, perché cieco. Mendicava spiccioli per vivere, ma mendicava anche l’amore di qualcuno che lo accompagnasse, e le attenzioni di chi gli lavasse gli indumenti e di chi ascoltasse le sue piccole e grandi pene, soprattutto quelle causate da chi lo derideva”. Non si sono accorti che parlava di loro. Continuò: “Avrebbe mendicato anche luce, ma quella nessuno gliela dava”. “E chi è che lo faceva tacere?”, chiesero in coro. “Erano ragazzi come voi. Ma lui gridava per farsi sentire da uno di cui aveva saputo che aveva la luce, anzi, era la luce”. Tacevano. “Voi siete ciechi come quello, ma voi siete anche muti. Non gridate come lui. Se volete vi presento colui che il cieco voleva incontrare, ma dovete venire con desiderio. Vi aspetto alle quattro del pomeriggio”. Si guardarono: verranno? Sì, quasi tutti.

  

220 Ritorno

Non li aspettava, abba Gregorio, e invece quei giovani vennero, ed egli si rallegrò. Anche il cieco di cui aveva parlato loro, Bartimeo, non attese che Gesù andasse da lui. Infatti «Gesù si fermò». Gesù volle che il cieco facesse la fatica di farsi accompagnare e di venire. Egli venne e, grazie alla fede espressa di nuovo pubblicamente, aprì gli occhi. Questi giovani apriranno gli occhi? Gregorio li salutò, e poi: “Mantengo la mia promessa. Il cieco che gridava ha incontrato un uomo povero, Gesù di Nazaret. Era incamminato verso Gerusalemme, dove lo attendeva la croce. Si fermò ad ascoltare il mendicante che chiedeva pietà. Questi desiderava la luce che nessuno, nemmeno il suo benefattore più generoso, avrebbe potuto dargli. La domandò esplicitamente a quel Gesù, che stava incontrando per la prima volta e che sapeva essere di stirpe regale, di regalità divina. E Gesù non fu avaro. «Va’, la tua fede ti ha salvato», gli disse, e il cieco rimase abbagliato dalla luce del volto di Gesù. Non vide altro, tanto che decise di non andarsene, ma di seguire quell’uomo che diceva di recarsi là dove i grandi lo avrebbero deriso, condannato e ucciso. Ormai quel Gesù era diventato la sua vita, per cui valeva la pena anche morire”. I giovani ascoltarono, e ascoltarono anche il seguito. Non si aspettavano di sentir parlare di sofferenza e morte, ma il linguaggio della croce è più convincente di ogni altro, come del resto ebbe a scoprire Paolo di Tarso. Dissero ad abba Gregorio: “Possiamo venire ancora?”. Per Gregorio non fu un nuovo lavoro, ma una nuova gioia.

  

221 Da te si allontana

Abba Serafino s’immergeva così bene nella recita dei salmi, che rischiava di impararli a memoria. Sapeva che sono Parola di Dio, e quindi che non ci può essere preghiera migliore. Essa non è solo compresa dal Padre, ma anche a lui gradita, perché viene dal suo Spirito. Qualche volta si fermava a riflettere, infatti non sempre comprendeva tutte le frasi e il loro significato spirituale. Un giorno incontrò abba Gregorio e si confidò con lui. Gli disse: “Dimmi, abba. Che significa: «Ecco, si perderà chi da te si allontana» (Sal 73,27)?”. Abba Gregorio non si fece ripetere due volte la domanda, e con gioia rispose: “«Senza di me non potete far nulla». «Se il tralcio non rimane unito alla vite, si secca, viene gettato nel fuoco e lo bruciano». La pecora che scappa dal pastore, si ritrova smarrita e obbliga il pastore a lasciare le altre sui monti per andare a cercarla con fatica e pericolo. Il lupo che trova la pecora senza pastore, la rapisce e la sbrana. Rimanere in Gesù, con lui, non è solo salvezza per noi, bensì anche frutto generoso per tutti gli altri, infatti dice egli stesso: «Chi rimane in me porta molto frutto»”. Fu soddisfatto abba Serafino, ringraziò e continuò lungo il suo cammino a ripetere quei salmi che aveva trattenuto nella memoria.

  

222 Peccato mortale

Amma Rosetta stava passeggiando alla brezza della sera. L’avvicinò una signora con volto serio. Le disse: “Amma, come mai nessuno dice più che non frequentare l’Eucaristia di domenica è peccato mortale? Ti sei accorta anche tu che le chiese non si riempiono più!”. L’amma rimase in silenzio un attimo, poi disse la sua riflessione. “È vero quello che dici. Anch’io ho questa domanda. Ma ho compreso che l’aver ripetuto per secoli che è peccato mortale, non è stato d’aiuto. Avremmo fatto un bel lavoro se per secoli avessimo detto invece i benefici della Messa domenicale”. Il volto della signora divenne un punto interrogativo. Allora l’amma: “Sì, la paura non attira nessuno. Coloro che sanno che durante la santa Liturgia sono avvolti dallo Spirito Santo, chi si accorge di venir riempito di grazia e di celestiale fortezza, chi comprende che la propria presenza è sostegno alla fede di molti, soprattutto dei piccoli, questi vi si reca con gioia e affronta anche difficoltà serie e distanze chilometriche. Il movente dev’essere l’amore”. Avrebbe voluto dire molte altre cose l’amma, ma la signora rimaneva fissata sul peccato mortale. Le ripeté il proverbio: “Il cavallo viene attirato più dalla biada che spinto dalla frusta. E poi… quando una persona ama Gesù, ha quest’amore che lo spinge, lo attira, lo anima. Chi ama Gesù, non solo la domenica, ma anche ogni altro giorno possibile corre per incontrarlo, ascoltarlo, farsi accarezzare da lui, mangiarlo. E anche per incontrare e incoraggiare i suoi fratelli”. Parlarono ancora a lungo, e il peccato mortale cedette il posto a Gesù.

  

223 Città e villaggi

Gesù «Percorreva città e villaggi», per annunciare il regno dei cieli incontrando malati e infermi. Abba Paolo meditava tra sé: “Le città e i villaggi, che cosa sono?”. Confidò ad abba Gregorio il suo pensiero. L’abba, amico di Dio, lo aiutò: “Città e villaggi sono i luoghi abitati dagli uomini, tutti peccatori, spesso idolatri, ripiegati su di sé. Città e villaggi sono quindi i luoghi della sofferenza e dell’inquietudine, luoghi della paura dove s’intrufola e si moltiplica il peccato. Gesù, che ha la misericordia del Padre da distribuire, ‘deve’ entrare nelle città e nei villaggi. Là sono ammassate le miserie umane. Là c’è bisogno di salvezza, di ogni tipo di salvezza”. Abba Paolo fu illuminato dallo Spirito Santo: “Allora «città e villaggi» sono anche il nostro deserto. Qui Gesù è venuto, ha visto e incontrato, ha guarito e perdonato, ha salvato e risollevato. Deve però venire ancora, perché io sono ancora peccatore. «Vieni, Signore Gesù»”. Abba Gregorio ripeté sottovoce questa breve preghiera, ricordando: “È la preghiera che sigilla tutte le Scritture, la preghiera della Chiesa Sposa che invoca la presenza dello Sposo. Lo invoca perché senza di lui non ci sarebbe vita, senza di lui sarebbe assente l’amore”. La ripeterono insieme, tre volte.

  

224 Benedizione

Abba Giuseppe fu avvicinato da un uomo semplice, un contadino del deserto. L’abba gli disse: “Perché ogni volta che mi incontri mi chiedi la benedizione?”. Quell’uomo povero rispose con pace e con gioia: “Tu sei un ministro di Gesù, il mio Signore!”. E l’abba: “È vero, e con questo?”. “Donandomi la benedizione tu invochi su di me il Nome del Signore, quel Nome che è stato pronunciato da Maria e da Giuseppe, e anche dal cieco e dal ladrone in croce. Quando il suo Nome si posa su di me, e il suono di quel Nome mi entra negli orecchi, io ricevo forza per perseverare nel mio compito e per offrire la fatica del mio lavoro. E inoltre tu fai su di me il segno della croce: essa diventa sostegno della mia speranza e della mia carità. Ogni volta che mi benedici ricevo sollievo, come se iniziasse una vita nuova per me”. Questa risposta rallegrò abba Giuseppe, che si sentì aiutato a rinverdire la propria fede, ricevette gioia e fiducia nella propria preghiera, e anche coraggio nell’esercitare il ministero.

  

225 Paura

Gesù, parlò varie volte della paura. Amma Maria Rosa ebbe l’ispirazione di parlarne con amma Michela: “Perché Gesù esorta i suoi discepoli a non avere paura? La paura è una reazione normale per gli uomini”. Michela ascoltava e leggeva volentieri i santi vangeli e tutte le Scritture. Rispose: “Non solo Gesù raccomanda di non avere paura. Molte volte i profeti e tutti gli Scritti sacri esortano a prendere sul serio la presenza e l’amore di Dio, nostro alleato; l’avere paura significherebbe diffidare di lui e non tener conto della sua alleanza. Quest’esortazione è scritta tante volte quanti sono i giorni dell’anno”. Amma Maria Rosa replicò: “Allora, se capisco bene, si tratta di vivere la nostra fede”. “Proprio così”, continuò amma Michela: “Chi ha paura dimentica in tasca o nel cassetto la propria fede, come dimenticasse la chiave di casa: non sa più dove andare”. E poi aggiunse: “A Gesù preme anche la salute dei suoi discepoli. Egli sa che la paura genera malattie sia fisiche che, più spesso ancora, psichiche. Chi ha paura infatti non s’abbandona alle braccia del Padre, e comincia a vivere di nuovo la vita senza Dio, come quand’era pagano. E allora sono guai”. Tutt’e due le amma si abbracciarono e poi cantarono insieme: “Tu sei il mio pastore, non manco di nulla. Anche se vado per una valle oscura, non temo alcun male, perché tu sei con me” (Sal 23).

  

226 Lontano

Abba Timoteo stava leggendo il Vangelo e improvvisamente si fermò e ripeté ad alta voce le parole: “Vedendo che egli aveva risposto saggiamente, Gesù gli disse: «Non sei lontano dal regno di Dio»”.Che cos’hai notato di particolare?”, gli chiese un discepolo. “Ho notato la saggezza dello scriba e il termine usato da Gesù: «non sei lontano dal regno». E il discepolo: “La risposta dello scriba riferiva i comandamenti dell’amore. Chi conosce questi comandamenti, che sono sapienza divina, dovrebbe già essere nel Regno dei cieli”. “E invece no”, esclamò l’abba: “La beatitudine non sta nel conoscere. Chi è che arriva al regno di Dio? Colui che vive l’amore con il Figlio di Dio, con Gesù e come Gesù”. E aggiunse: “Ammiro la delicatezza di Gesù, che non volle ferire lo scriba. Non gli disse infatti che non è ancora arrivato, ma che non è lontano, come dire sei già sulla buona strada. Gli basterebbe accogliere Gesù non solo come Maestro, ma anche come Signore”. Il discepolo mormorò: “Nemmeno io sono lontano, ma ho ancora un po’ di strada da fare. Gesù, battezzami nel tuo Spirito!”.

   

227 Santi e Sante

Abba Fiorenzo amava i santi di Dio. Li amava tutti, in particolare quelli circondati dalla luce osservata da tutta la Chiesa. Chiamava per nome quelli che conosceva, uno ad uno, con un amore che li convinceva ad ascoltarlo. “Avvicinatevi tutti” diceva, “avvicinatevi a tutti i fedeli di Gesù”. In particolare essi godevano e si radunavano quando, ubbidendo alle parole pronunciate dall’abba, il Corpo di Cristo e il suo Sangue facevano diventare Cielo l’altare su cui l’abba li posava. Pareva che l’abba li vedesse tutti quei santi: “Siete qui, voi, amici di Gesù! Siete qui con me, ma io vi mando là, in quella casa, vi mando là al parco giochi dei bambini, e là dove sono riuniti gli uomini che si dimenticano di venire ad adorare e ascoltare il vostro Signore. Santi e sante, grazie che non vi dimenticate di noi. Noi abbiamo qui il Corpo di Cristo, più reale di quello che vedete voi in Cielo, perciò venite, accorrete, c’è il posto per voi”. I Santi ubbidivano, e si mettevano in fila attorno all’altare, si inginocchiavano, curvavano il capo e lo sollevavano alzando mani e braccia come in una danza felice. Gesù riceveva onore dalla loro gioia. A tutti gli uomini e le donne presenti pareva che l’abba li guardasse, mentre essi vedevano soltanto, sul suo volto, il riflesso del loro splendore.

  

228 Addormentati

Il discepolo di abba Fortunato si recò là dove erano stati deposti gli abba nell’attesa del giorno della risurrezione. Tornando gli disse: “Il luogo della sepoltura dei nostri abba mi attrae. Ci vado volentieri. Mi sono chiesto il perché di questa attrazione”. Fortunato lì per lì non seppe rispondere. Verso sera gli disse: “Figlio mio, dei nostri abba diciamo che «si sono addormentati», come è scritto dei patriarchi nelle Sacre Scritture. Se si sono addormentati significa che sono ancora presenti: non parlano come prima, non odono come noi, non vedono con gli occhi morti, ma ci sono lì con una presenza che solo Dio nostro Padre conosce, e la vivifica. La fede che hanno vissuto, l’amore che li ha animati, la speranza che li ha sostenuti, in modo a noi misterioso trasmettono anche a te vita e pace e sollievo. Per questo quel luogo ti attrae”. Il discepolo ringraziò, e chiese ancora: “Perché chi ci comunica la morte di qualcuno dice che «è mancato»?”. L’abba gli rispose: “Nel mondo i credenti cercano di tenere nascosta la nostra fede santissima, trovando espressioni che non disturbino la «fede atea» di altri. Noi cercheremo di usare parole che diano gioia a Gesù, che ci ascolta sempre, per farlo conoscere come il Risorto”. Il discepolo ringraziò, e continuò ad affidare al Padre gli abba addormentati e «riuniti ai loro padri».

  

229 Maledizioni

Quando arrivò da amma Serena era piuttosto ansiosa. Riuscì a dire: “Amma, sai cosa mi succede? Non riesco più a dormire e mi va male tutto, il lavoro non rende, e mio marito non mi ama quasi più. Mi hanno detto che mia suocera mi ha fatto una fattura: vuole che io muoia. Puoi pregare tu per lei?”. “No, io prego per te”, rispose l’amma. Al che la signora: “Perché? Non mi credi? È lei che mi vuol male, perciò ha bisogno di un castigo da parte di Dio”. Amma Serena accompagnò la signora dove le attendeva una sedia ciascuna. “Che la fattura sia stata fatta o no, non importa. Importante è che tu non permetta a maledizioni, fatture e malefici di attecchire nella tua anima e nel tuo corpo”. La signora: “Che vuoi dire, amma?”. “Voglio dire che sei tu che ti devi convertire. Le maledizioni, quando vengono pronunciate, e i malefici, quando fossero effettuati, ti fanno del male perché nel tuo cuore non c’è nessuno che li possa rendere innocui”, rispose l’amma. E quella: “Non ti capisco, amma”. Se nel tuo cuore ci fosse Gesù, «il più forte», se nei tuoi pensieri ci fosse la sua Parola, se sulle tue labbra fiorisse la preghiera del suo Nome, non avresti paura, e nessun maleficio attecchirebbe. Se vuoi cavartela, ti convertirai tu. Tu amerai tua suocera; amarla, capisci? Forse non è vero che ha fatto fare fatture: te l’ha detto chi ci vuol guadagnare. Ma anche fosse, è con l’amore che permetti a Gesù di vincere il male dentro e fuori di te. Comincerai tu ad accogliere seriamente Gesù”. L’amma aveva finito di per sé, ma dovette ripetere varie volte l’insegnamento: credere alla maldicenza è più facile, anche perché fa ritenere che siano gli altri i colpevoli da convertire.

  

230 Vestiti

Abba Paolo desiderava comprendere la Parola di Dio. Quando lesse le parole di Gesù riguardo al vestito vecchio e nuovo, si fermò. “Perché il Signore fa ricorso a questo esempio?”, si disse. Lesse e rilesse tutto il brano. Finalmente Gesù stesso intervenne: “Vedi, il vestito è ciò che hai scelto di far vedere all’esterno. Chi ti guarda, vede il vestito, che rispecchia quel che tu sei, il tuo stile di vita. Vestito vecchio è ciò che rivela la tua vita prima del mio arrivo nel tuo cuore. Eri tutto attento a osservare regole, a evitare peccati e tutto ciò che non poteva essermi gradito. Con quel vestito potevi dire: Dio è contento di me, oppure: Dio mi castiga, e avevi paura. E giudicavi gli altri perché li ritenevi peggiori di te”. Abba Paolo si guardò attorno. Era solo. Dunque Gesù stesso gli parlava. “Vestito nuovo sono i tuoi nuovi modi di vivere da quando mi hai conosciuto e mi hai accolto. Adesso non hai tempo per pensare ai peccati, perché pensi a me, ti occupi della mia parola, la trovi interessante, bella e preziosa; la custodisci nel cuore e nella mente. Addirittura cerchi qualcuno con cui parlarne, e parli in modo da farmi conoscere. Inoltre ti rechi volentieri nella chiesa e ascolti con attenzione l’abba che spiega il mio Vangelo. Sai di essere sempre peccatore, perciò vieni anche a chiedermi perdono senza paura. Inoltre, non pensi nemmeno di continuare come prima, aggiungendo qualcosa alle abitudini precedenti. Quello che indossi adesso è un vestito proprio nuovo. Infatti, non riesci a giudicare nessuno, perché comunque sai che io sono morto per lui”. Abba Paolo gioì. Comprese anche le parole del suo patrono San Paolo: “Spogliatevi dell’uomo vecchio e rivestitevi di Cristo Gesù”.

  

231 Otri

Abba Paolo volle comprendere anche l’accenno di Gesù agli otri. Non sapeva cosa fossero. Lo chiese ad abba Cristoforo, che disse: “Sono recipienti, grandi sacchi di pelle di capra, cuciti tanto bene, che possono contenere anche acqua o latte o vino”. Paolo lo ringraziò e continuò la sua meditazione. Intervenne ancora il Signore stesso: “La pelle dell’otre vecchio è rinsecchita. Puoi metterci solo il vino vecchio, che non si gonfia più. Vino vecchio è una vita con regole precise, osservanze che non vanno oltre una certa misura: comportamento tipico di chi vive con i paraocchi, disposto a divenire persino fanatico. Così erano i farisei che si ritenevano a posto”. “E l’otre nuovo?” pensò abba Paolo. “La pelle dell’otre nuovo è fresca, elastica, si può dilatare. Potresti metterci persino il mosto che, per diventare vino nuovo, ha bisogno di fermentare, e quindi si gonfia. Se vivi con me, non hai regole precise, perché l’unica regola sono io e il mio amore; ascolterai me. Chi ama inventa sempre qualcosa di nuovo. Infatti, a chi ama le regole stanno strette. Chi incontra me non è mai fermo: cerca persone da amare, e nuovi modi di spargere amore. Egli vive la vita di Dio, che è amare, sempre e soltanto amore. Se invece volessi vivere con me mantenendo le regole del passato, ti troverai a disagio, ti stuferai e mi abbandonerai. L’otre vecchio si spacca”. Abba Paolo rimase stupito, rinnovò la sua adesione al Signore Gesù, e cominciò ad accettare i cambiamenti imprevisti nei programmi delle giornate, per farsi guidare dall’amore a Gesù e non dalle regole.

  

232 Peccatore?

Abba Fiorenzo stava sistemando le scope e gli stracci nell’armadio. Per non perdere tempo prezioso, continuava a ruminare una pagina del Vangelo (Lc 7,36-50). Tra sé e sé ripassava le varie scene e diceva: “Simone, tu giudichi la donna per i suoi peccati. Sei davvero un bravo giudice. Ti permetti di giudicare anche colui che lei tocca; lei lo fa per dargli segni di amore puro, purissimo. Gli asciuga i piedi con i capelli, dopo averli bagnati con le proprie lacrime. E, se non bastasse, li bacia con la sua bocca. Vorresti cacciar via quella donna? Chi rimarrebbe per amare il Signore?”. Chiude l’armadio e s’avvia all’uscita. “Simone, rimanderesti quella donna sul marciapiede? La rimetteresti in balia degli uomini che saprebbero solo sfruttarne il corpo comprandolo per un momento?”. Fiorenzo si sedette, stanco dopo il lavoro. “E tu, Gesù, che cos’hai detto? Ah sì, hai detto: Questa donna, che sta trafficando intorno ai miei piedi, mi vuol bene. La giudico anch’io, ma di lei giudico l’amore. Non la riconsegno agli uomini, è degna del Paradiso. La consegno al Padre mio, che le darà un premio perché nel suo cuore c’è un tesoro. Ci sei ancora, Simone? Tu hai amato poco: che facciamo con te? Non ti sei ancora accorto di me? Perché mi hai invitato a pranzo? Solo perché ho fame? Non perché io sia il tuo Signore? Non perché io possa perdonare anche te? Delitti non ne hai commessi, è vero, ma sei peccatore peggiore dei peccatori, perché sei senza un Salvatore”. Abba Fiorenzo iniziava a versare lacrime. Anch’egli si sapeva peccatore e desiderava ardentemente: “Vieni, Signore Gesù, vieni tu a giudicarmi”.

  

233 Una sola volta

Amma Filomena tornava in fretta dalla festa del suo Signore risorto. Voleva raggiungere la cella per continuare a lodare e ringraziare d’aver potuto mangiare la Vita eterna. Si fermò attenta e contenta, quando la raggiunse la voce di una ragazza che le correva dietro: “Amma, amma, fermati. Dimmi una cosa. Oggi il lettore ha proclamato queste parole: «Per gli uomini è stabilito che muoiano una sola volta» (Eb 9,27), mentre alcune mie amiche mi dicono che ci reincarneremo, anzi, che anche questa nostra vita è la reincarnazione di qualcun altro. Io avrei vissuto delle vite precedenti che condizionano anche questa vita, e questa prepara quelle future”. Amma Filomena si fermò e guardò la ragazza con tenerezza: “La vita che tu vivi adesso è nelle mani del Signore. Tu consegnerai a lui i minuti e le ore di questa vita. Nella vita di oggi tu accogli l’amore del tuo Dio e Padre, e ora condividi con Gesù la croce e la gloria. Le altre vite sono fantasia: se arrivassero davvero, sarai preparata ad offrire anche quelle al tuo Signore Gesù? Egli è morto sulla croce per te solo una volta, e solo una volta per te è risorto”. La ragazza ringraziò per la risposta, e iniziò a offrirsi a Gesù. Iniziò una conversione che le servirà, non per una o due o tre vite future, ma per l’eternità!

  

234 Genitori sofferenti

Due genitori vennero in cerca di amma Miriam. Avevano un peso sul cuore che non riuscivano a portare più da soli. “Amma, nostro figlio ha deciso di convivere con la sua fidanzata. A noi spiace moltissimo e soffriamo, perché non cercano la benedizione del Signore. Siamo certi che vivranno una vita priva della forza di amare e priva della gioia, che sono frutto solo dello Spirito Santo. Come potremo comportarci con loro? Non condividiamo questa loro decisione. Temiamo di non essere capaci di entrare nella loro abitazione. Che cosa dici tu, amma?”. Amma Miriam si raccolse in preghiera. Quando finalmente aprì la bocca, disse: “Capisco la vostra sofferenza. È santa, è una spada nella vostra anima. Anche a me questa notizia provoca dolore. La vostra domanda «come potremo comportarci?» non ha risposta. Lo chiederete di volta in volta allo Spirito Santo”. Si guardarono i due genitori, ma l’amma riprese: “Considererete vostro figlio come un estraneo. Se nella sua casa, al posto di lui ci fossero due induisti, andreste da loro casomai ne avessero bisogno?”. “Certamente che sì, e li aiuteremmo”, risposero i due sposi. L’amma aggiunse: “Così aiuterete anche vostro figlio e la sua ragazza. Chissà che, grazie al vostro amore disinteressato e al vostro dolore offerto a Dio, non arrivi la luce e la pace nella loro casa, e tra vent’anni cerchino la benedizione del Signore Gesù e della sua Madre santissima!”. I due sposi sorrisero e pregarono in silenzio.

  

235 Umile Serva

Amma Gabriella si recò nel luogo dove era esposta l’icona della Madre di Dio chiamata “Umile Serva”. Pregò lungo tutto il tragitto, chiedendo la grazia di diventare umile come avrebbe desiderato Gesù. Da qualche giorno infatti si era accorta, parlando con alcune donne, che in lei era ancora viva la radice dell’orgoglio. Le veniva spontaneo parlare di se stessa, e, parlando di sé, di vantarsi, di desiderare che gli altri le fossero riconoscenti, che la lodassero e raccontassero i suoi meriti. Da molti, molti anni era così. Come mai solo ora se n’è accorta? Quando arrivò davanti all’icona, ecco, anche amma Paola venerava la Madre di Dio con il bambino sorridente. “Benvenuta, amma Gabriella. Anche tu vuoi imparare l’umiltà?”, le dice sottovoce. “Sì” rispose Gabriella, “chiedi anche tu all’Umile Serva che io guarisca. Il mio male è profondo ed è rimasto nascosto a me stessa. E forse le radici più grosse sono ancora segrete”. Se vuoi guarire”, confida amma Paola, “non parlare di te stessa, ammira i doni che Dio ha seminato negli altri, e per te cerca le umiliazioni: questo non piace al diavolo. È lui l’orgoglioso e il superbo: se ne andrà via e starà lontano da te”. La Madre di Dio godeva di queste due amma e poteva cominciare a considerarle sue figlie.

  

236 Dallo schermo

Alcuni giovani vennero dal mondo a far visita agli abba: per alcuni giorni li aiutavano nel lavoro e con loro recitavano i salmi, anzi, imparavano persino a cantarli. Arrivò il giorno del Signore. Uno degli abba disse a tutti: “Oggi Gesù è risorto: andiamo tutti a nutrirci della Parola e del Pane!”. Si alzarono, ma due dei giovani, rimasti seduti, dissero: “Noi siamo abituati a vedere e ascoltare tutto dallo schermo”. Abba Felice volle aiutarli: “Siete abituati cioè a ricevere senza donare? Non sapete che chi riceve senza donare è senza vita come il Mar Morto?”. Non capirono quei due, ma abba Felice uscì. Mentre indossava il cappuccio, intervenne abba Timoteo: “Se state qui davanti allo schermo udrete qualche bella parola, godrete di ciò che fanno gli altri, ma voi non riceverete Spirito Santo. Quando noi torneremo vi troveremo vuoti e pigri, come adesso. E per di più non avrete donato nulla agli altri fedeli: non avrete dato sostegno alla loro fede, né alimentato l’amore della Chiesa, e nessuno di voi avrà ricevuto gioia da ciò che Dio ha operato; vi sentirete quasi inutili, forse dannosi, perché di certo qualcuno si scandalizzerà per la vostra assenza”. I due si guardarono, non dissero nulla, misero le scarpe e raggiunsero gli altri già in strada. Quel giorno Gesù poté gioire.

  

237 Cronico

Lo sapevano gli abba che esistono malattie croniche da cui è difficile guarire. “La mia malattia è cronica, abba”, disse abba Silvano ad abba Fulgenzio, che lo ascoltava incuriosito. “Mi dispiace”, gli rispose questi, “farai diventare cronica anche la tua pazienza, e la tua offerta generosa al Padre? Anche le piaghe di Gesù sono croniche”. “Che vuoi dire, abba?” chiese stupito Silvano. “Vedi, le piaghe dei chiodi di Gesù e quella della lancia sono ancora aperte, si sono cronicizzate sul corpo glorioso del Signore. Egli le mostrò dopo otto giorni a Tommaso, e le mostra ancora oggi anche a te”. Rimasero a bocca chiusa tutt’e due per mezz’ora, come si fa in cielo. Poi abba Silvano: “Non mi lamenterò più delle mie malattie. Farò diventare cronica la gioia di appartenere a Gesù!”. Cantarono insieme il più bell’alleluia che avessero udito i cori degli angeli.

  

238 È mio amico

Una signora del villaggio venne da amma Filotea per farle conoscere il suo bambino. Questa ringraziò la donna e chiese al bambino: “Senti, amico mio, tu che sei figlio di Dio, vuoi bene a Gesù?”. E il bambino con un sorriso splendente e occhi gioiosi: “Si, amma, è mio amico”. L’amma sorrise, guardò la madre e poi disse al piccolo: “I tuoi compagni non sono tutti come te. Cerca di stare vicino a quello più cattivo, perché vicino a te conoscerà Gesù, cambierà e diventerà buono”. La mamma fremette, e disse all’amma: “Io gli ho sempre raccomandato di evitare l’amicizia di certi compagni che bestemmiano e mentono”. E l’amma: “Tuo figlio ha Gesù nel cuore, e Gesù cerca i peccatori per stare con loro, così che possano convertirsi. Incoraggia tuo figlio ad essere missionario. La Madre di Dio lo proteggerà e lo guiderà”. Il bambino si mise a saltellare tutto contento: ha saputo che Gesù aveva fiducia di lui, come un amico vero.

  

239 Bambino consolatore

Mamma e figlioletto stavano davanti all’icona della Madre di Dio detta «Consolazione dei miseri». Quand’ecco arriva vicino a loro amma Teresa, anche lei in preghiera. Dopo un po’ il bambino chiede: “Mamma, noi abbiamo finito le dieci Ave Maria. Hanno finito di flagellare Gesù? Io le dicevo in fretta perché i soldati finissero prima”. Sorrise amma Teresa, vide l’amore di Gesù avvolgere il piccolo e gli disse: “Sì, i soldati hanno finito, ma ora preparano la corona di spine da mettergli sul capo, e intanto lo deridono e gli sputano in faccia. Ma quando tu preghi, Gesù ha una gioia grande nel cuore e sopporta più facilmente quel dolore”. “Mamma, continuiamo a pregare finchè Gesù sarà solo contento”. E continuarono senza fatica, anzi, con un amore che pervadeva tutte le ossa di madre e figlio, tanto da unirli per farli diventare un cuor solo. Maria «Consolazione dei miseri» oggi è lei stessa consolata.

  

240 Sole e luna

«Il sole si oscurerà, la luna non darà più la sua luce, le stelle cadranno dal cielo e le potenze che sono nei cieli saranno sconvolte» (Mc 13,24). Tutte le amma avevano ascoltato queste parole, ma non sapevano che erano importanti anche per loro. Una di esse si azzardò a dire: “Queste parole spaventano. Non si potrebbe fare a meno di leggerle?”. Amma Margherita, sorpresa e spiaciuta, disse: “No, sorella, sono Parola di Gesù. Noi abbiamo difficoltà a comprenderla, ma lui vuole dirci qualcosa di importante”. Amma Sofia intervenne: “Ho sentito da un abba che sole, luna e stelle erano venerati come idoli dal mondo. Ciò che il mondo ritiene importante non dà luce alla nostra vita. Quando arriva Gesù ce ne accorgiamo”. Amma Margherita disse: “Grazie, amma Sofia. È vero. Quando una persona comincia a conoscere, ad ascoltare e amare Gesù, si accorge che tutto ciò che il mondo ritiene necessario è spesso inutile, e talora anche dannoso. Sono così anche «le potenze che sono nei cieli», opinioni o ideologie sparse su tutta la terra: Gesù, con la sua croce, le sconvolge”. Tutte le amma si rallegrarono.

  

241 Luce dall’alto

Una signora con le lacrime agli occhi così si è espressa ad amma Loretta: “Amma, mio marito è strano. Me ne sono accorta da un po’ di tempo, ma oggi ho scoperto perché: è diventato buddista. Che cosa devo fare?”. L’amma, lì per lì, non seppe cosa dire, e allora si mise a pregare, com’è consuetudine per le amma e gli abba nel deserto. La luce infatti deve venire dall’alto, dall’alto della croce di Gesù. Poi le disse: “Tuo marito ti fa vivere in mezzo al mondo nemico di Dio Padre e Figlio. Vuole allontanare dalla tua casa lo Spirito Santo”. “Sì, amma, non sento più comunione con lui, è come fosse un estraneo, anzi, peggio, un nemico che mi perseguita”. L’amma capì benissimo, perché anche lei prima di cercare il deserto aveva frequentato ambienti simili a quello. “Tu, figlia di Dio, vivi nel cuore l’amicizia di Gesù. Darai a tuo marito l’amore che Gesù offriva ai peccatori, quando sedeva a tavola con loro. Offrirai le sue offese e le sue impazienze come fossero espressione di una malattia. Infatti è grave malattia la situazione di tuo marito. Ha bisogno del medico: con la tua pazienza e carità lo farai stare vicino a lui. Fallo «sperando contro ogni speranza», cioè contro ogni evidenza. I miracoli verranno dopo”. La signora chiese l’assicurazione delle preghiere dell’amma e passò da abba Fulgenzio per ottenere la benedizione nel nome di Gesù.

  

242 Rallegrati

Vieni con me a pregare?”, chiese amma Rosa ad una signora che le aveva confidato le sue pene. “Certo, vengo nella tua cella”. “No”, replicò amma Rosa, “oggi andiamo fuori, all’aperto”. Camminarono un po’ in silenzio, un po’ chiacchierando. Ecco un bel luogo nel bosco. “Qui, in questo luogo, una donna vide colei che io non vedo mai, la Madre di Dio. Venne a darle consolazione in un momento di dura prova, e oggi è ancora qui per dare consolazione a te”. “Ma io non la vedo, non vedo nulla”, disse la donna. “Meglio per te se non vedi, ma credi. Credi insieme a me che la Madre di Gesù sofferente ti vede, ti guarda, ti osserva, ti ascolta e ti accompagna”. Si guardarono in silenzio. Poi amma Rosa disse e ripeté: “Rallegrati, piena di grazia, il Signore è con te”. Nessuno vide nulla, ma nel cuore delle due donne, di amma Rosa e della signora sofferente, entrò la pace. “Prega per noi peccatori”, dissero insieme, sapendo che il peccato non era uscito dalle scarpe e nemmeno dagli orecchini né dal foulard che la donna portava al collo. “Prega per noi, peccatori”, non finì mai di ripetere nemmeno amma Rosa: il peccato infatti si nascondeva anche nelle sue pentole e nella toppa dove inseriva ogni sera la chiave per chiudere fuori dalla porta la paura del mondo. La preghiera di Maria intanto giungeva al cuore di Gesù.

  

243 Matrimonio in chiesa

Marito e moglie, quasi anziani, vennero appositamente a far visita ad un’amma nel deserto. La prima che incontrarono fu amma Rita. Dopo un saluto cordiale confidarono la loro gioia: “Amma, sai che nostra figlia ha finalmente deciso di sposarsi? E vuole celebrare il matrimonio in chiesa! Siamo molto contenti”. Amma Rita stava per condividere la loro gioia, ma le venne un dubbio. Aveva già avuto una delusione l’anno precedente, perciò chiese con delicatezza: “Vostra figlia ha trovato un giovane credente? E lei è una ragazza che prega?”. I genitori, con sincerità: “A dire il vero né l’uno né l’altro frequentano la chiesa. Sono ragazzi moderni. Non sappiamo se preghino in cuor loro: insieme, no di sicuro”. L’amma disse seriamente: “Cominciamo noi a pregare per loro. Se è così, celebrare il matrimonio in chiesa è solo fumo negli occhi. Nella loro casa non ci sarà Spirito Santo. Preghiamo che comincino a conoscere e amare Gesù, che riversi in loro il suo Spirito: allora avranno anche il suo frutto, la fedeltà e la vera comunione. Se vi chiedono consiglio, avviateli da qualcuno che li aiuti a credere, a conoscere il Signore Gesù, a pregare insieme”. I due stavano per andarsene col volto triste. L’amma li trattenne: “Voi genitori avete un ruolo fondamentale. Iniziate voi ad essere contenti di Gesù, ma contenti davvero. Sarete un esempio luminoso”. Iniziarono a sorridere, si presero a braccetto e salutarono l’amma con gioia.

  

244 Già in Paradiso

Abba Federico era a letto molto sofferente. Venne abba Francesco a trovarlo. “Attendi un momento”, disse il discepolo, “l’infermiere gli sta facendo la medicazione”. Quando finalmente poté entrare, il malato gli disse: “Benvenuto, fratello. Come stai?”. Piuttosto, tu come stai? Mi hanno raccontato che hai sofferto dolori atroci”, disse Francesco. Sto come Dio vuole, sto benissimo nelle sue mani santissime”, confidò Federico, e continuò: “Tu sai che ho consegnato me stesso, anche il mio corpo, al Signore Gesù. Quindi le mie membra sono sue. Quando il mio corpo soffre, è Gesù che soffre: lo diceva anche uno dei santi abba. Le mie sofferenze sono sue, sono dentro le sue piaghe gloriose, quindi redimono il mondo. E poi, che gioia!, la sua Madre santissima, come stava ai piedi della croce, sta qui ora accanto a me!”. Abba Francesco rimase edificato. Non voleva più uscire. Gli pareva d’essere già in Paradiso. Quando incontrava qualche abba o discepolo che si lamentava per qualsiasi cosa, gli diceva: “Vai a trovare abba Federico. Siediti accanto a lui”. Le pietre del deserto danzavano e persino l’aria cantava la gioia degli angeli, perché le piaghe di Gesù erano vive ed emanavano raggi purissimi che riscaldavano i cuori.

  

245 Viene la rabbia

Un bambino raccontava ad abba Angelo, chinatosi ad ascoltare la sua vocina: “Sai abba, qualche volta mi prende un nervoso e mi arrabbio. La mamma mi ha detto che allora io dico parolacce e forse anche bestemmie. Ma io voglio bene a Gesù. E tu, abba, vuoi bene a Gesù?”. Stupito per questa inaspettata domanda, l’abba attese a rispondere, quindi disse: “Sai, caro bambino, io so che Gesù mi vuol tanto bene. Io provo a ubbidirgli tutti i giorni, e sono contento che ci sia”. Il bambino allora riprese: “Abba, cosa devo fare quando mi viene la rabbia che non vorrei avere?”. Abba Angelo sorrise: “Tu allora chiamerai Gesù, che verrà ad aiutarti. Ma se sei contento, adesso gli chiedo anch’io che allontani da te quello che suggerisce le parolacce e le bestemmie”. “Il diavolo? Io non lo voglio vicino a me”, disse il piccolo. L’abba allora lo benedisse con parole nuove e forti, e poi pregò la Madre di Dio insieme con lui. E il bambino, con un sospiro di sollievo: “Sai, abba, che Gesù è proprio buono, e anche bello!”. Si strinsero la mano forte forte. La mamma ringraziò l’abba, anche lei rasserenata e rassicurata dall’amore per Gesù di suo figlio.

 

246 Ingannare

Abba Fiorenzo raccomandava ai discepoli: “State attenti a quelli che vi vogliono ingannare!”. Gli chiesero: “Come possono fare, abba? Noi siamo radicati nella tradizione dei Vangeli e della Chiesa”. Allora l’abba, serio: “Proprio per questo ci proveranno. Come riescono a convincervi che i vostri pantaloni non sono più di moda, così vi convinceranno che alcuni peccati saranno di moda”. Ascoltavano dubbiosi. Replicarono: “Quali peccati, abba?”. E lui: “Uno solo: rubare. Vi dimostreranno che è di moda rubare tempo alla preghiera, quindi portar via l’amore da dare ai fratelli, rimuovere l’affetto che spetta riservare alla sposa e ai figli, spostare il denaro riservato ai poveri. Lasciata la preghiera, saranno moda i peccati sessuali: li chiameranno amore. Questi furti renderanno poi semplice l’uccidere, cominciando dai piccoli che devono nascere, chiamare misericordia il dare il veleno a chi non trova il senso della vita, dichiareranno meritorio il ribellarsi, e il mentire sana furbizia”. “Ci aiuterai tu a difenderci?”, chiesero i giovani. Non darete fiducia a nessuno, solo a Gesù, e avrete Maria accanto alla vostra croce”. L’abba concluse con la preghiera “Sotto il tuo mantello” e diede la benedizione che usa dare la Chiesa santa di Dio.

  

247 Risposte all’on. Pilato

Amma Federica voleva rispondere al posto di Gesù. Udì la domanda: “Sei tu il re dei Giudei?”. Era solenne, posta nientemeno che da Pilato, il governatore imperiale. “Che cosa posso risponderti, on. Pilato? Se ti rispondo «sì», non mi credi, o mi metti in prigione. Se ti rispondo «no», è menzogna. Devo prima spiegarti cosa significa essere re per i Giudei. Lo capirai, Pilato? Ti chiedo: chi è stato a dirti che io sono re? L’hai capito tu, o te l’ha suggerito qualcuno, uno che mi ama o uno che mi odia? Chi mi ama sa che per i Giudei è re colui che serve un Dio che è Padre, e i suoi sudditi li tratta da figli aiutandoli a vivere tra di loro come fratelli. Questo re non fa soffrire nessuno, e, se qualcuno soffre, lo vuole consolare. Se invece te l’ha detto chi mi odia, voleva farti credere che cerco di occupare il tuo posto”. L’amma era quasi soddisfatta, ma udì l’altra domanda: “Che cosa hai fatto?”. Allora, Pilato, non mi credi? Comunque ti rispondo, anche se ci vorrebbe un giorno intero per dirti tutto quel che ho fatto. Se tu lo sapessi, ti inginocchieresti davanti a me. Ho ubbidito fino a trent’anni a Maria e Giuseppe, con vera umiltà. Ho percorso le strade che tu hai tenuto in sesto, ho guarito molti dei tuoi sudditi, ho dato da mangiare a una folla senza chiederti nemmeno un sussidio. Ho amato persino i tuoi soldati, e ad uno ho guarito il figlio morente. Dovresti darmi un premio. Una medaglia d’onore sarebbe poco. Tu non puoi darmi ciò che meriterei, ma nemmeno lo voglio: mi ricompenserà il Padre mio”. Amma Federica avrebbe continuato, ma la chiamarono a servire il pranzo.

 

248 Scala

Abba Giuseppe si recò in un luogo particolare. Là vide anche amma Filotea, il discepolo di abba Germano e quello di abba Gregorio. C’erano pure molti altri uomini e donne con qualche bambino. Pareva pregassero con le ginocchia più che con la bocca. In ginocchio salivano una scala di legno. Ad ogni gradino si fermavano in silenzio qualche istante. Poi un altro gradino. Nessuno osava fiatare, nemmeno i bambini. Gli abba, le amma, gli uomini e le donne, un’unica preghiera silenziosa obbligava Gesù ad ascoltarli. La sua immagine era lassù, sulla croce, in cima alla scala. Egli ascoltava dicendo tra sé: “Questi vengono a soffrire con me. Ecco, offrono la vita al Padre con me. Vedono mia Madre, e ne è consolata”. Abba Giuseppe disse al suo ritorno in cella: “Quella è preghiera, quella è lezione! Là si riceve e si dona amore”. La sua cella divenne piccola, i suoi digiuni di poco valore, le sue veglie desiderabili. Tutto il mondo è una scala, una scala santa.

  

249 Noè

Abba Fortunato con la testa china stava seduto sul muretto esterno della cella. Si scosse come di soprassalto quando gli si avvicinò abba Filippo: “Dormivi, abba?”, gli disse ridendo. “No, assistevo alla preparazione dell’arca”. “Ah, come? Stavi dialogando con Noè?”, iniziò scherzando abba Filippo. E Fortunato: “Proprio così. Noè parlava, e io continuavo ad ascoltare”. Allora il suo interlocutore, incuriosito: “Posso udire anch’io?”. “A dire il vero Noè non parla con me, ma con i suoi concittadini. È occupato con arnesi e legname e risponde alle provocazioni che riceve. Egli prova a dire qualcosa per svegliare il sonno spirituale che tiene chiusi tutti quelli che incontra. Dice: «Mi aiuti a tagliare queste assi?». «Cosa ne fai?, possiamo sapere?». «Mi preparo un rifugio galleggiante, per ripararmi dal castigo che incombe su noi peccatori». «Ah, ah! Non ci saranno castighi, illuso!». E lui continua a lavorare. Ad un altro dice: «Accogli almeno tu l’invito del mio Dio a convertirti, e sarai salvato con la tua famiglia. Arriverà la pioggia che annegherà tutti». Quello di rimando gli grida: «Teorie, teorie! Smettila con le tue teorie». Poi tu mi hai distolto. Non so come continuerà”. Abba Filippo si allontanò dicendo: “Ti lascio continuare l’ascolto”. E rimase serio, cominciando a pregare con fervore, perché davvero il mondo non cercava più la voce di Dio e si dimenticava persino della croce di Gesù risorto.

  

250 Umiltà

Il discepolo di abba Terenzio radunò alcuni giovani per incontrare l’abba e ascoltare le sue ispirate parole. Si sono accordati di fargli una sola domanda: “Abba, che cos’è l’umiltà?”. L’abba sapeva che solo Gesù avrebbe potuto rispondere, perché lui ha esperienza, e da lui anche noi possiamo imparare. Tuttavia cercò, come poteva, di essere un pochino umile per dire: “Umiltà non è una cosa che possiamo possedere, anzi, direi che l’umiltà non esiste. Esistono le persone umili. Maria era umile: con verità diceva d’essere una semplice e povera serva di Dio. Tu sarai umile quando sarai vero, e sarai vero quando saprai di essere peccatore: allora non ti vanterai, e nemmeno pretenderai più nulla, né cercherai di sostenere diritti”. Tacevano. Allora aggiunse: “Quando sei vero perché sai d’essere peccatore, sei umile come Gesù”. Il discepolo intervenne: “Ma Gesù non era peccatore!”. E l’abba: “È vero: Gesù non era peccatore, ma ha preso su di sé i nostri peccati. Li considerava suoi. Un’umiltà più bella non esiste, e nemmeno esiste un amore più santo di quest’amore umile!”. Accolsero volentieri la proposta di entrare in chiesa per mettersi ai piedi della croce in silenzio adorante.

  

251 Apparizioni

Una donna si lamentava con amma Margherita. Diceva: “Perché la Madre di Dio non mi appare mai? Vorrei che mi apparisse almeno in sogno. Del resto, io sono una buona cristiana”. L’amma si trovò in difficoltà al sentire queste parole. Con pazienza, disse: “Cara sorella mia, Maria appare dove ci sono grandi peccatori da salvare. Se ti apparisse, umiliati subito: è segno che sei bisognosa di salvezza. Anzi, sarà segno che tutta la terra dove abiti ha bisogno di conversione. Avresti coraggio di chiamare i tuoi parenti, i tuoi concittadini, le tue amiche a convertirsi?”. La signora, stralunata, taceva. Non desiderava più che le apparisse la Madre di Dio? L’amma aggiunse: “La Madre di Dio potrebbe apparirti quando sarai disposta a soffrire per lei e per Gesù. Ma intanto comincia a chiamare tutti a convertirsi, come ti fosse già apparsa”. Sconcertata, la donna chiese all’amma di pregare insieme con lei l’Ave Maria.

  

252 Inferno e paradiso

Abba Terenzio provava a dire qualcosa sull’umiltà ad alcuni giovani venuti nel deserto. Erano piuttosto orgogliosi, come ognuno può ricordare dalla propria esperienza di vita nel mondo. Per cominciare, disse: “L’orgoglioso è come il diavolo. Se anche riuscissi a portare un diavolo in paradiso, si sentirà peggio che all’inferno. Non sopporterebbe l’umiltà dei santi. L’umile invece è come un santo: se lo porti all’inferno, continuerà ad amare come fosse in paradiso”. I giovani ascoltavano stralunati. Qualcuno di loro non sapeva cos’è l’inferno, né tanto meno il paradiso! È davvero difficile la strada per imparare l’umiltà!

  

253 Angeli, sì o no?

Abba Fedele parlava volentieri degli angeli. A chi lo visitava, ricordava: “Interroga spesso il tuo angelo custode. Sai che gli angeli intervengono per rammentare una Parola di Dio o un dovere dimenticato?”. Un signore, uno di quelli che sanno il fatto proprio anche su questioni cosiddette teologiche, s’infastidì: “Ma abba, pensi ancora agli angeli? Non sai che sono semplicemente dei modi di dire? Sono parole da bambini, solo per dire che Dio ci guarda uno per uno personalmente!”. L’abba lo guardò, e disse: “Gesù ci ha esortato a convertirci diventando come bambini, altrimenti non entreremo con lui. I bambini non postano tutto sotto la ragione, e tu invece vorresti fare proprio così. Non sai che la nostra vita è fatta anche di altre dimensioni? Se spieghi tutto solo con la ragione, dimentichi cose molto importanti, come lo Spirito Santo. E queste dimenticanze ti fanno diventare gnostico, il che significa orgoglioso e superbo. Preferisco essere come i bambini: rimarrà anche in me l’umiltà di Gesù e di Maria; lei un angelo l’ha udito, e gli ha creduto. E Gesù da angeli è stato annunciato ai pastori, servito nel deserto e consolato nel Getsemani. Anche Pietro ha avuto a che fare con un angelo, che l’ha condotto fuori dal carcere di Erode”. Non seppe dir nulla quell’uomo, e Fedele lo esortò all’umiltà semplice e fiduciosa dei piccoli.

  

254 Sfuggire

Abba Lorenzo prendeva sempre sul serio la Parola di Dio, soprattutto quella dei santi Vangeli. Un giorno udì questa: “Vegliate in ogni momento pregando, perché abbiate la forza di sfuggire a tutto ciò che sta per accadere”. Iniziò subito a pregare ripetendo i salmi che ricordava a memoria. Anche di notte trascorreva del tempo immergendosi nella preghiera del cuore. Quella parola “sfuggire” lo teneva però un pochino in ansia. Diceva: “Da un giorno all’altro potrebbe «accadere» qualcosa, qualcosa da «sfuggire»”. Quando vide passare abba Fiorenzo, lo fermò e gli manifestò il suo dilemma. Abba Fiorenzo era noto tra tutti gli abba perché mai si agitava, né si lasciava prendere dal panico o dall’ansia. Ebbene, egli sorrise, e benevolmente disse: “Noi siamo del Signore Gesù. Gli abbiamo consegnato la vita. Lui sa cosa succederà, lui non ha mai smesso di curarsi dei suoi, più che dei passeri, di cui pure si occupa. Lui è alla destra del Padre, perciò che pensieri ti fai? Ci affidiamo e ci fidiamo dei suoi occhi, delle sue mani, del suo cuore e del suo braccio potente. E, se proprio temi ancora, ci fidiamo delle sue orecchie, che sono sempre aperte, come le tue: lo preghiamo e gli ripetiamo quello che già sa, che siamo figli suoi. Pregheremo vegliando e così sarà lui a farci sfuggire i pericoli”. Abba Lorenzo lo ringraziò, lo pregò di condividere la camomilla che aveva già preparato. Da allora non gli fu più necessaria!

  

255 Gioia e trepidazione

Amma Rita stava stendendo il bucato nel giardino della sua cella, quando qualcuno bussò alla porta. Una signora col volto pieno di gioia: “Amma, voglio condividere con te una bella notizia. Il nostro santo Vescovo tra alcune settimane imporrà le mani a mio figlio. La mia gioia è grande, ma anche la mia trepidazione. Prego che il Signore gli doni fedeltà e umiltà. Hai una parola da dirmi per lui?”. Amma Rita si raccolse con gli occhi chiusi, e, con le mollette in mano, disse: “Condivido la tua gioia: è una gioia di tutta la Chiesa. Condivido anche la tua trepidazione. Pregheremo perché tuo figlio cerchi e trovi un abba che per molti anni sappia ascoltare i suoi progressi spirituali”. E poi, aperti gli occhi, aggiunse: “E pregheremo pure perché non ceda alla tentazione di essere commediante”. Sorpresa, la madre del giovane chiese: “Che cosa vuoi dire con questo, amma?”. L’amma si spiegò: “Sarebbe bello che quando tuo figlio sarà all’altare di Dio e leggerà le preghiere della Chiesa, egli percepisca di essere tutto rivolto al Padre. E che quando dirà sul pane: «Questo è il mio Corpo», comprenda che il Corpo di Gesù è anche il corpo suo. E che quando dirà: «Il Signore sia con voi», sia lo Spirito del Signore a raggiungere i fedeli, e non un qualche accento di vanità”. Tornò a sorridere, e aggiunse: “Il Signore Gesù ascolterà la tua preghiera, che sarà anche mia. Non dire nulla a tuo figlio, dì tutto soltanto a Gesù, che gli manderà il suo Spirito Santo”. Si scambiarono il bacio santo e recitarono insieme il Padre nostro, senza trepidazione.

  

256 Elogi

Abba Cristoforo si trattenne in conversazione santa con altri abba nel deserto, sul quale finalmente si stese una nube promettente acqua preziosa. Un abba disse: “Un uomo che passava di qui ha pronunciato un elogio sperticato per la nostra vita e per le parole che ha udito da alcuni di noi, e per la carità delle amma”. Un altro abba disse: “Invece io, passando in città, udii delle persone che tra loro parlavano di noi. Uno lamentava il fatto che la nostra vita pare un rimprovero alla ricchezza. Un altro diceva che siamo troppo severi con i giovani, dato che non approviamo tutte le loro abitudini. Una signora sputava fuoco contro un’amma: questa le aveva detto che il suo attaccamento al figlio era esagerato e lo avrebbe rovinato”. Abba Cristoforo sorrideva, soddisfatto. Gli chiesero: “Perché, abba, sei contento?”. Rispose: “Quando di una persona si sentono solo elogi, è indizio spiacevole. Quella persona non sarebbe «segno di contraddizione» (Lc 2,34). Non ricordate che, quando sono iniziati gli elogi rivolti a Gesù, sono iniziate pure le inimicizie contro di lui?”. Tutti gli abba si rasserenarono e resero grazie a Dio.

  

257 Benedire

Un gentiluomo si recò a far visita ad abba Gregorio. Lo trovò intento a raccogliere erbacce dal suo giardino. Disse: “Mi daresti una benedizione perché io possa servire il Signore e anche ricuperare in salute?”. Abba Gregorio lasciò il suo lavoro accogliendo volentieri la richiesta. Era abituato a benedire, perché aveva sperimentato lui stesso l’efficacia della preghiera degli uomini di Dio, e perciò riteneva grande atto di amore ogni benedizione per chi la desiderasse. Si raccolse, alzò le mani, com’è detto che faceva Gesù, e pronunciò parole sante invocando la grazia del Padre e del Figlio. Quell’uomo, ringraziando, disse: “Abba, sai che mentre mi benedicevi provai brividi in tutto il corpo ed una bellissima emozione? Di certo era lo Spirito Santo!”. Abba Gregorio sorrise, si fece serio, e disse: “No, buon uomo. Lo Spirito Santo non si manifesta così. Non lasciarti ingannare. Se è arrivato lo Spirito Santo, lo vedrai da come pregherai volentieri e gradirai il silenzio; da come amerai tua moglie; da come offrirai le sofferenze e ti spenderai per la Chiesa santa di Dio con umiltà. I frutti della presenza dello Spirito li ha elencati San Paolo (Gal 5,22), e non sono né brividi né emozioni. Queste sono reazioni psichiche”. Non pareva del tutto soddisfatto il gentiluomo, ma ringraziò, lasciando che l’abba continuasse a sradicare erbacce.

  

258 In casa e fuori casa

Amma, mia figliola mi ha chiesto come mai con me e con lei e i fratelli il papà si arrabbia, grida e pretende, e invece fuori casa è buono con tutti, tanto che molti lo stimano e lo cercano. Non so che cosa risponderle. Mi potresti aiutare?”, disse una mamma venuta nel deserto appositamente. Amma Filomena alzò il capo fissando il cielo, poi disse: “Tuo marito è capace di amare, ma il suo amore viene dal suo buon cuore invece che dalla sua fede”. La mamma rispose: “Che vuoi dire, amma? Non ti capisco nemmeno io”. Allora l’amma: “Quando un uomo ubbidisce a Gesù, ama sempre. Quando invece ubbidisce al suo buon cuore, ama per farsi voler bene e quando si sente accettato, cioè per interesse, quindi per egoismo. Questo egoismo si manifesta solo in casa, dove ritiene che l’amore degli altri per lui sia dovuto”. E continuò: “Alla bambina dì soltanto che pregherete insieme perché il papà si ricordi di ascoltare Gesù”. E si raccolsero tutt’e due rivolte alla Madre di Dio per ottenere per il marito lo Spirito Santo, e la custodia dallo scandalo per i figli.

  

259 La porta

Preoccupato, il discepolo manifestò ad Abba Marco il proprio disappunto: “Abba, mi sono accorto che la porta della tua cella sta marcendo. Ha preso tanto sole e acqua, e i cardini cigolano arrugginiti”. “Non ti preoccupare, figliolo, la porta è stretta”, rispose l’abba. “Che cosa vuoi dire, abba? La porta della tua cella è larga quanto basta”. E Marco: “Ti ripeto che la porta è stretta. Anche tu passerai la porta stretta. Per passarla lasciamo tutto qui, anche la porta della cella”. Il discepolo non capiva, o non voleva capire: “Abba, vuoi che provo a sistemare la porta?”. “Lascia al mondo la preoccupazione per la porta. Il mondo l’adopera per difendersi, per nascondersi, per custodirsi. Noi abbiamo la porta stretta”, rivelò l’abba. Il discepolo cercava qualche attrezzo per aggiustare la porta. “Vieni qui figlio mio. Non preoccuparti per la ruggine: nel mondo le porte sono larghe, e si spalancano per quelli che voltano le spalle alla nostra porta, che è la croce di Gesù. Questa è la porta dei santi, stretta e senza cardini. È sempre aperta. Ci fa arrivare a vedere Dio, nostro Padre”. Il discepolo portò la destra alla fronte e fece un segno di croce come mai l’aveva fatto.

  

260 Conoscere i peccati

Abba Silvano tornò dopo aver viaggiato in una terra abitata da persone ferventi, dedite a Dio, che però non conoscevano il nostro Signore e Salvatore Gesù. Raccontava: “Quelle buone persone chiedono perdono a Dio per i peccati dell’anno. Non li dicono a nessuno, perché nemmeno essi sanno quale loro azione sia peccato. Un giorno prefissato uccidono un animale, consacrandolo al loro Dio, e poi, sicuri d’aver così ricevuto il perdono, continuano a vivere come sempre hanno vissuto”. L’abba raccontò anche altro agli abba attenti, ammirato per il fervore che aveva visto. Abba Cristoforo commentò: “Non sanno quali azioni sono peccato, perciò non possono ravvedersi. Non conoscono la conversione, non possono conoscere nemmeno il progresso spirituale. Potessimo noi raccontare loro l’amore del Padre nostro e il perdono del nostro Gesù! Conoscerebbero anche i peccati e si ravvedrebbero, e la loro vita familiare e sociale cambierebbe radicalmente. Conoscerebbero anch’essi la gioia e l’amore reciproco”. Abba Silvano ebbe un sussulto: “È proprio vero: presso di loro non ho visto la gioia e nemmeno l’amore gratuito”. Gli abba, pensierosi, si dissero l’un l’altro: “È una grande grazia conoscere Gesù e poter confessare i propri peccati, e ricevere il perdono senza dover uccidere animali”. Qualcuno manifestò anche il desiderio chiamato missionario.

  

261 La Parola

Il discepolo di abba Silvano si divertiva a interpretare con impegno la Parola di Dio. Non si accontentava di ascoltarla, e poi di viverla. Sapeva, o almeno così riteneva, che la Parola ha significati non immediatamente afferrabili. Avvenne che il suo abba, volendo formare i discepoli, insistette a ripetere le parole dell’apostolo: “Ciascuno di voi, con tutta umiltà, consideri gli altri superiori a se stesso” (Fil 2,3). Ebbene, quel discepolo, prima di mettere in pratica questa parola, volle convincersi d’averla compresa con intelligenza, e cominciò a ragionare con la propria testa, tanto che durante una discussione disse: “L’apostolo intendeva dire che io devo considerare gli altri inferiori a me stesso”. Gli chiesero: “Come mai dici così?”. E lui, con coraggio e sicumera: “Se ciascuno deve considerare gli altri superiori a sé, voi dovete considerare me superiore a voi. Potete negarlo”. Dovette intervenire l’abba a calmare le acque dicendo: “Figlio mio, corri in paradiso a interpretare la Parola di Dio, alla scuola degli umili. La tua interpretazione è luciferina”. Lasciarono quel discepolo in chiesa ad adorare il Signore, e quel giorno nemmeno lo chiamarono per il pranzo.

263 La chiave

Il discepolo interrogò abba Gregorio: “Che significa il rimprovero di Gesù: «Avete tolto la chiave della conoscenza»”? (Lc 11,52). Gioì l’abba per questa domanda. Riflettere sulla Parola del Signore per lui era una grazia. Rispose: “Gesù stava rimproverando farisei e dottori della Legge. Per «chiave della conoscenza», pare che Gesù abbia inteso la misericordia, che egli usava verso tutti, ma che essi non sopportavano. Infatti tenevano distanti i peccatori, e così non permettevano loro di conoscere il vero volto del Padre, che rimaneva sconosciuto per il popolo. La misericordia poi è anche la chiave che apre la conoscenza di noi stessi e degli altri.”. Mentre il discepolo rifletteva per comprendere, l’abba cercava di spiegarsi: “Quando io godo della misericordia di Dio, so di essere peccatore, bisognoso di salvezza. Grazie a questa conoscenza vera di me stesso, divento umile, altrimenti sarei orgoglioso e superbo, e vedrei gli altri sempre inferiori a me. Per questo ho detto che la misericordia è la chiave che apre la conoscenza di noi stessi e degli altri”. Il discepolo stava zitto, e l’abba disse ancora: “La misericordia di Dio è Gesù. Gli scribi vollero togliere Gesù dal mondo. Ma mentre lo toglievano alzandolo sulla croce, gli davano l’occasione di rivelare e realizzare pienamente la misericordia divina per noi peccatori”. Tutt’e due alzarono lo sguardo dicendo insieme: “Signore Gesù Cristo, abbi pietà di me, peccatore”.

264 Gratuità

C’è una parola nel vangelo che lasciava abba Fortunato senza parole. Quando la udiva pareva andare in estasi. Era questa: “Gratuitamente” (Mt 10,8). Il suo discepolo non aveva il coraggio di interrogare l’abba, che, inaspettatamente, disse: “Gesù ha usato questa parola per dirci tutto di Dio, del Padre suo”. Il discepolo rimase ancor più meravigliato, e chiese: “Come mai, abba, dici così?”. L’abba terminò i suoi lavori, si raccolse come fosse in preghiera, poi chiamò il discepolo: “Quando parliamo di Dio, parliamo di amore. L’amore è sempre gratuito. Se non fosse gratuito non sarebbe amore. Dicendo «gratuitamente» diciamo i segreti dell’amore divino, diciamo che c’è per noi e com’è l’amore del Padre e l’obbedienza del Figlio e la comunione dello Spirito Santo. E noi, tutto quello che siamo, e quelle doti che abbiamo ricevuto, sono dono di Dio, amore gratuito. Qualunque cosa noi facciamo, gioiosa o faticosa, se è gratuita è divina, se invece ci attendiamo gratificazione, ricompensa o lode, è mondana”. Rimaneva muto il discepolo attento. L’abba concluse: “Quando i nostri desideri e le nostre azioni sono gratuite, si realizza il regno dei cieli qui sulla terra. E assaporiamo una fetta di paradiso”. Quindi porse al discepolo un grappolo d’uva, il frutto preferito dal Signore Gesù Cristo. Egli lo ricevette con riconoscenza, come lo riceveva Gesù dalle mani di Maria, la Madre sua, la Vergine Tuttasanta.

265 La polvere

Abba Silvano ripeteva queste parole: «Se qualcuno non dà ascolto alle vostre parole, scuotete la polvere dai vostri piedi» (Mt 10,14). Le ripeteva a voce alta perché non le capiva, ma avrebbe voluto comprendere la sapienza che Gesù aveva nascosto in esse. Chissà quante volte le ha ripetute, finché s’accorse che abba Gregorio si era fermato in silenzio davanti alla porta per ascoltare. “Chi è che non ti ascolta, abba Silvano?”, disse Gregorio. Uscì Silvano, sorpreso di essere stato scoperto, ma anche contento di vedere un abba proprio in quel momento: “Mi pare ci sia un po’ di mistero in queste parole, abba, non ti pare?”.Sì, fratello, c’è il mistero del nostro peccato. Quante volte Gesù scuote la polvere dai suoi piedi dovendo uscire dalla mia cella! Quando mi vanto della mia intelligenza, e quando in me do spazio ad un giudizio contro chi manifesta ignoranza di Dio o desideri mondani, allora Gesù scuote la polvere. Lo fa in modo delicato, tanto che io nemmeno mi accorgo”. Era compunto abba Gregorio nel dire queste cose, le diceva sul serio. Allora Silvano capì perché quelle parole l’avevano tenuto occupato: doveva arrivare anche lui alla compunzione e alla conversione. Ne ringraziò il suo Signore Gesù.

266 Soggezione

Abba Timoteo non riusciva a continuare a leggere la pagina che inizia così: “Gli si avvicinarono Giacomo e Giovanni…” (Mc 10,35). Pensava: “Non erano forse vicini a Gesù quei due discepoli? Erano stati chiamati tra i primi, e il Signore se li teneva appresso anche nei momenti più importanti della sua missione”. E gli sorgeva questo dubbio: “Avranno avuto soggezione? È mai possibile che Gesù abbia fatto soggezione?”. Riferì questi pensieri ad abba Cristoforo. Questi gli sussurrò: “Il tuo dubbio ha sfiorato anche me, ma ho trovato risposta contemplando l’incontro del Signore con i bambini che correvano a lui. I bambini non lo avrebbero cercato se avesse fatto soggezione. Questa l’avevano gli adulti, a causa del peccato”. “Come sarebbe a dire?” replicò Timoteo. E Cristoforo: “Noi, peccatori, anche senza accorgerci, siamo impastati di egoismo. Trovandoci davanti a chi invece è impastato di amore, ci sentiamo inferiori. Così veniamo colti da soggezione. Non è lui che fa soggezione, ma siamo noi che ce la creiamo”. Allora Timoteo, chinando il capo, disse: “È vero. Di fronte a qualche abba sento soggezione, ma devo riconoscere che succede quando sono occupato dai problemi quotidiani che non sfiorano la fede di quell’abba, anzi, la fanno risplendere”. Un profondo inchino l’uno verso l’altro fu il loro saluto riconoscente.

267 Il bastone

Abba Marino teneva sempre in mano un bastone. Aveva preso l’abitudine in seguito ad un incidente. Non era più necessario, ma la paura di cadere giustificava ai suoi occhi questa inutile usanza. Glielo fece notare abba Felice: “Abba Marino, quando abbandonerai la paura?”. Rispose: “Non ho paura, ho solo un’abitudine. Mi sono affezionato a questo bastone, che…, non si sa mai!”. Col suo tipico sorriso Felice non si arrese: “Ti è più cara la paura che non il tuo Signore Gesù!”. Sorpreso da questa inattesa osservazione quegli chiese: “Come mai dici così? Dubiti della mia fede?”. Felice rispose con delicatezza amabile: “No, non dubito affatto della tua fede. Sarebbe bello tuttavia che essa divenisse più visibile, più efficace nel testimoniare la gioia per Gesù, e nel lasciar vedere che lui solo riempie il tuo cuore. Quel bastone inutile attira attenzione a te, ai tuoi mali ora inesistenti, e fa dimenticare il tuo amore al Signore nostro e liberatore”. Ci vollero ancora tre giorni, tre giorni di fatica interiore e di piccole decisioni. Quando scomparve il bastone, gioia e sorriso tornarono sul volto e nelle mani di abba Marino.

268 Angustiarsi?

Abba Sergio sorrise e parve addirittura allegro. Gli altri, non abituati a vederlo così, si meravigliarono e gli chiesero come mai un tale cambiamento. Rispose: “Non avete ascoltato? La pace di Dio supera l’intelligenza! Io, anche se sono poco dotato di questa facoltà, posso godere della pace di Dio che mi custodisce in Cristo Gesù”. Gli abba lo ammirarono e si girarono verso abba Gregorio. S’aspettavano che dicesse qualcosa riguardo alla Parola dell’apostolo che ha dato gioia ad abba Sergio (Fil 4,7). Sentendosi interpellato, disse: “È vero: non è la nostra intelligenza che ci salva. Al di sopra di essa sta la pace di Dio. E ha fatto bene abba Sergio a prendere sul serio la Parola. Infatti San Paolo esorta: «Non angustiatevi per nulla, ma in ogni circostanza fate presenti a Dio le vostre richieste con preghiere, suppliche e ringraziamenti». Quando ciò che succede fa prevedere disgrazie e sofferenze mettendo paura o disperazione, conviene affidarsi a questa Parola. Dio ascolta ed esaudisce chi si consegna a lui con fiducia, come sappiamo da molti interventi del nostro Signore Gesù. La sua pace è la risposta alla fiducia che riponiamo in lui anche nelle circostanze incomprensibili e imprevedibili”. Al vedere il volto di abba Sergio ancora sereno e gioioso, furono tutti contenti. Qualcuno rifletteva, preghiera approfondire la propria conversione a Gesù Signore.

269 Ubbidienza

Un discepolo si rivolse al suo abba mentre zappettavano nel piccolo giardino della loro cella. “Posso farti una domanda, abba?” “Dì pure, ti ascolto”, rispose abba Paolo. E quegli: “Perché i discepoli di Gesù si rivolgevano a lui chiamandolo «Maestro»? Mi fa una certa impressione questa parola”. Abba Paolo continuò a zappettare ancora mezz’ora. Finalmente aprì la bocca: “Lo chiamavano così perché non avevano fede. La loro relazione con lui era ancora mondana, terrena, mossa dalle abitudini dei peccatori. Essi davano sì importanza alla bontà dei suoi insegnamenti, ma erano essi stessi che li giudicavano buoni. Li trovavano adatti con la loro intelligenza o con l’esperienza della propria umanità, cioè si fidavano di se stessi”. Il discepolo smise di zappare, tant’era attento ad ascoltare l’abba: “Quei discepoli erano come noi. Ritenevano che l’intelligenza fosse l’unica fonte di sapienza e l’unico movente della vita. Non avevano ancora compreso che la sapienza di Dio non si fonda sul ragionamento degli uomini. E non avevano sperimentato che l’obbedienza è la benedizione della vita. Quando lo compresero chiamarono Gesù «Signore». Anche noi lo chiamiamo in verità «Signore» solo quando gli ubbidiamo” (Mt 7,21.23). Tacquero ambedue, attendendo occasioni per ubbidire al Signore.

270 Prima evangelizzare

Era serio e triste il discepolo di abba Cristoforo mentre interrogava il suo abba: “Abba, due uomini sulla strada davanti a me parlavano di amore, ma mi parve di intuire che ambedue nascondessero in questa parola il proprio adulterio. Non ho avuto modo di intervenire, ma ora chiedo a te: perché l’adulterio viene chiamato amore?”. L’abba non sapeva se essere triste per quanto avviene nel mondo, o se essere lieto per la domanda del discepolo, che così si manifestava discepolo del Signore. Gli rispose: “Chiamano amore l’atto sessuale. Non conoscono il Padre nostro che è nei cieli. E calpestano il primo dei dieci comandamenti”. Il discepolo interruppe: “Ma sono il sesto e il nono quelli che…”. È vero”, continuò l’abba, “ma tutti si basano sul primo: «Non avrai altro Dio che me». Chi s’avvia all’adulterio, anche solo col desiderio, ha rinnegato il Padre e ha fatto del piacere il proprio dio”. Il discepolo allora disse: “È per questo motivo che, prima di insegnare i comandamenti, è necessario far conoscere l’amore del Padre, che ci rende gioiosi quando ci comportiamo da figli veri come Gesù?”. Annuì col capo l’abba e invitò il discepolo a cantare insieme a lui il Gloria al Padre.

271 Riservatezza

Amma Caterina non aveva studiato né aveva specializzazione alcuna. Ella lo sapeva, e quindi, se parlava, lo faceva con semplicità e umiltà. Alcune donne s’intrattenevano volentieri con lei, anche su questioni a prima vista difficili. Le chiesero: “Amma, perché Gesù, a quelli che guariva, spesso raccomandava di non dir nulla, che nessuno venisse a saperlo?”. Caterina, con naturalezza, come fosse la cosa più ovvia al mondo, rispose: “Gesù non voleva plagiare nessuno”. Ed esse: “Sarebbe a dire? Non comprendiamo”. Allora l’amma, con la lentezza tipica di chi deve spiegare una cosa semplice: “Gesù voleva che tutti lo conoscessero non per sentito dire, ma per averlo visto e incontrato di persona. Se racconti i prodigi di Gesù a chi non l’ha mai visto, questi potrebbe accontentarsi e non cercherà di incontrarlo. Convinto di saperne abbastanza, si permetterà di giudicare tutti, abba compresi, ma non profumerà né di carità né di prudenza, nemmeno di mitezza né di gioia. Se non avrà portato per un pezzo di strada la sua croce, se non avrà ricevuto né la carezza del suo perdono né rimproveri da lui, se non avrà speso tempo in silenzio per udire la sua voce, se non saprà cosa sia la conversione, non lo conosce. Se almeno si sentisse salvato da lui, canterebbe alleluia! Anche voi, prima di parlarne, vi assicurerete di essere morte al mondo con lui”. Regnò un momento prolungato di silenzio, e Gesù divenne più importante agli occhi di quelle donne.

272 Davide e il gigante

Quando abba Cristoforo raccontava episodi della Sacra Scrittura, ascoltavano tutti avvinti. Ed ecco che sulla scena entra Davide deciso ad affrontare il gigante (1Sam 17): “Il re di Israele è ammutolito: o quel ragazzo o nessuno. Infatti gli eroi sono preda della paura che la statura del gigante incute. Il ragazzo è Davide. «Devi almeno indossare la mia corazza e impugnare la spada», gli grida il re Saul: «Serviranno a difenderti». Il ragazzo si lascia coprire della corazza. Ma il suo peso gli blocca gambe e braccia. Persino il cervello gli diventa pesante, e la lingua fa fatica a muoversi per dire: «No, no, roba da paurosi. Io sono libero, io sono di Dio, voglio correre e saltare. Il mio è anche il vostro Dio, di lui mi fido, di lui vi fiderete anche voi». Gli tolsero la corazza, e il ragazzo, correndo come danzando, raccolse cinque ciottoli dall’acqua del torrente, proprio cinque, come i cinque rotoli della Parola, e con uno raggiunse lo scopo. Un solo tiro di fionda da ragazzi, e quella Parola si conficcò nella fronte del gigante. La sua spada fece il resto. Tanto vale la fiducia nel nostro Dio”. E Cristoforo continuò: “E voi non adoperate la fionda? C’è anche davanti a voi un Golia, è lì che teme la vostra danza. Al posto della corazza e della spada, impugnerete la Parola pronunciata da Dio e la lancerete senza esitare. Cadrà il bullo per il vostro ciottolo raccolto dall’acqua del torrente del vostro Battesimo”. L’abba tacque. Tutti ammutoliti come Saul, non volevano alzarsi per andarsene. Sono ancora là, in silenzio. Ognuno deve decidere cosa fare.

273 Di nuovo il gigante

La gente era già attenta quando arrivò abba Cristoforo. Disse: “È avanti negli anni ed è diventato re ormai da un pezzo il ragazzo di allora. Golia è ancora davanti a lui. Stavolta non fa paura come un gigante, ma è seducente, ha sembianze di donna (2Sam 11-12). È bella, più bella, sapete perché? Si è tolta le vesti per lavarsi. Questa volta Davide non cerca il sesto ciottolo. Ne basterebbe solo uno, quello della sesta Parola, per vincere. Golia oggi, con la nudità della donna, vince la battaglia, e Davide, pur portando il titolo regale, viene sconfitto. Invece di tagliare la testa al nuovo Golia, la fa tagliare al marito di Betsabea, figlia di Eliàm. Non si è accorto della sconfitta, anzi, canta vittoria per il piacere di un vizio seducente. Dovrà intervenire Natan, lo strano profeta che, per non correre rischi, inventa parabole. Racconta la parabola della pecora del povero, cucinata per il riccone. Così risveglia la memoria al re sconfitto. Ora questi sa d’aver fatto «ciò che è male agli occhi di Dio». Ciò che pareva bene ai suoi occhi, era male, doppio male, agli occhi del suo Dio. Non ha perso la santità Davide: questa lo ha reso umile, fino a gridare davanti a tutti: «Pietà di me, o Dio, nel tuo amore; nella tua grande misericordia cancella la mia iniquità»”. Abba Cristoforo inaugurò un altro silenzio che rese tutti attenti a guardare dentro di sé, per individuare le vittorie del proprio Golia.

274 I leoni

Alcuni discepoli si riunirono nella cella di abba Cristoforo. Uno gli chiese: “Parlaci di Daniele, il profeta nascosto nella fossa con i leoni” (Dan 14,28ss). L’abba sorrise e disse: “Tutto di Daniele fu profezia, le parole e la vita. Per immergersi nel cuore di Dio si volgeva verso Gerusalemme e così annunciava l’incarnazione del Signore. In lui poi era presente l’amore fedele del Padre, e per questo è stato gettato nella fossa, dove ha vissuto la passione del Figlio, e l’uscire da essa fu annunzio della risurrezione del Signore e dei suoi fedeli”. I discepoli erano attenti. Uno disse: “Il re lo gettò nella fossa perché rimase fedele a Dio, e lo fece risalire perché Dio si è manifestato chiudendo le fauci dei leoni affamati”. Un altro azzardò: “Gli imperatori di Roma perfezionarono quella fossa rendendola spettacolo col gettare ai leoni i nostri fratelli. Questo spettacolo terminò con l’imperatore conquistato dalla nostra santissima fede”. Il discepolo seduto accanto a lui sussurrò: “Se la nostra fede svanisse, torneranno questi spettacoli, abba?”. Tu l’hai detto”, rispose Cristoforo. Due discepoli sbarrarono gli occhi impauriti, ma altri tre, umili e lieti, intonarono il canto: “Eccomi, eccomi…” con quel che segue, fino a “sarò tuo testimone, Gesù!”.

275 Letizia

Ad abba Marco si piantavano nella memoria delle parole della Bibbia. Egli poi le ripeteva volentieri. Un giorno iniziò a pronunciare ad alta voce: “«Ecco, io vengo per fare la tua volontà» (Eb 10,9)”. E, dentro di sé, aggiungeva: “Sei tu, Gesù, che continui a pronunciare questa Parola, e non smetti mai. E tu la pronunci con gioia. Il Padre ti ascolta e si compiace di te. Da ora non ti lascio solo: la ripeto anch’io: «Io, Marco, vengo, o Dio, per fare la tua Volontà»”. Egli riceveva gioia da questo pregare, e tutti si accorgevano della sua letizia, tanto che ne dovette dar ragione a qualche altro abba, e pure ad alcuni uomini e donne che lo fermavano sulla via: “Quando il tuo desiderio è fare la volontà del Padre, sei unito a Gesù. E il Padre si compiace anche di te come di lui. Vuoi essere la gioia di Dio? Dì spesso: «Ecco, io vengo per fare la tua volontà»”. Era una preghiera facile, una preghiera vera, che cambiava la vita a chi la pronunciava, e cambiava il mondo che lo circondava.

276 Rebecca e il velo

Amma Giuseppa dialogava con una sorella. Questa le disse: “Sapresti dirmi perché Rebecca, quando vide l’uomo che sarebbe stato il suo futuro sposo, è scesa dal cammello condotto dal servo di Abramo?” (Gen 24,63-65). L’amma, benché colta di sorpresa, non si stupì, e disse: “Tu sai che la donna ha la missione di stare a fianco dell’uomo. Stando sul cammello le pareva di essergli superiore, perciò scese, con umiltà”. La sorella continuò: “E perché poi, quando gli fu detto che quello sarebbe stato il suo sposo, si coprì il volto col velo?”. Per Giuseppa non era un mistero: “Non ricordi che Adamo ha visto il volto di Eva soltanto quando, per volere di Dio, ella era già la sua sposa? Così Rebecca doveva essere vista dallo sposo solo nella stanza nuziale, dopo essersi scambiati il sì eterno con anima e corpo. Era importante per loro accogliersi reciprocamente come dono di Dio, e non come conquista del proprio discernimento: questo spesso è sprovveduto e inesperto”. Udì il dialogo anche amma Felicita, che intervenne: “È un mistero grande il matrimonio! L’amore di Dio precede quello degli uomini. Lo precede anche se essi non lo sanno e anche quando non lo vorrebbero ammettere. L’amore degli sposi, se non è menzogna, viene sempre dall’Alto”. Un silenzio di stupore avvolse le tre donne; senza accordarsi, esclamarono: “Vieni, Signore Gesù!”.

277 Inferno

Il discepolo di abba Timoteo lo interrogò: “Qualcuno voleva convincermi che Dio non manda mai nessuno all’inferno. Io non volevo credere”. Al che l’abba: “Perché non volevi crederlo? Dio ama tutti i suoi figli, anche quando sono peccatori. La sua misericordia ha mandato Gesù per salvare tutti”. Sconcertato, il discepolo rispose: “Allora, perché c’è l’inferno? O, come dice qualcuno, è vero che nemmeno esiste?”. L’abba si fece serio: “L’inferno esiste, ma solo per chi lo vuole. Nessuno ci va per volere di Dio, ma ci va perché rifiuta il Paradiso che il Padre offre anche ai grandi peccatori, come l’ha offerto Gesù al ladrone umiliato sulla croce”. Il discepolo si rasserenò, e l’abba gli disse ancora: “Pregheremo e offriremo sacrifici per i grandi peccatori. Ce lo propone anche la Madre santissima di Gesù: anche lei è preoccupata per loro. E pure noi stessi, che non possiamo essere sicuri della nostra perseveranza fino alla fine, continueremo a dirle: «Madre di Dio, prega per noi, peccatori»”. Insieme recitarono l’Ave Maria.

278 Fiammifero

Amma Filomena rispondeva ai dubbi e ai miraggi di una ragazza: “L’amore è come il fiammifero. Il fiammifero l’accendi quando lo adoperi. Se lo provi prima, quando poi ti serve non si accende più. Comprendi?”. “Sì, amma, ho capito, è proprio così”, disse la giovane. “Riesci a tirare le conseguenze?”, chiese l’amma. “Quali?”, chiese con sorpresa la ragazza. Allora Filomena aggiunse: “L’amore per il ragazzo non lo proverai prima, se non vuoi restarne privata. Lo amerai quando lo amerai per sempre. Se provi prima, quando sarà ora di amarlo davvero, il tuo fiammifero non si accenderà più. Starai sempre vicina alla fiamma dove potrai attingere il fuoco dell’amore, in modo da essere un fiammifero sempre nuovo, perché la capacità di amare a te non la darà il fidanzato. Starai vicina al nostro Dio e al suo Figlio Gesù.”. La ragazza capì qualcosa, e ora sta pensando a tirare le conseguenze.

279 I ciottoli

Abba Pietro camminava a testa bassa sull’acciottolato della stradina. Lo incontrò abba Silvano: “Cosa fai, abba? Stai contando i sassi?”. “Sì”, rispose. “Quanti ne hai contati?”, continuò Silvano. E lui: “Non ho ancora finito. Ho cominciato a contare quelli che io ho lanciato con le mie parole, con le domande indiscrete, con le risposte superficiali, con i giudizi che non mi competevano, con le pretese di vario tipo, con osservazioni offensive…”. “Basta, basta”, interruppe Silvano, “fermati pure. E cosa fai con questi sassi?”. Pietro spiegò: “Li metto tutti nella carriola, nella carriola di Gesù. È l’unica che li può contenere tutti. Lui poi li porterà dove vuole”. Sorpreso Silvano chiese ancora: “Conti anche i sassi che ti hanno colpito, quelli che ti sono stati tirati dagli altri?”. “No, quelli non li posso contare. Li ho già consegnati man mano che arrivavano. Chissà, forse li conta Gesù stesso, ma a me questo non deve interessare”, rispose con gioia e con pace. E tutt’e due furono lieti di essere stati aiutati dai ciottoli della strada a donarsi una confidenza costruttiva, in cui Gesù era sia al primo che all’ultimo posto.

280 Fiori e frutti

Abba Manuel, appena giunto nel deserto, privo dell’esperienza del silenzio, osservava tutto con attenzione. Un giorno disse all’abba: “Ci sono fiori che sono belli per pochi giorni, poi appassiscono. Ce ne sono altri che rimangono belli, anzi, meravigliosi per vari mesi prima di marcire. Come mai questa differenza?”. Abba Fiorenzo lo guardò, poi gli disse: “Guarda ancora, e vedrai. I fiori che ti offrono per poco la loro bellezza, ti offriranno poi dei frutti oppure dei semi. I fiori che si fanno ammirare per molto tempo, non ti daranno nulla”. “Osserverò, rispose Manuel. “Osservalo soprattutto per te”, disse abba Fiorenzo. Manuel restò colpito, e non diede più importanza al vestito, alle scarpe, al cappello e ad ogni altra esteriorità, per poter offrire ai fratelli gesti umili, attimi di pace, servizi concreti per amore di Gesù.

281 In ginocchio

Gli abba in chiesa trascorsero lungo tempo in ginocchio o seduti, guardando nella penombra il Pane illuminato. Era il Pane della benedizione, che avevano anche mangiato. Esso attirava il loro sguardo, e insieme il cuore. Nessuno fiatava. Era il silenzio che parlava, o meglio qualcuno nel silenzio, e comunicava chissà quali luci e chissà che desideri. Uno dei discepoli disse poi ad uno degli abba: “Perché? Perché ci siamo fermati in silenzio?”. Meravigliato, l’abba esclamò: “Tu solo non hai udito? Da quel Pane vengono voci forti che rintronano nel cuore: «Io ti amo, e tu ami me? Mi hai mangiato: perciò Io sono presente anche in te. Mi lascerai vivere in te. Sarai anche tu pane silenzioso come sono io. Saprai tacere per comunicare con il tuo silenzio? Ti lascerai mangiare anche tu dal peccatore? Mi porti nel cuore come Maria mi portava nel grembo? Mi custodisci come mi custodiva Giuseppe quand’ero bambino?»”. L’abba avrebbe continuato, ma ritenne che il discepolo poteva da solo udire queste e altre voci di Gesù.

282 Gioia

Abba Felice sorrideva a tutti con tanta pace. Un giovane, subito dopo la celebrazione, lo interrogò: “Perché, abba, sei contento? È forse perché hai visto molte persone in chiesa?”. L’abba rispose: “No, amico mio, il numero dei fedeli è solo motivo provvisorio di gioia. Essi sono tutti peccatori e potrebbero essere venuti per motivi mondani e non per amore di Gesù”. Il giovane allora di nuovo: “E allora, abba, cosa c’è che ti dà gioia?”. “La fonte della mia gioia sta nella Parola che abbiamo udito: «Noi saremo simili a lui, perché lo vedremo»” (1Gv 3,2). Il giovane replicò: “Ebbene, che c’è di speciale?”. Felice, ancora sorridente, rivelò: “Non è forse bello che io possa essere simile a Dio Padre, quindi in grado di amare tutti gratuitamente? E di essere così non perché mi sforzo con fatiche speciali, ma semplicemente perché lo guardo? È facile guardarlo. Lo vedo fissando il volto di Gesù, il Figlio suo. Mi sono innamorato di lui, e mi pare che lui lo sia di me. Per questo sono contento.”. Il giovane cominciò a sorridere: anche lui vedeva Gesù in croce, e anche lui cominciava a somigliare al Padre.

283 Umiltà

Due frequentatori degli abba stavano chiacchierando. “Hai visto ieri quell’uomo che, per ricevere il Pane santo, a differenza di tutti gli altri, non lo voleva prendere se non in ginocchio? Che devozione!”, disse il primo. E l’altro: “Al vederlo, mi è venuto alla mente quel tale che alle nozze del figlio del Re per distinguersi da tutti non aveva accettato l’abito nuziale, come gli altri. La vera devozione è umile e si adegua alle abitudini dell’assemblea dei figli di Dio a cui partecipa. Inoltre chissà se nel suo cuore c’era anche l’impulso a condannare quelli che stavano in piedi!”. Dissero: “Raccontiamo al nostro abba, e sentiamo cosa dice lui”. Quando l’abba ebbe ascoltato, sussurrò: “In effetti il discernimento è necessario: si può ammirare la devozione, ma se essa non fosse umile e obbediente, non sarebbe gradita a Dio. E se apparisse o diventasse vanagloria o orgoglio, sarebbe segno che qualcosa non funziona. Tuttavia la vostra umiltà vi impedirà di giudicare. E soprattutto non condannerete nessuno, che sarebbe peggio di una falsa devozione”. I discepoli ringraziarono e rimasero in pace. Gesù rimase al suo posto nel loro cuore.

284 Come in paradiso

I discepoli di abba Lorenzo si comunicavano le loro impressioni: “Sai, passando nella città mi ha preso lo sgomento al vedere tanta gente di tutti i colori e di tutte le razze: cinesi, africani, indiani, arabi, vietnamiti e altri ancora. La nostra nazione non è più quella di alcuni anni fa”. L’altro disse: “È inconsueto questo cambiamento. La nostra cultura potrebbe scomparire e le nostre abitudini fare posto a insicurezze e incomprensioni”. Il primo ribatté: “E non possiamo fare nulla. Nessuno può mandar via nessuno, non sarebbe quello il volere del Signore nostro Gesù Cristo, che è il Salvatore di tutti”. Il loro abba li udiva e intervenne: “La nostra nazione somiglia sempre più al Paradiso. Là ci sono tutti i colori, tutte le razze, tutte le nazioni e tutte le culture, anche quelle del passato. Oggi qui ci viene concesso di anticipare il Paradiso. Ringraziamo il Signore di questo dono, e soprattutto di poter far conoscere il nostro unico Signore e Salvatore Gesù a molti che ancora non sanno che è venuto ed è tra noi”. I discepoli gioirono per questa rivelazione, che ha cambiato i loro occhiali.

285 Superstizione

Abba Gregorio si intratteneva volentieri su fatti raccontati nelle Sacre Scritture. E desiderava che i suoi discepoli avessero familiarità con essi. Un giorno chiese loro: “Perché Rachele prese con sé gli idoli di suo padre Labano?” (Gen 31,30-35). Uno di loro rispose: “Aveva nostalgia, e tenne con sé un ricordo di casa”. Un altro aggiunse: “È difficile abbandonare le superstizioni”. L’abba aggiunse: “La sposa di Giacobbe non conosceva ancora il Dio del suo sposo. Questi non era stato in grado di farglielo conoscere, e soprattutto di farglielo amare. Se la nostra vita non fa conoscere e amare il Signore Gesù, avremo attorno a noi persone superstiziose e legate alla magia, schiave di idoli inutili e dannosi, illusori e deludenti, attaccate a cose morte che succhiano loro la vita. Le terranno con sé, nascoste persino sotto il sedere, come fece Rachele. Quegli oggetti impediscono la comunione santa e gioiosa dei figli di Dio”. I discepoli furono lieti di capire che le Scritture servono a guardarci attorno e a impostare il nostro amore per il Signore Gesù e per i fratelli.

286 Conversione

Mentre abba Filippo terminava la preghiera, alcuni discepoli confabulavano tra loro. Uno disse: “Ho letto l’episodio di Noè (Gn 6,5ss). Mi ha colpito che il patriarca, mentre costruiva l’arca, venisse deriso e definito artefice di complotti. Si accorsero che era ispirato da Dio solo quando s’avvidero di non avere nemmeno una scialuppa per raggiungerlo. Ormai era tardi. Essi affogavano, mentre gli animali erano in salvo”. Un altro intervenne: “E Giona, il profeta, fu come Noè? Gridava: «Ancora quaranta giorni e Ninive sarà distrutta!» (Gio 3,4). Salì sul colle per godersi lo spettacolo della distruzione, ma così non avvenne. Infatti la conversione del re e di tutto il popolo scongiurò la sciagura. Persino gli animali, spogliati delle bardature e delle pettorine, parteciparono al digiuno. Il profeta rimase con un palmo di naso. Era stata falsa la sua denuncia?”. Abba Filippo ha udito, e aggiunse: “E che dire di Gesù? Ben due volte avvertì: «Se non vi convertite, perirete tutti» (Lc 13,3.5), e versò lacrime al vedere la città che non si convertiva per riconoscerlo (Lc 19,41). E quella città quarant’anni dopo ebbe davvero a soffrire l’indicibile”. Rimasero tutti in silenzio, con un desiderio nuovo di amare Gesù, e di farlo seriamente.

287 Il tempio

Abba Gregorio teneva una conversazione sul Vangelo secondo Matteo. Un discepolo chiese: “Come mai Erode è stato chiamato «il Grande»? Non è lui che ha compiuto numerosi misfatti?”. L’abba, rispondendo, poté completare la sua istruzione: “Erode ha avviato la ricostruzione del Tempio di Gerusalemme. Lo ha ampliato ed abbellito, riscuotendo il plauso dei capi ebrei, nonostante fosse eccessivamente narcisista. Con quel titolo, lo adularono”. Un altro discepolo: “La sua opera è stata grande davvero?”. Gregorio continuò: “Agli occhi degli uomini fu un’opera imponente. Agli occhi di Dio fu un segno di quella che lui stava compiendo. Infatti proprio quando Erode iniziò la ristrutturazione del tempio, Dio Padre provvide alla nascita di Maria. In lei sarebbe stato presente non un segno di Dio, ma Dio stesso, la pienezza del suo amore divenuto uomo. Edificava così il Tempio vero, compiendo ciò che promise a Davide (2Sam 7,5-15)! Ma Dio volle che anche il tempio di Erode servisse per manifestare Gesù” (Lc 2,21ss; 41ss; 19,45ss). I discepoli si affezionarono ancor più a Maria, ammirarono la previdenza e la provvidenza del Padre, che ha fatto coincidere l’inizio del tempio di pietra con l’inizio di quello che avrebbe accolto il corpo di Gesù.

288 Il Nome

Abba Bartolomeo si entusiasmava, lasciando tutti stupiti. Sorpreso mentre pareva danzassse in fondo alla chiesa vuota, abba Francesco gli chiese: “Che cosa ti dà gioia, abba?”. E lui, ancor più lieto disse, quasi cantando: “«Gli fu messo nome Gesù», così sta scritto, così avvenne. Non ci trovo nulla di nuovo”, sbottò Francesco. E lui: “È vero, nulla di nuovo, eppure tutto nuovo. Gesù è un nome nuovo, sempre nuovo, e non è solo un nome. Gesù è promessa, è realizzazione, ed è pure profezia. Capisci che «Dio mi salva»? Anzi, mi ha salvato, continua a salvarmi e mi salverà ancora!”. Stupito Francesco lo guardava. “Quando Gesù è qui con me, io sono tutto per Dio Padre e di fronte a tutti gli uomini. Egli è mio alleato: non ho timore nemmeno di te, né del tuo stupore, neanche del tuo problema”, continuò Bartolomeo. E ancora: “Quel Bambino che morirà in croce ha un nome, come ce l’ho io. Gliel’hanno dato facendogli versare sangue per circonciderlo, e gli è rimasto e gli rimane per me. Gli costa quel nome, è bello, è forte, è incisivo. Riempie il cuore della Madre sua e la mente di Giuseppe. Non è forse degno di riempire i miei desideri e le mie membra?”. Francesco taceva, anzi, disse fra sé: “Sarà…!”. E intanto Bartolomeo iniziò a cantare: “Jesu dulcis memoria”, con quel che segue.

289 Mistero nel mistero

«In principio era il Verbo». I discepoli degli abba conoscevano queste parole, le avevano udite spesso e le usavano, ma le comprendevano? Abba Gregorio si preoccupava che essi non le pronunciassero senza conoscerne il senso. Li radunò, e chiese loro: “Queste parole hanno cambiato la vostra vita?”. I discepoli tentavano di dire qualcosa, ma senza riuscirci. Allora l’abba: “Giovanni con queste parole ci ha voluti portare in paradiso. E in paradiso le parole sono ineffabili. Dicendo «in principio» ci rivela che il fondamento di tutto, proprio di tutto, è sempre stato ed è ancora e sarà sempre il Verbo. «Il Verbo», che si è fatto carne, cioè uomo, è tutto ciò che Dio Padre vuole comunicare e donare, quindi tutto il suo amore perfetto. «Era presso Dio» cioè era ed è sempre proteso ad immergersi nell’amore del Padre”. Il silenzio era diventato palpabile. Avevano capito? “Capirete qualcosa quando poggerete il vostro capo sul petto di Gesù. Allora ogni creatura vi rivelerà un aspetto di quell’amore che è Dio. Guarderete un fiore, un uccello, una roccia, un bambino, un vecchio, e sorgerà in voi amore. Non sarete più capaci di odiare e nemmeno di essere indifferenti. Diventerete anche voi Dio, come figli suoi”. Capirono solo che il silenzio li avrebbe istruiti, perché ciascuno e tutti erano mistero dentro il mistero, un mistero riempito da Gesù.

290 Maria

Abba Ilario amava Maria, la Santa Vergine. Un giorno la contemplava mentre arrivava in Giudea per visitare la parente di cui le aveva parlato l’angelo, Elisabetta. Abba Filippo, vedendolo assorto, gli chiese: “Che cosa stai meditando?”. “Sto osservando Elisabetta sull’uscio a cui ha bussato Maria. Come la vide, non pensò a lei, ma al bambino che quella portava in grembo; infatti la chiamò «Madre del mio Signore». E nei tre mesi trascorsi insieme, quel «Signore» nascosto attirava tutto il suo amore, più del bambino che lei stessa nutriva nel grembo”. Filippo lo interruppe: “È vero: Elisabetta lo ha chiamato «mio Signore»!”. E Ilario: “Come faceva Elisabetta ad amare il suo Signore, cioè il suo Dio? Ad amare cioè quel Bimbo nascosto? Per amare il suo Dio amava Maria: la ascoltava, la interrogava, pregava insieme a lei, le chiedeva dei servizi, badava che avesse cibo e bevanda, e che potesse riposare!”. Tutt’e due gli abba furono consolati da questa conversazione: si resero conto che amando Maria adoravano Gesù, il Figlio di Dio!

291 Gloria e pace

Alcuni abba con i discepoli si preparavano a cantare. Abba Bartolomeo guidava; propose il canto degli Angeli: “Ora cantiamo «Gloria a Dio nel più alto dei cieli», con una melodia che fa invidia agli angeli stessi!”. Grazie”, disse abba Fedele, “saremo attenti però, perché Dio guarda soprattutto il nostro cuore”. Furono soddisfatti i discepoli, e ci fu chi chiese ad abba Gregorio: “Dicci qualcosa sulle parole di questo canto”. Abba Gregorio iniziò: “Quando vivremo in modo da glorificare Dio, arriverà la pace sulla terra. La pace nelle case, nei paesi e nelle città giunge quando gli uomini alzano lo sguardo e il cuore al Padre che ha mandato Gesù”. Erano attenti tutti, e allora continuò: “Anche voi non sognatevi che nel deserto, nelle famiglie e nei cuori ci sia pace, se non renderemo presente l’amore del Padre e del Figlio: questa è la gloria di Dio da cui, come da sorgente, sgorga la pace”. Cantarono con attenzione, sottovoce, obbedienti ai cenni di abba Bartolomeo. E gli angeli vedevano il Padre e Gesù soddisfatti per i cuori di quegli uomini, e godevano della pace che si diffondeva sulla terra. Gli abba poi cercavano l’occasione per ripetersi l’un l’altro: “Se dai gloria a Dio arriva la pace!” oppure: “Se vuoi la pace, dà gloria a Dio con l’obbedienza!”.

292 Ubbidire

Abba Gregorio era preoccupato per i suoi discepoli. Non erano pronti ad ubbidire. Infatti, quando chiedeva loro un servizio, qualcuno rispondeva: “Sarebbe meglio invece fare in quest’altro modo!”. Egli diceva: “Ubbidire è un atto di fede in Dio. Voi vorreste farlo diventare un ragionamento umano”. I discepoli non capivano. Allora l’abba usò un esempio evangelico: “Che cosa disse Gesù quando i discepoli gli chiesero: «Accresci in noi la fede»?”. Uno rispose: “Ha detto: «Se aveste fede quanto un granello di senape, potreste dire a questo gelso: Sradicati e vai a piantarti nel mare, ed esso vi obbedirebbe» (Lc 17,6). Allora Gregorio: “Voi gli avreste risposto: “Gesù, che ci fa un gelso nel mare? sarebbe meglio dirgli: «Dacci subito i tuoi frutti»”. E così disubbidireste a Gesù stesso, e non vedreste i suoi prodigi. Chi ubbidisce, dona la propria fiducia a Dio, che può compiere ciò che a noi pare impossibile. Chi ubbidisce a se stesso, resiste a Dio”. Abba Gregorio dovette ripetere spesso quest’insegnamento. Le resistenze sono molte infatti, anche nel deserto. Per accogliere la Parola di Gesù e fare la sua volontà è necessario il rinnegamento di sé.

293 Rivelazione

Abba Paolo leggeva a voce alta: “Cammineranno le genti alla tua luce, i re allo splendore del tuo sorgere” (Is 60,3). Se il ministro della regina di Etiopia avesse letto questa Scrittura, avrebbe cercato qualcuno che, come Filippo, gli avesse spiegato chi è così luminoso, da essere cercato dalle genti e dai re! Quando abba Paolo incontrò abba Martino, si avvide d’essere come l’etiope. Confidò a lui il suo desiderio. Martino gli rispose: “Il profeta continua a rivelare il nostro Signore Gesù Cristo: questi occupa tutti i suoi pensieri e dà significato alle sue azioni. La luce del volto di Gesù non si spegne mai. È una luce che sarà presente sul cammino di tutte le genti. Quando vedranno un barlume di questa luce la cercheranno con desiderio e abbandoneranno i loro idoli, ritenuti fino allora veraci e preziosi. E i re? Anche i re impareranno a regnare quando sorgerà Gesù, ed essi lo vedranno servire con amore e distribuire il pane a quelli che l’avevano ascoltato, alzando occhi e mani al cielo. Ogni re inizierà con lui ad essere vero re, e non più tiranno e dominatore”. Abba Paolo disse: “Ora continuo da solo a leggere. Ti ringrazio abba Martino, mi hai aiutato ad aprire gli occhi e a godere della luce che sorge dall’alto”. I due abba si salutarono comunicandosi con gioia il desiderio di amare Gesù.

  

294 Libertà…

Una mamma venne col bambino per incontrare amma Serafina, che aveva fama di saper parlare ai bambini. Il figlioletto aveva portato con sé una macchinina per giocare, mentre la mamma diceva: “Questo mio figlio fa domande per me difficili”. E, rivolgendosi a lui: “Dì all’amma quello che hai detto a me a pranzo”. Il bambino non se lo fece ripetere: “La maestra ha detto che lei è libera. E anche la mamma del mio amico ha detto che bisogna essere liberi. Che cosa vuol dire ‘liberi’?”. L’amma sorrise, e poi: “Benissimo! ‘Libero’ è una parola importante. Tu vuoi sapere cosa intendono gli uomini con questa parola, o come la intende Gesù?”. Il bambino non seppe rispondere. Non sapeva che le parole possono essere intese diversamente. Allora l’amma continuò: “Gli uomini dicono che è libero chi può fare quel che vuole. Allora tu dirai che sei libero quando puoi fare i tuoi capricci, anche andare a giocare invece che andare a scuola o invece che fare i compiti”. “Ho capito”, disse il bambino, “e per Gesù cosa vuol dire?”. L’amma guardò il crocifisso prima di rispondere: “Gesù è libero quando porta la croce. Per lui è libero chi ama, chi sa rinunciare a cose buone e belle per aiutare un altro. Per Gesù tu sei libero quando vinci la voglia di giocare e ubbidisci alla mamma”. Il piccolo guardò la mamma, e disse: “Qualche volta sono libero!”. Si salutarono con affabilità: per quel giorno era abbastanza.

295 Domenica

Un uomo molto occupato negli affari del mondo venne nel deserto perché aveva sentito parlare di abba Cristoforo. Gli disse: “Abba, sono molto impegnato e spesso sono fuori casa. Ovviamente non mi resta tempo per la chiesa. Mio figlio, che ora va a scuola, mi pone domande che mi creano imbarazzo. Ieri, per esempio, mi ha chiesto: «Perché c’è un giorno che si chiama domenica? La mamma ha detto che vuol dire ‘giorno del Signore’. È per questo che in quel giorno non mi porti a scuola?». Potresti tu, abba, aiutarmi a dargli una risposta?”. Abba Cristoforo guardò l’uomo con compassione, perché si accorse che i suoi affari lo avevano svuotato interiormente tanto da rischiare di lasciar vuoti anche i figli. Cominciò a dire: “Hai una sola possibilità per rispondere a tuo figlio. Non gli dirai nulla, nemmeno io ti posso imbeccare. Domenica prossima lo porterai in chiesa all’ora in cui i cristiani si riuniscono. Proverai a pregare anche tu, ad ascoltare, a cantare, ad alzarti in piedi e ad inginocchiarti. Quando tutti usciranno dalla chiesa, tu ti fermerai ancora un po’. Dirai a tuo figlio: «Adesso preghiamo noi due soli» e reciterai il Padre nostro con lui. Sarà un giorno di gioia per Gesù, il Signore”. Dopo un minuto di silenzio: “Potrai poi dire a tuo figlio: ecco perché questo giorno si chiama domenica! E lui capirà”. Quell’uomo, timidamente, aprì il cuore: “Potresti confessarmi, abba?”.

296 Lacci dei sandali

I discepoli di abba Cristoforo non conoscevano ancora bene le Sacre Scritture. Si permettevano perciò di interrogare il loro abba, persino durante i pasti. “Abba, abbiamo sentito Giovanni il Battezzatore che parlava di Gesù. Fin che dice: «Viene colui che è più forte di me», capisco. Gesù è più forte nell’amore e quindi i demoni hanno paura di lui più che di Giovanni. Ma quando dice: «A cui non sono degno di slegare i lacci dei sandali», non capisco. Che c’entrano i sandali?”. Abba Cristoforo smise di portare la forchetta alla bocca. Non era facile spiegare lì per lì. Tuttavia ci provò: “I sandali c’entrano... «Slegare i lacci» significava togliere i sandali a qualcuno. Lo poteva fare chi accettava di sposare una donna al posto di colui che ne aveva diritto, ma la rifiutava. Questi doveva essere scalzato con un rito ufficiale. Giovanni dichiara che lui non poteva e non voleva prendere il posto di Gesù, lo Sposo”.Ma Gesù non si è sposato!”, ribatté il discepolo. “Non si è sposato, ma rappresenta Dio, lo Sposo del popolo d’Israele. Gesù ha amato gli uomini fino a dare la vita per loro, come farebbe un vero sposo per la sposa! Così parlano i profeti”. Riprese la forchetta, e i discepoli pure, lasciando un lungo silenzio prima della prossima domanda.

297 Cristianesimo

Come fate a distinguere il tempo e i luoghi del cristianesimo dai tempi e dai luoghi senza di esso? Qual è la differenza più significativa che si nota ancora oggi?”, chiese abba Felice ad un gruppo di giovani che lo deridevano per la barba fluente e per la croce che gli pendeva sul petto. Non seppero rispondere, o, meglio, avevano solo risposte superficiali destinate a suscitare il riso. “Diccelo, abba. Forse non lo sai nemmeno tu!”, e scoppiarono in una risata. “Ve lo dico di certo. Quando non c’era il cristianesimo c’erano i mercati degli schiavi. Sulla piazza, nei giorni stabiliti, potevi assistere alla compravendita di ragazzi, giovani, uomini, donne, legati con catene e mezzi nudi. I razziatori facevano lauti guadagni. Man mano che la gente si convertiva a Gesù, gli acquirenti diminuivano, e quindi il mercato stesso è scomparso. E voi ora non siete in pericolo”. Seriamente uno disse: “Vorresti dire che anche noi potremmo essere venduti e acquistati?”. Abba Felice: “Certamente: man mano la gente si allontana da Gesù, la libertà diventa diritto di pochi, e questi pochi compreranno gli altri. Pare che il gioco sia iniziato. I giovani sono i più ambiti, valgono di più”. È tornata la serietà sui loro volti e non ebbero coraggio di continuare. Cominciarono a capire il perché di alcune novità che succedevano nel mondo attorno a loro. “Ricordatevi di Gesù”, ammonì con dolcezza abba Felice.

298 Liberi

Si faceva un gran parlare di libertà. Chi sosteneva che siamo schiavi e chi diceva che non c’è mai stata una libertà così protetta. Mentre tutti erano occupati con questi discorsi, abba Cristoforo fu raggiunto dall’uomo d’affari che aveva un figlio capace di fare domande. “Abba, mio figliolo mi ha chiesto: «Papà, sono libero io? E la mamma è libera? E tu, sei libero?»”. L’abba avrebbe preferito parlare direttamente con quel bambino, ma dovette fare buon viso a cattivo gioco. Non che il gioco fosse cattivo, ma più impegnativo sì. Disse: “Chiederai al bambino se la mamma gli sorride quando lui si sveglia al mattino. Gli dirai che quel sorriso è segno di grande libertà. Gli chiederai se lui ringrazia Gesù per essergli stato vicino come un amico nei momenti di paura. Se dirà che ringrazia sempre il Signore, gli dirai: «Tu sei libero». Per quanto riguarda te, gli dirai che tu ti sei fermato da me a confessare i tuoi peccati. Questo è segno di vera e sublime libertà”. Gli rispose: “Non capisco tutto nemmeno io, abba”. E quegli: “Chi è schiavo non sorride, non ringrazia, non chiede perdono. Queste sono azioni delle persone veramente libere, che amano Gesù, che ha detto: «Se il Figlio vi farà liberi, sarete liberi davvero» (Gv 8,38). L’uomo disse: “Allora confessami ancora, abba”, e iniziò a chiedere perdono a Gesù per altri peccati che gli avevano fatto perdere la libertà. Poi se ne andò pensieroso, ma sereno.

299 Gedeone

Conoscete la storia di Gedeone?” (Gd 7,2), chiese abba Gregorio ai discepoli. Chi si, chi no. Allora raccontò: “Gedeone doveva combattere contro nemici potenti per liberare il popolo dalle loro razzie. Raccolse uomini e ne arrivarono molti. Gran parte di loro però avevano paura. Chi ha paura non aiuta, si disse, e li mandò a casa. Ne rimasero pochi, ma per i gusti di Dio erano ancora troppi. Con un semplice stratagemma fece un test psicologico senza che essi se ne accorgessero, e così ne rimasero solo trecento. «Sono abbastanza», gli disse Dio in persona, «se si fidano di me per ubbidire a te»”. “Perché ci racconti questa storia, abba? Ormai siamo nel Nuovo Testamento!”, disse uno intelligente. Con un sorriso soddisfatto l’abba spiegò: “Gesù si comportò proprio come Gedeone. Quando si vide seguito da una folla numerosa (Lc 14,25ss), anche lui sottopose tutti ad un test psicologico”. “Questa poi non l’ho mai sentita!”, ribatté il discepolo presuntuoso. Allora l’abba: “Non è forse un test decisivo questo?: «Se uno viene a me e non mi ama più di quanto ami suo padre, la madre, la moglie, i figli, i fratelli, le sorelle e perfino la propria vita, non può essere mio discepolo. Colui che non porta la propria croce e non viene dietro a me, non può essere mio discepolo». È il test che voi affronterete con sincerità. Gesù l’aspetta”. Rimasero tutti senza parole per un bel po’ di tempo.

300 Acqua

Quando i discepoli si riunirono nella cella di abba Daniele, uno di loro esordì: “Che bello guardare Pietro che, sceso dalla barca in mezzo al lago, posa i piedi sull’acqua. Chissà che emozione!”. Un altro aggiunse: “Proprio bello quell’evento. Quando Pietro tiene gli occhi fissi su Gesù, nemmeno s’accorge che sotto i suoi piedi si muove l’acqua. Essa lo porta come un fuscello: tanto vale e opera la nostra santissima fede, fiduciosa nella Parola del Signore”. Un terzo disse: “Sì, finchè Pietro ubbidisce alla fede, l’acqua lo sostiene, ma quando, sentendo il vento e vedendo le onde, egli ubbidisce al ragionamento, viene la paura, e allora la stessa acqua lo inghiottisce!”. Questa volta abba Daniele non aggiunse nulla. Gioì udendo il dialogo che avrebbe aiutato i discepoli del deserto a vivere in modo degno della chiamata ad essere santi! Avrebbero ubbidito sempre alla fede in Gesù?

301 Grandi

Le domande dei bambini sono importanti più per gli adulti che per loro. Gli adulti sono tali solo di nome, se in loro non è cresciuta la sapienza di Dio. Per questo devono ricorrere a qualche abba o a qualche amma del deserto. Questi sono in ascolto della Parola che non passerà mai, e per tale motivo sanno rispondere anche ai bambini. Venne una mamma da amma Caterina, venne tirandosi dietro la sua bambina, quella che non finiva di farle domande. “Amma, vuoi rispondere tu alla mia piccola?”, sussurrò la mamma. La bambina allora, con grande coraggio, disse: “Alcuni dicono che io sono piccola, altre volte che io sono grande. Gli uomini sono sempre tutti grandi, e anche la mamma e le zie. Tu sei grande o piccola?”. Caterina fu sorpresa da questa domanda inaspettata. Che cosa rispose? “Anche tua mamma dice che io sono grande, ma Gesù dice che io sono piccola. Chi ha ragione?”. E la bambina: “Per me ha ragione sempre Gesù. Tu allora sei piccola. Come me!”. Le due donne ‘grandi’ si guardarono, e la mamma chiese: “Adesso, amma, ti faccio anch’io una domanda: i grandi del mondo, perché sono detti grandi?”. “Lo si dice a torto. Sono grandi davvero quelli che sanno portare fino alla fine la loro croce con Gesù. Chi la rifiuta o la vende, come puoi chiamarlo grande? Chi si scosta da Gesù perché lui ha la croce, non è grande, anzi, è meno della polvere”. Si guardò dentro la donna, in silenzio prese per mano la bambina, e salutò riconoscente.

302 Vita profetica

Abba Gregorio voleva che i suoi discepoli conoscessero le Sacre Scritture, fonte di sapienza e saggezza, ordine e costanza. Chiese loro: “Come mai Giuseppe andò a portare il pane ai suoi dieci fratelli? (Gen 37,13) A suo padre, che lo mandava, avrebbe potuto dire: «I miei fratelli non mi vogliono bene. Perché mi mandi da loro?». Uno rispose: “Era ingenuo, non aveva ancora prudenza”. Un altro: “Si era dimenticato della gelosia e dell’invidia che manifestarono quando raccontò loro i suoi sogni”. Visto che le risposte erano povere, Gregorio disse: “La vita di Giuseppe era profetica. Chi poteva portare ai suoi fratelli l’amore del padre loro, se non chi per loro era disposto a morire, addirittura per mano loro? Giuseppe era sicuro che suo padre Giacobbe lo mandava ad amarli, e che, se ubbidiva, non lo avrebbe lasciato in loro potere. Infatti, per dare a noi l’amore vero ed eterno, chi è venuto? È venuto colui che per noi si è offerto, ed è morto perché noi stessi l’abbiamo venduto alla morte!”. I discepoli impararono che ogni Scrittura deve essere letta alla luce della vita e della morte e della risurrezione di Gesù.

303 Gioia

Vari abba ogni domenica prendevano un pasto insieme. Una volta abba Gaudenzio e abba Felice si offrirono a preparare il pranzo, che doveva essere di festa. Si accorsero troppo tardi che mancava il vino. Che fare? Felice propose: “Chiediamo alla Madre di Gesù di donarci la gioia!”. Gaudenzio accettò la proposta, e insieme si rivolsero alla Madre di tutti gli abba con questa richiesta insolita. Quando tutti erano seduti a tavola, abba Gregorio disse ad alta voce: “«La madre di Gesù gli disse: Non hanno vino» (Gv 2,3). Ella lo potrebbe ripetere anche oggi!”. Nessuno si scompose, abituati com’erano a non lamentarsi della povertà. Abba Gaudenzio per aiutare i fratelli dichiarò: “Maria a Cana fu l’unica ad accorgersi della tristezza dei commensali. Solo lei infatti conosceva la gioia, da quando l’angelo le aveva detto: «Rallegrati!» per il Figlio che riceveva in grembo. Per questo non è andata a ordinare fiaschi o damigiane, bensì fece conoscere il Figlio. Sapeva che è lui la fonte della vera gioia”. Allora Felice, sorridendo: “Gesù è il nostro vino spumeggiante. Alleluia! La sua gioia inondi i vostri cuori, fratelli!”. Tutti sorrisero, e con letizia mangiarono tutto come fratelli, senza vino, ma condividendo le gioie della vita di fede, di carità e di unione che il Signore Gesù donava loro.

304 Le carte

Un uomo con volto sofferente incontrò abba Giuseppe, che l’accolse con gioia, desideroso di influenzarlo con la propria serenità. Ma quell’uomo gli disse: “Sai, abba, mia madre mi leggeva le carte, indovinava sempre, e allora le cose andavano bene. Ora mia madre è morta, e tutto mi va a rovescio. Conosci qualcuno che possa leggermi le carte al posto di mia madre?”. Rimase di stucco abba Giuseppe. Rispose: “Sai perché adesso le cose ti vanno male su tutti i fronti? Si potrebbe pensare che colui che ti beneficava ti stia chiedendo il conto. Tua madre era ingannata e ingannava. Non erano le sue carte che ti parlavano. Chi crede che le carte parlano, non è capace di ragionare. Tu sei stato plagiato, hai rinunciato a usare l’intelligenza, e adesso non te la sai cavare. In questa vicenda c’entra in vari modi il nemico di Dio e dell’uomo. Ti impediva di rivolgerti al Padre che sta nei cieli. Tu hai ubbidito all’idolatria e hai coltivato l’incredulità”. “Che posso fare adesso?”, chiese imbarazzato quell’uomo. “Pentiti, chiederai perdono a Gesù, ti rimetterai alla sua scuola cercando aiuto da un abba, rinnegherai con decisione ogni magia. E ti disporrai a prendere con responsabilità ogni decisione che riguardi la tua vita. Io ti posso aiutare con la mia preghiera e con la benedizione del Signore. Tra qualche settimana ritornerai a raccontarmi come vivi”. Pregarono insieme: «Padre nostro che sei nei cieli», e abba Giuseppe lo benedisse con tenerezza invocando su di lui il nome santo di Gesù..

305 Rabbie

Cercava un abba per confessare i peccati e ricevere il perdono del Signore Gesù. Era un ragazzo di dodici anni. L’abba lo ascoltò con attenzione. Ecco uno dei peccati frequenti che preoccupavano il ragazzo: “Abba, mi sono arrabbiato con i genitori e i miei fratelli, e molte volte anche con i miei amici. Chiedo perdono a Gesù, e a te, e a te chiedo consiglio come fare”. L’abba non sgridò il ragazzo. Gli disse: “Sai che a Gesù non fanno problema quelli che si arrabbiano? Ha scelto due di questi per farli suoi discepoli”: Il ragazzo lo guardò stupito. “Sì, Giacomo e Giovanni, due fratelli, hanno ricevuto da Gesù il soprannome di ‘figli del tuono’, tanto il loro arrabbiarsi era rumoroso. Se t’arrabbi significa che sai reagire, che non sei una pappa molla. Questo va bene. Puoi però dominare le tue rabbie. Invece di adirarti per cose da nulla, o per il tuo egoismo, fallo per cose che meritano. Per esempio, arrabbiati per le cose che impediscono il Regno di Dio”. Il ragazzo ricevette il perdono e poi manifestò con gli occhi il desiderio di ascoltare ancora. L’abba ne approfittò per chiacchierare di cose serie con il giovinetto che aveva l’età di Gesù quando divenne un grattacapo per i suoi genitori.

306 Pungiglione

Abba Gregorio confidò ad uno dei discepoli: “Abba Silvio mi ha affibbiato un soprannome. Quell’abba di certo non mi voleva offendere!”. Il discepolo, stupito e incuriosito: “Sono indiscreto se ti chiedo quale soprannome ti ha donato?”. Attese un attimo, poi sorridendo: “Mi chiama: «il pungiglione di Dio»”. Il discepolo, con gioia: “È bello! Tu, abba, ricordi spesso che Gesù è colui per mezzo del quale tutto è stato fatto e in vista del quale tutto esiste. Per qualcuno le tue parole sono più che gradite, per qualche altro sembrano un rimprovero che sveglia memorie assopite di peccati dimenticati. Il soprannome è azzeccato, e anche bello!”. Gregorio ringraziò il discepolo che aveva avuto il suo medesimo sentire: “Dio non ha pungiglioni, e non vuole offendere. Semmai un pungiglione Dio lo usa per introdurre l’amore per Gesù là dove ancora non c’è, a costo di far soffrire un po’!”. Insieme, alzando gli occhi al cielo, pregarono: “Vieni, Signore Gesù!”.


307 L’umiltà

La signora che offriva il caffè alle donne che passavano davanti alla sua porta, e passavano volentieri, venne da amma Maria Rosa. Tra le altre confidenze, le fece questa: “La mia vicina di casa pare abbia invidia perché le donne vengono volentieri a parlare con me. Sai, è sempre la prima ad entrare in chiesa alla domenica. È lei che inizia i canti, che legge le letture, che si propone a porgere la Santa Comunione”. Vorrebbe anche sostituire l’abba nel predicare?”, chiese l’amma. “No, questo non credo”. Allora l’amma fece sottovoce una considerazione: “Di certo una persona così darà anche esempio di umiltà. È il minimo che ci si può aspettare da chi sta vicino a Gesù e lo serve con amore”. Alzò gli occhi al cielo quella donna, e non rispose. Voleva astenersi dal parlar male. L’amma lo comprese, e l’ammirò.

308 Il diploma

Una gentile signora si avvicinò ad amma Annamaria per dirle: “Amma, la cognata di mio fratello ha conseguito un Diploma per Operatore Ecologico dei locali destinati a chi si ritira per sedersi un momento da solo. È un traguardo per un nuovo lavoro. Adesso si sente così importante… come fosse una dottoressa. Quando mi avvicina, sento fastidio. Come posso comportarmi con lei?”. L’amma non si meravigliò. Le chiese: “Suo marito è soddisfatto?”. “La mia impressione è che egli non valga più nulla ai suoi occhi”, rispose la donna addolorata. L’amma si fece seria e tacque. Dopo un po’ di silenzio: “Tu ti comporterai in modo che questa tua conoscente possa imparare semplicità e umiltà. Informati pure da lei del suo nuovo lavoro, ma portando l’interesse sulle persone che incontra, sulla loro pace, oppure sulla loro necessità di trovarla. Chiedile se il diploma l’aiuta a comprendere, ad amare, ad avvicinare le persone. In tal modo sarà aiutata a non guardarsi continuamente allo specchio e a non dare importanza alle sue competenze”. Questo consiglio servì anche per lei, per orientare i propri pensieri a ciò che è importante, a ciò che dà gloria a Gesù.

309 Seriamente

Abba Felice si recò da abba Gregorio per dirgli: “Che cosa ti dice la parola del salmo: «Punirò con la verga la loro ribellione e con flagelli la loro colpa. Ma non annullerò il mio amore e alla mia fedeltà non verrò mai meno»? (Sal 89,33-35). Gregorio rispose: “La parola di Dio nasconde e rivela il suo amore. Qui, prima di rivelarlo, lo nasconde parlando di punizione. Le nostre ribellioni e i nostri peccati devono essere puniti, altrimenti noi non ci convertiremmo. Durante la punizione l’amore di Dio rimane nascosto, ma non è assente”. Allora abba Felice: “Dio rimane fedele. Dice infatti anche: «Non profanerò la mia alleanza, non muterò la mia promessa», e la promessa di Dio è la salvezza: chi ne ha bisogno è il ribelle”. I due abba iniziarono a cercare le indulgenze. Infatti il peccato merita la punizione della verga e dei flagelli, benché il perdono sia già a disposizione. “Per evitare la verga e i flagelli dimostreremo a Dio di non averne bisogno, perché ci siamo già seriamente convertiti ad amare Gesù”, concluse abba Gregorio.

310 Decenza

Alcuni discepoli si avvicinavano per la prima volta ai testi sacri. Lessero: «Le parti del corpo che riteniamo meno onorevoli le circondiamo di maggiore rispetto, e quelle indecorose sono trattate con maggiore decenza» (1Cor 12,23). Uno domandò: “Che cosa vorrà dire l’apostolo?”. Quello seduto vicino rispose: “Mi pare ovvio: vuol dire che, sia per pudore che per non disgustare, teniamo rigorosamente coperte certe parti del nostro corpo. Paiono meno onorevoli perché ciò che esce da esse è considerato sozzura”. “Chi è senza pudore mette in mostra queste parti del corpo, suscitando reazioni impudiche e pensieri e sentimenti che il nostro Signore non gradisce”, sentenziò un altro. Infine un terzo, timidamente: “San Paolo potrebbe intendere anche parti del Corpo di Cristo, che è la Chiesa. Chi nella Chiesa è povero, debole, non considerato, noi lo vogliamo circondare di onore. Anch’egli fa parte del regno dei cieli, anch’egli è amato, anzi, preferito, dal nostro Signore e Maestro”. Prese coraggio l’ultimo per dire: “Io vi ringrazio: voi avete amore per me, peccatore. Io non sono nulla, ma voi mi calcolate uno di voi, e date anche a me gli stessi Sacramenti della Chiesa che ricevono i santi. Io sono la parte «meno onorevole» che voi circondate di rispetto e di onore”. Lo guardarono stupiti, lo ringraziarono e lodarono Gesù.

311 Le autorità

I discepoli di abba Giuseppe ragionavano sulle lettere dell’apostolo. Uno chiese all’abba: “Perché San Paolo raccomanda di ubbidire alle autorità? (Rom 13,1) Sapeva che esse erano pagane, che spesso davano informazioni menzognere e comandi a capriccio, e che usavano violenza. E sapeva che s’incaponivano a perseguitare i cristiani”. Abba Giuseppe per la fede aveva sofferto molto da parte delle autorità, perciò poté rispondere con autorevolezza: “San Paolo conosceva il valore dell’obbedienza, e sapeva che, se la legge umana non è contraria a quella di Dio, si compie la sua volontà ubbidendo anche ad autorità pagane. Egli poi desiderava recarsi a Roma per incontrare i cristiani di quella città. Aveva già sofferto denunce e flagelli da parte delle autorità, tanto che il suo nome avrebbe destato sospetto. Scrivere ai cristiani di obbedire alle autorità, avrebbe potuto essere una sorta di lasciapassare, e poteva anche alleggerire i sospetti contro i fedeli. Ai fratelli poi non occorreva dire che, come Pietro e Giovanni affermarono davanti al Sinedrio: «Se sia giusto dinanzi a Dio obbedire a voi invece che a Dio, giudicatelo voi» (At 4,19-20). Allora, ubbidire o disubbidire? Sta a noi discernere di volta in volta la volontà di Dio”. I discepoli si fecero seri. Compresero che nessuno è mai esonerato dal discernere con prudenza e sapienza. Uscirono facendo il segno di croce e invocando il nome santo di Gesù.

312 Tempo per mangiare

L’amma, uscendo la domenica per recarsi alla santa liturgia del popolo di Dio, passò davanti alla porta di un’amica. “Vieni anche tu ad ascoltare e mangiare il nostro Signore Gesù?”, le chiese con dolcezza. E quella, mentre stendeva i panni appena lavati: “No, amma, non ho tempo da perdere. Oggi vengono i miei figli a mangiare e anche due nipoti. Devo preparare il pranzo per loro. Proprio non posso venire”. Amma Mariarosa rimase senza parole. Non si sarebbe mai aspettata una risposta del genere da una che riteneva e si riteneva buona cristiana. “Se non riempi il tempo con la Parola di Dio e con il suo Figlio Gesù, il tuo tempo non andrà tutto perso? E ai tuoi figli e nipoti quale testimonianza donerai? Il cibo che prepari potrà nutrire la fedeltà dei genitori, la loro gioia, il loro amore reciproco, e far crescere in sapienza i bambini?”. Quella signora ormai era decisa, ma le parole di Mariarosa le rimasero come pulci nell’orecchio. Non riusciva più a togliersele. Per la domenica seguente programmò tutto diversamente, e il giovedì chiese all’amma: “Quando andrai alla liturgia, mi chiameresti? Verrò con te”.

313 Biciclette

Un sabato pomeriggio due ragazzi stavano lucidando e lubrificando le loro biciclette. Passando, li vide abba Silvano: “Cosa fate, ragazzi? Preparate le vostre macchine per andare in pellegrinaggio al santuario della Madre di Dio, dove domani si celebra la sua festa?”. Sorrisero i due giovinetti, e con semplicità risposero: “No, abba, domani parteciperemo ad una gara in bicicletta. Potresti pregare per la nostra vittoria?”. L’abba rimase senza parole. Chiese a Gesù: “Che cosa dirò loro? Tu domani non li vedrai tra quelli che ti ascoltano. Dammi una parola per loro”. I ragazzi attendevano la promessa della preghiera per vincere la gara impegnativa. “Io pregherò sicuramente per voi, perché vinciate la gara finale”, rispose sicuro. Ed essi: “Ma se non vinciamo domani, non potremo partecipare a quella”. Allora l’abba: “La gara finale è quella che vi farà stare sul podio del Paradiso. State già partecipando, ma se non ascolterete la voce di Gesù e non mangerete il suo Pane, le vostre gambe saranno senza forze, e non arriverete al traguardo”. Ascoltarono e... chissà!

314 Aggiornamento

Il giorno del Signore non è come gli altri giorni. Lo sapevano gli abba e le amma del deserto, e per questo la domenica correvano al luogo dell’adunanza, dove il Signore Gesù sarebbe stato presente con tutti i suoi santi. Amma Matilde, non vedendo i suoi genitori, pensò: “Saranno malati? Vado a vedere”. Dopo la benedizione si diresse verso la loro dimora insieme ad amma Giuseppa. Li trovarono indaffarati a preparare il pranzo e a pulire il giardino. “Come mai non siete venuti oggi a incontrare il nostro Pastore?”, disse la figlia Matilde. “Abbiamo da fare. E poi siamo venuti molte volte nella vita”, risposero. Amma Giuseppa si permise di aiutarli: “I miei nonni dicevano che è peccato mortale. Lasciar perdere Gesù, ritenere la sua presenza meno importante, rinunciare al frutto della sua morte e risurrezione, infatti, è privarsi del necessario per vivere”. Ed essi: “I tuoi nonni? Bisogna aggiornarsi!”. Per amma Matilde fu una coltellata. Giuseppa soggiunse: “Sì, è necessario aggiornarsi con le notizie che vengono dal Cielo. La nostra Madre santissima e tutti i santi ci aggiornano. Perché la nostra vita qui in terra sia sana e serena, è necessario nutrirsi del Pane e della Parola del Cielo”. E poi, tornando alla cella, a Matilde disse: “Pregheremo per i tuoi genitori: li rivedremo presto a far festa con noi per il nostro Sposo celeste!”.

315 Le carezze

Da molto tempo soffriva per le incomprensioni del marito. Aveva persino il sospetto che la tradisse con qualche altra donna. Cominciava a far fatica a preparargli il pranzo e a lavargli calzetti e camicie. Pensò: “Vado a trovare amma Lucia. Mi darà qualche buon consiglio. Forse mi aiuterà a scappare di casa e a trovare un altro uomo che mi accarezzi”. E si recò nel deserto. Le faceva impressione il silenzio e anche la pace che vi si poteva gustare. Lucia l’ascoltò con attenzione, pregando. Le sorrise e disse: “Cara sorella, sei figlia di Dio. Sei sorella di Gesù, e lo aiuti a portare una delle tante croci che gli pesano sulle spalle”. Quella invece continuò il suo lamento: “Vorrei trovare un uomo che mi faccia una carezza, almeno qualche volta”. Allora l’amma disse: “Chi si toglie di dosso una croce, ne compra un’altra. C’è chi le vende a buon mercato: te le fa vedere leggere come le foglie secche, ma quando le avrai sulle spalle ti pentirai, e rimpiangerai quella che non avrai più. Anzi, quella ti peserà ancora addosso in modo segreto”. La donna iniziò a comprendere. Chiese all’amma la benedizione della sua preghiera, poi insieme andarono da abba Fiorenzo, che pareva le aspettasse.

316 Scuotere

Amma Genoveffa era alla porta per salutare chi entrava. Stupita, notava come molti fedeli avevano paura: si tenevano distanti gli uni dagli altri come avessero il broncio, o il colera. L’amma, tra sé e sé pensava: “Poveretti! Come posso aiutarli a sorridere? Come aiutarli a non aver paura?”. Li guardò, e poi si fece coraggio. Andò vicino e disse: “Avete paura nella casa del Signore? Tra un po’ Gesù si sveglierà da solo, non occorrerà che andiate voi a svegliarlo”. La guardarono sbalorditi, con stupore. Lei continuò: “Sulla barca hanno dovuto scuoterlo. Là la paura era giustificabile, perché egli non era ancora risorto dai morti. Ma qui, nella sua casa, lui non sopporta che qualcuno abbia paura: se alla sua presenza non gioite, verrà lui a scuotervi!”. Iniziarono a sorridere all’amma, e poi anche gli uni agli altri, e lasciarono fuggire dalla porta ogni apprensione e ogni residuo di paura: s’avvidero che era ingiustificata, perché Gesù è risorto dai morti. Uno di loro disse a voce alta: “È vero: «La tua grazia vale più della vita»!”. Anche per essi Gesù è tornato ad essere vivo e forte, un vero alleato della loro vita.

317 Chi ha la carità?

Abba Camillo era impegnato nell’alleviare povertà e fame di persone che da sole non riuscivano a cavarsela. Leggendo le Scritture, la sua voce si fermò improvvisamente. Nei suoi orecchi risuonò la frase appena letta: “E se anche dessi in cibo tutti i miei beni e consegnassi il mio corpo per averne vanto, ma non avessi la carità, a nulla mi servirebbe”. La rilesse, e la rilesse ancora. “È per me questa parola?, si interrogò: “La risposta arriverà quando capirò cosa significa: «avere la carità»”, e cercò abba Federico per avere luce. Questi con gioia rivelò: “Gesù ha la carità, anzi, Gesù è la carità del Padre. Sai perché? Egli ama il Padre e rivela il suo amore. Tu hai la carità quando le tue parole e le tue azioni rivelano il Padre e il Figlio. Quando hai la carità, i poveri, che tu servi con fatica, riceveranno cibo e vestito conditi e impregnati del tuo amore a Gesù e al Padre suo. Sarà un amore del tutto gratuito, che non desidera gratificazione”. Abba Camillo cominciò a comprendere, ma aveva bisogno ancora di preghiera e di silenzio. Iniziò a dedicare maggior tempo a questi esercizi.

318 Vero e sincero

Il discepolo, prima di partire per la città, chiese: “Dimmi una parola, abba”. Abba Antonio, prima di benedirlo, disse: “Ora che vai a far visita ad una famiglia, vedi di essere vero e sincero”. E quello: “Cosa mi dici, abba? Non è la stessa cosa essere vero ed essere sincero?”.No, figlio mio”. Prese una noce dal vassoio: “Vedi questa noce? È sincera ed è vera”. Il discepolo guardò l’abba attendendo spiegazione: infatti non aveva capito. “Il guscio è la sincerità. Ti dice che questa è davvero una noce, ma tu non mangi il guscio. Non saresti capace di masticarlo e non ti nutrirebbe, anzi, potresti spezzarti i denti. Il gheriglio nascosto è la verità. Quello lo puoi mangiare e ti nutrirà”. Il giovane non capiva ancora. “Essere sincero giova poco, o giova nulla, se non doni l’amore di Dio. Questo è verità: l’amore del Padre nostro e del Signore Gesù. Cosa ne faresti di un guscio vuoto? Farai attenzione che la tua sincerità porti verità. Il guscio puoi anche tenerlo, o tutto o una parte, e porgere solo il gheriglio: è questo che nutre. Di certi fatti puoi raccontare solo una parte, non occorre dire tutto. Ma l’amore per Gesù dev’esserci tutto!”. Ora il discepolo fu soddisfatto, e chinando il capo disse: “Benedici, abba”, e andò per il suo compito.

319 Dalla veggente?

Sai, amma, che la Madre di Dio Consolatrice, apparendo alla veggente fece molte promesse? Disse che chi recita delle speciali preghiere e partecipa ad altre opere potrebbe godere salute e andrebbe in paradiso. Non ti pare bello e importante? Vorrei andare ad ascoltare quella veggente!”. Era una conoscente devota. Amma Paolina tendeva l’orecchio, contenta, ma non troppo. Dovendo rispondere, prese in mano la Bibbia, l’aprì e lesse: “«Se seguirete le mie leggi, se osserverete i miei comandi e li metterete in pratica, io vi darò le piogge al loro tempo, la terra darà prodotti e gli alberi della campagna daranno frutti» (Lev 26,3ss). E il Signore continua ancora con molte altre promesse. Quando ci vede molto distratti, il Signore affida alla Madre il compito di ricordarci ciò che lui ha già pronunciato. Chi lo ascolta, come un figlio amato, gode già la salvezza”. Così si accordarono tutt’e due di ubbidire a Dio, di intensificare la partecipazione agli incontri dei credenti, di rendere continua la propria preghiera, senza correre di qua o di là. Nel paradiso di Gesù, in cui già ci troviamo, ci sono molti santi da visitare: anch’essi ci aiutano.

320 L’uomo è bello

Un abba, Martino, soleva dire a chi si fermava a parlare: “L’uomo è bello quando chiede perdono”, e sopportava che lo guardassero stralunati. Lo udì una signora, che sbottò: “Allora, abba, mio marito è sempre brutto. Non mi chiede mai perdono, e vuole avere sempre ragione”. Non si arrese abba Martino, la fissò con i suoi occhi semplici e sereni, e disse: “La donna è bella quando chiede perdono!”. Egli sapeva che siamo tutti peccatori, e non voleva illudere nessuno.

321 Accarezzare il diavolo

Un uomo cercava il diavolo per accarezzarlo e dirgli: “Nonostante tutto, almeno io ti voglio bene”; riteneva così d’esser migliore di tutti gli altri, perché non escludeva nessuno dal suo amore, nemmeno il diavolo. Abba Cristoforo, quando lo ha saputo, volle difendere gli abba da un errore così pericoloso, e disse loro: “Cari fratelli, ricorderete il salmo che la Chiesa santa prega senza vergognarsi: «Beato chi afferrerà i tuoi piccoli e li sbatterà contro la pietra» (136,9). Voi sapete che con queste parole ci impegniamo a riconoscere e rifiutare anche i diavoli più piccoli, benché vogliano sembrare innocui”. Gli abba rimasero senza parole. Erano abituati a lasciar perdere alcune cose, a passare sotto silenzio delle abitudini, chiamandole sì peccati, ma veniali, piccoli, indifferenti. Abba Cristoforo sapeva che la Parola di Dio non mente e non ci fa ripetere nulla di inutile. “Chi considera piccoli certi peccati, rischia di collezionarne un’infinità, fino a bloccare l’accesso sulla strada della santità. Sarete sempre ferventi nell’amare Gesù come sposo, amico, unico consigliere. Anche i suoi desideri più semplici sono degni di guidare i nostri pensieri e le nostre azioni. Tutto ciò che si oppone a lui, anche se pare insignificante, va eliminato con decisione, senza rimpianto”. Da quel giorno l’aria del deserto divenne più limpida.

322 I gusti dell’eternità

Erano molto amici e si confidavano i propri progetti. “Andrò a convivere con la mia ragazza”, disse uno dei due. Stupito, l’altro chiese: “Come mai così in fretta? Vi conoscete da appena sei mesi!”. Il primo spiegò: “Sai, abbiamo gli stessi gusti. Ci piace andare a correre, e lo facciamo insieme. Ci piace la stessa musica, abbiamo tutt’e due la passione per la fotografia, tifiamo per la stessa squadra di calcio, e persino ci piace la stessa pizza!”.E avete dedotto che starete bene assieme?”, chiese l’amico. “Proprio così: perché aspettare?”, rispose. E l’amico: “Ti proporrei di chiedere il parere ad un abba”. Trovarono abba Federico, che li ascoltò con simpatia. Dopo un attimo di silenzio sussurrò: “I medesimi gusti bastano per stare assieme un giorno in settimana, o due al mese. Ma per vivere insieme servono i gusti dell’eternità”. I due spalancarono gli occhi per la risposta enigmatica. L’abba allora, a colui che aveva maturato il progetto, disse: “Per vivere sempre insieme, senza strapparvi i capelli, dovreste avere i gusti di Gesù, o meglio, il gusto di Gesù. Se non vi unisce la sua gioia, l’illusione del convivere svanirà in fretta. Potreste anche cominciare col suono dell’organo e con gli anelli benedetti, ma se non ci sarà lui in mezzo a voi, si riveleranno abbaglio e delusione i vostri gusti”. Tornarono in città in silenzio, pensando cosa dire alla ragazza che era andata ad acquistare scope e spazzoloni per la nuova casa.

323 Interrogativi

I due fidanzatini erano indecisi. Sposarci o aspettare? Ci conosciamo abbastanza? Sarà fedele lui? Sarà fedele lei? E tra dieci anni? E se ne incontrassi una più bella? Non sapevano districarsi tra queste e altre domande. A lei venne l’idea di provare a sentire un abba del deserto: forse, non essendosi mai maritato, poteva avere qualche idea disinteressata. Abba Cristoforo regalò loro altre domande. Alla ragazza: “Ti pare che lui sia un buon papà per i tuoi bambini?”. E al ragazzo: “Ti pare che lei sia per te un dono dall’Alto? E tu per lei sei un dono di Dio? Lei sarà una vera madre per i tuoi figli? Li saprà amare o solo accontentare?”. A tutt’e due: “Sapete rinnegare qualche desiderio dell’altro, o vi accontentate reciprocamente in tutto? Il tuo amore per lui, e il tuo per lei, è solo sentimento o è un atto di fede?”. Non sapevano rispondere a queste ultime domande. E l’abba: “Per decidere una vita che duri a lungo, spostate gli interrogativi dalla terra al cielo, e avrete più in fretta la risposta con una gioia nuova”. Li lasciò, raccomandando di osservare spesso la croce di Gesù.

324 Paura dei miracoli

“Riempirono tutte e due le barche fino a farle quasi affondare”: così lesse il diacono, calcando le parole. L’abba, commentando il vangelo, tra le altre cose disse: “I miracoli di Gesù fanno paura. Prima quasi si rompevano le reti per il peso dei pesci. Che rischio, che perdita: sia i pesci che le reti! E adesso c’è il rischio che le barche stesse vadano a fondo, con i pesci pescati e con i pescatori. Cosa avreste detto voi? Tu, avresti detto che era meglio se Pietro avesse disobbedito e non avesse gettato le reti?”. Nel breve silenzio che abba Paolo volle donare per aiutare a riflettere, alzò la voce abba Simplicio: “Ma sulla barca c’era Gesù! È sempre meglio obbedire a Gesù: lui provvede a tutto quel che succede a coloro che gli ubbidiscono. Io non avrei paura”. Tutti tirarono un sospiro di sollievo. E alcuni si rallegrarono, come avessero avuto alcuni pesci da portarsi a casa quel giorno!

325 La pecora sola

La pecora voleva starsene da sola. Ad amma Federica pareva di capir bene quella parabola, benché Gesù per le donne ne avesse raccontata un’altra, quella della moneta finita nella spazzatura. Tra sé e sé borbottò: “La pecora non c’è più. Dove sarà? Sarà ancora affamata e avrà sete. Le altre sono tutte qui insieme, sazie. Se la trovano i lupi la sbranano. Il pastore, accortosi del suo posto vuoto, torna sui suoi passi per cercarla”. Fin qui l’amma comprese. Ma poi lesse quest’altra parola di Gesù: «Se riesce a trovarla» (Mt 18,13). L’amma s’interruppe: “«Se riesce…»? forse che il pastore non riesce a trovarla? Che significa? Se fossi io quella pecora, e il mio pastore Gesù non riuscisse a trovarmi?”. Confidò il suo stupore preoccupato ad amma Mariarosa, che l’aiutò: “Tu cercherai di non abbandonare le altre pecore per non perdere il pastore. Anche non ti andasse a genio il pascolo da lui scelto, se il suo aiutante usasse il bastone con te, rimarrai unita alle altre pecore, benché ce ne sia qualcuna antipatica. Allora Gesù ti troverà sempre”. Federica si tranquillizzò e iniziò a cantare: «Il Signore è il mio pastore, non manco di nulla» (Sal 23).

326 Andarsene

“Perché Gesù dormiva sulla barca in mezzo al lago mentre imperversava la tempesta? (Mt 8,24; Mc 4,38)”: è il grande dubbio che un uomo venuto dalla città espose ad abba Cristoforo. Questi parve divertirsi a rispondere: “Gesù dormiva perché voleva che tu imparassi qualcosa di importante”. “Che cosa?”, disse quello incuriosito. E Cristoforo: “Quando l’acqua entrava nella barca, e c’era per tutti il pericolo di affondare, tre discepoli si dissero: «Noi non restiamo qui. Gesù dorme. Il timoniere fa movimenti bruschi e pare non sappia cavarsela. Il vento continua ad alzare le onde. Siamo già bagnati». E si allontanarono dalla barca. Eccoli là che annaspano”. Quell’uomo allora, stupito: “Ma, abba, non ho mai udito questo nel vangelo”. “No, non è scritto nel vangelo, ma è quello che stai vedendo. Tre persone ti hanno detto: «Ce ne andiamo da questa Chiesa. Vi sono abba immorali e vescovi che non insegnano la verità del Vangelo». Quei tre non hanno pazienza, né amore per i loro fratelli in pericolo, non pregano per chi è errabondo. Li vedi? Eccoli, annaspano fuori della barca, agitati dal vento del mondo, respirano rabbia, infuriati contro l’acqua che ingoiano. Il mondo li ha ormai in suo potere”. Allora l’uomo: “Abba, perdonami. Anch’io avevo la tentazione di lasciare la Chiesa”. E Cristoforo: “Amerai la Chiesa, il Corpo di Cristo. Gesù vorrà vederti quando si sveglierà. Ti sgriderà, sì, ma tu sarai con lui e sarai salvo”. Fecero il segno di croce come benedizione e promessa.

327 Maria sa

Amma Paola cantava il cantico che Maria fece udire a Elisabetta. Lo meditava per scoprirne i segreti. Disse alla discepola: “Maria anzitutto loda Dio, dichiarando che lui è più grande di tutti, soprattutto dei grandi della terra. Non temerà più nessuno degli uomini e delle donne che incontrerà”. Amma Paola continuò: “Maria sa che ci sono i superbi e i potenti. Ella vede che Dio non elogia tutto quel che vien fatto dagli uomini, anzi, osserva i cuori e sa quali sono quelli che fanno soffrire i piccoli, i poveri e gli umili. Egli è Padre che dà il pane agli affamati, come lo procura ai passeri e anche ai corvi. Perché i ricchi li rimanda a mani vuote? E i superbi li abbatte dai troni? Maria cantando risponde anche a queste domande difficili: Dio vuole mettere anche i superbi e i ricchi nella condizione di chiedere aiuto, di umiliarsi, di piegarsi, di diventare piccoli per conoscere e invocare la sua grandezza e la sua provvidenza. In tal modo ha misericordia di loro”. E l’amma disse che cantare questo canto ci matura, ci rende realisti, liberi e fiduciosi. E si commosse pensando che Maria lo cantava con il Bambino nascosto nel grembo. Diceva: “Gesù per primo lo udiva e ne godeva il frutto”.

328 Le asine

Abba Cristoforo ascoltava un discepolo preoccupato e triste: aveva ricevuto una notizia che gli avrebbe cambiato il programma per tutta la settimana, anzi, forse per tutto l’anno. Per tranquillizzarlo l’abba chiese e ottenne luce dal Signore: “Figlio mio, sai perché le asine di Kis si smarrirono?” (1Sam 9,3). Il discepolo, sconcertato: “Le asine di chi?”. “Le asine di Kis, padre di Saul, si smarrirono, ed egli mandò il figlio a cercarle. Saul percorse intere regioni senza trovarle. Arrivò dove abitava il profeta Samuele. Chiese aiuto a lui. Al profeta non premevano le asine smarrite da tre giorni ormai, ma consacrò lui re del popolo di Dio. In tal modo Saul seppe per qual motivo le asine di suo padre si erano smarrite. L’incontro con il profeta cambiò totalmente la sua vita”. Il discepolo era ancora confuso. Allora l’abba lo aiutò: “Quando la tua vita viene sconvolta da un contrattempo, ringrazia la provvidenza e la previdenza del nostro Signore e Dio, che adopera tutto per il nostro bene (Rom 8,28): siamo o non siamo suoi figli?”. Il discepolo ringraziò, e qualche settimana dopo seppe quale grande dono fu quell’imprevisto. Trascorse un’ora intera davanti al Pane che è il Corpo di Cristo, lodando, benedicendo e ringraziando il suo Signore Gesù per quel fatto.

329 Adeguarsi

Nel mondo si susseguivano notizie su notizie, alcune allarmanti, tanto che cresceva lo scoraggiamento tra i figli di Dio. Abba Felice era preoccupato: temeva che i suoi discepoli si lasciassero influenzare. Perciò chiese: “Che dite, figli miei? Dobbiamo adeguarci al mondo o al Vangelo?”. Uno di quelli esordì: “Abba, noi siamo discepoli di Gesù. È il Vangelo che ci guida”. Allora l’abba: “Se è il Vangelo di Gesù che vi guida, sarete sereni. Le notizie allarmanti le lascerete al mondo. Nel vostro cuore rimarrà la notizia buona, bella e vera che chiamiamo Vangelo, cioè: Gesù è con noi ogni giorno, proprio lo stesso Gesù che placò la tempesta, che camminò sulle acque, che permise all’amico Lazzaro di morire e alle sue sorelle di piangere, che con decisione salì sul Calvario. Gesù risorto dai morti non muore, è vivo in noi”. Uno dei discepoli iniziò a cantare: “Alleluia, alleluia, tesoro del mio cuore…!”, e gli altri continuarono con gioia, tanto che dalla strada entrarono alcune persone tristi, subito contagiate dalla gioia di Gesù.

330 Padrino

Un giovane chiese di incontrare abba Felice nella sua cella: “Abba, sono contento, perché un ragazzo mi ha chiesto di essergli padrino al sacramento dell’olio profumato, del crisma. Sono contento, ma non so cosa dovrò fare quando sarò davanti al Vescovo”. “Allora”, disse l’abba “terrai la tua mano destra sulla spalla destra del ragazzo. Parteciperai così all’effusione dello Spirito Santo che il vescovo invoca perché scenda in lui, anche attraverso le tue mani”. L’abba lo fissò pregando per lui. Quello chiese ancora: “E per prepararmi, e dopo, nei prossimi anni, cosa dovrò fare?”. Felice disse: “Sarai attento a farti guidare dallo Spirito Santo. Sarai sempre presente nel regno dei cieli per custodire in te lo Spirito di Dio affinché si effonda da te sul tuo figlioccio. Così non gli comunicherai altri spiriti dannosi. Sarai lieto per la fiducia che Dio ripone in te.”. Lo guardò il giovane con sguardo interrogativo. L’abba spiegò: “Vivrai l’obbedienza al Signore, ascolterai la sua Parola, sarai presente agli incontri dei fedeli, pregherai con fiducia e costanza. In tal modo sarai sostegno alla fede del giovinetto”. Rispose: “Grazie, abba. Mi dai la benedizione?”. Parole leggere e sante fluirono dalla bocca dell’abba: e il giovane fu fortificato dalla grazia del Signore Gesù.

331 Maledetto

«Maledetto l’uomo che confida nell’uomo, e pone nella carne il suo sostegno» (Ger 17,5). Questa parola rimase nell’aria. Nessuno s’aspettava di udire «maledetto» tra le parole di Dio. Eppure c’era. Abba Cristoforo intuì la difficoltà dei giovani. Lasciò scorrere un po’ di silenzio, poi disse: “Non meravigliatevi della parola del profeta. Egli usa parole forti per tenerci svegli. Quando tu speri che gli uomini riescano a farti felice, resterai deluso. Né uomini né donne potranno sostituire l’amore e la sapienza del nostro Padre che è nei cieli e di Gesù suo Figlio. Se gli uomini sono illuminati e guidati dal Signore, potranno soddisfare qualche tuo desiderio. Tu ti aspetterai tutto da lui, e ringrazierai solo lui”. Intervenne abba Federico per dire: “Hai ragione, abba. Quando m’aspettavo da te una consolazione, sono rimasto deluso. Avrei dovuto aspettarla dal Signore, allora la tua parola sarebbe stata per me un dono”. Rimasero in silenzio, e nel cuore di tutti crebbe l’umiltà, quella che ci fa somigliare al Signore Gesù.

332 Sepoltura

Amma Clementina pregando pensava alle anime del Purgatorio. La distolse una donna, che le disse: “Durante il pellegrinaggio, nelle catacombe, vidi come è stata sepolta Santa Cecilia, la vergine che cantava nel cuore la bellezza di Gesù”. L’amma gioì e disse: “Hai visto com’è stata sepolta?”. Rispose la donna: “Dicevano che i ricchi romani venivano bruciati e le loro ceneri deposte in un ossario. Lei invece no. Come mai?”. L’amma sorrise: “Lei sapeva che Gesù è risorto dai morti. Chi gode della risurrezione del nostro Signore desidera e vuole anche essere sepolto come lui: non trova nulla di meglio!”. La donna si fece pensierosa. “Che cosa ti preoccupa, sorella?”, chiese l’amma. “Pensavo di dare disposizioni perché il mio corpo sia bruciato, come si fa nel mondo, ma le tue parole…”, iniziò a rispondere quella. “Il mondo decide in base alle sue ragioni, che hanno le radici nelle vanità o nelle comodità. Noi, se possibile, decideremo in base all’agire del Signore: le sue motivazioni, per noi spesso nascoste e misteriose, sono senz’altro migliori delle nostre”. Dissero insieme una preghiera per le anime del Purgatorio e si salutarono.

333 Mangiare

Alcune persone visitarono a sorpresa abba Samuele. Dopo aver parlato qualche minuto con lui volevano ripartire. L’abba le trattenne: “Siete venuti qui: non dovete andar via senza aver mangiato”. “Non disturbarti, abba. Abbiamo già mangiato prima di venire”. L’abba deciso: “Sedetevi, vi dico. Il pane che vi do io non lo avete ancora assaporato”. E continuò: “Che faceva Gesù quando la folla veniva da lui? Li ammaestrava, donava loro la Parola. Ecco il Pane vero, la Parola ascoltata dalla sua voce” (Mc 2,13). Sedettero incuriositi. “Gesù ammaestrava trasmettendo conoscenza di Dio, ma Dio non lo si conosce solo con le parole. Quando parlò a Matteo, lo invitò a seguirlo. Anche questo fu conoscenza di Dio. Comprendete? L’insegnamento avviene cambiando la vita, altrimenti rimane fiato sprecato”. Lo guardavano. “Voi siete venuti qui per ricevere un invito”, disse l’abba. Risposero: “No, a dire il vero siamo venuti solo per vederti”. “No”, insistette abba Samuele, “il Signore Gesù vi ha mandati qui perché riceviate il suo invito: cambierete vita impegnandovi nella preghiera di lode e nella carità”. Rimasero allibiti. “Adesso avete mangiato. Andate pure”. In silenzio, con trepidazione, si allontanarono. E l’abba continuò la supplica a Gesù, perché lui stesso sia il loro maestro interiore.

334 Cuore puro

Il ragazzo di dodici anni compiva i tredici. Come regalo di compleanno desiderò incontrare ancora l’abba per confidargli una cosa che non si sentiva di condividere con nessuno: “Abba, posso dirti tutto?”. “Ma certo, ragazzo mio”, rispose l’abba, “tu sai che quello che dici qui, qui rimane come in una tomba”. Allora il ragazzo prese coraggio: “Quando vedo qualche figura o qualche persona mezzo nuda, ho delle reazioni nel mio corpo e anche la mia fantasia vola. E dopo non sono più tranquillo, come mi piacerebbe”. L’abba lo guardò con tenerezza e disse: “Amico mio, quello che ti succede è normale, non spaventarti. Sapendo che è così, eviterai di guardare quelle figure e starai lontano dai luoghi dove potresti imbatterti in quegli inconvenienti. Custodire occhi e pensieri e desideri è un lavoro necessario”. Il ragazzo provò a dire: “Come posso fare?”. E l’abba: “Come pensi abbia fatto Gesù? Anche per lui era così. Ma era deciso nel considerare uomini e donne come creature di Dio. Vedeva tutti come dono dell’amore del Padre. Sapeva che doveva amarli tutti, soffrire e dare la vita per loro. Così il suo cuore rimaneva puro, e la purezza illuminava il suo corpo”. Il ragazzo si rasserenò: “Proverò, abba, ad imitare Gesù. Le tue parole mi aiutano. Posso tornare ancora a disturbarti?”. “Come no!”, disse con un sorriso l’abba, mentre già lo benediceva alzando la mano destra.

335 Ha parlato di me

Amma Serena stava sferruzzando. Venne da lei una ragazza: lasciava intravedere inquietudine e pena. Disse: “Amma, ormai tu mi conosci: so che è venuta mia mamma a parlarti di me. Ti ha certamente detto i miei problemi e le mie sofferenze. Puoi dirmi qualcosa?”. L’amma la guardò con fiducia, e disse: “No, quello che mi ha detto tua mamma può essere importante, ma la mamma vede le tue cose dall’esterno. Raccontami tutto tu, tu vedi le cose dall’interno. Hai mai visto il rosone di una chiesa? L’hai visto dall’esterno o dall’interno? È lo stesso rosone, ma che differenza!”. La ragazza si risollevò. Era fatica per lei raccontare, ma man mano procedeva prendeva coraggio. Si sentiva ascoltata, e amata. Quando sembrò che avesse terminato, l’amma le disse: “Vedi, il tuo rosone ha sì qualche vetro rotto, ma il disegno con i colori illuminati dalla luce del sole è ancora molto bello, visto dall’interno. Questo la mamma dall’esterno non lo vede. Ti affiderai e ubbidirai al Signore, e tornerà completo”. Fu consolata la ragazza, ringraziò e chiese ancora qualche prezioso consiglio. E l’amma, continuando la sua maglia diceva a Gesù: “Grazie che mi hai messo in bocca le parole”.

336 Le regole

Abba Fortunato dopo la preghiera s’intrattenne con abba Celestino. Chiese: “I discepoli di Giovanni Battista e i farisei digiunavano e non capivano come mai i discepoli del Signore non lo facessero. Anche a me pare strano” (Mc 2,18). Abba Celestino gli rispose: “Quelli digiunavano per osservare delle regole e sentirsi così a posto. I discepoli di Gesù invece guardavano al loro Maestro per dipendere da lui. Egli era la loro gioia, e fin che c’era non erano tristi e non potevano digiunare: se l’avessero fatto l’avrebbero ritenuto meno importante delle regole di Mosè. Non arrivavano mai a sentirsi a posto, però si sentivano sempre amati.”. Fortunato comprese: “Riuscirò io a dimenticare le regole ed essere invece attento a Gesù? Ho l’impressione che questo sia più impegnativo, ma anche molto più bello. Essere in relazione con lui è gioia grande, mentre osservare regole non mi mette in relazione con nessuno e può diventare schiavitù”. Rispose Celestino: “Il Regno dei cieli è novità, e merita essere vissuto con amore”. Tutt’e due, con serietà si guardarono, fecero un segno di croce e tornarono alle loro celle.

337 Ancora le regole

Abba Celestino visitò abba Fortunato. Gli disse: “Quando abbiamo parlato di regole non tenevo presente che Gesù stesso ce ne suggerisce alcune, e altre ce le propone lo Spirito Santo per aiutarci ad amare il Signore”. Fortunato rispose: “Grazie, abba. So che le nostre regole di offrire ogni giorno mortificazioni e digiuni al Signore e di mangiare ogni domenica il Pane della benedizione, quelle di perdonarci e chiedere perdono, di radunarci a pregare ad ore prestabilite, e molte altre ancora, fanno parte del nostro cammino per seguire Gesù. Le chiamiamo regole, benché siano i modi concreti con cui egli stesso ci ama e noi lo riamiamo, e con cui ascoltiamo i consigli di sua Madre e dei suoi santi”. Facevano a gara gli abba ad ascoltare stimando l’altro più di se stesso, per amore di Dio. Celestino aggiunse: “Vivendo con Gesù vediamo tutto nella sua luce. Per noi non c’è più nulla al di fuori di lui, nulla senza di lui, nulla che facciamo tanto per fare. Viviamo tutto come atti di amore puro e santo, tanto che non li chiamiamo nemmeno regole. Gesù ci ha liberati e continua a darci ali di aquila per volare nelle sue altezze”. Il grazie sgorgò dal cuore di ambedue: si ringraziarono l’un l’altro e benedissero il Signore.

338 Il consacrato

«Chi mai ha messo la mano sul consacrato del Signore ed è rimasto impunito?» (1Sam 26). I discepoli furono attenti alla lettura. L’abba spiegava: “Saul trattava Davide come nemico, e invece Davide ebbe rispetto, anzi venerazione per lui. Il re, pur portando su di sé una dignità datagli da Dio, l’avrebbe ucciso,”. Un discepolo, che non si distraeva facilmente, osservò: “Davide non badava ai propri sentimenti, bensì alla realtà com’è vista e rispettata da Dio. È questo che Gesù vuole anche da noi quando ci dice di porgere l’altra guancia? O di non giudicare? O di pregare per i nostri nemici?”. L’abba rispose: “Hai inteso bene. Il comportamento di Davide ci viene raccontato come profezia che anticipa le parole e la vita del suo Figlio, il Figlio di Davide, che sarebbe venuto a rivelare l’amore del Padre nostro”. Qualcuno fece il segno della croce sul proprio corpo.

339 Chi volete diventare?

Due ragazzi di famiglia povera avevano molti amici. Alcuni di questi avevano denaro in abbondanza: i genitori accontentavano ogni loro capriccio. I due fratelli cominciavano a invidiarli e a disprezzare i propri genitori. Questi, non sapendo come aiutarli, li accompagnarono da abba Gregorio. “Lasciatemeli qui da soli”, disse; li trattenne e congedò i genitori. Offrì ai due una caramella, poi chiese loro: “Chi volete diventare? Vorrete essere uomini o banderuole?”. I due si guardarono: “Vogliamo diventare buoni cristiani, abba”.Questo è un bel progetto. Allora comincerete subito a vedere i vostri amici come persone da aiutare. Aiuterete quelli che hanno soldi ad adoperarli per amare, per donare gioia a qualcun altro. Se non li aiuterete in questo non sarete loro amici, ma loro schiavi, e diventerete dei delinquenti”. La voce di abba Gregorio non lasciava adito a dubbi di sorta. Li invitò a pregare con lui, e a continuare la preghiera anche ai piedi del loro letto, come fosse un banco della chiesa, di quella chiesa dove Gesù vede tutto con amore.

340 In Paradiso

Il deserto non sapeva se esultare di gioia o se piangere di dolore: era volata in Paradiso amma Mariastella! La notizia era gioia per i santi, lutto e lacrime per i meno santi, che in lei avevano avuto consolazione nelle pene e aiuto nelle tribolazioni. Vennero i parenti: “La portiamo alla cremazione e poi disperderemo le sue ceneri sulle colline del deserto”. Così dissero. Gli abba e le amma erano costernati. Chiesero ad abba Cristoforo: “Abba, parla tu ai parenti. Di’ loro che l’amma non è loro proprietà. L’amma è anche nostra, nostra sorella e madre, e per le più anziane loro figlia. Ed è dono di Dio per molte persone del mondo. Il suo corpo resti vicino a noi”. Abba Cristoforo accettò. Si rivolse al parente più intraprendente: “L’amma si è offerta a Gesù. Avete ricevuto da Gesù il compito di bruciarla e di far sparire le sue ceneri?”. Il parente disse: “Noi abbiamo ragionato e calcolato. Seppellirla ci costa, e ogni anno la tomba richiede tempo e denaro”. Abba Cristoforo: “Anche noi abbiamo ragionato, non con il borsello, bensì col cuore nostro e con quello del Signore Gesù Cristo”. La discussione continuò. Cristoforo aggiunse: “Molti figli di Dio hanno bisogno del ricordo concreto dell’amma e della presenza del suo corpo per essere ancora aiutati da lei”. Le amma pregavano Gesù, che è stato sepolto e ci ha lasciato il suo Corpo, perché rimanesse tra loro il corpo della loro sorella. Il Signore le esaudì.

341 Tentazione

Abba Sebastiano spiegava una pagina della Bibbia ad un uomo, che sapeva usare l’astuzia per farsi dar ragione. Quell’uomo aveva chiesto: “Come mai il popolo di Dio aveva un re? Non gli bastava l’autorità del suo Dio?” (1Sam 8). L’abba non ebbe difficoltà. La risposta era già nelle parole che Samuele diede alle pretese del popolo: “Avrebbe dovuto bastare la presenza di Dio, ma il popolo era tentato come lo sei tu ora. Dio stesso disse al profeta: - Vogliono il re: daglielo, non hanno più fiducia in me. Sperimenteranno la dura schiavitù. Manderò poi mio Figlio per far conoscere la vera libertà e far godere la vera vita, quando accoglieranno lui come loro Re -”. Abba, perché hai detto che io sono tentato?”, rispose stupito e pretenzioso quell’uomo. L’abba si fece serio: “Il tono della tua voce mi ha rivelato che tu hai solo curiosità intellettuale e non ancora il desiderio di essere nel cuore del Padre e nel Regno del Figlio”. Tacquero ambedue. Il silenzio del deserto fece eco al canto degli angeli, che lasciavano percepire il loro innamoramento per il nostro re, il Signore Gesù!

342 Spirito santo

Alcuni discepoli tornando dalla grande assemblea commentavano il sermone di un abba molto istruito: “Hai sentito come parla bene quell’abba? E come spiega ogni cosa con profonda intelligenza! Ha saputo mettere a confronto Antico e Nuovo Testamento ed è riuscito a spiegare l’uno con l’altro in modo convincente!”. Li udì abba Salvino, attento a quanto dicevano. Li interrogò: “Quello che avete udito vi ha anche trasmesso Spirito Santo?”. I discepoli rimasero zitti. Uno rispose: “Che significa questo che hai detto, abba?”. Salvino rispose: “La Parola di Dio ci è consegnata perché ci unisca a Gesù, il Figlio, e ci renda portatori dell’amore del Padre. Questa è azione dello Spirito Santo. Se questo non avviene significa che chi ha parlato, o chi ha ascoltato, è ancora nello spirito del mondo, cioè in quello spirito immondo cui Gesù impose di tacere quando voleva parlare di lui”. I discepoli rientrarono in sé, e, ai sermoni successivi, erano più attenti a Gesù che agli argomenti e alla voce dell’oratore.

343 Regola antica

Quando abba Fiorenzo si accingeva a fare qualcosa, si raccoglieva un attimo in silenzio, poi iniziava. Se ne accorse il discepolo, che un giorno gli domandò: “Abba, perché quando fai qualcosa, prima ti raccogli in preghiera silenziosa? Ho visto che lo fai prima di preparare il pranzo, prima di mangiare, prima di lavare i piatti, quando sali sul carro, quando ti siedi a scrivere, quando prendi la zappa nell’orto”. L’abba lo fece anche prima di rispondergli, poi disse: “Quel che faccio, anche la cosa più semplice, non voglio che sia animata dallo spirito del mondo, ma dallo Spirito Santo, e sia così impregnata della sapienza e della dolcezza di Gesù, mio vero Signore”. Iniziò ad imitarlo anche il discepolo, come fosse una regola antica, sana e santa.

344 Ascoltare… se stessi

Un discepolo ascoltava sempre volentieri le istruzioni degli abba. Non si addormentava, nemmeno quando la loro voce pareva favorire il sonno. Per di più scriveva tutto, per ripassare gli insegnamenti preziosi. Questo gli bastava. Di quanto udiva non faceva nulla. Reagiva alle umiliazioni, interveniva come fosse stato la persona più importante del deserto, non sopportava i difetti degli altri, faceva quel che gli pareva perché, diceva, era meglio di quanto gli veniva chiesto. Abba Felice un giorno gli disse: “Comincerai a vivere? Inizierai ad amare Gesù?”. Rimase quasi offeso quel discepolo e rispose: “Non è la prima volta che mi vedi, abba”. È vero, ti ho visto ancora, ma non rivestito dell’umiltà di Gesù. Ti presenti nudo, come uno del mondo”, gli rivelò Felice. Allora quello iniziò a guardare dentro di sé e, dopo tre giorni, cercò l’abba per dirgli: “Benedicimi, abba”. Questi lo amò e gli disse: “Fa’ tesoro delle parole di San Giacomo: «Siate di quelli che mettono in pratica la Parola, e non ascoltatori soltanto, illudendo voi stessi» (Gc 1,22). E lo benedisse nel nome di Gesù.

345 Il setaccio

Il lettore lesse: «Quando si scuote un setaccio restano i rifiuti; così quando un uomo discute, ne appaiono i difetti» (Sir 27,4). Un uomo ascoltava con attenzione. Rimase scosso da queste parole. Egli infatti facilmente discuteva, fino a farsi dare ragione persino dagli abba. Quelle parole gli restarono conficcate, e non ebbe pace finchè non avvicinò abba Fiorenzo per chiedergli: “Abba, sono vere per me queste parole? Tu vedi in me dei difetti quando discuto?”. L’abba interpellato era molto delicato e restìo a parlare. Non avrebbe voluto cadere nel rischio di giudicare. Ora però doveva aiutare quell’uomo; perciò, alzato lo sguardo in preghiera, disse: “Quando discuti, fratello, nel tuo cuore non appare Gesù. Difatti non si vede la sua umiltà, né la sua mitezza, né il suo ascolto e nemmeno la sua dolcezza. La domanda che mi hai fatto è però una medicina, una medicina che potresti usare tre volte in settimana!”. Quello ringraziò, stette in silenzio e chiese benedizione.

346 Il tesoro

Un abba era fiero di sé. Si riteneva importante, perché molti lo cercavano: parlavano con lui del più e del meno, di cose utili e di cose inutili; a lui infatti piaceva curiosare sui fatti di cui il mondo traboccava. Abba Silvestro gli disse: “Non ti accorgi che le persone che desiderano crescere nella fede e nell’amore a Gesù, o hanno qualche sofferenza, cercano un uomo amante del nascondimento e del silenzio? Chi ha bisogno di ricevere rifornimento spirituale, non lo riceve da chi manifesta un vuoto interiore”. Quello, se nessuno lo cercava, macinava tristezza. Abba Cristoforo un giorno gli chiese: “La tua casa è in pace? Il tuo coraggio è finito? Farai in modo che il tuo scrigno non sia vuoto, privo del tesoro!”, e se ne andò lasciandogli queste domande. Finalmente quegli s’accorse di non avere un’anima, di essere senza tesoro, di mancare di motivazioni profonde. Gesù, il tesoro che alimenta la pace e dona coraggio, desiderava entrare in lui.

347 La bambola

Era carnevale. Una bimbetta alla porta della chiesa fermò l’amma: “Amma, ti piace la mia bambola? Guarda, ha il vestito vero, i capelli veri, il succhiotto vero, le scarpette vere, i calzini veri, e piange se le tolgo il ciuccio”. La mamma, che aveva appena pulito il fratellino, manifestò un po’ di stanchezza: “Meno male che questa bambola non sporca i pannolini veri!”. L’amma volle sostenerla manifestando gioia alla bimba: “Adesso la tua bambola vera viene in chiesa con te. La sua sarà una preghiera vera! E canterà anche lei le lodi di Gesù!”. E poi aggiunse: “Tu sei una bambina vera, e la tua mamma una mamma vera, il tuo fratellino un fratellino vero, il tuo sorriso un sorriso vero. Entriamo: a Gesù piace la tua bambola, e gli piaci anche tu quando gliela fai vedere. Gesù poi è contento quando tu con la bambola dici la preghiera vera alla sua Mamma”. Entrarono: la bambola vera pregò insieme alla bambina vera.

348 Convertirsi?

Quando cominciava la santa Quaresima tutti gli abba sapevano di doversi impegnare a convertirsi, cioè da peccatori accogliere la santità di Dio nella vita quotidiana. Se vedevano l’uno nell’altro anche solo l’ombra di un peccato, dicevano: “«Chi pecca contro di me, danneggia se stesso» dice il Signore nostro” (Pro 8,26). Quando qualche persona del mondo cercava di giustificare anche una minima disobbedienza a Dio Padre e a Gesù, dicevano: “«Quanti mi odiano amano la morte» (Pro 8,26)”. In tal modo aiutavano tutti a tenere il cuore aperto al Signore.

349 Benedire

Amma, aiutami: la mia vicina mi ha guardato con cattiveria, pareva mi maledicesse. Sono terrorizzata. Mi pare che comincino ad andarmi male molte cose”, disse una signora ad amma Celestina. Questa le chiese: “E tu come ti sei comportata?”. Rispose: “Ho avuto paura. Mi sono spaventata e sono andata via”. Riprese l’amma: “Tu avresti dovuto guardarla, benedicendola. Allora avresti ubbidito al Signore, che insegna a benedire sempre. Non ti sarebbe venuta la paura. Fa’ così: va’ dal primo abba che incontri e chiedi una benedizione. E chiedi benedizione anche per quella vicina”. La signora ubbidì, e il giorno dopo tornò da amma Celestina: “Grazie, amma. Ho fatto come mi hai detto. Mi è passata tutta la paura e mi riesce di pregare per quella donna. Davvero la benedizione è più forte di ogni maledizione!”. L’amma propose di lodare e benedire Dio nostro Padre e suo Figlio Gesù Cristo, che ha insegnamenti di salvezza.

350 Uomini e donne

Quando abba Alessandro pronunciava sermoni al popolo di Dio, iniziava le varie esortazioni così: “Sorelle e fratelli”, oppure “Figlie e figli di Dio”, e persino “Tutte e tutti”! Desiderava l’attenzione di uomini e donne, e riteneva di dar gloria a Dio, che ad Adamo ha donato Eva, creata con qualche diversità. Uno dei discepoli era vicino ad alcune signore che parlottavano tra loro, e si distrasse per ascoltarle. Dicevano: “Quest’abba mi piace: finalmente uno che considera noi donne”. L’altra ribatteva: “A me proprio no: tratta noi donne come fossimo del tutto diverse. Non siamo forse uguali agli uomini agli occhi di Dio?”. E la terza: “È vero: Gesù non diceva «Beati e beate», ma solo «Beati», e io ho sempre capito che la sua parola era anche per me”. E un’altra: “Eva è della stessa carne dell’uomo. Fu fatta con la sua costola. Io mi sento uomo quando Dio parla: egli non evidenzia le differenze che lui stesso ha donato”. Il discepolo riferì all’abba queste distrazioni. L’abba ricordò che persino gli apostoli, il giorno di Pentecoste, esclamarono: “Uomini d’Israele”, e vedevano uomini e donne davanti a loro! Allora ringraziò il discepolo e ringraziò Gesù, che rispetta e ama le differenze tenendone conto, ma senza farle pesare.  

354 Ruderi

Abba Pacifico rispondeva con semplicità ai giovani che lo provocavano, alcuni dominati dall’alcol, altri dal fumo. Non lo dicevano, ma l’abba sospettava pure che fossero condizionati dal piacere sessuale e vizi connessi. Gli dicevano: “Abba, non fumi tu? E quando bevi, quanto ne bevi? Solo due o anche quattro bicchieri? Quante ragazze hai?”. L’abba ogni volta lasciava che dicessero, finchè un giorno gli lasciarono il tempo di rispondere: “«Città smantellata e senza mura, tale è l’uomo che non sa dominare se stesso» (Pro 25,28)”. Non compresero: “Che vuoi dire? Che c’entrano le mura?”. E lui: “Volete diventare dei ruderi? Se non dominate le voglie, i vizi, gli istinti, nessuno potrà trovar gioia alla vostra presenza, nessuno sarà aiutato da voi, tutti vi eviteranno”. “Ce la metti brutta, abba!”, ribatterono. “Molto brutta. Non sono io che ve la metto, siete voi che ve la cercate. C’è una possibilità: cominciate a guardare Gesù. Egli ha detto: «Senza di me non potete far nulla» e anche «Chi rimane in me porta molto frutto» (Gv 15,5). Egli darà forza a ciascuno di voi per dominare se stesso e iniziare una vita bella e santa”. Li lasciò così, pregando l’unico Salvatore che li aiutasse a riflettere e decidere.

  

355 Somiglianza

Abba Fabiano, seduto su un banco della chiesa, ebbe un sussulto: il meditare e contemplare l’amore di Gesù gli aveva donato il riposo, e con esso il sonno. Risvegliandosi, ecco una domanda imprevista dentro di sé: “Che cosa ti fa somigliare a Gesù?”. Una domanda potente. Si mise a cercare: “La preghiera? La devozione? Il digiuno? Le veglie? Le attenzioni ai poveri? Il lavoro? La pazienza? La fedeltà? La recita dei salmi? La predicazione? Il ricordare la Parola di Dio a chi ti parla?”. Nulla, la voce interiore era sempre un ‘no’ preciso. “Che cosa mi rende simile a Gesù?”. “L’umiltà!”. Ecco, si, questa sì. Proprio l’umiltà: “Non quella che cerchi tu”, gli disse la voce interiore, “ma quella che ti vien fornita dalle umiliazioni”. Abba Fabiano rimase in silenzio, e si mise a ringraziare dentro di sé per ogni umiliazione subita: d’ora in poi anche ogni altra sarà accettata e benedetta.

  

356 Vedere la fede

Amma Benedetta aveva udito la lettura del vangelo. Mentre preparava la tavola per il pranzo delle sorelle ricordò una parola, questa: «Vedendo la loro fede» (Mc 2,5). La ripeté varie volte, e intanto le vennero alcune domande: “Come ha fatto Gesù a vedere la fede? Che tipo di fede è quella che si può vedere? Chi è che aveva la fede?”. Interruppe il lavoro, chiuse gli occhi e disse: “Gesù, hai visto anche la mia fede?”. Nessuna risposta. Tornò nella casa di Cafarnao. Guardò il buco nel soffitto della stanza. Ecco, la fede era lassù: “Quei quattro amici del paralitico hanno inventato un metodo nuovo, strano, inusitato, per far arrivare il loro amico davanti a Gesù. Questo è ciò che vedeva Gesù, un lavoro faticoso, ben mirato, e da qualcuno criticato. Non potevano aspettare che il Maestro finisse la conferenza e uscisse fuori? No, il loro amore non aspettava. Questo è fede che si può vedere.”. Continuò il lavoro con maggior attenzione ad ogni piatto e ad ogni bicchiere e alle posate, che siano ordinate, meglio di ieri: “Gesù guarda e vede un po’ di fede anche sul tavolo?”.

  

357 Fratelli veri

Aprendo la Bibbia trovò questo salmo: «Ecco com’è bello e com’è dolce che i fratelli vivano insieme» (Sal 133,1). Venne da abba Cristoforo a lamentarsi: “Vengo dalla città. E voglio dirti che questa Parola di Dio non è vera. È menzogna. I miei fratelli e mia sorella litigano di brutto tra di loro e anche a me hanno fatto pesanti ingiustizie. Me ne hanno fatta una grave per quanto riguarda l’eredità”. “La Parola non mente. Il problema è che quelli che tu chiami fratelli non lo sono. Puoi chiamare fratelli solo i figli di Dio, quelli che hanno Gesù nel cuore”, rispose l’abba, e poi: “Tu vivrai con Gesù nel cuore, e con Gesù ti lascerai mettere in croce. Vedrai che un po’ alla volta i tuoi fratelli e tua sorella scopriranno che vivere con te è bello e dolce, perché tu sarai vero fratello di Gesù”. Non ribatté quell’uomo, e invece chiese una forte benedizione. Per vivere come gli ha suggerito l’abba dovrà chiedere ancora benedizioni…!

  

358 Mangiare l’amore

Quando il discepolo aprì, ecco, sul gradino davanti alla porta vide una grande pentola e un cesto coperto con un tovagliolo. “Abba, guarda. Qualcuno ha cucinato per noi. Qui c’è il pranzo già pronto per oggi”, esclamò. L’abba sorrise e ringraziò il Padre che, pur stando nei cieli, si diverte a intervenire sulla terra nelle cose pratiche, anche piccole, per i suoi figli. Durante il pranzo abba Felice disse: “Com’è bello mangiare l’amore di Dio!”. Gli rispose abba Fedele: “È un amore che viene dalla città. Là amano il Signore più di noi”. E il discepolo aggiunse: “Ci nutre doppiamente questo cibo. Nutre il corpo, ma anche la nostra fede, perché non vacilli”. E insieme cantarono il salmo del pastore che prepara la mensa per rinfrancare il cammino.

  

359 Svegliarsi

«Quando si svegliarono, videro la sua gloria» (Lc 9,32). Si svegliò anche abba Martino. S’era assopito, perché la voce del lettore favoriva il sonno. Cercò subito di ricuperare il resto dalla pagina del Vangelo che teneva tra le mani, ed ecco, le vesti di Gesù erano sfolgoranti, e Mosè ed Elia s’inchinavano davanti a lui. La scena lo incuriosì. “Che ci fate qui voi due?”, chiese Martino, che quasi si riappisolava. Lo diresti? Gli risposero: “Siamo qui per dirti che la nostra vita e le nostre parole si stanno compiendo. Le sofferenze che abbiamo patito per il popolo e per il mondo intero ora le vive e le porta a compimento lui, Gesù. Fissalo bene, lasciati abbagliare da lui. E se aprirà la bocca, non ti farai sfuggire nessuna delle sue parole. E se ti chiederà di soffrire con lui, gli aprirai il cuore, glielo aprirai tutto”. Non si appisolò più, anzi, rimase sedotto e conquistato da quella bellezza e dalla sapienza che gli pareva entrasse nella mente e nelle falde della sua vita. Era una sapienza che si rafforza con la croce. Davvero rimase «Gesù solo».

  

360 I mali servono

«Ti sono perdonati i tuoi peccati» (Lc 5,20). La voce di Gesù risuonò nella stanza a Cafarnao, e nei cuori di tutti i presenti. “Sapeva quell’uomo di avere peccati? Adesso lo sa e ringrazia. L’uomo scopre di essere peccatore soltanto davanti a Gesù. Lontano da lui tutti si ritengono a posto, giusti, in diritto di essere aiutati e amati dagli altri”, disse un abba. “Perché Gesù gli parlò così?”, chiese il discepolo. Un altro abba rispose: “Ha visto che c’era fede attorno al suo lettuccio. Gli amici di quel paralizzato infatti credevano che Gesù aveva l’autorità di Dio sui mali dell’uomo. Anche a loro egli rivelò che i guai peggiori sono nell’anima, e che quelli del corpo servono a curarli”. Si fece silenzio. I discepoli e gli abba scoprivano qualche peccato dentro di sé.

  

361 Amicizia

Abba Giuseppe si preoccupava per i giovani. Li vedeva disorientati, sfiduciati, come delusi. Ne incontrò due che ridacchiavano e nascondevano le loro delusioni con continui scherzi e provocazioni. “Siete amici per la pelle, voi due?”, chiese l’abba. Uno dei due rispose: “Siamo amici. Se lo siamo per la pelle, come si fa a saperlo?”. Giuseppe di nuovo: “L’amicizia è una gran bella cosa. È un grande aiuto nei momenti difficili, quando arrivano i motivi di pianto o di dubbio”. il secondo sbottò: “Un amico mi ha tradito proprio ieri. Oggi devo ridere per non piangere”. Allora l’abba confermò: “Sì, è vero. Anche le Scritture sante dicono: «C’è anche l’amico che si cambia in nemico» (Sir 6,9); per questo è necessario essere vigilanti per discernere i veri dai falsi amici”. “E come si fa?”, chiese senza convinzione il giovane. L’anziano si fece serio pur nella sua tenerezza, e mormorò: “Quello che ti aiuta a peccare, che amico è? Per valutare le amicizie terrai presente Gesù. È lui il segno di contraddizione”. Gesù lo conoscevano poco. Si fermarono a parlare a lungo con abba Giuseppe.

   

362 Gregorio

Lo fermarono, mentre camminava spedito. Egli non riuscì a negare loro un po’ del suo tempo, proprio perché erano bambini. Gli chiesero: “Come ti chiami?”. Sorrise compiaciuto, e rispose: “Il nome con cui mi chiama Gesù è sempre Gregorio”. “Gesù ti chiama così? E gli altri?”, dissero incuriositi i due bambini. “Gli altri hanno imparato da lui”, rispose. E i due ci presero gusto a fare domande: “E cosa vuol dire Gregorio?”. Disse: “Vuol dire che sono sveglio, come adesso. Sto attento a cosa mi chiedete e vi rispondo. Cerco di essere sveglio anche quando Gesù mi chiede qualcosa, o quando mi dice che mi vuol bene”. E quelli: “Vuol bene solo a te, Gesù?”. No, vuol bene anche a voi, non vi accorgete? Dovreste accorgervi anche voi, se siete svegli”. Con un po’ di tristezza: “Ma noi non ci chiamiamo Gregorio…”. Allora l’abba sorrise: “Potete accorgervi lo stesso. Altrimenti ve lo assicuro io: Gesù vi vuol bene, e per lui siete preziosi”. Poi si allontanò, ed essi ebbero grande gioia, tanto che si impegnarono meglio nel loro gioco.

  

363 Ananda

Alcune signore facevano sfoggio di parole nuove. Avevano frequentato lezioni affascinanti e si vantavano di sapere. Come fosse la cosa più ovvia, parlavano di mantra e prana, di yoga e aure, di deva e veda, di Shiva e ananda, e altro ancora. Le udì amma Teresa. Incuriosita, chiese ad una di loro: “Che significano queste parole che pronunciate con disinvoltura?”. Una di esse: “Amma, non lo sai? Sono parole delle grandi filosofie indiane. Ci aiutano a vivere una vita più consapevole”. L’amma non si rallegrò: “Ah! Vengono dall’India? Portano con sé qualcosa del panteismo delle religioni indiane?”. Una di esse: “Amma, adesso sei tu che parli difficile”. Teresa le istruì: “Quelle religioni insegnano che non esiste un Dio, come quello che noi chiamiamo Padre. Dicono che tutto è dio, anche tu, anche le tue scarpe. Se entrate in quei modi di pensare non avrete più esperienza di comunione con nessuno, vi ritroverete nella solitudine più angosciosa, come chi è senza padre, senza fratelli e senza sorelle”. Capirono che è necessario istruirsi di più e con meno superficialità. Ringraziarono l’amma e non usarono più parole di cui non conoscevano né il significato esistenziale né gli effetti che producono. L’amma le invitò a riavvicinarsi a Gesù, via, verità e vita vera!

    

364 L’invito

Una signora incontrò amma Filomena. Le chiese: “Dove vai così in fretta?”. L’amma si fermò: “Sono stata invitata ad una riunione importante. Desidero arrivare in tempo, per non mancare di rispetto alla persona principale”. Incuriosita, quella disse: “Strano che io non sia stata invitata. Sono diversa da te?”. Non hai ricevuto l’invito? A me è arrivato tramite le campane. Quelle le hai udite anche tu”, rispose l’amma. A questo punto la signora: “Ma chi è la persona importante che si fa annunciare dalle campane?”. È il re dei re. E viene con un lungo corteo di persone meravigliose. Parlerà lui stesso, e poi darà anche un cibo che ci sostiene per molti giorni. Affrettati, vieni!”, concluse l’amma. Quella andò, e si ritrovò coinvolta a cantare, a innalzare il cuore nei cieli, ad ascoltare parole che a casa sua non udiva mai, a godere di silenzi in cui poteva entrare in se stessa così in profondità come mai in vita sua. Cominciò persino ad avere un nuovo amico, Gesù! Tornando a casa disse all’amma: “D’ora in poi ascolterò anch’io le campane!”.

  

365 L’asino

“I miei genitori non sapevano d’avermi dato un nome speciale”, disse l’abba ad un uomo istruito. “Come ti hanno chiamato?”, chiese quello incuriosito. “Mi hanno chiamato Cristoforo”, rispose. “Beh, cosa c’è di speciale in questo nome?”, disse quell’uomo. “La specialità è che si potrebbe tradurre ‘asino’!”, rispose l’abba. Quel signore replicò: “Mi prendi in giro? Per quanto ne so io questa è una barzelletta”. Con calma l’abba concluse: “Cristoforo significa ‘portatore di Cristo’, ma noi sappiamo che Cristo, sia quando era in grembo a sua madre, sia quando poi è fuggito in Egitto, e soprattutto quando è entrato in Gerusalemme accompagnato dagli Osanna della folla, l’ha portato un asino. Io… dovrei essere come quello, per riuscire a portarlo vicino a te, in modo che tu lo possa incontrare!”. L’uomo guardò con simpatia abba Cristoforo, e gli chiese la benedizione.

  

366 Domande

Abba Fedele si chiedeva: “Come mai Dio ama tutti gli uomini, anche quelli che parlano male di lui? Anche quelli che fanno soffrire gli altri? E come mai Dio permette che i suoi figli soffrano?”. Queste domande, e altre, continuavano a ronzare, rischiando di disturbare la fede semplice che gli aveva dato coraggio e amore fino a quel giorno. Aprì la Bibbia e trovò Mosè pastore di pecore, lui che era cresciuto nella reggia del faraone. Ebbene, proprio allora gli toccò vedere una cosa strana: si avvicinò, ed «Ecco: il roveto ardeva per il fuoco, ma quel roveto non si consumava» (Es 3,2). Succedeva una cosa che non avrebbe dovuto essere così. Lui non poteva capire, eppure… “Dev’essere così anche per le mie domande”, si disse abba Fedele, “Dio fa cose che non potrebbero accadere, ma le fa lui. Egli le tiene nelle sue mani, e diventeranno dono del suo amore lungimirante e sapiente. Alle mie domande perciò risponderò: ‘Signore, tu sai tutto, io non so nulla. Quel che arde non si consuma, quel che a me pare strano, è grazia nelle tue mani sante. Tu mi dirai cose che non mi aspetto.’ Amen”. Si tranquillizzò, come Gesù in braccio a Maria.

  

367 La guerra

Che cosa possiamo dire della guerra che si combatte vicino a noi?”, chiese abba Patrizio. Abba Sergio disse: “Le guerre nei regni del mondo sono fomentate e realizzate dall’invidia del diavolo. È lui che semina zizzania nelle menti e nelle mani degli uomini lontani dal nostro Padre e da Gesù, re del regno dei cieli”. Abba Fedele aggiunse: “Il Signore Gesù disse: «Se non vi convertite perirete tutti allo stesso modo» (Lc 13,3.5)”. E Patrizio: “Che cosa vuoi dire?”. Abba Cristoforo alzò gli occhi: “È il peccato che fa posto a Satana. Per convertirci chiederemo perdono a Dio per i peccati nostri e per quelli di chi ha progettato e sta realizzando guerre. Se ci convertiamo non periremo, non entreremo nel vortice dell’odio”. Abba Pietro aggiunse: “Supplichiamo il Padre che allontani dagli uomini Satana, che li spinge alla violenza, procurando sofferenze e occasioni di odio e vendetta. Queste creano discordie tra i figli di Dio”. Patrizio aggiunse: “Anche gli abba che guidano la nostra Chiesa ci esortano a pregare digiunando”. Non dimenticheremo che siamo peccatori”, continuò Cristoforo, “e che non possiamo giudicare nessun uomo, ma solo il Nemico di tutti. Per sconfiggerlo, Gesù è salito sulla croce”. Gli abba e i discepoli si impegnarono a offrire preghiere e digiuni, e a vivere ogni azione come atto di amore al Signore Gesù.

  

368 Divinazione

Che cos’è il «peccato di divinazione»? (1Sam 15,23)”, chiese il discepolo ad abba Gregorio. “Perché me lo chiedi?”, disse l’abba. “Ho trovato questa parola nella lettura”, rispose. L’abba si raccolse chiudendo gli occhi, poi disse: “Divinazione è voler indovinare il futuro o le cose altrui. È ciò che dicono di saper fare maghi e cartomanti. Essi ignorano Dio e il suo amore, non lasciano la propria vita nelle sue mani. Il profeta Samuele usò questa parola per descrivere la disobbedienza del re Saul. Disubbidendo a Dio egli ha dato importanza alle proprie opinioni e inclinazioni e al proprio ragionare più che alla Parola che gli era stata consegnata”. Il discepolo comprese. Chiese umilmente benedizione per riuscire a dar peso alla Parola di Dio, o di chi da lui è mandato, senza cercare qualcosa di meglio. Prese così sul serio la risposta che Gesù diede al tentatore: «Non di solo pane vivrà l’uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio» (Mt 4,4).

  

369 La rovina

Abba Cristoforo incontrò un conoscente. Gli disse: “È molto tempo che non porti i tuoi bambini in chiesa. Temi che il Signore li rovini?”. Quello rispose: “No, Gesù Cristo non rovina i miei figli, ma tu con i tuoi sermoni potresti rovinarmeli”. “Come mai, che cosa dico di male?”, rispose l’abba. E quello: “Se ti ascoltano, potrebbero scoprire che io sono peccatore, e non avrebbero più stima di me”. “Non temere, se questo lo scopriranno da soli, sarà ancora peggio. Se invece li porti impareranno la misericordia, e ti saranno d’aiuto per la tua conversione. E ti daranno qualche grattacapo in meno. Non ha detto Gesù stesso: «Lasciate che i bambini vengano a me» (Mc 10,14)? Portali, portali spesso, non te ne pentirai”. Quello ascoltò in silenzio e iniziò a meditare.

  

370 Conoscere Gesù

Ascoltavano con attenzione abba Giorgio, che parlava loro con amore, desiderando sollevarli dalla sofferenza e dalla confusione. “Ho sentito un santo abba, Andrea, che è già arrivato al traguardo di tutti i viventi. Quando gli raccontavano di qualche giovane che manifestava tendenze omosessuali, non si meravigliava. Diceva: «Se i giovani conoscessero Gesù, molti consacrerebbero la propria vita a lui! Spesso chi non ha vocazione al matrimonio ritiene d’avere questo orientamento. Potrebbe trovare pienezza e gioia nel donarsi al Signore nella verginità e nel celibato». E l’abba aggiunse: “Quanto poco è conosciuto Gesù! Quanti talenti di benedizione restano da sfruttare! Quante persone diventano tristi perché la loro esistenza rimane priva del vero pane e della vera luce! I nostri fratelli hanno bisogno di Gesù!”. Il silenzio permise di pregare, e il pregare è il terreno in cui si possono seminare e in cui crescono i semi e i desideri santi.

  

371 Un corpo

Abba Simplicio poneva attenzione alla parola di un salmo ripresa da chi ha scritto la lettera agli Ebrei: «Un corpo mi hai preparato» (Eb 10,5). Diceva tra sé: “Certamente è Gesù che dice così. Ma perché l’avrà detto? Anch’io ho un corpo, e anche il mio è stato preparato dal mio Dio e Padre. Cosa significherebbe se lo dicessi io?”. Gli è venuto in mente che, invece di riflettere e meditare avrebbe potuto pregare. Cominciò: “O Padre, grazie che mi hai dato un corpo, di cui non posso fare a meno. Perché me l’hai dato? Forse perché somigli a tuo Figlio Gesù?”. A questo punto la sua preghiera ebbe un sussulto: “Se è così, anch’io dovrò patire e morire, portare la croce e salirvi?”. Dopo un attimo di silenzio: “Gesù, eccomi. Non voglio essere diverso da te. Offrirò il mio corpo a compiere il volere del Padre, quel volere che il mio dovere quotidiano propone, anche con fatica. Sarà quello l’amore con cui sarò unito a te”. Abba Simplicio sprofondò nel silenzio, ebbe una pace tale da far meravigliare chi lo conosceva. Non ebbe più nemmeno la paura che ogni giorno lo turbava.

  

372 Fiducia diversa

Amma Santina aprì il santo Vangelo. Sapeva che ogni parola era una miniera di sapienza, una fonte di luce, un tesoro, un pane nutriente. Quando lesse le parole che un pagano, un centurione, rivolse a Gesù, si chiedeva: “Queste parole sono di un uomo pagano, non sono di Gesù. Mi possono giovare? Potrei fare a meno di meditarle, anche se sono scritte qui”. Erano queste: «Signore, il mio servo è in casa, a letto, paralizzato e soffre terribilmente» (Mt 8,8). Tuttavia il suono di queste parole le rimase confitto nella memoria. Non ripensò nulla, ma improvvisamente le balenò una luce: “Quel servo paralizzato che soffre potrei essere io. Che bello se qualcuno si rivolgesse a Gesù per me! Oggi un’amica di mia madre mi ha parlato di una figlia che soffre. Parlo io a Gesù di lei e per lei, con fiducia, come quell’uomo che non poteva far nulla per il suo servo”. Amma Santina imparò a pregare con una fiducia diversa, nuova, che le procurò una gioia splendente.

  

373 Cuore riaperto

Per parlare della misericordia di Dio nostro Padre abba Daniele non trovò di meglio che farsi aiutare dalla parabola dell’uomo che aveva due figli. Proprio come fece Gesù: “Quell’uomo si sentiva sempre padre per il figlio, anche quando questi si è allontanato in malo modo. Un figlio che rinfaccia al padre che il suo amore non gli basta, e che vuol cercare chi lo ama meglio di lui, lo fa soffrire tremendamente. Eppure quel padre non rinnegò il figlio, che, per di più, pretese in anticipo l’eredità. Lo accolse di nuovo, quando il cuore di quel figlio si riaprì”. Un discepolo attento domandò: “Che vuol dire: il cuore si riaprì?”. L’abba si spiegò: “Il figlio rientrando in se stesso decise di rivolgere la parola al padre. La preparò con accuratezza e disse: «Padre, ho peccato verso il Cielo e davanti a te». Allora divenne capace di guardare negli occhi suo padre e gli altri uomini. Il suo cuore da allora si aprì, e fu in grado di ricevere il bacio, l’abbraccio, il perdono del Padre. Quel figlio riuscì ad accogliere il perdono dopo aver riconosciuto il proprio peccato sia verso Dio che verso suo padre”. Il discepolo, che ne aveva avuto esperienza, comprese e ringraziò.

  

374 Le dimenticanze

Abba Daniele raccontava ad alcune donne riunite: “La barca era nel lago e teneva vicini e uniti i discepoli di Gesù. C’era anche lui con loro. Come spesso succede, qualcuno s’accorse di aver fame e cominciò a guardare nelle bisacce. Trovando un solo pane si lamentò della dimenticanza: come mai un solo pane per una dozzina di uomini?” (Mc 8,14). Le donne annuirono: “Proprio vero. Quando mi metto in viaggio devo far attenzione, altrimenti i miei figli e mio marito mi sgridano”, disse la più giovane. Daniele continuò: “Gesù ricevette una delusione terribile. Quegli uomini avevano distribuito i pezzi di cinque pani a cinquemila uomini, come mai adesso si preoccupano? Si sono dimenticati tutto? Hanno ripetuto la distribuzione a quattromila, han dimenticato anche quello?”. L’anziana scosse il capo: “È vero, abba. Gesù era con loro, lui che aveva moltiplicato i pani: non avrebbero dovuto preoccuparsi”. Allora l’abba prese coraggio: “E voi, vi lamentate mai di nulla? Se pensate alle vostre lamentele, dovreste arrossire di vergogna”. Ringraziarono e chiesero benedizione per non perdere la memoria principale, quella di Gesù con noi.

  

375 Sette domande

Sette domande di Gesù ai discepoli, (Mc 8,17-21): di questo abba Cristoforo volle parlare agli uomini che vennero a cercarlo. “Se Gesù fa sette domande, una dopo l’altra, è segno che sono importanti e che non possiamo lasciarle cadere nel vuoto. Del resto non siamo molto diversi né più maturi di quei discepoli”. Così esordì l’abba. Continuò: “La domanda centrale potrebbe essere questa: «Avete il cuore indurito?». Il cuore! Il cuore ce l’abbiamo tutti, ma com’è? Potrebbe essere come pietra, impenetrabile, duro”. Gli uomini stavano zitti. “Servono occhi, orecchi e memoria”, disse l’abba. E li aiutò ancora: “Per far palpitare il cuore occorre che gli occhi vedano quel che succede, gli orecchi ascoltino le parole sapienti e sante, la memoria ricordi quanto è successo prima. Voi avete visto quel che ha fatto Gesù? Avete ascoltato le sue Parole e quelle dei profeti? Ricordate di essere stati beneficati in passato?”. Risposero quasi in coro: “Sì, abba. Ricordiamo molti benefici. Ma il cuore propende al dubbio e alla durezza. Puoi darci benedizione? Ci aiuterà sicuramente”. Abba Cristoforo alzò le mani con un semplice segno di croce e con parole sante e rassicuranti invocò misericordia e coraggio come li ebbero i santi.

  

376 Alberi che camminano

Quando amma Lucia lesse il Vangelo del cieco preso per mano da Gesù e condotto fuori del villaggio, si fermò alle parole: «Vedo gli uomini, poiché vedo come degli alberi che camminano» (Mc 8,). Lucia ricordò che la sua santa aveva offerto gli occhi a Gesù. Gli venne da dire: “Gesù, grazie che mi hai aperto gli occhi. Anch’io prima di vedere gli uomini come figli del Padre e tuoi fratelli, li guardavo come fossero alberi che mi venivano incontro, alberi da cui speravo cogliere dei frutti per il mio egoismo, per la mia soddisfazione, favori, approvazioni, servizi… Tu mi hai aperto gli occhi un po’ alla volta. Adesso guardo gli uomini, grandi e piccoli, per vedere come io mi posso offrire per donare loro qualcosa del tuo amore”. E così non si meravigliò che a quel cieco Gesù abbia imposto le mani due volte.

  

377 Al bando

Una bambina interrogava con piacere amma Caterina, che sorrideva e rispondeva volentieri. Le disse: “Amma, ho ascoltato chi leggeva il libro in chiesa. Ha detto: «Beati voi quando gli uomini vi metteranno al bando». Che cosa vuol dire?”. L’amma ebbe difficoltà a trovare le parole, ma si sforzò: “Sai che quelli che amano Gesù qualche volta vengono presi in giro? Forse qualcuno ha preso in giro anche te”. “Sì, amma. Una mia amica non voleva farmi compagnia a pregare, e se n’è andata”, disse la fanciulla. Allora l’amma: “Ecco, ci sono uomini o donne che non vogliono l’amicizia con chi ubbidisce a Gesù. Questi sono quelli che mettono al bando i credenti”. E la bambina: “Allora è come il bullismo contro chi è cristiano?”. “Si”, rispose l’amma “ma noi non ci vergogniamo, perché Gesù ha detto che chi è messo al bando per lui è beato. Noi vogliamo bene anche a quelli che ci rifiutano. Ci rallegriamo di soffrire per Gesù e con lui”. La piccola, saltellando, tornò dalla mamma.

  

378 Voi che ascoltate

Uscita dalla chiesa, la bimba col nastrino rosso lasciò di corsa sua madre e si accostò ad amma Caterina. Questa era contenta che i bambini le rivolgessero domande, anzi, era riconoscente perché l’aiutavano a ripensare con semplicità alle cose di Dio: “Amma, perché Gesù ha detto: «A voi che ascoltate io dico» (Lc 6,27)? Sono stata attenta, sai, alla lettura!”. L’amma non aveva mai pensato a quel particolare, e così fu costretta a farlo. Le rispose: “Gesù vedeva che non tutti erano attenti. Le sue parole sono per chi lo ama e per chi gli vuole ubbidire. Lo ascolta chi sa che lui ci vuol bene e ci fa crescere. Quando ha detto «A voi che ascoltate» voleva dire: a voi che mi volete bene, a voi che volete uscire dai regni del mondo per entrare nel regno dei cieli, a voi che non fate finta di seguirmi”. La bambina ne aveva già abbastanza, ma ciò che le premeva sentire non era stato detto. “Amma, sono anch’io una di quelli che lo ascoltano?”. “Certo, figliola, tu comincerai ad amare i nemici e a pregare per chi ti vuol male, perché questo continuava a dire Gesù”, disse Caterina con una gioia nuova e profonda, perché la bambina le insegnò a far attenzione a tutte le parole di Gesù.

  

379 Diavolo e acqua santa

Quando abba Cristoforo fece visita alle amma, una di esse manifestò ciò che occupava i suoi pensieri: “Abba, hanno sempre detto che il diavolo è nemico dell’acqua santa. Sai dirci perché? E cosa significa per noi?”. Cristoforo non aveva timore a parlare del diavolo perché vedeva quanti danni fa alle anime, alle comunità dei fedeli, alla Chiesa santa di Dio. Le rispose: “L’acqua santa è acqua che è stata benedetta, di solito durante la Liturgia. Si potrebbe dire che quell’acqua raccoglie la fede e la preghiera di tutta la Chiesa, anzi, porta in sé la benedizione e la forza di santità del Padre e di Gesù per i singoli fedeli e per la loro unità”. L’amma ringraziò, ma l’abba completò: “Il diavolo non può resistere alla grazia e all’amore forte che Dio ha per i suoi figli. Quando c’è il segno concreto di questi doni, quello fugge. L’acqua ovviamente non è tutto, ma è un elemento materiale usato da Dio per aiutare la nostra fede. È questa che spaventa il nemico”. Le amma ringraziarono Cristoforo, e con lui Gesù, che ci arricchisce di segni concreti per poterci salvare.

  

380 Scrivere per terra

La bambina col nastrino rosso attese amma Caterina. Con un bel sorriso le rivelò: “Anche oggi sono stata attenta alla lettura. Diceva: «Gesù si chinò e si mise a scrivere col dito per terra» (Gv 8,6). Era capace di scrivere Gesù? E cosa scriveva? Gli apostoli hanno letto quello che Gesù ha scritto per terra?”. L’amma rimase sorpresa: le domande dei bambini sono preziose. Non volle deludere la piccola: “Certo, Gesù aveva imparato bene a leggere e a scrivere, proprio come te. Gli apostoli erano curiosi e hanno letto quel che Gesù scriveva, prima che i loro passi avessero cancellato tutto. Ha scritto che Dio Padre ama gli uomini, anche se tutti, proprio tutti, sono peccatori”. La piccola chiese ancora: “Ha scritto che Dio ama anche me?”. Caterina sorrise: “Certo, ha scritto che ama te e che adopera anche il tuo cuore per amare i peccatori, che diventano santi quando ricevono il tuo amore”. La bambina, saltellando, raggiunse la sorella che era già avanti sulla strada.

  

381 Rumori strani

Nessuno degli abba aveva paura del diavolo. Non ne parlavano, per non dargli peso e nemmeno la soddisfazione di essere al centro dei loro pensieri e discorsi. Neppure l’abba che aveva l’incarico di scacciare i demoni ne parlava. Era più contento di parlare di Gesù, davanti al quale nessun demonio può resistere. Un giorno un uomo cercò abba Cristoforo: “Vieni a casa mia, abba. Di notte ci sono rumori nell’appartamento disabitato sotto al mio. Si sentono dei colpi, dei passi, e persino come se ci fosse del vento dentro la casa”. L’abba non si scompose. Sapeva che queste cose succedono quando muore qualcuno che non conosce Gesù e non è preparato a incontrare il Padre. Disse: “È morto qualcuno là dentro? La sua anima inquieta potrebbe aggirarsi là dove ha lasciato il mondo senza staccarsene, oppure sono demoni che vantano qualche diritto su di lei o sulle sue cose”. Quell’uomo intervenne preoccupato: “Non puoi fare nulla, abba? Ogni notte sono disturbato. E io, cosa devo fare?”. Cristoforo lo tranquillizzò: “Non temere, buon uomo. Preghiamo che intervenga il Signore Gesù. Anche tu pregherai e userai l’acqua benedetta. Chiediamo a Dio Padre di perdonare tutti i peccati di quella persona, che trovi pace. E tu chiederai che venga celebrata la santa Eucaristia per lei. Vi parteciperai anche tu con fede”. Quell’uomo ebbe pace e iniziò ad invocare spesso il nome santo di Gesù nella sua casa.

  

382 Parlare col diavolo

Il ragazzo di tredici anni tornò dall’abba con dei dubbi che lo inquietavano. Ormai aveva confidenza e disse: “Abba, sono contento di parlare con te. Ho degli amici che dicono di riuscire a parlare col diavolo, e che il diavolo rivela loro cose del passato e cose del futuro. A me fa paura. Cosa dici tu? Mio zio ha detto che il diavolo non esiste, che è stato inventato per far paura alla gente, in modo che la gente ubbidisca a voi, abba”. Abba Gregorio non si scompose: queste cose le sapeva tutte. “Noi siamo di Gesù, amati da lui. Per questo non ci interessa cosa può dire il diavolo, perché odia gli uomini e tenta di ingannarci sempre, e perciò mente anche quando pare dica fatti passati o futuri. Tuo zio poi non sa cosa ha detto Gesù. Alla donna che lo supplicava per sua figlia disse: «Il demonio è uscito da tua figlia» (Mc 7,29). E poi, pensi che se il demonio non esistesse, Gesù avrebbe detto ai suoi discepoli: «Io vedevo Satana cadere dal cielo come la folgore» (Lc 10,18)?”. Il ragazzo fu convinto, ma l’abba non lo lasciò andare senza avergli dato una bella benedizione, perché non rimanga in lui il ricordo di Satana, bensì quello dell’amore di Gesù, che vince anche questo nemico.

 

383 Satana o altro?

Un uomo intelligente e colto cercò abba Cristoforo. Chissà cos’aveva studiato! Gliel’aveva detto, ma non lo ricordava più. Fatto sta che disse: “Mia moglie teme di essere oppressa da satana. Puoi dirglielo tu che satana è solo un riflesso dei nostri pensieri, una personificazione del male, e che il male va combattuto con le medicine o terapie adeguate?”. L’abba comprese di dover essere prudente. Disse: “Certamente ciò che fa soffrire tua moglie va affrontato con la scienza che Dio ci ha dato. Ma c’è un male anche in te: tu neghi l’esistenza di Satana, e così arriverai, se non lo fai già, a negare l’esistenza del nostro Dio, Padre e Figlio e Spirito Santo. Gesù è il re del regno dei cieli, combattuto costantemente dal principe di questo mondo. Sulla terra si combatte una battaglia continua. Gesù è il vincitore finale, quando nella lotta soffre passione e morte. Satana ritiene di vincere facendolo ingoiare dalla morte, ma viene sconfitto, perché Gesù, risorgendo, lacera e distrugge proprio quella morte. Comincia a pregare per stare anche tu dalla parte di Gesù: tua moglie ne avrà certamente vantaggio”. Aveva detto tutto l’abba, ma dovette spiegarsi anche con altre parole con quell’uomo, il cui orgoglio lo rendeva cieco ai doni di Dio.

  

384 Beati voi

I discepoli ragionavano volentieri sulle letture, e ne parlavano con gli abba che riposavano all’ombra di quelle parole, come all’ombra di una pianta ricca di fichi maturi e dolcissimi. Chiesero ad abba Felice: “Perché Matteo nel vangelo riferisce la Parola di Gesù: «Beati i poveri in spirito», mentre Luca ce la dona così: «Beati voi poveri»? Felice pregò per dare una spiegazione comprensibile per quei giovani. Disse: “Matteo scriveva per credenti ebrei, che conoscevano le Sacre Scritture e avevano buon discernimento. Con l’espressione «poveri in spirito» intendevano chi sceglie di essere povero per porre piena fiducia nel Padre, che ha promesso di curarsi dell’orfano e della vedova, dell’oppresso e del forestiero. Luca invece scriveva per gente cresciuta nel paganesimo senza alcuna conoscenza delle Scritture. Ad essi riferisce le Parole di Gesù con immediatezza. «Beati voi poveri» significa che proprio quelli che lo stanno ascoltando sono beati, cioè vicini a Dio, nel cuore del Padre, perché ascoltano lui, e anche se poveri sono amati da Dio. Chi è povero, come quelli che lo ascoltavano, è beato perché già figli nel cuore del Padre!”. I discepoli compresero che non dovevano lamentarsi più quando mancava loro qualcosa, e che l’essere beati è dono di Gesù.

 

385 Spiriti immondi

Abba Simone lesse che agli apostoli, come primo compito, Gesù «Diede il potere di scacciare gli spiriti immondi» (Mt 10,1). Divenne pensoso. Disse a se stesso: “Dove li troverò per scacciarli? Come farò? E se non se ne vanno? E se mi assalgono?”. Interrogò l’abba più tranquillo del deserto. Lo trovò che bolliva le verdure raccolte nell’orto. Gli espose le sue domande con trepidazione. Abba Simplicio lo guardò sorpreso, e rispose con tranquillità: “Non capisco che problema ci sia. Gli spiriti immondi da scacciare non li devi cercare: sono già dentro di te. Ti fanno compagnia. E se pensi di scacciarli con le tue parole, torneranno subito in maggior numero. Ti occuperai di dialogare con Gesù, anche quando cuoci la verdura, e anche quando la mangerai. Se quelli ci fossero, se ne andrebbero mortificati. Continua a invocare il nome di Gesù, e se ne andranno anche quelli delle persone che incroci per strada. Aggrappati ancora al nome di Gesù, e anche quelli che ti assaliranno a bastonate resteranno sconfitti”. Tolse la pentola dal fuoco e ne mise un’altra, mentre invocava il nome di Gesù, senza che nessuno se ne accorgesse. E gli spiriti di agitazione e preoccupazione che agitavano abba Simone, svanirono come la nebbia. Abba Simplicio ne approfittò per chiedergli di cantare con lui il cantico della Vergine: se fosse rimasto qualche altro spirito immondo, all’udire quelle parole se la sarebbe svignata.

  

386 Mestizia e riso

Ho letto la Scrittura. Una frase mi parve insolita: non la capisco”, disse amma Francesca ad amma Serena. Questa, incuriosita, chiese: “E quale è questa frase?”. Titubante Francesca citò a memoria: “«È preferibile la mestizia al riso, perché sotto un triste aspetto il cuore è felice»” (Q 7,3). Serena si fece seria, e disse: “È davvero un rebus. Preferire la mestizia al riso! Chissà! Rimaniamo un po’ in preghiera, e lo Spirito Santo ci farà capire”. Stettero alcuni minuti in silenzio, e poi: “Il ridere può manifestare superficialità, e talora può nascondere i problemi reali delle persone. Nessuno è del tutto privo di croci. Chi vive in Gesù, lo aiuta a portare quelle che pesano su di lui, come fece il cireneo. L’aspetto triste manifesta la serietà del vivere. Chi vive saggiamente sta unito al Signore Gesù sostenuto dalla gioia della sua presenza”. Così si espresse amma Serena, e Francesca aggiunse: “Mentre tu parlavi, ricordai che quando sono unita a Gesù non manca la gioia, anche se qualche problema mi affligge”. Benedirono il Signore, sia per la gioia che per la possibilità di portare con lui le croci che affliggono gli uomini.

  

387 I mantelli

Due bambini alla celebrazione avevano ricevuto dei rametti di ulivo, e non sapevano perché. Avevano poi udito la lettura che parlava di mantelli e rami che finivano sotto i piedi di un asino. Incontrando abba Felice, gli dissero: “Perché la gente stendeva i mantelli sulla strada?”. Felice fu felice di rispondere: “Su quell’asino era seduto Gesù. Lo portava fino al luogo della preghiera, mentre tutti gridavano con gioia che lui era il loro re”. E i ragazzini: “Ma quei mantelli non si rovinavano, calpestati dall’asino?”. L’abba non s’aspettava questa domanda, ma rispose subito: “Quella gente era contenta di onorare Gesù. E se il mantello si fosse rotto o sporcato, erano contenti lo stesso. Anche voi siete contenti quando fate qualche sacrificio per amore di Gesù, non è vero?”. I due si guardarono: era proprio vero. L’abba aggiunse: “Il rametto tenetelo, portatelo a casa. Lo metterete in un posto dove lo vedrete tutti i giorni. Vi ricorderà di far fare bella figura a Gesù con le parole e con le azioni”. Custodirono con cura il rametto di ulivo fino a casa.

  

388 Giocare con Gesù

Un abba ogni domenica spiegava il vangelo per avvicinare quella Parola alla vita di ogni persona. Ma notava che, dopo un po’, qualcuno s’appisolava, altri li vedeva immersi nei loro pensieri; i pochi bambini erano impegnati con il giocattolo e le bambine con la bambola. Confidò queste sue deludenti osservazioni ad abba Gregorio, che gli disse: “Sia la gioia in te, perché tutti questi amano Gesù. È lui che a qualcuno dona il riposo, ad altri le ispirazioni per affrontare i loro problemi quotidiani, ai piccoli la grazia di giocare con lui. È lui che adopera il tuo parlare e annuncia la Parola in maniera disinteressata per donare Spirito Santo a tutti. Infatti torneranno, perché tutti ricevono il ristoro, la grazia divina e quel non so che di ineffabile che li rende fratelli e figli fiduciosi”. L’abba fu consolato e continuò il suo compito con una gioia nuova, liberato dal desiderio di vedere frutti e da quello di essere ascoltato. Ebbe l’impressione che il suo servizio spirituale somigliasse al profumo sprecato sui piedi di Gesù. Da allora anche a lui pareva di giocare quando celebrava i misteri di Gesù con i fedeli.

  

389 Dio degli eserciti

Un giovane, sensibile alle vicende del mondo, pregava ardentemente che la pace avvolgesse tutta la terra. Incontrò alcuni abba; si fermò, e disse: “Mi trovo a disagio quando prego il Salmo che mi fa dire ben quattro volte «Signore, Dio degli eserciti» (Sal 80), come fosse un bel titolo per il nostro Dio e Padre. A me pare quasi una bestemmia. Non si può cancellare quell’espressione?”. Gli abba si guardarono l’un l’altro. Uno di loro rispose: “Io penso agli eserciti degli angeli che cantano ben ordinati le lodi di Dio mentre combattono per difendere gli eletti”.  Abba Felice sospirò: “Magari gli eserciti facessero quel che Dio vuole: la pace regnerebbe davvero!”. Abba Silvestro disse: “Con quelle parole ho sempre pensato che Dio è forte e nessuno può resistere ai suoi progetti d’amore”. Abba Cristoforo aggiunse: “Non temere, caro giovane. Noi non comprendiamo mai del tutto la Parola di Dio. Essa però ci riempie il cuore del suo Santo Spirito. A suo tempo egli ti farà comprendere la bellezza e la pienezza di ogni espressione”. Gli abba tacquero, il giovane ringraziò, e gli angeli cantarono, come quando servivano Gesù nel deserto dopo la sua lotta con il tentatore.

  

390 Il divisore

Un uomo mandò a dire ad abba Cristoforo: “Domani passerò da te”. Arrivò all’ora stabilita, chiese benedizione e confidò: “Abba, vedo attorno a me tanta ipocrisia, e se manifesto i miei dubbi a qualcuno, questi mi assale con parole violente. Soffro molto, perché nel mio cuore sorgono continui giudizi, sia verso chi non sa ascoltare, sia verso chi diffonde un clima d’inimicizia.”. L’abba ascoltò in silenzio. Non poteva contraddirlo, perché percepiva che nel mondo tirava davvero vento di guerra, fatto di sfiducia, di incomprensione e di odio. Lo Spirito Santo gli mise queste parole sulle labbra: “Figliolo, possiamo giudicare solo il nemico di tutti, che sta all’inizio di ogni conflitto e di ogni inimicizia. È lui, Satana, il divisore, che va in giro in cerca di chi sbranare. Da Dio è già giudicato. Se giudichi lui, sei dalla parte di Dio, e riuscirai a desiderare salvezza per chi da lui è ferito, o adoperato. Odiamo il Nemico, ma amiamo le sue vittime, oppressi e oppressori, e per loro ci offriamo a portare anche questa croce del Signore Gesù Cristo”. La pace tornava lentamente nel cuore di quell’uomo e Cristoforo lo invitò ad unirsi alla sua preghiera per la pace nel mondo.

  

391 Piedi sporchi

“Mamma, quando Gesù ha lavato i piedi agli apostoli, erano sporchi? Non se li erano lavati prima, come tu hai insegnato a me?”, chiese il bambino alla mamma. Era stato attento alla lettura e voleva capire. La mamma si sentì presa alla sprovvista. Cosa rispondere? “Lo chiederemo ad amma Rosangela quando la incontreremo”. Difatti il giorno seguente l’amma non ebbe difficoltà: “Che bella domanda! Certo, i loro piedi erano sporchi davvero. Infatti, camminavano scalzi o con sandali senza calze, e le strade di Gerusalemme erano molto sporche perché in quel giorno passavano tanti agnelli. Li portavano al tempio per offrirli in sacrificio e poi cuocerli e mangiarli la sera. Gesù si era accorto che i piedi di tutti erano luridi. Volle fare come tua mamma con te quando hai camminato nel fango”. Allora il piccolo: “E perché Pietro non voleva?”. L’amma, guardando la mamma, disse: “Pietro non sapeva ancora che l’amore di Gesù era come quello della mamma. E non era capace di lasciarsi amare come un bambino, come fai tu”. La mamma ringraziò doppiamente: anche lei imparò qualcosa.

  

392 Mani alzate

Alcuni discepoli chiesero: “Perché, abba, alzi le mani quando preghi?”. Gregorio rispose: “Faccio quel che ha fatto Mosè. Mentre il popolo combatteva, egli sul colle alzava le mani. Quel gesto era già preghiera, a prescindere dalle parole. Non ne diceva nessuna. La preghiera gradita a Dio erano le mani alzate”. Quei giovani chiesero ancora: “E per Mosè, che significato aveva alzare le mani?”. Disse: “Stasera, quando sarete soli nella vostra cella, alzatele, e domani voi stessi mi riferirete cosa succede”. Il giorno seguente si ritrovarono. Uno cominciò: “Mi pareva di avere le mani vuote. Mi sono sentito piccolo piccolo, come Noè sotto l’arcobaleno. Credo di aver fatto esperienza di umiltà”. Il secondo si fece coraggio: “A me pareva di essere Pietro che stava affondando nel lago e tendeva le braccia gridando perché Gesù le afferrasse”. Il terzo era commosso: “Era come se qualcuno tenesse ferme le mie mani per inchiodarle sulla croce, come Gesù. Non servivano parole”. Abba Gregorio concluse: “Lo Spirito Santo vi ha illuminati, anzi, ha adoperato le vostre mani per presentare al Padre la preghiera di tutta la Chiesa e di tutto il mondo. Le parole da sole pesano poco nel cuore di Dio”. Rimasero muti: un nuovo mistero si era affacciato alle loro menti.

  

393 Lenzuolo nuovo

Udito il racconto della sepoltura di Gesù, la bambina chiese alla mamma: “Mamma, perché Giuseppe adoperò un lenzuolo nuovo per avvolgere il corpo di Gesù?”. La mamma fu pronta a rispondere: “Te lo dirò dopo”, e si premurò di incontrare amma Maria Rosa, con cui aveva confidenza, per sentire una parola al riguardo. Disse poi alla bimba: “Quando tu sei nata, il papà ha comprato il tuo lettino nuovo, le tue lenzuola e coperte nuove: anche tu eri nuova. Eravamo molto contenti del tuo arrivo nella nostra casa! Quando Gesù è arrivato in cielo, gli angeli erano così contenti, che hanno suggerito a Giuseppe di Arimatea di avvolgere il suo corpo in un lenzuolo nuovo con tanti profumi e di porlo in una stanza nuova scavata nel giardino pieno di fiori”. La bambina soddisfatta disse ancora: “Voglio preparare anch’io a Gesù nel mio cuore un posto nuovo, così non solo gli angeli, ma anche lui sarà contento!”. La mamma baciò in fronte la figliola.

  

394 Maria Maddalena

Bambina e mamma facevano festa con le amma del deserto. Ascoltarono anch’esse la lettura. Dopo un po’ la bambina chiese: “Quando tu piangi, mamma, sei come Maria Maddalena?”. Sapendo che le lacrime sono tutte uguali, la mamma, che aveva qualche motivo serio di tristezza, rispose: “Sì, bambina mia. Lei piangeva perché non vedeva Gesù, e anch’io, quando piango, è perché mi pare che lui sia lontano. Se lui è lontano si avvicina il diavolo per farmi del male. Ma ci sei tu: quando Gesù sente la tua preghiera viene di nuovo vicino a me, e allora le lacrime si fermano”. Poi le spiegò che anche Maria Maddalena smise di piangere appena sentì che uno la chiamava per nome. Prima non lo aveva riconosciuto, ma la voce era quella di Gesù. “Allora Gesù chiama per nome anche te, mamma!”, le suggerì la piccola. Amma Maria Rosa udì questo dialogo e intervenne con quella mamma: “Gesù è risorto anche per te, e ti fa godere la sua presenza grazie alla tua piccola”. E riuscirono a cantare insieme un bell’«alleluia»!

  

395 L’alleluia

Un uomo, Adamo, si immaginava di essere quell’Adamo di cui portava il nome. Si rivolse ad un abba dicendo: “Abba, perché Gesù è risorto dai morti?”. Abba Giacomo lo guardò e disse: “Gesù è risorto perché sulla terra risuoni ovunque l’alleluia che rallegra tutti i cieli. Quando il primo Adamo ha dato retta alle parole che il serpente ha insinuato ad Eva, la gioia è scomparsa da questo mondo. Nessuno l’ha più trovata. Appena Gesù è risorto essa entrò nei cuori e allietò la terra cambiando in danza i passi degli uomini. Gesù è risorto, alleluia!”. Anche Adamo iniziò a canticchiare: “Alleluia!”.

  

396 Terra vuota

Un uomo, Adamo, si rivolse ad abba Filippo: “Abba, perché Gesù è risorto dai morti?”. L’abba gioì a questa domanda. Egli aveva già avuto risposta quando la stessa domanda si era presentata al suo pensiero, e perciò con letizia disse: “La vita di Gesù è così utile e preziosa, che non può mancare sulla terra. Se Gesù non ci fosse, tutto sarebbe vuoto, anzi, tenebroso. Tutto il mondo creato da Dio sarebbe nelle mani del nemico, e noi saremmo delusi, disperati. Gesù è risorto perché la nostra vita sia vera vita e perché in ogni cosa possiamo trovare i segni della sua presenza gioiosa. Gesù è davvero risorto, alleluia!”. Adamo ripeté l’alleluia imitando gli angeli.

  

397 Unione

Un uomo, Adamo, interrogò abba Bartolomeo: “Abba, perché Gesù è risorto?”. L’abba non ci fece caso, ma siccome quello insisteva, alzò lo sguardo al cielo ed esclamò: “Esulta anche tu, Adamo. Gesù è risorto perché tu ti possa unire a lui, anzi, perché lui si possa unire a te. Così tu non sarai per lui estraneo, né lui per te un altro. Egli può entrare in te e tu in lui: il corpo materiale non è più impedimento, né il suo né il tuo. E tu, quando pensi a te stesso, farai i conti con la sua presenza, e quando pensi a lui, tu gli sarai mescolato come l’argento nel bronzo, così da diventare tintinnante”. Questa volta l’alleluia di Adamo sembrò il suono di un’armoniosa campana!

  

398 Cinguettii

Risuonò ancora la domanda sempre nuova di un uomo, Adamo: “Abba, perché Gesù è risorto?”. Abba Matteo aveva nel cuore tutta la gioia di Pasqua, quella gioia che vedeva ovunque. Gli rispose: “Sappi, Adamo, che tutto il mondo si fece cupo quando il primo uomo cancellò dal suo cuore la parola di Dio: egli stesso divenne come morto, e prigionieri della morte rimasero i suoi discendenti. Adesso la Parola divina divenuta carne è uscita da quella morte, e porta di nuovo vita a tutti i viventi. Guarda gli uccelli: sai perché cinguettano? Perché Gesù è risorto! Guarda i pesci: sai perché schizzano fuori dall’acqua? E perché i caprioli saltano e le farfalle si posano sui fiori? Non vedi che tutto il creato è un canto, tutto è diventato paradiso da quando si sono spezzati i sigilli della sua tomba? Osserva anche il sorriso dei bambini e quello di chi muore con Gesù nel cuore!”. Quell’uomo tentò di rimediare al disastro avvenuto per colpa di colui di cui portava il nome, Adamo, e danzò come le farfalle cinguettando come i fringuelli: “Gesù, sei risorto, alleluia!”.

  

399 Speranza

Un uomo, Adamo, rivolse ad un abba la sua domanda: “Abba, perché Gesù è risorto?”. Abba Giovanni non si meravigliò. Quella è la domanda più bella per lui, quella che ha molte risposte. Esclamò: “Gesù è risorto dai morti perché gli uomini abbiano speranza. Tu vedi come gli uomini che non sanno nulla di Gesù vivono spenti, pensano solo alla morte come unico traguardo del loro faticare e soffrire, come motivo che smorza dai loro occhi ogni sorriso e rende la loro voce rauca, incapace di cantare. Gesù risorto offre speranza a tutti: tutti infatti portano una croce. Ora sanno che dopo la morte egli è uscito dal buio illuminando ogni volto, ogni strada, ogni uscio, ogni fontana. Speranza, speranza!”. Adamo si rallegrò. Provò persino a predicare, anche se nessuno era presente, per invitare tutto il mondo a cantare “alleluia!”. Egli lo cantava con volto disteso, in modo da non lasciar vedere nessuna ruga dei numerosi anni vissuti.

  

400 La fede

Un uomo, Adamo, stupì un abba con l’interrogativo: “Abba, perché Gesù è risorto?”. Abba Simone, noto per la fede granitica che lo rendeva fiducioso anche quando vedeva guerre e litigi, gridò: “Adamo, non lo sai? Gesù è risorto dai morti perché la tua fede diventi potente di potenza divina. Quando Gesù risorto entra nella tua fede, tu farai entrare nei regni del mondo le armi del regno dei cieli. I regni del mondo si sgretolano all’arrivo del canto della tua fede. Essa renderà ogni luogo, frequentato da te, un luogo santo. Credi, credi senza dubitare, e Gesù risorto illuminerà tutto”. Adamo rimase muto, e quando entrò in chiesa salì i gradini per avvicinarsi all’altare e baciarlo. Nessuno lo vide, anzi no, lo videro i santi, che si rallegrarono cantando, accompagnati dalle arpe degli angeli, una lunga litania di “alleluia!”.

  

401 Misericordia

Un uomo, Adamo, al primo abba che incontrò, senza preamboli chiese: “Abba, perché Gesù è risorto?”. Abba Pietro, senza scomporsi, disse; “Gesù è risorto per donare la misericordia del Padre cambiando la vita a chi è come era Tommaso. Quand’è apparso ai discepoli, ha mangiato il pesce arrostito: gli è stata offerta la porzione del discepolo assente, così hanno visto che non era un fantasma, ma proprio lui con il suo vero corpo. Otto giorni dopo Tommaso con la certezza dei suoi dubbi diffondeva un’atmosfera strana in tutta la casa. Era pronto alla sfida: toccare le ferite con le dita. Gesù lo vide cupo e duro di cuore, come gli orgogliosi. Gli offrì di compiere quanto pretendeva fare per giustificare la sua incredulità. La misericordia di Gesù liberò così lui dalla caparbietà e tutto l’ambiente dal clima di diffidenza”. Le parole «Mio Signore e mio Dio», sussurrate da Tommaso, toccarono le orecchie di Adamo, tanto che i suoi occhi si abbassarono. Gesù continua ancora a donare la sua misericordia, che fa risuonare un gioioso alleluia!

 

402 Coprire il mondo

Un uomo, Adamo, incontrò abba Paolo. Lo fermò: “Abba, perché Gesù è risorto?”. Abba Paolo sapeva perché il suo Signore era risorto, e non tentennò a rispondere: “Dio Padre fece uscire Gesù dalla morte per coprire il mondo con il suo amore. Gesù infatti, vinta la morte, ha fatto sì che la carità abbia il primo posto, dovunque. La sua presenza trasforma i regni della terra, stretti negli artigli del guerrafondaio, cosicché diventino terreno fertile di atti di amore. In questi regni il Risorto semina la vita eterna. Dove infuria la guerra, si compiono gli atti d’amore più grandi. Dove la condanna a morte terrorizza gli uomini, l’amore fa sì che qualcuno si offra a sostituire il condannato. Proprio là sentirai cantare: alleluia”. Adamo quel giorno smise di interrogare gli abba e cominciò a chiedere a Gesù stesso perché è risorto. La risposta fece sì che egli continuasse anche oggi a cantare “alleluia, alleluia, alleluia!”.

 

403 Giona

Adamo non riusciva a fermare le proprie labbra: “Perché Gesù è risorto dai morti?”. Abba Taddeo gli fece segno col dito alla bocca, per dirgli che il silenzio contiene il segreto. Poi disse: “Il pesce del mare in tempesta ingoiò Giona e lo trattenne tre giorni e tre notti. Ma quando Giona decise di ubbidire a Dio, il pesce non lo sopportò più e lo rigettò subito. Allo stesso modo la morte non riuscì a trattenere colui che fu sempre il sottomesso a Dio e agli uomini. La morte trattiene solo i disubbidienti, infatti essa è il salario del peccato. Gesù non le appartiene”. Adamo si curvò ad osservare la propria anima, chiuse gli occhi come fosse nel buio del ventre del pesce, ripetendo: «Eccomi, o Dio per fare la tua volontà», e cantò: “Alleluia!”.

   

404 Vita piena

Un uomo, Adamo, ancora una volta fece risuonare, stavolta nella foresta, la sua domanda, senza accorgersi che l’orecchio di abba Mattia lo udiva: “Perché Gesù è risorto dai morti?”. L’abba, credendo di sognare, perché non vedeva nessuno, gridò: “Sei Adamo tu? Tu hai portato nel mondo la morte che ha privato della Vita gli uomini. La vita che tu hai lasciato sulla terra è logorata, malata, incompiuta, vuota, fredda, muta; è castigo. Gesù dovette risorgere per riempirla, completarla, illuminarla, risanarla, riscaldarla, darle ali splendenti e voce armoniosa”. Adamo si mise a volare cantando: “Risorgi, tu che dormi, risplendi di luce tu che diffondi l’amore. Alleluia!”.

 

405 La scala

Un uomo, Adamo, con il suo dubbio salutò abba Tommaso: “Perché Gesù è risorto dai morti?”. L’abba rimase muto. Mai nessuno l’aveva salutato con quella domanda. Non volle però lasciare quell’uomo all’oscuro, come era rimasto per otto giorni il suo protettore: “Gesù è risorto per portarci lassù”, e indicò il cielo. E aggiunse: “È lassù la sorgente della luce e della vita, proprio lassù. Tra qui e lassù, in mezzo, come scala, c’è la croce, quella di Gesù. Gesù risorto dai morti ci mostra quella croce non come supplizio, ma luogo di amore. Anche tu potrai stare su quella scala faticosa con letizia, senza lamento”. Adamo tenne a lungo lo sguardo rivolto in alto, poi iniziò il suo cammino senza più lamentarsi di nulla, anzi, aprendo la bocca perché il cuore esprimesse l’alleluia dei santi!

406 Profezie

Un uomo, Adamo, in mezzo alla folla esclamò: “Perché Gesù è risorto dai morti?”. Chi gli poteva rispondere? Con gioia lo avvicinò abba Andrea, che rivelò: “Sai perché? Gesù doveva compiere tutte le profezie, anche quelle che lui stesso aveva pronunciato. A Giuda, l’Iscariota, aveva detto: «Amico». Parola profetica. La pronunciò con verità, e poi, per amarlo come si ama un amico, salì sulla croce per lui, e ancora per lui il Padre lo trasse dalla morte, e scese agli inferi. Adamo, te lo ricorderai quando t’accorgerai di essere traditore più di tutti gli altri. Allora dirai: Gesù è risorto per me. Non potrai più deprimerti: starai agli inferi con grande speranza, senza mai disperare!”. Adamo segnò con la croce le proprie labbra, la propria fronte, e infine anche il petto. E, senza pensarci, cantò: Alleluia!

  

407 Il tesoro della croce

Un uomo, Adamo, incontrò provvidenzialmente abba Stefano. “Perché Gesù è risorto dai morti?”. L’abba aveva riflettuto a lungo sul fatto che Gesù era uscito dal sepolcro dove era avvolto in bende profumate e alla cui pietra le guardie avevano apposto i sigilli. L’abba rispose: “Sai perché Gesù non è più tra i morti? È uscito per farci gustare e comprendere il valore della croce. Essa è un tesoro, il passaggio necessario per arrivare alla gloria. Essa avvera la profezia: «Prima della gloria c’è l’umiltà» (Pro 15,33; 18,12). Ricordi? Giuseppe fu venduto dai suoi fratelli per arrivare alla destra del trono e così salvare proprio quei fratelli dalla fame e dalla morte. Mosè fu consegnato alle acque del fiume per venir adottato dalla principessa, e fuggì nel deserto a fare il pastore di pecore per essere chiamato da Dio a guidare come pastore il suo popolo. Davide fu perseguitato da Saul per imparare a regnare con umiltà. Non disprezzeremo le croci, non le rifiuteremo: sono tesoro di salvezza e di gloria davanti a Dio. La croce dà gloria alla risurrezione di Gesù”. Adamo stupito chiese benedizione: iniziò a portare la sua croce quotidiana cantando sempre: Alleluia!

 

408 Ricupero

Un uomo, Adamo, stava per chiedere: “Perché Gesù è risorto?”, quando venne a sapere che un nuovo abba era stato scelto da alcuni giorni come guida a tutti gli abba, per confermarli nella fede e stimolarli nella comunione. Avrebbe voluto incontrarlo per baciargli la mano, ma abba Cleofa lo frenò: “L’abba scelto non mi piace. Una volta si comportò in modo indegno, fu di scandalo anche agli uomini e alle donne del mondo”. Abba Barnaba udì e, con pace, ribatté: “Nessuno di noi è perfetto. Gesù è risorto per ordinare a colui che l’aveva rinnegato per ben tre volte: «Pascola le mie pecore» (Gv 21,16). Pietro, nonostante tutto, ricevette l’incarico, divenne esemplare e sicuro, non di sé, ma di colui che l’aveva scelto, amato e confermato. Con la grazia di Dio tutti possiamo servire il Signore”. Così Adamo ebbe una risposta inattesa al suo interrogativo. Pregò insieme a Cleofa e a Barnaba perché l’abba eletto ricevesse sapienza, e tutti gli abba ubbidissero con gioia, come ubbidivano le pecore di Gesù risorto che Pietro tenne unite, condusse al pascolo e alla fonte, e difese dai lupi.

  

409 Preghiere

Un uomo, Adamo, cercava un abba, e invece trovò amma Maria Maddalena. Rivolse a lei la sua domanda: “Perché Gesù è risorto dai morti?”. L’amma alzò gli occhi al cielo e disse: “Gesù è risorto per dirci: «Salgo al Padre mio e Padre vostro» (Gv 20,17). Là egli ascolta le nostre preghiere, le fa sue perché noi siamo suoi, e le esaudisce perché lui è unito al Padre. Tu lo puoi contemplare come santo Stefano, che lo vide seduto alla destra del Padre come Figlio dell’uomo, potente nella gloria, spendente della santità di Dio. Rivolgi al Padre le tue preghiere con fiducia, con insistenza, con gioia: Gesù le accoglierà, le impreziosirà col suo sangue versato e le profumerà con la mirra e l’aloe impregnati nelle bende con cui lo avvolsero Giuseppe d’Arimatea e Nicodemo”. Rimase senza parole quel buon uomo, e per il momento parve soddisfatto della risposta, tanto che poté cantare: Alleluia!

  

410 Spirito Santo

Un uomo, Adamo, aveva ancora una domanda, e la rivolse ad abba Nicodemo: “Perché Gesù è risorto dai morti?”. L’abba gioì al vedere che un uomo cerca il suo Signore e Maestro, suo Pane e sua gioia. Disse: “Gesù è uscito dalla morte per aprire la strada allo Spirito Santo, il vento divino che non sai da dove venga e dove vada, ma quando arriva ti fa rinascere dall’alto (Gv 3,7-8). Gesù risorto spalanca le porte perché lo Spirito di Dio arrivi per infiammarti e tu possa incendiare il mondo, perché sia purificato e riscaldato, e per donarti il pane della benedizione che nutre e dà vita. Gesù risorto fa sgorgare dal tuo grembo fiumi di acqua viva per dissetare chi ha sete di lui” (Gv 7,37-39). L’abba cominciò a battere le mani come un bambino, e Adamo iniziò a comprendere lo scopo della vita, del lavorare e del soffrire: ricevere e donare lo Spirito di Dio! E iniziò ad aver gioia nel cuore, quella che ogni momento canta: Alleluia!

  

411 Il silenzio

Abba Gregorio era abituato a tacere. “Perché sei così silenzioso, abba? Non hai nulla da dire?”, gli chiese uno dei discepoli. “Fratello, quando Gesù scende agli inferi (1Pt 3,19), sulla terra non c’è più la Parola. Le parole degli uomini sono mute e vuote, fiato sprecato, quando è assente la Parola. Il silenzio è attesa, desiderio di lui, amore per lui”, rispose. E il discepolo: “Ma Gesù è già risalito dagli inferi, è risorto. Non c’è bisogno di attendere la sua risurrezione”. Allora l’abba alzò il capo, e con un sorriso dolce aggiunse: “Ogni gesto del Signore è eterno, ancora presente, sempre attuale. Adamo attende ancora e ancora gioisce per il suo arrivo nel regno dei morti peccatori. Il mio silenzio è annuncio a me stesso di questo mistero”. Tacquero ambedue. Il discepolo capì che la nostra vita può essere edificata su ciascuno dei misteri vissuti e donati dal nostro Signore Gesù Cristo.

  

412 Mezz’ora

Un uomo si avvicinò ad abba Gregorio, che non si scompose e continuò il suo silenzio. “Quando tu continui a tacere, io mi sento a disagio”, gli confidò quell’uomo. E l’abba a lui: “Non hai ancora tolto il velo. Toglilo dai tuoi occhi, e vedrai e godrai anche tu della profonda e meravigliosa mezz’ora di silenzio che si vive in cielo alla presenza dell’Agnello che sta in mezzo al Trono santissimo” (Ap 8,1). Stupito l’uomo chiese: “Come posso fare, abba, a togliere il velo dai miei occhi?”. Gregorio lo fissò, poi alzò lo sguardo al cielo: “Non guardare più le cose della terra. Esse ti incantano, e ti ingannano. Fissa l’attenzione sulle cose di lassù. Vedrai innanzitutto Gesù in croce. Egli ti attirerà. Vedrai poi Gesù alla destra del Padre: non avrai più parole, perché t’accorgerai che è lui la Parola che dà all’uomo vita eterna”. “Abba, mi aiuterai tu?”, disse timidamente. E l’abba, sottovoce: “Con la mia preghiera e benedizione”.

  

413 La reazione

Uno dei discepoli disse a Gregorio: “Abba, ho provato a seguire il tuo esempio. Ho cercato il silenzio, ma dopo un po’ mi diventa pesante, quasi insopportabile”. L’abba rispose sicuro: “È segno che Dio ha cominciato la sua opera in te. Il nemico la vuole impedire. Se persevererai, ne godrai il frutto”. Con occhi interrogativi il discepolo mormorò: “Anche il nemico…?”. “Certamente. Si è fatto presente nel silenzio di Gesù, quand’egli si rifugiò nel deserto attirato dall’amore del Padre”, rispose. E il giovane: “Che cosa avvenne?”. “Quello si presentò con un facile e ovvio ragionamento: ‘Dal momento che sei figlio di Dio, usa la parola come fece lui alla creazione del mondo. Di’ a questa pietra che si lasci mangiare’”. Il giovane chiese ancora: “E Gesù come reagì?”. “Gesù rispose: ‘Se io sono Figlio di Dio, voglio ascoltare il Padre mio e ubbidirgli’. E si immerse in un silenzio più profondo per udire la voce dell’amore del Padre suo”. L’abba benedisse il discepolo, che iniziò a tacere persino dentro di sé, e gli disse: “Verrà anche da te il nemico. Tieniti pronto” (Sir 2,1).

  

414 La parola

Un assiduo frequentatore del deserto confidò ad abba Gregorio: “Abba, mi sono accorto che la tua parola mi dà vita e mi salva”. L’abba alzò il capo ed esclamò: “Quando la Parola esce dalla bocca di Dio, è preziosa, è pane, è roccia sicura”. Quell’uomo allora: “Riconosco che tu ricevi le parole da Dio nel silenzio. Comincio anch’io ad apprezzare il silenzio. Lo cerco”. L’abba stette un attimo raccolto, poi disse lentamente: “Conoscerai anche il silenzio di Dio. Per lunghi tempi non ti dirà nulla, potrai avere l’impressione di essere abbandonato da lui, come Gesù sulla croce (Mt 27,46), oppure arriverai persino a dubitare della sua esistenza”. Quell’uomo era attento: “Sarà difficile sopportare quel silenzio”. L’abba rivelò: “Sarà tempo prezioso: maturerà in te un amore libero da te stesso, e sarà purificata l’immagine di Dio che hai dentro di te. Scoprirai la sua paternità, che vuole formare figli maturi, sicuri non di sé, ma della propria obbedienza a lui. Amerai anche quel silenzio, che ti renderà conforme a Gesù, il Figlio”. “Benedicimi, abba”, e si inginocchiò. Questa volta l’abba gli toccò la fronte segnandola con una piccola croce.

  

416 Più dell’oro

Vennero dei discepoli ad ascoltare abba Gregorio. Aveva sempre qualche luce nuova da trasmettere o da accendere dentro di loro. Questa volta chiese: “Sapete dirmi qual è il silenzio pregevole, veramente gradito a Dio?”. Attese a lungo inutilmente: quelli infatti non conoscevano il silenzio e non lo amavano. Essi stessi chiesero: “Diccelo tu, abba. Lo sai che noi abbiamo tutto da imparare”. Allora l’abba tenendo il vangelo aperto davanti a sé: “Il silenzio che vale più dell’oro e dei diamanti, che sostiene il trono di Dio, è quello che Gesù visse e soffrì davanti ad Erode, davanti a Pilato, davanti ai capi e al popolo quando gridavano: ‘Crocifiggilo’. Quello è il silenzio di chi non si difende, perché affidandosi al Padre lascia a lui la propria difesa. Quel silenzio manifesta chi è Dio. E quel silenzio rivela che Gesù è Dio. Così anche quando lo vivrete voi”. Chinarono il capo, con serietà.

  

417 La Parola si fa carne

C’erano degli abba amanti del silenzio. I loro discepoli conoscevano la loro voce perché la udivano quando recitavano o cantavano i salmi e gli inni. Che cosa imparavano quei discepoli? Molto di più di quelli degli abba che continuavano a dare istruzioni: questi non imparavano il silenzio, e non ne conoscevano il valore. Parlando tra di loro questi arrivavano a discutere, persino a polemizzare e litigare. Quelli invece non sapevano di che questionare, e nemmeno di che bisticciare. Conoscevano il valore delle parole, che non devono mai essere vuote. Vuote sono le parole di chi parla sempre. Sapevano che una sola è la Parola, quella che si è fatta carne. Abba Placido un giorno lo disse: “La parola che non si fa carne non è degna di esser chiamata parola. Per farsi carne la parola viene dall’alto, dalla croce di Gesù e dai cieli di Dio. Per venire, la Parola richiede il silenzio, anche interiore”.

  

418 La figlia spirituale

Una signora confidò ad un’amica: “C’è una donna che dice a tutti di essere figlia spirituale di un santo abba morto alcuni anni fa”. L’amica rispose: “È una bella cosa che una persona viva seguendo gli insegnamenti dei santi”. Allora quella donna: “Lei mi dà dei messaggi dal cielo. Mi dice: «Gesù mi ha detto di dirti che tu devi…»”. Come un lampo intervenne amma Caterina, che era presente: “Non sia mai! Di certo il santo abba non le ha insegnato a parlare così. Quella ti crea dipendenza psicologica”. Rimasero allibite tutt’e due le donne, e ascoltarono ancora l’amma: “Chi parla in tal modo creerà divisioni e discordie, opera del maligno. Il vero discepolo di un santo abba è umile e attento a rispettare la libertà degli uomini. Un figlio spirituale poi non si vanta di esserlo, né si arroga l’autorità del suo padre spirituale, ma vive la fede e la carità in modo da attirare a Gesù con la sua vita santa”. La donna chiese: “Che devo fare adesso? Le ho promesso che farò come mi ha detto”. L’amma non esitò: “Dimentica tutto e non cercarla più. Va’ piuttosto da un abba, raccontagli ogni cosa e chiedigli che preghi perché tu sia liberata dal suo influsso, e che ti benedica nel nome di Gesù. Non rimarrai sedotta da quella né da altri simili a lei”. Rivolte all’icona, tutt’e tre recitarono un’Ave Maria per ottenere di essere custodite e difese dagli inganni.

  

419 Scopo del pregare

Un uomo, triste e arrabbiato per aver subito un’ingiustizia, si lamentava con Abba Fortunato. Questi gli disse: “Ti consiglio di pregare, e poi prega ancora”. Quello parve non comprendere, e disse: “Se prego, mi verrà restituito il dovuto? Riceverò il risarcimento?”. Abba Fortunato lo guardò seriamente: “Non sai che significa pregare?”. E quello: “Abba, si, lo so, anzi, no. So che Dio ascolta, ma…”. Fortunato allora: “Se preghi come Gesù ha insegnato, ti convertirai. Chi prega si converte. E chi si converte non avrà bisogno di nulla, perché saprà di avere un Padre che pensa a tutto. Quando preghiamo, non abbiamo altro scopo che tenere il nostro cuore in quello del Padre, e il frutto è la nostra conversione”. Chissà quante volte l’abba aveva spiegato lo scopo del pregare, ma chi l’ha mai ascoltato?

  

420 Paura?

Abba Stefano diceva ai discepoli: “Gesù ha sgridato gli apostoli per la loro paura, o, meglio, per la mancanza di fede manifestata dalla paura, nonostante lui fosse con loro!” (Mt 8,26). Poi chiese: “Voi avete paura? Di che cosa?”. Uno, forte e robusto, rispose: “Sì, abba. Io ho paura delle malattie contagiose. Per questo  sto lontano da tutti”. L’abba con tenerezza: “Così i figli di Dio cosa capiscono? Che li ritieni pericolosi e non li ami. E non fai quanto Gesù ha ordinato: «Guarite gli infermi, sanate i lebbrosi» (Mt 10,8). Sai che «Chi vuol salvare la propria vita, la perderà» (Lc 9,24)? Gli apostoli quella notte ebbero paura di morire per un pericolo più immediato del tuo, eppure Gesù li rimproverò. La loro paura non annunciava il regno dei cieli, non comunicava a nessuno la certezza che Dio è Padre, né che il Figlio dona la vita eterna”. Erano stupiti, ma l’abba aggiunse ancora: “La Chiesa di Gesù, quando ha paura, è lievito avariato, sale senza sapore, lampada spenta. Quando la Chiesa non vince la paura, condanna e svilisce la fede e l’amore dei suoi Martiri”. I discepoli tacquero. Uno di loro mormorò: “Gesù, salvami dal fare commedia con la mia fede: che io sia in comunione con te, che hai rischiato tutto per amare”.

  

421 Una menzogna

Amma Federica ascoltava le confidenze di donne semplici che cercavano di aprire il proprio cuore. Una di queste, con difficoltà, le disse: “Amma, non so di chi mi posso fidare. Ho l’impressione che le mie amiche siano diventate pagane. Con loro non posso parlare della fede, di Gesù, dell’amore del Padre: rifiutano tutto. Mi puoi dire una parola?”. L’amma ascoltava in silenzio. Ripeté a voce alta la preghiera che aveva cantato al mattino: “Sì, sono un soffio i figli di Adamo, una menzogna tutti gli uomini” (Sal 62,10). Poi aggiunse: “La Parola di Dio è vera. La tua sofferenza è reale, come quella che visse Gesù quando Giuda tramava azioni senza fede. Anche a te però l’angelo ripete ciò che disse a Maria: «Rallegrati, il Signore è con te». Sarai tu a donare alle tue amiche la gioia che viene dalla presenza di Gesù in te. Non dirai nulla della tua fede, a meno che non ti interroghino con serietà, e invece le meraviglierai con la tua serenità e letizia”. Quella donna comprese la serietà del suo compito, e chiese di pregare insieme per ottenere da Gesù spirito di consiglio e di fortezza, e la benedizione dello spirito di testimonianza.

  

422 Pregare insieme

Una signora del villaggio, incontrando amma Rita, le disse: “Amma, a casa mia non posso pregare con nessuno. Mio marito non vuol sentirne parlare e i miei figli seguono il suo esempio. Per me è grande sofferenza. Che devo pensare?”. L’amma si raccolse in preghiera: “Mi viene in mente ciò che disse San Paolo quando ripassò nelle città da cui era stato scacciato: «Dobbiamo entrare nel regno di Dio attraverso molte tribolazioni» (At 14,22). Le croci ci accompagnano. È una croce anche la sofferenza che vivi tu ora. Ma non temere: offrendola, prepari la venuta del Regno di Dio nella tua casa, e nel mondo”. La donna ringraziò e chiese: “Amma, posso almeno pregare insieme a te? Mi dà molta consolazione”. Pregarono insieme, e venne pace e forza per continuare a sperare nell’intervento del Signore Gesù, che più di ogni altro desidera entrare nel cuore del marito e dei figli.

  

423 Gesù solo

Aveva molti pensieri e preoccupazioni l’uomo seduto in panchina. Il suo lavoro e la sua famiglia gli procuravano timori e incertezze. Passò abba Fiorenzo. Anch’egli rimuginava i suoi pensieri, che giravano sempre e soltanto attorno a Gesù. Quel giorno si trovava con lui sul monte alto, avvolto dalla nube, mentre Mosè ed Elia partivano, tanto che non s’accorse dell’uomo seduto. Passando, gli scappò di dire a voce alta: “«Gesù solo» (Mt 17,8)”. E lo ripeté. L’uomo disturbato dai timori per il lavoro e la famiglia lo udì, lo guardò, e chiese: “Parli da solo, abba? Che intendi dire ripetendo «Gesù solo»?”. L’abba, come risvegliatosi, profetizzò: “Per i tuoi problemi c’è Gesù solo, per i tuoi timori c’è solo Gesù, per i tuoi familiari c’è Gesù solo che li ama davvero. «Gesù solo» per tutti”. L’uomo sorrise: ebbe molte risposte, tanto che dimenticò di ringraziare. Per questo tornò a cercare abba Fiorenzo un’altra volta.

  

424 Il peso della croce

Cercò abba Martino e lo attese per confidarsi: “Abba Martino, tu sei un padre per me, padre spirituale. A te posso dire tutto. Sai che sono ormai tre anni da quando mia moglie se n’è andata, e non ho più speranza che torni. Ho pensato che devo rifarmi una vita e ho cominciato a sognare qualche possibilità”. L’abba taceva, stava in silenzio con gli occhi chiusi. “Perché tieni gli occhi chiusi, abba?”, chiese l’uomo che si riteneva ormai vedovo. Martino aprì gli occhi fissando il cielo: “Ho chiuso gli occhi per vedere meglio. Vedevo Gesù che portava la croce. È caduto a terra; allora fu aiutato da un uomo che aveva il tuo volto. Alla porta della città s’erano radunate le donne piangenti. Quell’uomo sbuffava per il peso della croce. Improvvisamente la lasciò, abbandonò Gesù, che cadde per la seconda volta sotto il legno. Quello, fino ad allora generoso con Gesù, sorrise ad una di quelle donne, e se ne andò con lei”. Martino chiuse di nuovo gli occhi: “Se guardo te ho compassione, e non trovo parole. Avrai i piaceri del mondo. Guardando Gesù, vedo la strada di Dio, l’unica su cui trovi la gioia del cielo”. Iniziò a pregare, prima sottovoce, poi a voce alta, accompagnato dai sospiri di quell’uomo, che non era più confuso.

  

425 Il sermone

Una donna passò vicino alla cella di amma Federica. Bussò ed entrò. L’amma interruppe il lavoro, con gioia. La donna cominciò a raccontare. Aveva ascoltato il sermone di un abba che parlava con forza, anzi, con violenza. Condannava l’abba principale della città, che avrebbe dovuto invece onorare. Pareva dicesse cose tali da dovergli dar ragione. Ella era incerta, interiormente combattuta, persino agitata. Amma Federica non si scompose; ascoltò tutto con pace. Vide che il sermone di quell’abba non dava frutto di Spirito Santo: né gioia per Gesù, né misericordia per tutti, né mitezza e serenità. Sapeva che la ragione si aggancia alla terra, mentre noi siamo fatti per essere agganciati al cielo. Disse: “Amica mia, chi usa violenza, anche solo con la bocca, chi ha parole di condanna, chi manifesta ostilità, non va in Paradiso, nemmeno se è un abba, nemmeno se ha ragione. Non vi arriveranno nemmeno coloro che lo seguono. Va ad ascoltare un altro abba mite e pacifico, colmo di Spirito Santo, che ti parli di Gesù”. Pregarono insieme, rivolgendosi alla Madre di Dio, che è anche Madre della Chiesa. Tornò la pace in tutte le membra di quella donna. Che grazia aprire il cuore ad un’amma sapiente e sicura di Gesù!

  

426 Un marito eccezionale

“Amma, ho una gioia grande. Ascoltando le sofferenze di un’amica, incompresa e maltrattata dal marito, mi sono resa conto che a me Dio ha fatto un grande dono”, confidò una signora ad amma Rosetta. Questa, incuriosita, come chi presagisce l’arrivo di una bella notizia, disse: “Dimmi, quale dono hai scoperto da parte di Dio? Così posso anch’io ringraziare il Padre con te!”. La signora attese un attimo, e poi: “Dio mi ha fatto il dono di un marito eccezionale. Mi apprezza, spegne il televisore per ascoltarmi con attenzione. Mi chiede il parere per ogni sua iniziativa, non fa alcuna spesa se prima non si è confrontato con me. E i bambini imparano da lui. Essi crescono in pace, aprono il loro cuore sia a me che a lui”. L’amma alzò lo sguardo al cielo: “È proprio un dono grande. Immagino che questo dono lo avete coltivato con la preghiera”. La donna rispose: “Anche questo volevo dirti: lui stesso mi propone di pregare. Invochiamo il Nome di Gesù, leggiamo i salmi, ascoltiamo la sua Parola, cosicché la casa si riempie della sua presenza. Quando è possibile partecipiamo all’assemblea e mangiamo insieme il Corpo di Cristo. Tornando a casa, percepiamo la nostra tavola come prolungamento della Mensa Eucaristica”. Venne spontaneo alle due donne dire ad alta voce grazie a Gesù, “Questo sì” disse Rosetta “è un dono magnifico, anticipo del Paradiso!”.

  

427 La musica

Abba Romeo, mentre stava rimuginando tra sé e sé, incontrò un gruppetto di giovani che ascoltavano della musica. “Com’è aspra questa musica!” esclamò. Ed essi: “Abba, a noi piace più della musica dolce”. E l’abba: “Stavo proprio riflettendo sui messaggi subliminali”. Uno dei giovani esclamò: “Che cos’hai detto, abba? Una parola mai sentita. Che c’entra con la nostra musica?”. L’abba divenne serio: “In queste musiche talora sono nascosti dei messaggi che incitano alla ribellione o persino al suicidio. Non sono espliciti, non li comprende il nostro intelletto, ma modificano il nostro subconscio. Prima stavo proprio pensando che varie cose trasmettono messaggi subliminali al nostro cervello”. I giovani si incuriosirono e si misero ad ascoltare con attenzione: “Per esempio, i pantaloni bucati di qualcuno di voi lanciano il messaggio che il vestito è importante: i buchi dichiarano ribellione a ciò che da tutti è ritenuto ordine. E ancora, chi li indossa vuole che la sua vita sia riconosciuta originale. Chi tiene sempre sugli occhi gli occhiali scuri, fa capire che vuol vedere senza essere visto, e quindi rifiuta l’incontro, non si fida di nessuno, e non permette a nessuno di entrare nel suo cuore”. Uno di essi replicò: “Abba, ci dà qualche messaggio di questo tipo anche la tua tonaca?”. “Certo”, rispose, “questo: se vuoi la gioia, lascia tutto, e segui Gesù!”.

   

428 Chiedere perdono?

Abba Felice incontrò un giovane che faticava a camminare con le sue stampelle. Gli chiese: “Che cosa ti è successo, buon giovane?”. E lui: “Nulla di speciale, abba. Mi sono buttato dal tetto perché volevo farla finita”. L’abba si fermò: “Avevi grandi sofferenze di certo, per fare una cosa tanto grave”. E quello rivelò: “Non so nemmeno io perché l’ho fatto. Avevo sì qualche delusione e una situazione difficile”. L’abba pensò di aiutarlo: “Immagino che hai chiesto perdono a Dio, nostro Padre”. Il giovane, sorpreso: “Perché chiedergli perdono? Non ho fatto niente di male. Non credo d’aver peccato”. L’abba si stupì più di lui: “Hai chiesto consiglio a Dio prima di buttarti? L’hai fatto senza il suo permesso: come puoi non chiamarlo peccato? Tutto quel che facciamo al di fuori della volontà del Padre è peccato. E non pensi quante persone hai addolorato e quanti hai obbligato a far fatica per te?”. Rimase in silenzio quel giovane. “Il perdono, Dio te lo darà, appena tu lo chiederai a lui e alle persone che hai coinvolto nella sofferenza. Gesù lo ha promesso. Se desideri ti aiuto a chiederglielo”. Quello accettò, l’abba lo aiutò. Il giovane sorrise, e d’allora le sue stampelle a momenti parevano persino inutili.

  

429 Le mura della città

Il lettore pronunciò a voce molto alta queste parole: «È cinta da grandi e alte mura con dodici porte». Tutti ascoltavano, ma cosa capivano? Se lo chiese abba Giacomo. Provò a formulare dentro di sé una spiegazione per essere pronto, qualora qualcuno lo avesse interrogato. “Qui si parla della città che scende dal cielo, cioè del modo di vivere degli uomini che sono stati conquistati da Cristo Gesù. Essi formano un insieme organizzato: formano una città, custodita da regole paragonabili alle mura. Queste sono alte, cioè sicure, insormontabili”. Giacomo sospirò immaginando come spiegare il perché di quelle mura. “Quegli uomini formati dall’amore che, come le mura, custodisce presentando dei limiti, non hanno chiusure. Sono pronti ad accogliere altri, da tutte le parti. Ci sono infatti molte porte aperte per chi, accettando la protezione e i limiti delle mura, vuole entrare per godere le sicurezze e i beni e la pace di quella città. Dentro di essa nessuno è superiore agli altri, perché tutti sono occupati a guardare e adorare il Trono e l’Agnello, il Padre e Gesù. Essi sono lampada che diffonde la luce della gloria di Dio. Ognuno vede l’altro illuminato da quella luce fatta solo di amore!”. Abba Giacomo era pronto per essere interrogato. Con pace si mise ad adorare Gesù.

  

430 Normale?

Abba, ti ricordi di me?”, disse un uomo sulla piazza. Abba Gregorio, sorpreso, pensò di aver perduto la memoria, lui che ricordava sempre i minimi particolari: “No, proprio non ricordo di averti mai visto”. Quello rivelò: “Non mi stupisco, abba. Ci siamo incontrati vent’anni fa: avevo i capelli molto lunghi e anche i miei occhi erano diversi. Allora non conoscevo Gesù”. Gregorio attese che dicesse ancora qualcosa. “Allora stavo male, molto male. Non avevo motivi per vivere. Non avevo sperimentato di essere amato da qualcuno. L’amore dei genitori era interesse a far bella figura di fronte alla gente. Tu mi hai ascoltato. non mi hai giudicato per la capigliatura, come quella di Sansone (Gd 16,17). Mi hai sorriso, mi hai detto poche parole, ma ricche di speranza e di amore. Oggi puoi vedere il frutto del tempo che hai speso per me e della tua benedizione: conduco una vita normale, ma non è normale, perché nei miei giorni e nel mio cuore da allora è entrato Gesù”. Abba Gregorio ringraziò il suo Signore e lo ringraziarono insieme, con gioia.

  

431 Morire e nascere

I giovani che si recarono da abba Benedetto conoscevano poco le Scritture ed erano poco forniti di catechesi. Ricevettero l’obbedienza, anzi, la benedizione per iniziare a ruminare un passo biblico e poi di riferire all’abba quanto sorgeva nel loro cuore. Lessero dalla prima pagina del vangelo secondo Giovanni: «Il Verbo si fece carne, e venne ad abitare in mezzo a noi» (Gv 1,14). Dopo un discreto tempo di silenzio riferirono i loro pensieri. Uno azzardò: “Ho sentito dire che il ‘Verbo’ starebbe ad indicare l’amore che Dio Padre comunica a noi uomini, per riempire la nostra vita, che altrimenti raccoglierebbe cianfrusaglie”. Il ragazzo biondo aggiunse: “Se il Verbo è l’amore del Padre, è anch’egli Dio. Se si fa carne vuol dire che Dio diventa uomo”. Il terzo sospirò: “Se è diventato uomo significa che dovrà morire. Non vi pare sia inutile che venga per morire?”. Attesero l’abba. Dopo averli ascoltati, Benedetto rivelò: “Gesù è diventato uomo per morire. Ed è morto per nascere”. Tutti e tre si stupirono. Allora l’abba continuò: “Sì, è morto per nascere nel tuo cuore. Se non fosse morto non sarebbe risorto, ma ora che è risorto può nascere nei cuori degli uomini, riempiendoli di vita”. I giovani si meravigliarono, gioirono, e chiesero di continuare a leggere il vangelo.

  

432 Che pane?

Avevano appena pranzato, quando abba Cristoforo cercò di mettere alla prova i discepoli. Chiese loro: “Che pane avete mangiato? Qual è il pane che vi sazia?”. I giovani si guardarono l’un l’altro. “Abba, hai mangiato anche tu con noi. Lo sai che pane abbiamo mangiato”. Allora l’abba svelò la sua vera domanda: “Avete mangiato il lievito dei farisei o quello di Erode?” (Mc 8,15). Sei ancora più misterioso”, disse uno di quelli. Ma un altro: “Ho capito, abba. Il lievito, che fa alzare la pasta del pane, è per dire da quale spirito siamo animati, per quale motivo e con che tipo di amore facciamo le nostre cose. I farisei facevano tutto per ambizione, per farsi lodare. Vuoi sapere se noi abbiamo questa tendenza?”. E il terzo continuò: “Erode invece faceva tutto in vista del potere e del piacere. Hai visto questa inclinazione in noi?”. L’abba allora: “I discepoli di Gesù furono messi in guardia dal Signore. Anch’essi erano tentati. La stessa tentazione si insinua anche in noi, soprattutto dopo aver mangiato, quando siamo meno attenti ad un discernimento spirituale”. Ringraziarono quei giovani, e in seguito furono persino più attenti a non saziarsi troppo, ma soprattutto a fare tutto con gioia, pace e Spirito Santo in modo da dare testimonianza a Gesù.

  

433 Fonte di salvezza

Un uomo si lamentava con abba Fiorenzo: “Io ho da sopportare mia moglie. Si comporta come io non ci fossi e talvolta mi accorgo che fa delle spese, anche grosse, senza dirmelo”. L’abba rimase in silenzio, comprendendo la croce che quello aveva da portare. Poi gli disse: “Anche a te una parte della croce di Gesù! Tuttavia non rattristarti, perché è vera la parola che diciamo nella grande preghiera: «Render grazie è fonte di salvezza». Rimarrai in rendimento di grazie, e il Signore ti aprirà la porta del cuore, anche di quello di tua moglie”. E quello: “Come posso ringraziare, abba, nella mia situazione?”. L’abba allora suggerì: “Il Signore va sempre ringraziato: egli continua ad amare anche lei. Ringrazialo perché lei non si droga, ringrazialo che non è scappata di casa, che non ti accoglie col bastone. Ti prepara la cena alla sera?”. Sì, certo, almeno questo!”, rispose. “Vedi che hai motivi per ringraziare, ma soprattutto ringrazia Gesù perché perdona e accoglie anche te. Il dire grazie ti tiene il cuore aperto, e Gesù farà il resto”. Quell’uomo se ne andò ringraziando, e accogliendo la benedizione dell’abba.

  

434 Davide e Golia

Non aveva mai sentito parlare di Davide e di Golia (1Sam 17). Quando abba Cristoforo ne fece cenno, quell’uomo lo interruppe: “Chi sono questi due?”. L’abba allora rispose: “Sono i rappresentanti di due mondi opposti, il mondo di Dio e quello degli uomini, quindi nemici l’uno dell’altro. Il regno degli uomini sfida il regno di Dio a duello: Golia, un gigante, sfida Davide, un ragazzo”. Era attento il gentile signore, ma non capiva ancora. L’abba continuò: “Davide ha fiducia nel suo Dio, lo ritiene suo sicuro alleato, tanto che non vuole portare armature. Golia conta sui propri muscoli e sulla propria statura. Davide raccoglie cinque ciottoli dal torrente, come rappresentassero i cinque libri di Parola di Dio scritti da Mosè: ne afferra uno, si mette davanti al gigante e glielo fa pervenire in fronte. Tanto basta perché quello stramazzi a terra”. Allora l’uomo, riflettendo: “Per noi, che significa?”. L’abba con sicurezza disse: “Oggi Golia è il mondo armato di armi atomiche e biologiche paurose. Davide siamo noi, armati dei Vangeli di Gesù e della preghiera”.

  

435 I venti del mondo

Amma, io non sono battezzata. I miei genitori non sono credenti. E io molte volte non so cosa significa quello che voi dite quando parlate della vostra fede”, disse una giovane ventenne ad amma Francesca. Questa le rispose: “Sai cos’è il Vangelo? Sai chi è Gesù?”. La giovane rispose: “Il vangelo non l’ho mai avuto in mano, e di Gesù ho sentito qualcosa, ma non posso dire di conoscerlo. Ho visto che chi crede in lui ha un volto gioioso ed è capace di sopportare difficoltà e di amare anche persone antipatiche. Da loro ho conosciuto il perdono. Qualche volta ho desiderato essere anch’io così”. L’amma la fissò con gioia e disse: “È una grande grazia che tu non sia stata portata via dai venti di questo mondo, da quello buddista, da quello della Torre di Guardia, da quello islamico e nemmeno da quello satanista. Il tuo cuore è pronto per il vento dello Spirito Santo. Cominciamo ad invocare il nome di Gesù: porterà la gioia, la pace, la luce e la salvezza nella tua vita”. E iniziarono insieme a chiamare il Signore Gesù!

  

436 La nube

“Mentre lo guardavano, fu elevato in alto e una nube lo sottrasse ai loro occhi” (At 1,9): queste parole sono rimaste impresse al giovane attento, ma gli parvero strane e senza valore, parole che alla mente moderna sembrano favola. Tuttavia chiese ad abba Gregorio di dirgli qualcosa. “Le parole servono a noi”, disse Gregorio, “e tengono conto della nostra immediatezza e delle nostre capacità. Noi guardiamo in alto per pensare a Dio. E ci aiuta una nube: vedi la nube, ma non vedi ciò che essa racchiude. Gesù adesso è dentro la nube: sai dov’è, sai che è presente anche se non lo vedi. Gli occhi non lo possono possedere. Ti rimane la sua Parola: quella la potrai sempre ascoltare”. Il giovane sembrava capisse. Gregorio concluse: “Gesù ora è «in alto», dentro l’amore di Dio. Ogni cosa che riguarda Dio è a noi rivelata e da noi conosciuta grazie a Gesù. È lui che riempie e svela la nostra fede, sostiene la speranza e fa da fondamento alla carità”. E il giovane: “Adesso comincio a capire la Parola che ha detto Gesù: «Io e il Padre siamo uno»”.

  

437 Cinque figli

Aveva il volto triste. Si rivolse con umiltà ad abba Gregorio: “Abba, ho cinque figli”. L’abba stava per complimentarsi con lui con gioia, ma quello confidò: “I miei figli abitano lontani l’uno dall’altro e nemmeno si conoscono, perché sono nati da cinque madri diverse”. L’abba spalancò gli occhi e rimase muto. Poi pensò alla responsabilità del peccato del mondo che genera sofferenze e disordine. Quindi disse: “Devi essere liberato dall’influsso del peccato del mondo che ti ha usato per far soffrire te e per procurare sofferenza a molti”. “Come posso fare, abba?”, chiese. Gregorio disse: “Cominciamo col pregare invocando il nome santo di Gesù. Egli interverrà in te e in loro”. Lo invocarono insieme finchè arrivò la serenità su quel volto. L’abba lo benedisse e lo invitò ad aprire il cuore e poi a ritornare ancora, dicendo: “Non tutti i problemi hanno una soluzione, ma per tutte le persone c’è un Salvatore”.

  

438 Una guida?

La nipote di amma Margherita le confidò il desiderio di iniziare ad imparare la vita cristiana. L’amma le disse: “Per questo ci lasceremo guidare dallo Spirito Santo”. La ragazza chiese: “Come posso fare? Io so proprio poco”. Allora l’amma: “Ti farai prendere per mano come una bambina da qualcuno che vive già come amico di Gesù. Chiederai spesso consiglio e racconterai i pensieri che ti vengono e le reazioni più frequenti. Così apprendi pian piano la vita di comunione, cioè la vita del nostro Dio, che vive nell’unità: Padre e Figlio e Spirito Santo non vivono ognuno per sé, ma ciò che è dell’uno è degli altri due. E comincerai subito a desiderare che lo Spirito Santo venga ad abitare e a pregare in te!”. Recitarono insieme la preghiera “Vieni, Santo Spirito”; la nipote desiderò impararla a memoria.

  

439 Gioielli

Amma Giuditta era fiera di aver ricevuto il nome di quella donna che ha saputo farsi tanto bella da attirare la simpatia, nientemeno che del generale dell’esercito nemico, Oloferne. Le servì per staccargli la testa sbaragliando il suo esercito. Ebbene, proprio a lei toccò incontrare un giovane che cercava un abba: “Amma, desidero vedere un abba per ricevere una parola”. L’amma lo guardò, e notò dei pendenti ai suoi orecchi e sul sopracciglio. Le venne da dire: “Gioielli fuori, dentro il vuoto”. Rimase stupito il giovane e disse: “Vorresti dirmi che li devo togliere?”. L’amma lo fissò negli occhi: “No. Voglio dirti che devi riempire l’anima: nella tua non è ancora entrato Gesù. Egli è pienezza, è vita eterna, è quel tutto che non può essere sostituito e nemmeno completato con le bellezze vane”. Il giovane non comprese tutto, ma intuì qualcosa, e quando, alcune settimane dopo, ritornò, non c’erano più i gioielli; era la luce dei suoi occhi ad attirare l’attenzione.

  

440 Quale bene?

Due giovani sposi portavano in braccio la loro bambina con molto affetto. Incontrando abba Giovanni furono felici di presentargliela: “È la nostra piccola, un tesoro, un mistero, una meraviglia!”. L’abba sorrise, e disse: “Un dono di Dio! Voi le volete molto bene, mi par di vedere”. “Certo, abba, lei attira il nostro amore!”. L’abba la benedisse, e chiese: “Che tipo di bene le volete?”. Essi, stupiti: “Che vuoi dire, abba?”. Giovanni spiegò: “C’è un bene materiale e c’è un bene spirituale. Quale dei due vi impegna di più?”. La mamma, meravigliata, disse: “Spiegati meglio, abba”. Allora lui: “Il bene materiale si occupa della salute, del vestito, della crescita e dell’istruzione. È un bene necessario. Il bene spirituale mira a far sì che le relazioni, che la piccola instaura e instaurerà con voi e con gli altri, siano fondate nell’amore del Padre, nel suo Spirito. Per volerle questo bene la introdurrete gradualmente, ma decisamente, in questo tipo di vita. Lo farete grazie al rapporto che vivete voi stessi, tra di voi, con Gesù e in Gesù, Figlio di Dio e capo della Chiesa”. Rimasero pensierosi, si guardarono, e ottennero dall’abba la benedizione e la promessa di poter godere ancora della sua parola.

  

441 L’innesto

Prega per me, abba. Ne ho molto bisogno!”, disse un uomo che prima d’allora mai si era visto passare le porte della chiesa. Abba Serafino, che era seduto in un banco, gli sorrise e disse: “Sono contento di questa tua richiesta, e vedrò di esaudirla. Vorrei però dirti una cosa importante, se gradisci”. Quell’uomo, incuriosito, rispose: “Certo abba, ti ascolto”. Allora l’abba, ancora sorridendo, aggiunse: “Devo dirti che la mia preghiera s’innesterà sulla tua”. E quello: “Che vuol dire?”. Serafino continuò: “Se preghi anche tu, la mia preghiera per te andrà a buon fine: Dio l’ascolterà e la esaudirà. Se tu non preghi, se non stai vicino al Signore Gesù e non desideri entrare nel suo cuore, il mio pregare per te avrà poco frutto”.

  

442 La memoria

Vedendo una signora molto devota, varie persone le confidavano le loro sofferenze e le necessità dei loro parenti chiedendole di pregare. Lei, premurosa, prometteva a tutti il suo ricordo. Venne presa poi dallo scrupolo: “Non ricordo più a chi ho promesso. Come faccio ora, che i nomi delle persone a cui ho promesso di pregare sono molti, e ne ricordo solo qualcuno?”. Uscendo dalla chiesa vide amma Teresa. Confidò a lei questo turbamento. L’amma l’ascoltò, le sorrise e le disse: “Buona donna, tu hai promesso di pregare anche per me, e io ti ringrazio. Ma non occorre che ricordi il mio nome quando preghi. Sono felice che tu, pregando, occupi la tua memoria con la parola, la tenerezza, la bontà del Signore Gesù. Lui ricorda a chi tu hai promesso la preghiera, e lui adopera la tua obbedienza, la tua fedeltà, la tua misericordia per coloro che hai dimenticato. La sua memoria è formidabile”. La signora fu riconoscente e salutò l’amma con gioia, una gioia libera dal peso di una memoria divenuta inutile.

  

443 Il dominio

«Voi non siete sotto il dominio della carne, ma dello Spirito» (Rom 8,8), lesse a voce alta il discepolo di abba Fortunato. E poi aggiunse: “Abba, mi spieghi cosa significa questa affermazione?”. L’abba rimase in silenzio. Quando s’accorse che il giovane non insisteva e attendeva con pazienza, pronto persino a non ricevere alcuna risposta, gli disse: “Vedi, tu ora sei guidato dallo Spirito santo: sai attendere con pazienza e mitezza. Quando non sai aspettare, o quando cerchi cibo con voracità, quando con la tua voce vuoi far bella figura nel canto, quando non ubbidisci con prontezza, quando preghi quasi per forza, allora sei sotto il dominio della carne. Il dominio della carne è la forza della comodità o della vanagloria, del piacere dei sensi o dell’orgoglio. Sotto il dominio dello Spirito diventi mite e gioioso, fedele e misericordioso, forte e generoso, conforme a Gesù”. E il giovane rispose: “Ti ringrazio. Mio desiderio è proprio questo: essere obbediente allo Spirito di Dio. Grazie alla tua preghiera, riuscirò”.

  

444 La scritta

La ragazzina non era capace solo di fare capricci. Osservò la grande croce in chiesa, e domandò alla mamma: “Che cosa c’è scritto in alto, sopra la testa di Gesù?”. In quel momento passava amma Paola. La mamma ripeté a lei la domanda. L’amma disse: “Ci sono le iniziali delle parole fatte scrivere da Pilato perché tutti sapessero per qual motivo Gesù è stato inchiodato sulla croce. Le ha fatte scrivere in tre lingue, perché in quei giorni passava molta gente che sapeva solo il latino, altri il greco, e gli abitanti di Gerusalemme l’ebraico”. La ragazzina era attenta, e l’amma continuò: “Quelle iniziali sono quelle del latino, la lingua dei politici di allora: chi comanda è bene conosca Gesù, altrimenti diventa oppressore e fa soffrire tutti. Il greco era la lingua di chi si riteneva sapiente, ma se non ascolta Gesù, la sua sapienza è vuota e non serve che a far confusione. Gli ebrei erano gli unici che conoscevano Dio, il vero Dio che ama gli uomini. Anch’essi hanno bisogno di incontrare e amare Gesù, altrimenti la loro religione li rende superbi, e chi è superbo è del diavolo”. La ragazzina commentò: “Allora Pilato ha scritto proprio bene. Anch’io ho bisogno di Gesù, altrimenti divento capricciosa”. La mamma si stupì, sorrise e ringraziò l’amma.

  

445 Consiglio

Giuda Iscariota, perché hai tradito Gesù? Era stato tuo maestro, e avevi visto tanti miracoli operati da lui!”, così un abba ragionava a voce alta. Lo udì abba Pietro, che, per aiutarlo, ripeté la domanda al proprio cuore in segreto: ‘Perché Giuda andò dai sommi sacerdoti? Perché?’. Gli venne la risposta: “Giuda andò a farsi dare le trenta monete d’argento perché non aveva chiesto consiglio a nessuno. Non ha condiviso la sua decisione né con Filippo né con Matteo e nemmeno con Taddeo. Ha fatto tutto da solo, non ha ritenuto nessuno così fratello da chiedergli discernimento per i propri pensieri. Di certo sarebbe stato aiutato. L’orgoglio lo ha reso superbo, e la superbia lo ha fatto cadere nella trappola di Satana, il superbo”. Abba Pietro consegnò questa risposta all’abba che parlava da solo. E lui stesso si ripromise di approfittare di coloro che sono fratelli di Gesù, per chiedere consiglio spesso, anzi, sempre, per ogni seria decisione.

  

446 Quello che non hai

Si lamentava elencando i suoi mali davanti ad abba Daniel: “Abba, di notte non dormo. Passano le ore ed io sono là con dolori alla schiena a volte insopportabili. I dottori mi diagnosticano malattie senza rimedi. A questo s’aggiunge il fatto che mia moglie e i miei figli si sono stancati e non hanno pazienza con me”. Abba Daniel ascoltava con calma ed era pronto ad ascoltare ancora. Vedeva la sofferenza di quell’uomo, ma si accorgeva pure che quello non riusciva ad accettarla, perché per lui non aveva significato, e quindi senza valore. Dopo una tregua di silenzio prese coraggio e disse: “Tu vedi quello che hai. Sei attento ai tuoi dolori, ma non vedi ciò che non hai: non hai attenzione agli altri, ai loro bisogni, non hai la volontà di occuparti di chi soffre più di te… Se i tuoi occhi si aprissero a vedere le sofferenze degli altri per amarli, per donare loro un segno dell’amore con cui Dio li avvolge, anche tu cominceresti a ringraziare”. L’uomo rimase muto: non sapeva se arrabbiarsi o se accettare. “Vedi”, aggiunse l’abba, “il nostro Dio e Padre sa il motivo del tuo soffrire, conosce il perché della tua croce. Affidati a lui e non temere. Unisciti a Gesù mentre, senza motivo, riceve i colpi di flagello. Potrai offrire, e vincerai la tristezza”. L’uomo chinò il capo dicendo: “Aiutami, abba, con la tua preghiera e la tua benedizione”.

  

447 Conversione

Volle incontrare abba Cristoforo, perché si diceva che il diavolo scappava al solo vederlo. Gli disse: “Sono contento di vederti, abba. Per questioni di eredità quel mio parente mi odia, mi maledice, mi augura il male. Lo hanno visto da un mago: probabilmente ha fatto fare un maleficio contro di me. È per questo che sto male: i dottori non capiscono che malattia sia. Puoi fare qualcosa per me?”. L’abba gli chiese: “Hai iniziato a convertirti?”. Stupito, quell’uomo ribatté: “È lui semmai che deve convertirsi, non io!”. Con pazienza Cristoforo sussurrò: “Se le maledizioni ti fanno male, è perché in te trovano il terreno pronto a riceverle, preparato dai tuoi errori o dai tuoi peccati. Comincia a convertirti, e inizierà la prima fase della tua guarigione. Dopo, il Signore Gesù potrà ascoltarmi, e la mia preghiera per te potrà avere efficacia!”. Gli suggerì una regola di preghiera quotidiana e lo invitò a ritornare dopo qualche settimana.

  

448 Verso la croce

Abba Celestino, quando celebrava i santi misteri per nutrire se stesso e i fedeli con il Pane del cielo, aveva una preoccupazione che lo disturbava sul più bello, quando pronunciava le parole del Signore. La confidò ad abba Metodio: “Abba, quando sto all’altare e compio i gesti di Gesù e dico le parole sante e santificanti, mi vedo davanti gli occhi di tutti, mi sento addosso i loro pensieri e il loro giudizio. Invidio i santi abba che cent’anni fa stavano girati verso la croce. La gente vedeva le loro spalle, ma nessuno scrutava i loro volti. Si sentivano alla presenza del Santo dei Santi con tutta libertà”. Abba Metodio comprese. Anche lui aveva percepito qualcosa di simile. Pregò, e rispose: “Gesù a noi chiede una libertà più grande, un’attenzione più profonda di quella degli antichi. Ci darà la grazia e la gioia di testimoniare che lui è in mezzo, tra noi e i fedeli. Io cerco di vedere solo lui, e lascio che tutti pensino di me ciò che il Signore permetterà o darà loro di pensare”. I due abba si scambiarono il bacio santo, come alla liturgia, con qualche lacrima.

  

449 La battaglia

Il giovane venuto per confidarsi con abba Felice, lo salutò con trepidazione, poi disse: “Abba, sapessi che forti tentazioni provo! Mi pare persino che un demonio, se non più di uno, siano dentro di me e mi incitino a bestemmiare Dio, a offendere quelli che mi amano, a lanciare sassi per rompere qualcosa. Come posso comportarmi? Puoi tu scacciare da me questa bestia che mi rovina?”. L’abba si fece serio, ma sereno, e rispose: “Gesù ci ha rivelato che questa battaglia la si può vincere con la preghiera. È necessaria la preghiera tua e forse anche quella dell’abba esorcista Preparati ad incontrarlo per chiedergli discernimento. Ti aiuterò anch’io col mio pregare. Gli dirai quali situazioni possono aver offerto occasione ad un diavolo di venire da te, o quali tuoi peccati gli possono aver dato diritto di avvalersi di te, o se possiedi cose o denaro per cui sei in debito con lui: dirai tutto all’abba, perché sappia cosa dire a Gesù”. Rimase pensoso il giovane, e ringraziò, chiedendosi quanto debba ancora convertirsi.

  

450 Spirito della verità

Abba Fedele aveva nella memoria, chissà perché, la domanda di Pilato a Gesù: «Cos’è la verità?», e pensava di rispondergli. Ma come cominciare? Ad un tratto gli venne una risposta, ma si accorse che questa serviva a lui e non a Pilato. Ecco: «Lo Spirito della verità, vi guiderà a tutta la verità». È di Gesù stesso questa rivelazione. Per arrivare alla verità è necessario farsi guidare dallo Spirito della verità. Lo Spirito della verità lo dà Gesù a chi sta con lui. Allora Fedele rinunciò a rispondere a Pilato, e invece iniziò a chiarire a se stesso: “Tutta la verità è nel cuore del Padre. Gesù è la via per giungere al Padre. Ed è lo stesso Spirito della verità che fa da guida. È il mistero della Trinità, della vita del nostro Dio. Ognuno dei tre serve gli altri due: questo è vero amore, amore che unisce, amore che ubbidisce, amore che dà fiducia”. Abba Fedele continuò a meditare aggrappandosi al silenzio. Le parole divennero inutili anche per la sua anima. Si limitò a ripetere il nome «Gesù», “Perché”, disse a se stesso, “questa è l’unica Parola vera che è divenuta carne: la posso dire grazie all’intervento dello Spirito, e mi immerge nel cuore del Padre!”.

  

451 Il peccato

Abba, nel mondo molte persone soffrono, tanto da non conoscere più la gioia. Le famiglie si dividono, sposi e spose separati dopo esperienze devastanti, si uniscono con altri, sicuri che il nuovo tentativo andrà meglio. Dicono di rifarsi una vita. Spesso si ritrovano ingannati, perché non si sono esercitati ad amare con il vero amore. Al di fuori dell’obbedienza a Dio e senza benedizione, che vita sarà?”, disse il discepolo ad abba Felice. E l’abba, confermando, aggiunse: “Se guardi bene, vedrai che molte sofferenze procedono dal peccato. Salario del peccato è la morte: quelle sofferenze anticipano qualcosa della morte. La perdita della gioia, dell’amore, della sincerità, della concordia e della pace hanno una radice: il peccato”. E il discepolo: “Dici davvero, abba?”. Felice, con tristezza, ma con sicurezza: “Scruta, e troverai disobbedienze a Dio e ai suoi comandamenti, allontanamento dalla Chiesa, la Madre che ha dato loro la vita spirituale con lo Spirito Santo. La preghiera è rimasta fuori da quelle case. Invocheremo su di loro il nome santo di Gesù e parleremo a lui di loro e a loro soltanto di lui”.

  

452 Garanzia

Gli dissero: “Abba, abbiamo cominciato a convivere. Io so cucinare e lui lava i piatti, lui pulisce il giardino e io scopo le scale. Così ci aiutiamo”. Qualcuno garantisce per voi?”, abba Stefano rispose così ai due giovani. Essi si guardarono, e il ragazzo rispose: “Abba, noi ci vogliamo bene, sentiamo amore l’uno per l’altro, l’uno fa quello che piace all’altro”. L’abba rimase impassibile: “Sì, sì, per qualche mese è così. E dopo? Chi garantisce per voi?”. Risposero all’unisono: “Non abbiamo bisogno di nessuno, noi. Siamo maggiorenni”. E l’abba: “Se nessuno garantisce per voi, i vostri sentimenti sono bolle di sapone. Il fatto che date importanza solo a quelli è segno di debolezza. Basta che uno di voi provi un sentimento per un altro ora sconosciuto, e sarete sul lastrico. Il vostro amore sul lastrico”. Non risposero, e l’abba continuò: “La bicicletta ha due ruote, ma non basta il telaio perché stia in piedi. Se è ferma, ha bisogno di un appoggio, e, se si muove, di uno che la cavalchi. Voi dovrete avere un appoggio, un terzo, per stare in piedi. Se non c’è Dio con voi, se non vi accompagna la sua benedizione concreta, non avrete pace sicura”. “Abba, che vuoi dire con benedizione concreta?” chiesero. E l’abba: “La benedizione concreta di Dio vi arriva dalla voce di un uomo in carne ed ossa, un uomo che rappresenti il Corpo di Cristo sulla terra”. Cominciarono a intuire che la Chiesa di Gesù è necessaria anche per l’amore della loro vita.

  

453 Posti nella Chiesa

Due abba dialogavano tra loro: “Che significa: ‘nella Chiesa c’è posto per tutti’? In essa esige un posto anche chi, pur avendo barba e voce da basso, dice di essere donna, o chi, dopo aver partorito un figlio, si fa trattare da uomo, oppure sia l’uno che l’altro, magari a giorni alterni”. L’altro abba rispose: “È necessario il parere di Gesù, capo della Chiesa. Non mi pare che per lui queste siano condizioni per accogliere o per rifiutare una persona. I santi abba dicevano che nella Chiesa sta solo chi ama Gesù e lo vuol seguire portando una croce. Consideravano l’orientamento sessuale uno degli ambiti di quel dominio di sé che è frutto dello Spirito Santo”. Il primo riprese: “Nella Chiesa di certo c’è posto per tutti quelli che chiedono perdono e per chi da Gesù impara l’umiltà; c’è per chi, per non imitare Giuda, chiede consiglio, e non c’è invece per chi fonda la vita su se stesso, sul cosiddetto amor proprio”. L’altro riferì: “So che rovina o divide la Chiesa chi decide d’essere egoista, anche se il suo egoismo è sessuale. Nella frase «c’è posto per tutti» la parola «tutti» è perciò condizionata”. Conclusero che “nella Chiesa entra o resta senza recar danno, chi ha un deciso e costante riferimento a Gesù, proprio a quel Gesù, capo della Chiesa, che è vissuto lontano da ogni impudicizia, è morto, risorto, salito al cielo per mandarci lo Spirito suo, non un altro. Fu lui stesso a chiedere, nientemeno che ai Dodici: «Volete andarvene anche voi?», disposto a rimanere solo piuttosto che cedere alle pressioni dell’opinione generale”. Chiesero al Padre Spirito Santo per i Pastori della Chiesa di Gesù.

  

454 Correzione

Il discepolo di abba Stefano si avvicinò al suo abba per sussurrare: “Hai fatto un’osservazione a mio fratello, abba. Sai che si è sentito offeso?”. E l’abba: “Pensi allora che la mia osservazione sia stata sbagliata?”. “No, ma non dovevi fargliela”, rispose il giovane. Allora l’abba, senza dubitare: “Se si è sentito offeso significa che ha bisogno di un’altra correzione ancora più forte della prima. Egli rischia di rimanere nell’errore, per ambizione o orgoglio. Quando tu riceverai un’osservazione, prima di tutto ringrazia e benedici: la correzione è segno che Dio ti ama e ti considera amico”. Il discepolo ascoltava seriamente, e allora l’abba continuò: “Per vivere la vita santa che Gesù ci offre è necessario arrivare all’umiltà passando attraverso la porta delle umiliazioni. Anche Gesù vi è passato, non perché lui ne avesse avuto bisogno, ma perché noi potessimo imparare da lui, unico Maestro”. Il discepolo, timidamente, disse: “Abba, quando il Signore te lo suggerisce, umiliami, per favore. Ti ringrazio se lo farai”.

  

455 Gesù

Un giovane, abituato ad ascoltare e pregare nelle chiese, un giorno avvicinò abba Giuseppe e gli disse: “Perché alcuni abba evitano di chiamare Gesù per nome? Lasciano intuire che stanno alludendo a lui, ma pare abbiano vergogna a pronunciare il suo nome”. L’abba, stupito da questa osservazione, rispose: “È vero, qualche abba non ha ancora imparato dal ladrone. Questi si era accorto che Gesù amava, e anche lui lo volle amare. Non aveva nulla da perdere, né ambizione né considerazione. Lo chiamò semplicemente per nome: «Gesù». Chi ama una persona e si sente amato da lei, non la chiama direttore, dottore, ingegnere, segretaria, operaio, casalinga, professore, ma la chiama per nome. Il tuo discernimento è prezioso: pregheremo per quell’abba che sostituisce l’amore a Gesù con l’ambizione e la considerazione di sé ritenendo di essere così stimato dal mondo”. Il discepolo ringraziò e intensificò il suo amore al Signore Gesù.

  

456 Prevenire

Abba Silvano si accorse che alcune persone erano influenzate da modi di pensare che distraggono dalla fede nel Signore Gesù, e quindi anche dall’amore disinteressato, tipico di chi ama il Padre. Diceva ad un altro abba: “Se qualcuno avesse detto loro dove conducono quelle dottrine, non si sarebbero lasciati raggirare. Ora non ti parlano, non ti ascoltano e si ritengono arrivati ad una conoscenza superiore a quella insegnata dalla Chiesa santa di Dio”. Abba Firmino rispose: “Prevenire. Prevenire è meglio che curare. Questo principio non vale solo per le malattie del corpo. I santi abba dei secoli passati rivelavano con forza e precisione gli errori che minavano la vita spirituale. Non si vergognavano di essere ritenuti apologeti o polemisti. Anche Gesù aiutò i discepoli a prevenire gli errori diffusi dal comportamento dei farisei; rispondeva lui al loro posto (Mt 9,12). Gli apostoli Giacomo e Giovanni poi, con le loro lettere, ci danno un esempio deciso”. Silvano continuò: “Temo che le chiese si svuotino”. E Firmino: “In alcuni villaggi è avvenuto, in quelli dove la gente è stata invitata a imparare ginnastiche rilassanti. Parevano utili e innocue, ma erano accompagnate da poche frasi dette in modo da far dimenticare la croce di Gesù, nostro Signore e Salvatore. Nessuno aveva preavvertito quelle persone”. I due abba iniziarono a pensare seriamente di diventare missionari per una nuova evangelizzazione.

  

457 Il mistero

Un giovane riflessivo volle parlare con un abba sul mistero che gli parve interessante e maggiormente incisivo. Disse all’abba: “Vorrei capire il mistero che Gesù ha espresso con le parole: «Questo è il mio corpo, che è per voi»”. Abba Felice lo fissò con serenità, e con decisione disse: “Questo mistero la capirai quando lo vivrai. Farai del tuo corpo un dono, un dono per onorare Gesù e per ubbidirgli. Il tuo corpo lo donerai in molti modi: non avrai più energie per te, né tempo da buttare o da spendere nel vuoto o nei divertimenti. Comprenderai qualcosa di ciò che significava per Gesù dare il suo corpo per essere mangiato”. Con serietà il giovane disse: “Non mi spieghi null’altro, abba?”. Allora Felice: “Gesù aveva in mano del pane. Lo dava a quelli che lui aveva scelto. Essi avevano visto che i ciechi, i sordi, i muti e altri malati toccati dalle dita di Gesù erano guariti. Che succederà se al posto di toccare il suo Corpo lo mangiano addirittura? Potrà guarire il loro corpo, se è malato, e potrà risanare la loro anima, se inferma, rovinata dal peccato. Per questo quel Pane è stato chiamato anche Farmaco, medicina! E non avevano il coraggio di pensare che sarebbero addirittura diventati un tutt’uno con lui”. Il giovane s’illuminò, e disse: “Abba, grazie. Preparami a mangiarlo almeno con la fede della donna che ha toccato solo il suo mantello. Perdona i miei peccati, che di certo frenano l’efficacia del Farmaco”. E si confessò per partecipare alla santa Liturgia.

  

458 Mescolanze

Il discepolo interrogò abba Cristoforo: “Abba, ho notato che alcune persone usano parole strane, legate a credenze di qualche religione che non conosce il nostro Dio. Ritengono che quelle parole siano innocue e vere perché si riferiscono a movimenti del corpo, ma non si accorgono che legano l’anima a dottrine estranee. A queste persone non si riesce a parlare di preghiera e di fedeltà alle nostre pratiche spirituali. Pare siano entrate in un altro mondo, un mondo senza Dio Padre, dove Gesù è superfluo”. L’abba annuì col capo e poi disse sommessamente: “Quando pregavano il salmo non facevano attenzione, oppure lo ritenevano esagerato e anacronistico, eppure è Parola di Dio”. E il discepolo, incuriosito: “Che cosa dice il salmo?”. L’abba si raccolse in preghiera e recitò: “«Si mescolarono con le genti e impararono ad agire come loro. Servirono i loro idoli e questi furono per loro un tranello. Immolarono i loro figli e le loro figlie ai falsi dèi» (106,35-37). Vieni, Signore Gesù! Vieni”.

  

459 Chiedere consiglio

Abba Pietro aveva ascoltato molte persone. Un discepolo pregava per lui: “Abba, oggi pregavo per te, quando ti vedevo impegnato ad ascoltare e a rispondere a tutta la gente che aveva bisogno di Gesù”. L’abba lo guardò sorridendo: “Ti ringrazio. Sapessi quanta sofferenza c’è nel cuore degli uomini!”. Il discepolo si azzardò a chiedere: “Abba, da cosa dipende la sofferenza che vedi e che ti addolora?”. L’abba, cercando di nascondere ai discepoli la stanchezza, disse: “Molte sofferenze pare vengano cercate. Uomini e donne prendono decisioni senza consigliarsi con nessuno. Le scelte sono affrettate, senza discernimento, prese in base a sentimenti passeggeri, senza tener conto dei comandamenti di Dio e degli insegnamenti del nostro Signore Gesù. Vengono da me a chiedere consiglio dopo, quando si accorgono di aver commesso un errore. Ed è tardi. Un’azione intrapresa senza consigliarsi diventa come una bomba a grappolo: sprigiona altre scelte sbagliate. Dopo, è difficile rimediare, se non impossibile”. Il discepolo trovò nel proprio cuore amore per il suo abba: “Continuerò a pregare per te. Il Signore Gesù ti doni la sua sapienza, il suo consiglio e anche il suo ristoro, promesso a chi sta con lui”. Recitarono insieme la preghiera del Signore, con fede e compassione per tutti, che imparino a chiedere consiglio agli uomini di Dio prima di operare le scelte della vita.

  

Centocinquantatré

Gli interventi degli abba hanno raggiunto tre volte il gran numero dei «grossi pesci» della rete tirata a riva da Simon Pietro e dagli altri apostoli. Quando gli abba se ne sono accorti, sono rimasti meravigliati e contenti. Hanno deciso di sospendere, per accogliere dal Signore nuovo alimento come gli apostoli, che avevano fatto colazione. Risponderanno anch’essi alle tre domande che Gesù ha rivolto a Simone, figlio di Giovanni, dicendo: «Signore, tu sai che ti voglio bene». Come Pietro, continueranno ad ubbidire a Gesù. Si prepareranno a condurre i suoi agnelli e le sue pecore su pascoli nutrienti e ad acque limpide, a difenderle dalle seduzioni e dagli inganni dei lupi, e cercheranno di tenerle unite e vicine a Gesù.

  

  

Detti 01 - 02 - 03

Sentinella vigile  -  Messa - Credo  -  Abba, benedici!